Trash
Giuseppe Tortora



Dai diamanti non nasce niente.
Dal letame nascono i fior.
(Fabrizio De André)

Campeggia sovrano sul desktop di ogni computer. È l'icona del cestino dei rifiuti. Trash. Un cestino virtuale in cui, come nel cestino reale, gettiamo quel che non serve.
Che non serve?
Lo scrittore Jean Chalon una volta ebbe a dire, in Journal d'Espagne, che anche nella spazzatura «une rose reste une rose». Un'espressione iperbolica: occorre aggiungere infatti che però non vi sta più come una rosa; o meglio: non vi sta più come quella rosa che, ad esempio, è stata donata a testimonianza di un affetto. Un oggetto gettato nella pattumiera è sempre qualcosa che abbiamo allontanato da noi perché quanto meno gli abbiamo disconosciuto quel senso che precedentemente aveva per noi.
E tuttavia, quand'anche si trattasse di insignificanti residui, ad esempio di frammenti privi ormai del valore che avevano quali elementi costitutivi di oggetti distrutti, ciò non autorizzerebbe a considerare quei "rifiuti" assolutamente privi d'ogni valore. È solo roba che - allo stato e alle condizioni attuali - a noi non serve più. Roba che in questo momento non è di nessuna utilità per noi. E che però, conservando pur sempre un qualche valore in sé, potrebbe ben servire ad altri. Potrebbe rispondere ad altrui bisogni, avere una diversa collocazione, svolgere un'altra funzione rispetto a quella originaria. Insomma potrebbe avere comunque una nuova vita - una nuova utilità e un nuovo senso - nel progetto di altri, nell'utilizzazione che ne farebbe un altro.
In una dichiarazione del 2002, alla famosa rivista francese «Télérama», lo scrittore Antonio Tabucchi paragonava proprio al cestino dei rifiuti quanto gli è sempre stato più caro: il romanzo. Un paragone forse non molto appropriato; o non pienamente opportuno. Ma egli intendeva dire che, in un romanzo, si può gettar dentro tutto quel che si vuole: anche ciò che ora, per noi, non ha più importanza in se stesso, e che però, persistendo comunque in una inerte presenza, potrebbe acquisire, in un altro contesto, una nuova forma d'esistenza.
Un po' come in certe vecchie sculture di Renato Barisani, poliedrico artista napoletano del Movimento di Arte Concreta. Il quale, in un certo periodo del suo itinerario artistico, costruiva le sue opere con l'assemblaggio creativo di materiali di rifiuto delle officine meccaniche. Viti, molle, bielle, cilindri, pistoni. Ogni pezzo collocato con altri in una nuova unità significativa. Nella quale però il pistone non era più un pistone, ma, connesso ad esempio con una biella in forma non usuale - o meglio: non secondo la logica "meccanica" del motore a scoppio - doveva concorrere a trasmettere nuovi significati, a lasciar balenare nuovi sensi, a sollecitare nuove emozioni.
E dunque c'è modo e modo di considerare il trash. Anzi, per dirla tutta, c'è trash e trash. Anche per tipo qualità e intrinseco valore. Accanto ai rifiuti nobili giacciono quelli vili, accomunati nello stesso destino dell'abbandono; e talvolta rifiuti inerti "convivono" nella stessa discarica con altri pericolosamente tossici, in forza di una colpevole insipienza e più spesso sulla base di un criminale interesse economico. Perché, come diceva il famoso ex camorrista Pasquale Galasso a proposito delle ricchezze che la sua consorteria malavitosa aveva accumulato con la spazzatura: « 'a munnezza è oro!»
Ronald Wright, storico, saggista e romanziere inglese, nel 1997 segnalava, in A Scientific Romance, che nell'ultimo secolo della sua esistenza l'uomo ha lasciato dietro di sé più spazzatura di quanta non ne abbia prodotta in milioni di anni. Un aspetto su cui anche Zygmunt Bauman ritorna a più riprese. Infatti in tempi e scritti diversi - anche in Wastefull Planet, un bel saggio pubblicato sul numero del 2006 della rivista «Kainos» dedicato appunto ai «Rifiuti» - il sociologo ha ricordato Leonia, una de Le città invisibili di Italo Calvino. I cui abitanti - a loro dire - amano godere delle cose nuove e diverse, e, secondo l'osservazione dello "straniero" Marco Polo, aspettano - con un piacere che però desta sospetti - che le loro scatole di latta, insieme anche a tessuti preziosi e ad apparecchi tecnologici ancora in piena efficienza, siano portati via dallo spazzaturaio. Sicché tutta «una fortezza di rimasugli indistruttibili» circonda la città: «la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne». Eppure, queste montagne di rifiuti non sembrano sconvolgere molto i Leoniani, anche quando la logica imperscrutabile del vento porta loro sgradevoli effluvi.
Pessimo segno, questo, alla luce del proverbio francese secondo il quale al porco la sporcizia non fa specie; non ne sente neppure la puzza: «Au pourceau, l'ordure ne pue point».
Forse - sospetta il Marco Polo del racconto di Calvino - la passione vera dei Leoniani non è "cambiare": è piuttosto «l'espellere, l'allontanare da sé», insomma «il mondarsi d'una ricorrente impurità». E infatti, quello che dà loro davvero fastidio è l'indistruttibilità dei loro rifiuti. I quali resistono alla loro "negazione", alla loro eliminazione. Esclusi dal contesto della vita civile paiono quasi immuni ad ogni processo di deterioramento, di degradazione, di decomposizione. Verrebbe da dire: proprio come certe spiacevoli esperienze vissute! Buttate fuori dalla nostra coscienza, persistono in una silente vitalità, per ricomparire magari all'improvviso - tendendoci dei veri e propri agguati - come dolorosi ricordi. Perché anche la psicanalisi parla del rimuovere e del rimosso, del rifiutare e dei rifiuti.
Sicché la gioiosa ricerca della novità è accompagnata, nei Leoniani, dalla spiacevole sensazione che soltanto ciò che è inutile, sgradevole, repellente, magari tossico, è davvero resistente. E come dare loro torto se si pensa alla inimmaginabile durata del tempo di degrado della tossicità del plutonio usato nella produzione di energia nucleare? Certo, anche la radioattività del combustibile esausto decresce nel tempo; ma il plutonio resta pericoloso per centinaia di migliaia d'anni.
Tutto cambia dunque, ma, per il Leoniano, solo i rifiuti persistono.
Il problema peraltro tende ad aggravarsi. Lo sottolinea proprio Bauman.
Nel contesto di una società dei consumi in cui la ferrea inesorabile macchina economica della contemporanea civiltà industriale globalizzata restringe la libertà della persona alla libertà di acquisto, anche i desideri, e gli stessi bisogni, che dovrebbero presiedere alla scelta, vengono ineluttabilmente "drogati". Sicché la libertà di scelta esercitata magari davanti a un banco multicolore di un supermercato, vien percepita, dalle persone ridotte alla condizione di utente e/o consumatore, come l'unica, essenziale, autentica libertà. Anche se in fondo essa non è altro che libertà di opzione di un oggetto tra i tanti suoi equivalenti. Ed anche quando è racchiusa negli angusti limiti della possibilità di far proprio un oggetto superfluo ma proposto - con la forza persuasiva della retorica pubblicitaria - come assolutamente desiderabile: perché magari più "bello" o semplicemente più "nuovo" di quel che già si possiede. E allora - si domanda Bauman - gli oggetti di cui poi ci disfiamo, vengono buttati via a causa della loro bruttezza, o sono diventati brutti in quanto destinati alla discarica dalla logica della produzione industriale e del mercato? La prima ipotesi - a tutta evidenza - è quella sostenuta dal leoniano doc, dal consumatore convinto. Sono tanti gli argomenti a sostegno di cui dispone. Persino quello che in una moderna società industriale si "devono" produrre sempre più cose, e proporre sempre cose nuove. Il mondo cambia o occorre sostituire con altre cose più attraenti e/o più utili, quelle che già possediamo ma che non sono pienamente adeguate ai nuovi standard: funzionali o semplicemente di gusto. Occorre dunque gettar via anche le cose che – semplicemente - non ci piacciono più. La seconda ipotesi - suggerisce Bauman ricordando sempre Calvino - è quella che sosterrebbe il personaggio Marco Polo. Estraneo alla frenesia consumistica dei leoniani, egli osserverebbe che, al contrario, è l'offerta di prodotti nuovi - avanzata in forme molto attraenti, con modalità e procedure altamente seduttive - ciò che induce a ritenere inutili, o inadeguati, o semplicemente a considerare brutti e vecchi, dunque da avviare alla discarica dei rifiuti, gli oggetti ancora utili e pienamente efficienti di cui già si dispone. Come dire: le ultime novità rendono vecchie le novità di appena ieri, e i vecchi oggetti devono esser gettati via per fare spazio ai nuovi.
E così la quantità di spazzatura cresce in ragione geometrica. Quella spazzatura che certo nessuno vuole presso di sé. Né in casa né vicino casa. Del resto nient'altro che questo indica la denominazione «rifiuto».
Memorabile la rapida sequenza di battute in uno dei "vaudeville acts" dello spettacolo teatrale «I'll Say She Is» del 1924. La ricorda lo stesso attore Groucho Marx. Nel volume «The Groucho Letters». A Chico, che segnala: «Pa', è arrivato l'uomo della spazzatura» (“The garbage man is here”), Groucho risponde rapido e deciso: «Be', digli che non ne vogliamo!» ("Well, tell him we don't want any").
Eppure, il rifiuto ci appartiene. Sia come azione che come esito dell'azione. E ci appartiene in senso profondo: sia come esseri animali che come esseri umani. Volontario o involontario che sia, il rifiutare ci costituisce come realtà viventi e come esseri intelligenti. Costituisce la nostra esistenza e la nostra identità personale. E in ogni caso, per quanto sgradito, e allontanato, ciò ch'è stato “rifiutato” è il segno della nostra attiva presenza al mondo, della nostra continua trasformazione. Della nostra vita. Con la stessa necessità logica con cui la somma degli angoli interni d'un triangolo ammonta a 180 gradi.
Ogni essere vivente "vive" in virtù della sua produzione di rifiuti. Anche l'uomo, ciascun uomo. Per la sua costituzione biologica. Non c'è vita senza rifiuto. Nella condizione di normalità, i processi biologici hanno luogo in forza di input/output. Assunto un alimento, si assimila ciò che serve alla vita, e si espelle il residuato del processo metabolico, ossia quello che non serve o/e che potrebbe esser dannoso conservare. È vero nelle piante, con la fotosintesi clorofilliana: si conserva anidride carbonica e si rilascia ossigeno. Ed è vero per gli organismi animali: espirazione, minzione, defecazione costituiscono l'insieme delle condizioni normali del ben-essere organico. E talvolta - lo si vede anche negli uomini - ogni rottura dell'equilibrio vitale si esprime con estromissioni, come ad esempio nei processi infiammatori. Il pus delle purulenze, gli espurghi delle affezioni di trachea, bronchi, polmoni, e così via, sono dei modi con cui l'organismo non solo segnala l'affezione ma si difende dai processi patologici. Con queste deiezioni esso reagisce, gettando via - allontanando da sé - batteri e/o virus: presenze sgradite e pericolose. E allora, per dirla come va detta, senza espirazioni, urine, escrementi, meteorismi, flatulenze, l'organismo non può crescere, trasformarsi, adattarsi all'ambiente; e senza muchi, vomiti, espettorazioni, mestrui, emissioni di pus, non può ripulirsi, depurarsi, sanarsi. Senza le "naturali" deiezioni - di cui sempre, come persone "civili", ci vergogniamo, perché rendono manifesta la nostra fondamentale e originaria condizione animale - l'organismo non può riacquistare e ristabilire il suo sempre precario equilibrio, in cui, alla fine, consiste la sua "sanità".
Ma il rifiuto ci appartiene - si diceva - anche come esseri "umani". La nostra identità personale è il frutto anche della sequela di opzioni - di auto-determinazioni - che abbiamo compiuto, deliberatamente o istintivamente, nel nostro percorso esistenziale. Ed ogni scelta - si sa - implica un rifiuto, una "negazione". Lo ricordava Baruch Spinoza nell'epistola 50 indirizzata, in data 2 giugno 1674, «al gentilissimo e sapientissimo signor J. Jelles». Riferendosi alla materia, Spinoza diceva che ogni "figura" non è che una determinazione, e la determinazione è negazione («figura non aliud, quam determinatio, et determinatio negatio est»). Include cioè certe caratteristiche e proprietà che ne escludendo necessariamente – automaticamente - altre.
Ma il principio - che poi Hegel ha reso nei termini «omnis determinatio est negatio» - ha valore generale. Vale anche per il processo di costituzione della individuale personalità dell'uomo come per il movimento della storia dell'umanità.
Nel primo libro della sua Wissenschaft der Logik, a proposito proprio dell'«essere determinato», Hegel riprendeva l'affermazione di Spinoza in questi termini: «La determinatezza è la negazione posta come affermativa; è la proposizione di Spinoza: omnis determinatio est negatio» (“Die Bestimmtheit ist die Negation als affirmativ gesetzt, ist der Satz des Spinoza: Omnis determinatio est negatio”). E aggiungeva che tale affermazione era di «un'importanza infinita» (“Dieser Satz ist von unendlicher Wichtigkeit”). Proprio così dice: infinita. Nel senso anche che apre ad infinite possibilità di lettura del reale. Sul piano della realtà, infatti, la negazione non solo scarta, elimina; ma dischiude una specifica possibilità d'essere, una nuova e concreta opportunità di sviluppo. La quale non verrebbe alla luce se non in virtù di quella determinazione-negazione.
E che il senso sia questo lo testimonia un famoso passo della «Prefazione» alla Phänomenologie des Geistes. Parlando della storia del pensiero Hegel introduce l'idea che ogni nuovo sistema nasce, nella sua determinatezza, come negazione-rimozione – come superamento - di un altro. Così ha luogo lo sviluppo. E fa il paragone con una delle regole fondamentali della vita vegetale. Nello sviluppo della pianta - dice - il bocciolo ha una sua determinatezza la cui negazione lascia il posto al fiore. Tale negazione infatti “libera” il fiore dal bocciolo. In altri termini: il bocciolo "deve" essere "negato" per assolvere la sua funzione; e il fiore "deve" abbandonare, rigettare, "rifiutare" il bocciolo per venire all'esistenza.
E così il fiore è la positività, la verità, del bocciolo. E analogamente per il frutto rispetto al fiore, Esso spunta e va a maturazione negando, abbandonando, dismettendo il fiore; e subentra al posto del fiore come sua verità. Ogni forma – conclude Hegel - scompare dunque sotto la spinta dell'altra, ma sono necessarie tutte, l'una all'altra.
L'indicazione hegeliana è interessante. A ben vedere lo stesso meccanismo si verifica nel processo di costituzione dell'identità personale degli uomini. Senza negazione nessuna soggettivazione: nessuna “identificazione”. Occorre continuamente rigettare, gettar via, qualcosa di sé per essere uomini. Lo ricorda bene Jean-Paul Sartre.
Contro le logiche essenzialistiche Sartre sottolinea che ogni individuo umano va costituendo ciò che egli è attraverso determinazioni-negazioni. L'uomo, in quanto coscienza, deve continuamente nullificare se stesso. Il suo esistere consiste proprio nel suo permanente «nullificarsi». E il suo nullificarsi non è altro che dismettere ciò che si è acquisito per proiettarsi oltre. La sua esistenza si compie proprio in questo trascendersi continuo.
In «Action» del 27-12-1944 - Sartre ricorda che l'individuo umano non «è» qualcosa, ma «diviene» sempre; nella sua vita non esplicita un'essenza prefissata, ma la costruisce via via. In tal senso, contrariamente a quanto - egli dice - si è sostenuto finora in filosofia, l'esistenza precede l'essenza.
E in L'Être et le Néant evidenzia che ciascun uomo - ogni «per-sé» - crea i caratteri specifici della sua individualità proprio attraverso il suo libero «scegliere». Certo, la scelta non è assolutamente incondizionata. L'uomo si trova sempre nei confini delineati da una “situazione". Ma pur così condizionato, è l'individuo, e solo lui, che “decide” sul significato della sua condizione. Nella sua concreta esistenza, in ogni momento della sua esistenza, insomma, ogni uomo «sceglie se stesso» con atti di negazione, di rifiuto, di abbandono. Sceglie obiettivi, scopi, valori, in relazione alle circostanze presenti, negando quanto ha già conquistato. E «sceglie» per aprirsi nuovi percorsi, per acquisire una nuova - provvisoria - identità. La negazione, la nullificazione è dunque l'esercizio della sua radicale libertà, è il compimento della sua possibilità di “pro-gettare” la sua esistenza. In sintesi: è la sola condizione per essere al mondo come uomo.
Parole forti che inchiodano l'uomo alla sua responsabilità. Senza l'atto del rifiuto non si vive. E senza produrre scarti, rifiuti, non si va avanti. Né come individui, né come gruppi, né come umanità.
Certo, c'è un intrinseco carattere tragico nel «rifiutare». C'è una naturale dimensione tragica nelle decisioni-negazioni con cui costruiamo la nostra vita. In ogni scelta-negazione si nasconde un ineliminabile rischio di errore che può pure risultare "mortale". Lo sottolineava bene Søren Kierkegaard, specialmente in Aut-Aut. Un pericolo d'intraprendere un percorso sbagliato, di aprire a se stessi un'opportunità inopportuna.
Nel romanzo La solitudine dei numeri primi l'autore Paolo Giordano - a proposito del protagonista Mattia, che sta prendendo ancora una volta una decisione sbagliata, rifiutando per una volta ancora l'amore di Alice - scrive: «Ormai l'aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante». Gli atti “erronei” infatti sono irrevocabili. Come quelli “giusti” del resto. E gli esiti nefasti di certe negazioni-rifiuti sono ineliminabili, proprio come gli oggetti dismessi che assediano Leonia. Vi si può riparare soltanto con una nuova e diversa scelta, con una nuova determinazione-negazione, ma - beninteso - assumendo comunque su se stessi la responsabilità della decisione inopportuna o inadeguata. Quel rifiuto reclama rispetto, proprio in quanto atto che ci appartiene, come momento della nostra vita, come azione attraverso cui abbiamo dato inconfondibile configurazione alla nostra esistenza.
Tutti i rifiuti ci appartengono. Anche gli oggetti che “ri-gettiamo”, che allontaniamo da noi.
Le montagne di rifiuti di cui parla Italo Calvino ci appartengono anche nel senso che, pur quando giacciono abbandonati, nella condizione appunto di realtà «negate», essi pur sempre “dicono” di noi. Perché i rifiuti che produciamo parlano. Del nostro stile di vita, delle nostre abitudini, delle nostre condizioni economiche. Ed anche della natura e delle condizioni delle nostre società.
Del resto gran parte di quel che sappiamo sulle civiltà del passato deriva dallo studio delle «discariche». Lo sottolineava tempo fa Silvana Santo nell'articolo Dimmi cosa butti via e ti dirò chi sei, pubblicato nella rivista ecologica «Villaggio globale», ricordando un documentario del 2003, di produzione spagnola, recante il titolo «El que la brossa ens diu» (titolo in italiano: “Se la spazzatura potesse parlare”). Un cortometraggio di 24 minuti proiettato nella giornata conclusiva della manifestazione Cinemambiente 2006: un festival, a cadenza annuale, dedicato alla filmografia ambientale.
Nel filmato, Rafael Nevado, antropologo catalano, sulla base dell'esame dei rifiuti prodotti dagli abitanti di Barcellona, fa una dichiarazione interessante. Mentre negli anni Settanta raramente si riscontrava nella spazzatura la presenza di plastica, vetro e metalli, in tempi più recenti, invece, si ritrova in grande quantità ogni tipo di materiali d'imballaggio, spesso di materiali non riciclabili. E opportunamente segnala che quei rifiuti parlano anche di disuguaglianze. Nel quartiere di Raval, abitato da persone modeste, la gente – dice - butta via, insieme a pochi oggetti oramai inutilizzabili, soprattutto imballaggi di generi alimentari, specie per bambini. Invece nel distretto di Sarria, abitato da gente benestante, nella spazzatura finiscono frequentemente resti di cibi pregiati e indumenti ancora in ottimo stato, buttati via solo perché non più di moda.
Anche per quel che dicono i rifiuti meritano dunque ogni riguardo. Parlano in modo chiaro e veridico. Silvana Santo ricorda un curioso e ironico ammonimento fatto proprio dall'antropologo Nevado: «Dobbiamo fare attenzione a quello che buttiamo via, la spazzatura svela molti dei nostri segreti».
Ma i rifiuti meritano deferente attenzione non solo perché "parlano". Gli oggetti "negati" – come s'accennava - non sono inservibili in senso assoluto. Bisogna considerarli - tutti - in attesa di nuova vita. Ed una forma di rispetto consiste appunto nel "ri-utilizzarli" per quel che ancora possono offrire di sé. Anche i maleodoranti rifiuti umidi possono esser convertiti in energia. Per non dire di oggetti che solo per pigrizia o per inerzia vengono sbrigativamente considerati inutili e superflui; o solo per colpevole frenesia consumistica vengono destinati all'abbandono come brutti o superflui.
Nello stesso filmato si parla di un giovane artigiano, Oriol Pont, che s'è assunta la missione di salvare dalla discarica gli oggetti riutilizzabili. Li raccoglie per strada, passando al setaccio la città. Come un tempo facevano da noi, a Napoli, i "cartonari" per gl'imballaggi cartacei, o i raccoglitori di rifiuti ferrosi. Raccatta oggetti che farebbero la loro bella figura nei negozi dei rigattieri e talvolta anche degli antiquari. E con questi oggetti abbandonati l'ingegnoso artigiano costruisce originali artefatti, ad esempio burattini meccanici; o allestisce suppellettili per le scenografie teatrali. Un osservatore intelligente peraltro: con un certo acume segnala la "globalizzazione della monnezza". Brutto indizio: si sta perdendo anche la diversità dei rifiuti. E, dal momento che i rifiuti parlano di noi, stiamo lasciando di noi testimonianze di stupida omologazione, di un conformismo dei costumi che non lascia intravedere le nostre identità, i nostri stili di vita, il nostro radicamento nelle culture locali di appartenenza.
Se, come s'è detto, tutti rifiuti meritano rispetto, a maggior ragione lo meritano i cosiddetti «rifiuti umani». Quelli che - dice Bauman - fin dal principio la modernità ha sfornato e ancora oggi continua a sfornare. Si tratta di «enormi quantità di esseri umani di scarto».
Sono anzitutto i «residui» della produzione dell'ordine sociale. Tale produzione esclude dal contesto sociale ogni individuo "diverso", incapace o impossibilitato a trovare un proprio posto e a svolgere un specifico ruolo "utile". Sicché privi di risorse e senza possibilità di rivendicare diritti, sono semplicemente relegati al margine, trattati appunto come scarti da smaltire.
Ma tra i rifiuti umani vanno inclusi anche gli scarti del progresso economico. Quel progresso che impone la dittatura della moderna modalità produttiva, e interdice e di fatto annienta tutti i modi e i mezzi per campare che non corrispondono agli standard vigenti di redditività e alla logica di una produttività in crescita costante. Anche in questo caso scatta l'emarginazione. «Viene a essi negato l'accesso ai mezzi di sussistenza che i nuovi sistemi hanno reso legittimi/obbligatori», proprio quando «i mezzi convenzionali, ormai svalutati, non garantiscono più la sopravvivenza».
Sia i rifiuti dell'ordinamento sociale che i rifiuti del progresso economico - in crescente aumento anche in forza della montante globalizzazione - finora sono stati quasi sempre abbandonati in vere e proprie discariche sociali. Aree in cui la massa delle «eccedenze umane» è stata «trasportata, mantenuta a distanza di sicurezza, trattata e decontaminata, evitando in tal modo il rischio dell'autocombustione e dell'esplosione». Finora, si diceva. Perché già s'avverte da più parti il pericolo d'ingestibilità dello «smaltimento». Già s'intravedono i segni della pericolosa tossicità sociale di queste discariche in fermento.
Fenomeni, questi, simili a quelli che si stanno verificando in altre discariche di rifiuti umani. Quelle che raccolgono - e tolgono dal circuito della vita sociale - immigrati arrivati in forma clandestina e profughi politici. Analogo fermento infatti, si verifica nei centri temporanei d'accoglienza, nei super-ghetti e nei veri e propri lager presenti in ogni parte del mondo, in cui la logica stessa della reclusione predispone le oggettive condizioni d'ingestibilità del fenomeno della clandestinità. Quei centri sono quasi destinati a diventare sempre più incontrollabili a misura che diventano più intense ed impellenti l'esigenza di fuggire dalle aree di endemica povertà e la necessità di sottrarsi ad ogni forma di oppressione e repressione nelle terre d'origine. La rottura dell'equilibrio sociale, prodotta dall'incremento abnorme degli ospiti indesiderati, “autorizza” il paese “ospitante” - spesso per vie di fatto, ma talvolta anche in base ad apposita normativa legale – a pratiche di inflessibile disciplinamento, con ricorso a misure preventive sempre più odiose, e ad azioni repressive sempre più insopportabili. E la crescita dell'insofferenza innesca procedure di "trattamento" tanto rigorose da richiedere, nella zona sommitale dell'escalation, persino la spoliazione d'ogni identità personale e il disconoscimento dei fondamentali diritti umani. A questi “rifiuti speciali”, a cui sono disconosciuti i diritti personali, non può essere sottratto il rispetto dovuto agli esseri umani.
Si diceva di molti tipi di rifiuti. È il caso di ricordare allora anche quelli che singole comunità, etnie, popoli, nazioni hanno lasciato dietro di sé lungo il percorso della loro evoluzione. Come chiamarli? “Rifiuti culturali". Valori, usi, costumi, che in tempi diversi hanno costituito quella che Hegel avrebbe detto la "determinatezza" di un consorzio civile. Pratiche sociali, forme di ritualità religiosa, modelli di comunità familiare, tipi di rapporti interpersonali, ma anche termini lessicali, espressioni idiomatiche, forme sintattiche, inflessioni, e pure atteggiamenti, mimiche, gesti, canti popolari, che hanno ceduto il passo a nuove istanze, "negate" - come avrebbe detto sempre Hegel - per lasciar posto alle nuove, ulteriori e pressanti emergenze. Le quali spuntano dopo più o meno lunga incubazione proprio in quelle realtà culturali poi "dismesse", così come il fiore spunta liberandosi del bocciolo. Tali realtà scomparse sopravvivono in uno stato di latenza, riapparendo talvolta quasi per adombramenti. Perché, sia pure negate, ri-gettate, abbandonate - e comunque inattuali -, costituiscono pur sempre l'ineliminabile retroterra, il background della comune identità attuale.
Anche questi rifiuti reclamano rispetto. Non chiedono un'impossibile ritorno in vita, ma solo una doverosa quanto necessaria considerazione.
Mimmo Grasso, nella post-fazione – intitolata «Opificio»- al suo poema Sebeto, pubblicato nel 2008, parla di uno strano giro fatto, uno strano giorno, per alcune delle zone più antiche e popolari di Napoli. Una passeggiata senza meta per Porta Nolana, Forcella, Piazza Calenda, Piazza Garibaldi, il Vasto. «Ricordo nitidamente - dice - una vecchia che tirava un sacco enorme con dentro chissà quali chissà. Ebbi la percezione che quella persona (mite, sorridente) odorasse di scaglie. Chi era? Partenope invecchiata che trascinava la sua storia? C'era forse vento in quel sacco? Parole? Forse canti? Sogni, più probabilmente - e rancidi. Mentre immaginavo questo, la vecchia cominciò a cantare, con voce fanciulla. Misteri delle sincronie. I posti in cui randagiavo erano quelli dove scorreva e scorre ancora, ineluttabile (o per fortuna), il Sebeto».
Il Sebeto attualmente è un fiumiciattolo quasi totalmente sotterraneo. Nel discorso poetico di Grasso è la giusta metafora del flusso continuo, silenzioso, nascosto, che, ri-portando a noi, oggi, quanto abbiamo abbandonato lungo il percorso, fonda - e garantisce - la essenziale continuità della nostra mobile identità "culturale".
«Ho la lucidissima sensazione - commenta il poeta - che il mondo delle mie conoscenze ruoti in un altro modo, che le mie informazioni, ancestrali, recenti o acquisite o future, esprimono una forza di gravità che attrae le cose posizionandone in modo diverso le relazioni e i rapporti.»
Un'impressione che trova continue conferme. Specialmente sul piano del linguaggio. «Ho ascoltato con attenzione nuovissima la gente nei luoghi pubblici, in autobus, negli angiporti, riconoscendo un qualcosa che era sedimentato in qualche parte del mio cervello come un fiume o un sogno prenatale, orfano, per me, fino a che non ha trovato accoglienza nella mia memoria.»
Ha ragione Mimmo Grasso: «siamo il prodotto di storie anonime». Siamo il prodotto di quei momenti e fatti della nostra storia locale che – abbandonati lungo il cammino - sono ora custoditi come un prezioso tesoro nel sacco della vecchia mite e sorridente. Siamo – per dirla sempre con Hegel – “la verità” di quegli antichi sogni, di quelle antiche esperienze, di quei valori ormai inattuali che affiorano appena, flebili, nella voce fanciulla del suo canto.

Giuseppe Tortora