Incontro Acerra
Presentazione del volume:

Aniello Montano
I testimoni del tempo
Filosofia e vita civile a Napoli tra Settecento e Novecento


Editore: Bibliopolis - Napoli 2010 - pp. 502

Castello Baronale - Acerra - Napoli
Sabato 07 maggio 2011 - ore 18:00




Come è evidenziato già nel sottotitolo del suo volume, Aniello Montano, nei suoi dodici saggi, prende ad oggetto della sua attenzione critica la filosofia e la vita civile napoletana tra Settecento e Ottocento.
Solo napoletana? No. È tutto il Meridione d'Italia che si fa presente attraverso i «testimoni del tempo» individuati da Montano. Testimoni peraltro non tutti napoletani e neppure tutti campani, ma che - vissuti a Napoli, sia pure per periodi limitati della loro esistenza - hanno espresso nella loro vita e nel loro lavoro intellettuale una qualche forma di «appartenenza» all'ambiente culturale locale.
Da Giambattista Vico, Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, come da Francesco De Sanctis e Benedetto Croce, fino a Giuseppe Capograssi, Antonio Aliotta, Michele Federico Sciacca, Napoli fu "sentita", per dirla con le stesse parole di Montano, «quasi come un luogo dello spirito».
Si tratta di pensatori che pur distinguendosi per personali percorsi di pensiero, tuttavia sono accomunati da un impercettibile «minimo comune denominatore teorico». Talvolta fortemente distanti se non decisamente divergenti tra loro , essi condividono la stessa esigenza a sottrarsi dalle tentazioni del mero intellettualismo.
Si tratta di pensatori che - specifica Montano -
  • Rifuggono da una filosofia intesa come frutto esclusivo della riflessione logica ;
  • Rifiutano l'idea che la filosofia possa ridursi ad un sistema fatto di formali deduzioni.
  • Ripugna alla loro intelligenza una teoresi che spieghi la vivente realtà con pure astrazioni concettuali
  • Certo, il panorama dei «testimoni», a rigore, non si chiude con quelli individuati e indicati dall'autore.
    Testimoni del tempo sono anche tanti altri uomini di cultura che, anch'essi anti-intellettualisti, hanno manifestato la loro genialità in campi diversi da quello specificamente speculativo. L'attitudine «accogliente» della città consentiva a tutti gli uomini d'ingegno di svolgere persino una loro parte sulla scena culturale napoletana.
    In particolare la scena della Napoli sette-ottocentesca era molto ampia. Non per nulla attirava l'attenzione e soprattutto l'interesse appassionato degli «intellettuali viaggiatori».
    I quali certo non mettevano limiti alle loro riserve critiche, come nel caso di Samuel Sharp, medico inglese, che nelle sue Lettere da Napoli, evidenziava gli aspetti peggiori della vita quotidiana della Napoli del '700, messa impietosamente a confronto con la sua Londra coeva.
    Ma neppure celavano la loro ammirazione per quei tratti caratterizzanti della civiltà - meridionale in genere e napoletana in specie - che si traduceva non solo in elaborazione speculativa, ma anche in costumi, in comportamenti, in senso della vita.
    E - sia detto per inciso - non è un caso quindi che alcuni uomini di cultura d'altre terre d'Europa abbiano scelto Napoli addirittura come luogo privilegiato per alcune loro gestazioni intellettuali. Tracce di questo interesse sono sparse in pubblicazioni note e meno note. Personaggi interessanti hanno lasciato la loro testimonianza dell'esperienza fatta a Napoli, nella fase più brillante della capitale borbonica.
    E non mi riferisco al noto e citatissimo Viaggio in Italia (Italienische Reise) di Johann Wolfgang Goethe.
    Il quale riserva a Napoli osservazioni che non possono che suscitare il nostro orgoglio.
    Osservazioni acute sul carattere della gente, come quella, sicuramente gradita, in questa sede, che suona: «Tutta la classe popolana è di spirito vivacissimo ed è dotata di un intuito rapido ed esatto: il suo linguaggio deve essere figurato, le sue trovate acute e mordaci». Non per nulla - prosegue Goethe - l'antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli. «E come il suo prediletto Pulcinella continua ancora i giuochi atellani, così il popolo si appassiona anche adesso ai suoi lazzi».
    E lo stesso Goethe che s'entusiasma al cospetto delle antichità archeologiche sparse sul nostro territorio, rimane tuttavia tanto colpito dalle bellezze naturali, soprattutto quelle dell'ambiente marino, che a un certo punto esplode con un solenne: «Siano perdonati coloro che a Napoli escono di senno!»
    Dunque, non mi riferisco a Goethe. E neppure mi riferisco ad Alexandre Dumas padre, autore dei quattro volumi di Il corricolo (Le Corricolo), in cui egli riferisce - nella forma narrativa del racconto - costumi, episodi, eventi e leggende di cui venne a conoscenza o fu osservatore e testimone nella sua permanenza a Napoli agl'inizi dell'Ottocento.
    Ma mi riferisco a personaggi "minori", o comunque meno noti. Come Juan Andrés y Morell, ad esempio. Un religioso, cultore dell'«enciclopedismo» di tradizione ispano-italiana, e pure studioso del pensiero scientifico: fu autore peraltro di Saggio della philosophia del Galileo (1776).
    Ebbene, in quattro lunghe lettere indirizzate al fratello, che viveva a Valencia, Andrès illustrava le bellezze della città che lo ospitò nell'ultimo ventennio del Settecento.
    Era il 1785, dunque. E che cosa racconta, Juan Andrés?
    Certo, parla delle bellezze naturali. Ed anche di quelle urbanistiche. Di strade e vicoli. Ed anche di chiese e palazzi. Ma soprattutto illustra le bellezze dell'«altra» Napoli, quella che colpisce sempre un vero intellettuale. Parla delle antichita' dei Campi Flegrei, di Ercolano, di Pompei e Portici. Parla dei libri e dei manoscritti conservati nelle biblioteche, in quelle pubbliche e in quelle private. E soprattutto riferisce degli incontri con alcuni uomini di cultura partenopei. Dunque, non è tanto la natura, o il folclore, o le raffinatezze mondane, ciò che lo entusiasma, ma proprio gli aspetti di un vivace panorama culturale.
    Analogamente Jacob Jonas Björnståhl. Studioso svedese, laureato in filosofia all'Università di Uppsala, docente di filologia svedese e poi di lingue orientali, attraversò l'Italia dal 1770 al 1773 annotando tutto in lettere redatte in svedese.
    Le lettere che c'interessano raccontano della Napoli del 1771. Per lui la città è «il paradiso d'Europa». Queste lettere sono non solo ricche di dati ma anche e soprattutto di osservazioni e impressioni personali sui più diversi aspetti della realtà napoletana. E dunque non solo sugli aspetti più pittoreschi, ma anche sulla vita sociale e soprattutto sulla vita culturale della città.
    E allora, è proprio "questa" Napoli la scena sulla quale si muovono i «testimoni del tempo» indicati da Aniello Montano. È la Napoli accogliente, culturalmente ricca e preziosa, stimolante non solo per i sensi ma anche per l'intelligenza.
    Ad Aniello, tra i tanti altri, vanno riconosciuti subito alcuni importanti meriti, che vanno ben al di là di quelli guadagnati, ora, con questo libro.
    Mi riferisco anzitutto all'ampiezza del campo d'indagine del suo personale itinerario di studioso. E poi al rigore metodologico impostosi nell'esercizio della ricerca storica; vale a dire: mi riferisco all'osservanza rispettosa di quello specifico statuto disciplinare che individua la "storia della filosofia" e la distingue dalle altre branche del sapere filosofico.
    Una malintesa idea della specializzazione ha portato a credere che si è davvero competenti quando l'area delle indagini è molto limitata, perché - si dice - solo in questo caso la conoscenza può attingere una più accentuata profondità.
    Ecco! Un falso mito, questo.
    Per restare nel campo della storia della filosofia è il caso di ricordare che molti apprendisti stregoni credono di aver scoperto nei "loro" autori, grazie al loro lavoro orgogliosamente ostentato come "superspecializzato", temi, suggestioni e soluzioni che a loro paiono assolutamente originali e che invece, a chi ha una conoscenza abbastanza ampia della storia della ricerca filosofica, appaiono se non ripetizioni, almeno appendici o ri-formulazioni - in linguaggio più moderno - di argomenti già enunciati, se non addirittura già a lungo discussi e argomentati, nel passato più o meno remoto.
    Certi vuoti di conoscenze e competenze, ad esempio nel campo della filosofia antica, rendono addirittura risibili certi entusiasmi, apparentemente ingenui, anche di contemporaneisti ben accreditati.
    Errori può commetterne chiunque. Sviste, interpretazioni inautentiche o precipitazioni di giudizio stanno sempre in agguato nel processo della ricerca umanistica.
    Ma tutto il percorso intellettuale di Aniello Montano, scandito da volumi e saggi in ogni campo, epoca e settore del pensiero filosofico, costituiscono l'accredito remoto anche alla serietà di quest'ultima sua fatica, in cui, appunto, è possibile trovare il sedimentato di analisi, letture, approfondimenti di tutta una vita di studi.
    La sua capacità di muoversi con destrezza nel campo del pensiero antico, in quello dell'età moderna, o in quello della filosofia novecentesca, costituiscono un'alta e solida garanzia di attendibilità per l'argomentazione adottata - ad esempio - nel saggio Il «fascino insidioso» di Spinoza, o in quello che reca il titolo Il comico come deformazione del reale nella critica di Francesco De Sanctis.
    Naturalmente, come sempre in queste circostanze, è impossibile dare un resoconto - non dico approfondito ma anche solo abbastanza ampio - dei temi e dei pregi di questi saggi. Mi dovrò limitare a segnalare solo alcuni aspetti per me più rilevanti.
    Mi sarebbe piaciuto mostrare quanta filosofia antica affiora da questi studi, e segnalare quanto la ricostruzione storico-filosofica di Montano si sia giovata della metodologia storiografica da lui adottata nei suoi precedenti studi di filosofia greco-classica. Una metodologia - è il caso di evidenziarlo - che richiede, oltre che una multicompetenza disciplinare, un estremo rigore intellettuale: soprattutto su certo terreni lacunosi, come quello dei cosiddetti "presocratici".
    Insomma mi sarebbe piaciuto mostrare il lascito che Aniello ha raccolto dal suo maestro, Giuseppe Martano, uno dei due dedicatari ideali del volume.
    Ma il discorso diventerebbe molto tecnico.
    Mi soffermerò invece su alcuni saggi che per motivi diversi hanno catturato la mia attenzione.
    A cominciare da quello in cui Aniello fa una ricostruzione - molto attenta, ricca, rigorosa - della storia delle istituzioni di ricerca scientifica e di attività formativa che hanno visto la luce nel nostro Sud, e in particolare nella città di Napoli.
    Il saggio «Le Accademie private e la libera ricerca a Napoli in età moderna», non è solo una miniera di preziose informazioni. Esso offre il diagramma del livello culturale sviluppatosi nel tempo nelle nostre terre, e costituisce una preziosa rassegna dell'evoluzione - sul piano tematico e su quello metodologico - della libera ricerca.
    Questo saggio
  • È un racconto tale da rendere ragione dell'eccellenza della formazione culturale di tanti personaggi, alcuni più noti altri meno, che in qualche modo hanno lasciato il segno nella storia civile del nostro Meridione.
  • È una testimonianza di come, in ogni tempo, l'apertura intellettuale al nuovo, anzitutto alle sollecitazioni provenienti da ogni parte d'Europa, sia stata sempre considerata, qui, un valore prezioso,
  • È l'attestazione, storicamente fondata, di come, a Napoli, nel campo della ricerca scientifica le istituzioni private, non solo abbiano mantenuto il passo con omologhe istituzioni pubbliche, ma addirittura, talvolta, abbiano lanciato nel circuito culturale idee e temi che hanno anticipato felici sviluppi avuti poi nelle istituzioni scientifiche pubbliche.
  • Molto opportunamente Aniello Montano ha posto ad epigrafe di questo suo lungo saggio un bel passo dell'Autobiografia di Giambattista Vico. Qui il filosofo parla del «bellissimo frutto» che «rendono alle città le luminose accademie» , quelle accademie capaci di infiammare l'animo dei giovani - così aperto alla fiducia e alla speranza -, e capaci di stimolarli «a studiare per la via della lode e della gloria».
    E a sua volta Montano ricorda che, come è «convinzione diffusa e tranquillamente accolta», Napoli, in non pochi momenti della sua lunga storia, ha svolto «un ruolo rilevante, talvolta di avanguardia, nella vita culturale nazionale ed europea», specialmente nel campo della ricerca umanistica. Napoli - aggiunge Montano non senza un mal sottaciuto orgolio - «è comunemente considerata città filosofica per eccellenza: una città in cui il culto e la pratica della filosofia sono stati e sono diffusamente praticati Š nel segno di un'originale e perdurante vocazione di carattere civile.»
    A testimonianza di quest'ultima affermazione - del carattere civile della filosofia - vale la pena citare le parole che Benedetto Croce espresse per esaltare l'importanza e del valore delle Accademie nel Settecento:
    «Nell'età che allora ebbe principio - asserisce Croce - e che durò circa un secolo e mezzo, ovvero nell'età che si disse del rischiaramento o dell'illuminismo, l'Italia fu rischiarata e rischiarò gli altri popoli; e Napoli, in particolare, dove prima e più vivace che in altra parte d'Italia operò il cartesianesimo, produsse libri insigni, che ebbero importanza ed efficacia europea».
    Ed è su questa scorta che Montano - evidenziando l'importanza del magistero esercitato nel Corso del Settecento da intellettuali "napoletani" quali Ferdinando Galiani, Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi - giustamente rileva:
    «A promuovere una svolta vera nella vita economica e culturale del Regno era ancora una volta un gruppo di intellettuali, attivo al di fuori delle istituzioni ufficiali e riunito intorno ad un maestro in una sorta di accademia privata, animata dall'entusiasmo e dal disinteresse della pura passione civile».
    Altro saggio da segnalare è quello che reca il titolo «Benedetto Croce: .. io, lettore amoroso di De Sanctis».
    Delle tesi qui esposte mi piace ricordare l'elogio fatto da Sossio Giametta, uomo di queste terre e studioso, eccellente quanto appassionato, di Benedetto Croce.
    Nel primo capitolo del suo libro «Eterodossie crociane» Giametta dice: «Finora si sapeva di Benedetto Croce che era un neoidealista e che aveva, come suoi numi tutelari, Hegel, Vico e De Sanctis. Ma a guardar bene le cose, come fa Aniello Montano, viene fuori che i tre maestri di Croce erano in realtà uno solo: Francesco De Sanctis». È De Sanctis il pilastro su cui poggia la costruzione crociana. È De Sanctis che ha "passato" a Croce: Vico e Hegel. È De Sanctis che ha suggerito a Croce come andava interpretato Hegel.
    Giametta insomma riconosce a merito di Montano l'aver indicato che l'insofferenza di Croce verso Hegel aveva l'unico ispiratore in De Sanctis. Quel De Sanctis che, in una Lettera a Camillo De Meis, era esploso in una singolare quanto significativa esclamazione:
    «Sono stanco dell'assoluto, dell'ontologia e dell'a priori.
    Hegel mi ha fatto un gran bene, ma insieme un gran male. Mi ha seccato l'anima.».
    E infatti Montano segnala
  • che Croce ha accolto il pensiero di Hegel proprio quando su Hegel cadevano «le critiche dirompenti» del suo maestro De Sanctis.
  • e che l'amorevole lettura crociana dei testi desanctisiani ha aiutato lo stesso Croce a emanciparsi dalla «servitù» all'hegelismo e a sviluppare quella che poi Croce indica come la «eversione dell'hegelismo».

  • Il terzo saggio che mi piace qui ricordare è: «Croce lettore di Giordano Bruno».
    Alla conclusione di questo suo scritto- dopo aver ricordato che, delle pagine dedicate da Croce a Bruno le più numerose sono quelle scritte nel 1907 e nel 1908, in occasione della pubblicazione dei due volumi delle Opere italiane curati da Giovanni Gentile» - l'autore segnala:
    «In tutti gli scritti di Croce, Bruno sembra chiamato in causa e utilizzato quasi sempre
    in funzione polemica contro avversari diretti di Croce stesso».
    A lui sembra di poter concludere dunque che Croce:
  • che consideri Bruno soprattutto come uomo «di carattere» e «martire»
  • che lo elogi come filosofo per aver rivendicato l'autonomia del sapere filosofico da tutti gli altri saperi
  • che consideri Giordano Bruno - insieme a Vico e a pochi altri - come la voce capace di mantenere viva la lezione civile e politica del Rinascimento italiano ;
  • che del Nolano abbia letto sistematicamente i testi solo nell'occasione della pubblicazione delle opere italiane da parte di Gentile.
  • e che dalla lettura di quei testi abbia apprezzato fondamentalmente quanto egli stesso, Croce, pensava potesse servirgli per confermare e sostenere alcune sue posizioni teoriche, o per sollecitare ricerche erudite e qualche «filosofica polemica».
  • Ma si tratta di una sintesi molto riduttiva. Il saggio di Montano ha ben altro respiro.
    Montano mette ben in luce che, anche a proposito dell'interpretazione crociana del pensiero del Nolano, è ancora in gioco il rapporto Croce - De Sanctis. Insomma, anche nello studio del pensiero di Giordano Bruno, il Croce ebbe a sua guida De Sanctis. Croce infatti accoglie proprio da De Sanctis l'idea che Giordano Bruno, come Giambattista Vico, «rappresenta l'avvio di un nuovo corso nella storia della cultura».
    E infatti Croce dice di Bruno e Vico che sono «menti sublimi, liberissimi spiriti», e sono veri innovatori sul piano civile e politico. Sicché per Croce anche il filosofo nolano va annoverato nel piccolo gruppo dei «pochi e sparsi e smarriti apostoli dell'avvenire».
    Croce è esplicito. Bruno non solo è il pensatore che segna «una cesura netta tra filosofia medievale e filosofia rinascimentale», ma [così come Tommaso Campanella], incarna la figura
  • la figura dell'«individuo morale»,
  • la figura del pensatore la cui filosofia fa tutt'uno con la propria esistenza
  • la figura dell'eroe capace di difendere anche a costo della vita quelle sue idee che egli stesso vedeva come anticipatrici di un'epoca nuova, di una civiltà diversa, dagli orizzonti più vasti.
  • Addirittura Croce aggiunge: Giordano Bruno
  • fu «testimone e attore di un'esigenza dello spirito universale»
  • e fu interprete di un bisogno diffuso di un salto verso il futuro.
  • fu insomma «anticipatore e fonte generativa delle future conquiste della modernità»,
  • e fu tutto questo con quella sua filosofia sempre in stato di fermentazione, sempre tesa spasmodicamente a cogliere l'unità del tutto nella distinzione.
  • Lo fu con quella sua filosofia che aveva colto subito la necessità di una netta distinzione tra sapere speculativo e sapere tecnico-scientifico, e tra ambito filosofico e ambito religioso.
    Un pensatore di peso, dunque.
  • Non a caso Montano mette in rilievo una famosa idea di Croce. Il quale ebbe a dire: a differenza di quella tedesca e di quella francese, la nostra letteratura ha pochi libri filosofici; tuttavia i nostri libri filosofici, pur non essendo molti, sono tuttavia grandi; e tra questi libri - ricchi di "pensiero speculativo" - brillano di viva luce i Dialoghi di Bruno e la Scienza Nuova di Vico. I Dialoghi di Bruno, è vero, non sono stati mai molto ben considerati, in Italia, ma ciò è dovuto alla loro forma bizzarra, ossia a una forma espositiva caratterizzata da «le virtù e i vizi della barbarie»;
    Ma quella scrittura, che risultò ostica anche al Carducci, piena com'era di napolitanismi e di spagnolismi, per Croce riusciva, con le sue espressioni dense e calde , ad «esprimere il rapimento e l'esaltazione eroica del pensiero».
    Sicché Montano, a sua volta apprezzato studioso del pensiero del Nolano, parlando di come Bruno intendesse le "altre" filosofie, dice: l'approccio di Bruno alla verità, intesa come comprensione intellettuale del reale, è di grande modernità.
  • Non solo Bruno non la ritiene una mera costruzione logica, realizzata da una razionalità pura e assoluta, cioè dallo spirito umano preliminarmente e necessariamente purificato da tutte le passioni, emozioni e immaginazioni
  • ma la considera sempre in fieri; o meglio la considera frutto del confronto e dell'integrazione graduale e permanente di innumeri visioni di singole viventi individualità coscienti e ragionanti; la considera come esito dell'interazione tra attivi punti di osservazione di interpretazione e di rappresentazione critica del reale.
    Insomma, per Bruno, la filosofia è
  • è razionalità alimentata dal sentimento, resa fervida dalla passione
  • è sforzo euristico che si giova dell'attività necessaria dell'immaginazione
  • è punto di raccolta di quanto la tradizione speculativa ha serbato vivo
  • è agglutinazione di fermenti il cui sviluppo e affidato alle menti del futuro.
  • Per concludere vorrei riprendere l'accennto fatto ai tanti meriti da riconoscere ad Aniello Montano. Vorrei soffermarmi ancora un po' sul suo rigore nell'adozione della metodologia storiografica.
    Spesso una malintesa idea di originalità spinge l'apprendista stregone a forzare un testo al fine di far dire, all'autore esaminato, quel che egli, lo stregone, pensa avrebbe dovuto esprimere o, semplicemente, quel che egli desidera ascoltare dall'autore studiato.
    Talvolta però il testo lo si forza per esigenze ermeneutiche: dunque per far dire all'autore quel che si ritiene coerente con i risultati euristici già acquisiti, o almeno quel che non metta in crisi gli esiti già raggiunti da una ricerca.
    In entrambi I casi si tratta di scorrettezze. È facile trovare le conferme ad una ipotesi ricostruttiva: basta scegliere solo ed esclusivamente quelle che la confermano. Ma, come dice Popper, una ipotesi può dimostrarsi attendibile solo quando resiste ad argomenti e/o a dati di fatto che dovrebbero smentirla. Principio questo già enunciato da Francesco Bacone.
    Ebbene, niente di tutto questo nasconde la ricostruzione fatta da Aniello a proposito della filosofia e della vita civile nella Napoli del Settecento e dell'Ottocento.
    Non solo. Ma, egli ha ricostruito ambienti culturali e percorsi intellettuali non soltanto nel pieno rispetto, anche formale, del materiale a disposizione, ma scovando, in questo materiale, nessi e rapporti che solo un'alta competenza, unita a gusto intellettuale e a prudenza ermeneutica, potevano consentire di comporre in un quadro attendibile, armonico, coerente e interessante.