Presentazione del volume
Taranterra, Poema di Mimmo Grasso
Editore: ilfilodipartenope
Giuseppe Tortora
L'ultima Taranterra.
Chiedo: "Dov'è Lucas?"
Dice: "È qui, all'ospedale. È ferito."
Dico: "Voglio vederlo".
Dice: "E privo di conoscenza".
- Cosa vuol dire?
- Per il momento non può parlare.
- E morto?
- No, ma si deve riposare.
- E mia madre?
- Tua madre sta bene. Ma non puoi vedere neanche lei.
- Perché? Anche lei è ferita?
- No, dorme.
- E mio padre, dorme anche lui?
- Sì, dorme anche lui.
Mi accarezza i capelli.
Chiedo: "Perché loro dormono tutti, e io no?"
Dice: "E così. Sono cose che certe volte succedono. Tutta una famiglia si mette a dormire e quello che non dorme rimane solo".
Dico: "Non voglio restare solo. Voglio dormire anch'io, come Lucas, come Mamma, come Papà."
Dice: "Qualcuno deve restare sveglio per aspettarli e per occuparsi di loro quando torneranno, quando si sveglieranno."
- Allora si sveglieranno?
- Alcuni di loro sí. Almeno bisogna sperarlo.
Proprio di questo brano — del bel romanzo di Agota Kristof: La trilogia della città di K — mi sono ricordato quando mi son chiesto che cosa davvero ha compiuto Mimmo Grasso con Taranterra.
Ecco, Mimmo è il bambino ch'è restato ... E che è restato sveglio.
Sveglio ad aspettare il risveglio di volti scomparsi. Sveglio per dar voce alle loro voci. Sveglio per rendere loro possibile — con la sua propria voce — una nuova presenza.
La poesia può compiere la magia di risvegliare. La magia di portare al presente chi, al suo tempo, ha contribuito a dare un senso anche alla nostra attuale esistenza. Nella voce del poeta i trapassati, prossimi e remoti, ritornano a rendere testimonianza — ora — di quel che — allora — hanno sentito, vissuto, creduto; hanno pensato, detto, scritto.
E ritornano. Ad ammonire e a consigliare. A contestare e a consolare.
Il poeta, quasi succubo, ne è il tramite fedele:
compulsivo ritorna chi mi pensa
mi suggerisce ciò che voglio dire
Allo sguardo contemplante del poeta non c'è differenza tra reale e virtuale. Né c'è differenza tra vero e verosimile.
La fantasia poetica è il luogo dove
figure salgono in congedo
e il reale mi ostenta la presenza
del suo esser presente
cosí vero da essere verosimile.
Niente dunque è piú reale del virtuale. Perché solo quel che prende forma nella fantasia folle del poeta dice — di ciò che appare — la verità.
Niente di piú vero del verosimile. Perché è il verosimile ciò che rivela la vera verità delle cose.
Comunemente
noi ci teniamo a bada,
alla giusta distanza di sicurezza,
attenti a equilibrare verità e reale,
distinguere, scordare, suturare,
inoculare il vuoto nel passato,
fargli l'anestesia e, liberato,
ci liberi.
Ma dobbiamo gettar via i «paramenti logici» con cui, quasi sacerdoti, benediciamo «l'anello che congiunge il vero e la realtà».
il vero si misura con menzogna,
la realtà col possibile;
sono io che divido.
E allora — si chiede il protagonista e con lui l'autore del poema — tra vero e verosimile, chi sono io?
Qual è il mio io? Forse quello quotidianamente "reale"?
Oppure quello che vien fuori dall'altro modo di vedere le cose?
Domande che chiedono perentoriamente una risposta inequivoca.
In una sorta di dimensione onirica, Mimmo poeta — sull'onda di Mokarta, una canzone ispirata alla lirica popolare siciliana del Settecento — convoca per una risposta «la bella figliola che si chiama rosa». Una giovane vecchia. Una rosa con i capelli bianchi: «e non per la farina». E con Rosa, tutto un coro di facce e voci antiche e meno antiche.
Sotto la pressione interiore di queste voci, che si affacciano alla sua coscienza, alla sua sensibilità, chiedendo una nuova esistenza, la stessa voce del poeta si spande. Si fa
smeriglio
e canto dolce amarantato
dentro le cartilagini del suono.
Nella parola poetica, con cui Mimmo cerca anzittutto di far chiarezza in se stesso, trovano una nuova epifania anche tutte le maggiori espressioni della storia culturale dell'Occidente europeo. Ma soprattutto tornano in vita i versi antichi di Jean de Sponde: un umanista calvinista che — in Stances de la mort — espresse sincero spirito penitenziale e insieme insopprimibile ebrezza sensuale.
In quei versi si celebra — insieme — l'al di là e l'al di qua. Dolorosamente si punta il dito al "nulla" nell'essere dell'uomo. Si denuncia la rottura — in un micidiale, innaturale dualismo — di anima e corpo.
E quei versi, nella parola di Mimmo che li evoca, diventano «acqua».
Acqua che «senz'acqua è piú acqua». Un'acqua che avanza, si spande. E incalza.
Ed anche in questo caso, nella contrapposizione — tra spirito e carne, tra vita e morte, tra luce e tenebre, tra tempo ed eternità — l'un termine della dualità è insopprimibilmente connesso all'altro. E volta a volta, dei due, predomina o l'uno o l'altro.
La vita è quella che è. Un sacrificio con qualche intervallo di piacere.
Ed anche la poesia. Il poetare è, in Taranterra, una sorta di rito auto-sacrificale. Lo sa bene l'autore:
unto d'olio e di polvere
sto nel mio sacrificio a denti stretti.
Il poetare è sofferenza da cui talvolta il poeta — come fanno i bambini, e non solo i bambini — tenta di sottrarsi trasferendo ad altro da sé la colpa di ciò ch'egli vive nel proprio animo, e di ciò che si compie nel suo pensiero.
E, proprio come fanno i bambini, ma pure i matti, in questa sofferenza i piedi pestano la terra. La percuotono quasi a scacciare i maligni spiriti sotterranei.
È il momento della possessione. Una forza estranea s'appropria del tuo corpo, si lega alla tua anima e la tortura. Sotto l'incontenibile forza dello spirito possidente, l'invasato esercita ed esibisce una inaspettata forza fisica: molto superiore al normale; e parla una lingua diversa, apparentemente incomprensibile.
Le sue parole rompono ogni condiviso riferimento semantico. L'eloquio, gridato, s'astiene sdegnosamente da ogni codificazione sintattica.
E — insieme ad una beffarda avversione al sacro in quanto "sacro" — lo spirito posseduto manifesta talvolta un'imprevedibile capacità predittiva. E, attraverso ciò che egli dice, le cose appaiono diverse da come normalmente le percepiamo, ovvero rivelano aspetti di sé a cui mai e poi mai saremmo giunti.
Come fa, appunto, la parola poetica. Come accade al poeta nella possessione lirica.
Esprimendo, nel movimento, un pensiero suo e non suo insieme, il corpo dell'invasato danza una danza dionisiaca. Una danza oscena e sacra allo stesso tempo.
Celebra la rottura e il bisogno dell'unione di carne e spirito. Esalta come divina la naturale forza vitale. Magnifica la verità dell'istinto e la grandezza creatrice del piacere.
E cosí il poeta. Sotto la signoria di forze oscure e occulte, e mosso dalle voci degli spiriti evocati, dice appunto parole sue e non sue, pensieri propri ed altrui, per denunciare, a viva voce, quella perniciosa e aborrita scissione tra la carne e lo spirito, tra l'al di qua e l'al di là, tra il temporale e l'eterno: tra l'umano e il divino.
Mimmo Grasso enuncia, denuncia, e ammonisce:
noi
se pensiamo l'aldilà lontano
usiamo un cannocchiale rovesciato
perché abbiamo paura
che il raggiunto
ci raggiunga
E comunque nella fatica del suo lavoro, Mimmo, poeta e protagonista del suo poema, pressato dall'inquietante quesito: "chi sono io?"
alita la sua calce sopra il bassorilievo
dove — egli — emerge ed affonda
e affonda e emerge.
E quel suo portare allo scoperto il «sacro rapporto tra le cose», in fondo, è «atto compiuto con la firma falsa».
Perché sia chiaro: sotto l'azione del suo «demone glossolalico» — proprio cosí dice Mimmo —
di me non mi ricordo
e non è mia
la forza che trascina
delfini nel linguaggio.
Il suo "spirito possidente" — nascosto sovrano assoluto —
resta zitto settanta volte sette,
fa inceppare la biro e, sorridendo,
sotto il foglio bianchissimo mi mostra
la carta copiativa col già scritto
dove io sono l'incognita e il setaccio.
E allora ritorna, ancora una volta, l'ineludibile domanda radicale: «Specchio specchio delle mie trame»: chi sono io? E «chi mai sono stato?»
Anche il suo "sé" è — insieme — reale e possibile. Ed anche vero e bugiardo.
Quel "sé" il poeta lo conserva nella sua tasca: su un pezzetto di specchio.
Là, in quel frammento, lui, il «fanciullo barbuto», si colse un giorno — occhi negli occhi — "quell'adulto che non sarei mai stato".
Aveva ragione Empedocle: «fui fanciullo e fanciulla, e terra, e pesce».
Perché quel sé possa giungere alla consistenza, in fondo, c'è solo una soglia sottile da varcare. Ma si tratta di una soglia insuperabile. Perché — indistinguibile — si sottrae ad ogni tentativo d'individuazione.
forse la soglia non ci sta davanti.
forse è indietro,
è il ricordo,
l'accanto
parallelo alla vita,
ignoti l' uno all'altra
come spazio e recinto,
perimetro e figura.
L'uomo, insomma, è sí: passato e presente. Ma le due cose non riescono a saldarsi insieme. "Ciò che si è stati" non ha naturale continuità con "ciò che siamo" e tanto meno con "ciò che vogliamo essere".
Sicché, al suono di tammorre a sonagliera, e di cimbali piangenti, il canto di Mimmo poeta
è fronna di limone amaramara,
è ritmo zoppo, sisco di richiamo,
un battito di mani, una caduta,
o forse un evo intero di cascate senz'acqua.
Un fischio, un battito di mani
per distrarre il mio dio che ora s'accorge
ch'è onnipotente e può dunque annullarsi.
Ma consapevole del suo destino, lui, il poeta, — «bastone spezzato dentro l'acqua» — di questo è certo:
volli essere la chiave delle porte
che aprirono altri uomini. mi resta
solo il chiuderle
Strano destino, quello dell'uomo. Ognuno vuol essere se stesso. E questo desiderio è originario. E indelebile.
Per questo bisogno — come alle origini — finiamo col cadere in un nero profondo precipizio.
Ci condanniamo con le nostre stesse mani. Alla solitudine. Al rimorso. E persino al suicidio.
il simile lo odiamo, è l'esecrato
che ci sottrae l'unicità.
lui, lo vogliamo morto, con lo zigomo rotto
per poter sopravvivere a noi stessi
(ti ho odiato, abele. azzoppato dall'ira
dispari, laterale, strinsi il pugno
e serrai le mascelle sul rimorso.
si frantumava il cranio. svenni. all'alba
il tuo corpo non c'era. la mia testa
doleva dondolando come l'ombra
del bue in ginocchio. misi la mia mano
tra i capelli rossicci a cancellare
un brutto sogno. vedo le mie dita:
hanno sangue aggrumito — fui suicida?).
Nella sua dolorante solitudine matura — nel poeta — l'idea di una restituzione blasfema di un dono non gradito. Di un dono che però la nostra tradizione ha sancito "divino".
che ho scritto?
"il dolore è un dono". questo dio
è tanto generoso da regalarmi il suo?
lo voglio ricambiare con il mio,
restituirgli il suo "sono-chi-sono"
che mi conferma come suo "non-sono"
Matura l'idea di una restituzione a Dio di tutte le forme del male e del dolore che l'uomo ha sofferto:
il roveto che brucia la mia carne,
il grido di cassandra "sto morendo"
il nulla che vide ettore chiedendo un'altra lancia,
il mite sole di frate tommaso
il catenaccio chiuso sulla lingua a giordano
Ma sí:
gli dono il non ascolto, inganno e tradimento,
polvere dentro gli occhi lanciataci da un sogno
Nessuna alternativa allora? Gli altri? L'amore?
Ma no: l'amore non è "la" soluzione.
l'amore è il resto dato dopo il prezzo
pagato per averlo, spossessarsi,
frattura nelle costole dell'uomo
solo. enigma
di "uno piú uno" e il "voler essere uno".
L'amore soffre di una insopportabile impotenza proprio quando si fa piú forte l'amarezza della solitudine. Non è in grado d'offrire alcuna alternativa. Anzi! Non solo non apre prospettive ma addirittura lacera nel desiderio. Accogliendo l'eco e l'umore di una famosa canzone napoletana, Mimmo non può che lamentare il tranello teso anche dal solo sguardo della persona amata.
occhi che "ragionate e non mi dite",
o "mi dite si e no", ed incendiate
incendiate l'attesa nell'amato
Insomma non c'è forza capace d'infrangere l'irriducibile alterità reciproca tra gli uomini. Neppure la "forza" dell'amore:
parlo e tu non ascolti,
giri nel dio dei cerchi
le parole imbarcano acqua,
cantano nel naufragio
Ecco: il naufragio. L'esistenza che va al suo compimento come naufragio.
Siamo quasi alla fine del poema. E ci troviamo ad un inatteso punto di svolta. Perché proprio nel finale ci viene offerta la chiave interpretativa di tutto.
Torniamo per un attimo al dialogo iniziale. Il bambino che fa domande è Claus. Apparentemente è un sopravvissuto al fratello, alla madre, al padre. Ma supponiamo che, nell'immaginazione dell'autore del romanzo, anche Claus sia — come si dice — nel mondo dei piú: proprio come suo fratello, sua madre e suo padre. E supponiamo ancora che il dialogo sia ciò che Claus pensa proprio in quel fatale momento in cui — dal suo corpo ormai senza vita — si sta staccando l'anima. La quale, conservando ancora, e forse solo per un attimo, la sua capacità di pensare, fa — come dire? — il punto sulle sue persone care. E ancora: poniamo il caso che quella di Claus sia la voce stessa dell'autore del romanzo. Claus — morto — sarebbe dunque Agota Kristof che s'immagina morto, e che, da morto, chiede notizie dei suoi cari ormai "perduti".
Ecco Mimmo — autore — fa proprio qualcosa di simile.
Tutto il poema è il condensato delle domande che egli porrebbe a se stesso e delle risposte che egli ricaverebbe, appena la sua esistenza terrena si fosse consumata. Domande e risposte che la circostanza del trapasso in atto esige esser franche e chiare: radicali.
Vista la cosa da altro angolo visuale, potrebbe dirsi che il poema è proprio l'esito di una possessione. L'autore è dunque "posseduto" dal personaggio. Sicché Mimmo poeta è la voce del Mimmo personaggio trapassato.
L'autore — per dirla in altro modo — è sotto la signoria assoluta del personaggio. È uno strumento in suo potere. È l'invasato nelle mani del suo spirito tirannico, che lo tormenta piegandolo a vedere le cose, e la sua stessa vita, in una prospettiva "diversa".
E il suo poema è il drammatico pestare la terra con i piedi proprio delle danze in regime di possessione.
Pertanto, paradossalmente, per il tempo della creazione poetica si verifica quasi una sorta di inversione dei ruoli: il personaggio diventa il vero autore, e l'autore diventa il personaggio. O — ricordando l'arte dei pupi — il poeta è il burattino, e il protagonista del poema è il burattinaio che lo muove.
Allora — tornando all'epilogo del poema — nel drammatico naufragio del personaggio è l'autore stesso che naufraga.
Sicché al Mimmo che — personaggio del suo poema — ... «perde mercurio», al Mimmo di fronte a cui, nel canto poetico, anche la morte sembra voler scappare, lasciandolo solo, nell'ultima sofferenza, a "quel" Mimmo non resta che invocare la «bella figliola coi capelli grigi», affinché preghi per lui, «come nel fiume prega il suo scorrere l'acqua».
E nel naufragio annega.
nessun rumore.
m'abbandono.
lascio
che la polvere copra ciò che sono,
che lo scirocco avanzi nell'ormai,
tra attimo ed istante.
E l'angelo carbonaio sistema infine ciò che resta, compiendo, intorno al corpo senza vita, quei suoi gesti quasi rituali. Quei gesti che avviano il defunto al totale annullamento. Al nulla senza fine.
aggiusta le mie bende,
ammucchia il nulla agli angoli,
chiude i medicamenti.
con la garza
cancella la mia immagine.
Museo Archeologico Nazionale
Piazza Museo, 19 — Napoli
(Aula didattica e Sala del Toro Farnese)
domenica 19 aprile 2009 — ore 10,30
Taranterra
di Mimmo Grasso
Ed. ilfilodipartenope
Interventi di:
Katia Ballacchino (antropologa),
Marcello Colasurdo (cantatore),
Roberto Melini (archeologo della musica),
Antonio Vitolo (psicanalista),
Giuseppe Tortora (filosofo)
Azione coreutica e musicale degli "Echi Flegrei".
Questa iniziativa è contro il "sistema" della camorra