Giuseppe Tortora
Etica e scienza


Liceo "Brunelleschi" di Afragola

Teatro Gelsomino
Via Don Bosco, 17, Afragola
giugno 2009

Il tema in discussione oggi è: etica e scienza.
Potremmo dire che oggi parliamo di bene e verità.
Ed anche - se si vuole - di male e falsità.

Il bene e la verità sono due valori che - insieme alla bellezza - sono stati sempre considerati l'obiettivo supremo della vita cosiddetta "spirituale" dell'uomo.
Dunque dovrebbe essere impossibile immaginare un conflitto tra il "ricercare la verità" e "l'agire bene".
Del resto etica e scienza sono due domini autonomi. Il primo riguarda la conoscenza, il secondo riguarda il comportamento.
E sono anche due momenti che, nell'esistenza d'un uomo, possono coesistere senza problemi. In qualche modo anzi, nella vita quotidiana, si implicano l'uno nell'altro. Vale a dire: chi ama e cerca la verità mira anche ad agire bene; e chi adotta una buona condotta, non può accettare a fondamento della sua azione la falsità.

E allora, dov'è il problema?
Il vero problema nasce quando si equivoca su che cosa debba intendersi per etica e per scienza. E sono proprio questi equivoci che generano o favoriscono le reciproche interferenze .

Etica e scienza hanno entrambe un'unica radice: la ragione. Immanuel Kant è stato esemplare nell'impostare questa questione.
Dato questo come punto di partenza, sia la scienza che l'etica devono essere assolutamente autonome.
Dalla politica, dalla religione, dalla società, ma anche dai sentimenti. E naturalmente
Che cosa ne deriva?
Quanto all'etica ne deriva una cosa importante.
Che cosa sia il bene e come bisogna comportarsi per agire "bene" deve dircelo solo la nostra ragione pratica, quella che ci fa "uomini". Solo la ragione è il denominatore comune di tutti gli uomini, indipendentemente dagli elementi che ci distinguono: come razza, religione, sesso, età, cittadinanza, orientamento politico, ecc. Solo la ragione ci assicura che quel che è bene secondo me, è ritenuto bene da tutti gli uomini. Dunque, quali sono i caratteri che contraddistinguono una buona scelta, e qual è il comportamento eticamente corretto non deve dircelo né lo Stato, né la Chiesa, né il partito. E neppure le tradizioni della nostra comunità civile, o i costumi della nostra famiglia.
Tutte queste istituzioni possono darci delle indicazioni, certo: ma se noi accettiamo le loro indicazioni in modo passivo, [cioè solo per ragioni di appartenenza, e dunque senza filtrarle attraverso la nostra ragione,] allora, secondo Kant, noi adottiamo un'etica "di parte". Cioè un'etica eteronoma: non autonoma. Facciamo scelte che non ci rendono simili ai nostri simili, ma ci allontanano dagli altri uomini.

Ci chiedevamo poco fa: dov'è il problema?
Ora grazie a Kant sappiamo che il problema è proprio qui.
  1. ci sono varie etiche di parte
  2. ognuna pretende di essere l'unica etica possibile
  3. e ognuna vuole dirci
Ossia, ognuna ci indica pure dove sta la verità; e ci prescrive persino come dobbiamo fare per trovarla.
Ognuna insomma detta leggi non solo sul contenuto ma anche sul metodo della scienza.

Questione vecchia, qui, in Europa.
La nostra tradizione cristiana ha indotto la Chiesa cattolica a riservare a sé il ruolo esclusivo di dire "che cosa" è il bene per l'uomo.
Ma la stessa Chiesa talvolta si è pure arrogato il diritto di dire il che cosa, il come e il perché della scienza. Cioè ha imposto alle coscienze la sua pretesa di dire
  1. "come" si deve fare scienza,
  2. "che cosa" può e che cosa non può essere oggetto della ricerca scientifica,
  3. e a quale fine e a quali obiettivi dev'essere orientata la ricerca.
Con conseguenze importanti sia nel campo dell'etica sia in quello della scienza.
Cioè essa ha detto due cose:
  1. l'etica è unica ed è quella cattolica
  2. l'etica dunque non ha origine nella nostra ragione
  3. la scienza non può e non deve avere alcuna autonomia nella ricerca della verità.

Ne fece le spese, come si sa, già Galileo Galilei, il padre della scienza moderna.
Eppure Galilei, uomo di fede, non aveva detto nulla di così sconvolgente. Anzi!



Nella «Lettera a Benedetto Castelli», Galilei cosi argomenta:
  1. Bibbia e Natura
  2. Tale Sapienza si esprime:
  3. Ne discende che
  4. Laddove si ravvisi un contrasto, esso è solo apparente.
    Lo si vede con chiarezza considerando il diverso fine cui la Scrittura e la Natura sono destinate.
    Infatti
  5. Le ragioni dell'apparente contrasto risiedono nel linguaggi
  6. Dunque

Galilei dice testualmente:
Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe essere riservata all'ultimo luogo:
perché
[*] procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio; [*] ed essendo, di piú, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'Universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; [*] ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli;


pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludano, non debba in conto alcuno essere revocato in dubbio per luoghi della Scrittura che avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi cosí severi com'ogni effetto di natura..
.

Stante questo, ed essendo di piú manifesto che due verità non possono mai contrariarsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avessero resi certi e sicuri ...

Io credei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuadere a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo.

Ma che quel medesimo Dio, che ci ha dotato di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura.
(Opere, V, pp. 282-85, passim)

Nella «Lettera alla Granduchessa Cristina di Lorena» poi Galilei asserisce che
  • contro una dottrina scientifica è inutile addurre passi della Bibbia.
  • una teoria scientifica può esser mostrata falsa solo adducendo argomenti scientifici, ovvero portando "prove contrarie" di assoluto rigore e razionalmente inattaccabili.

    E addirittura, nel «Dialogo sui massimi sistemi» Galilei dice una cosa bellissima per un cristiano:

    A suo tempo la Chiesa sosteneva che la mente umana sarebbe incapace di capire veramente lo svolgimento dei processi naturali.
    Ma Galilei replica:
  • 1. Certo,
  • 2. Tuttavia - aggiunge lo scienziato -
    Galilei asserisce testualmente:

    Convien ricorrere ad una distinzione filosofica,
    dicendo che l'intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive;

    e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intellegibili, che sono infiniti, l'intendere umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all'infinito è come zero;

    ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che




    Allora, nella contesa tra Galilei e la Chiesa, chi ha vinto?
    Già prima della condanna dello scienziato, a molti intellettuali del tempo l'atteggiamento ostile della Chiesa appariva incomprensibile. E la sua pretesa appariva sconcertante e inaccettabile.

    Così fu pure per Frate Tommaso Campanella.

    In giro si discuteva molto sulla dottrina copernicana asserita da Galilei e sulla sua supposta incompatibilità con la Sacra Scrittura.
    Nel 1616, Campanella, abbastanza tempestivamente rispetto all'evoluzione del caso Galilei, scrive l' Apologia pro Galilaeo. Una vera e propria difesa dello scienziato pisano.
    Campanella intende «provare teologicamente che il modo di filosofare di Galilei è più conforme alla divina Scrittura che non lo contrario, o almeno assai più che non l'aristotelico».

    Campanella non accetta la teoria copernicana. Dunque non condivide la posizione di Galilei in ambito astronomico.
    Ma vorrebbe capirne di più.
    E comunque è scandalizzato da come la "sua" Chiesa sta trattando Galilei. E quindi - indignato - esprime con chiarezza la sua denuncia: i detrattori del mathematicus florentinus, [con le loro argomentazioni tratte da interpretazioni bibliche,] in effetti tentano di impedire la vera ricerca scientifica intorno alla natura.

    La difesa di Galilei si articola intorno a quattro tesi.
    1. «Né Mosè, né il signore Gesù ci hanno manifestato la fisica e l'astronomia, ma Dio ha abbandonato il mondo all'indagine dell'uomo, affinché [attraverso le cose create] intendessimo le cose invisibili. Mosè e Gesù ci hanno invece insegnato la vita beata e i dogmi soprannaturali, cui non bastava il lume naturale».
    2. «Chi vieta ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze, vieta loro di essere cristiani» e «la sola religione cristiana, appunto perché non teme di essere scoperta come falsa, raccomanda ai suoi seguaci lo studio di tutte le scienze».
    3. «Chi, [abusando dell'autorità della fede cristiana], impugna i filosofi che dimostrano le loro tesi con ragioni ed esperimenti ... costui danneggia se stesso, nuoce alla fede e si attira il ridicolo».
    4. «[Se i teologi stessi abbracciano dottrine altrettanto o anche più contrarie, secondo l'apparenza, al testo della Bibbia,] non si deve condannare / o rimuovere da ulteriori speculazioni/ lo studioso che, [con animo desideroso non di impugnar la fede ma di scoprire il vero,] va indagando se le dottrine riconosciute corrispondano alla verità».
    Per Campanella, insomma,
    1. Dio ha dato all'uomo sensi e anima razionale; e l'uomo, attenendosi alla sua sensibilità e rispettando la sua ragione, rispetta Dio e onora la religione cristiana.
    2. Non si può addurre la Bibbia contro la ricerca naturalistica: la Bibbia non detta verità scientifiche, ma indica le verità necessarie alla salvezza. Del resto «la verità non può contraddire alla verità» e quindi «il libro della sapienza di "Dio creante" non discorda dal libro della sapienza di "Dio rivelante"»; pertanto «coloro [che pretendono vietare dal cristianesimo le scienze e le speculazioni e indagini naturali ed astronomiche] / o hanno un erroneo concetto del cristianesimo / o danno agli altri motivo di sospettare di esso».
    3. Il cristianesimo, come scrigno della verità, non solo non può e non deve temere la ricerca scientifica, ma, anzi, può addirittura trovare in essa opportune conferme. «Quelli [...] che ci legano alle parole di certi filosofi»/ e «sforzano il senso della Bibbia per adattarlo ad esse, [invece di attingerlo alla natura che è il libro di Dio», ] ebbene «costoro non sono veramente cristiani».
    4. E poi, perché contestare Galilei? «Se la teoria di Galilei si scoprirà falsa, non durerà»; peraltro «la sua falsità non pregiudicherà affatto la teologia»; ma se risulterà vera, saranno guai; «i teologi suoi oppositori procacceranno irrisione alla fede romana da parte degli eretici», i quali [in Germania come in Francia, /in Inghilterra come in Polonia, in Danimarca, in Svezia,] «hanno adottato con entusiasmo il telescopio e questa astronomia».



    Ci chiedevamo poco fa:
    Allora, nella contesa tra Galilei e la Chiesa, chi ha vinto?
    Ora la risposta è chiara.
    La Chiesa, con la condanna dello scienziato, ha vinto la battaglia. Ma Galilei ha vinto la guerra.

    Questo assurdo contrasto - tra Chiesa e mondo scientifico - paradossalmente si ripropone ancora oggi.
    Cambiano i personaggi. E cambiano pure gli oggetti della contesa. Ora non è più la concezione fisico-astronomico-cosmologica.
    La Chiesa non si scandalizza che l'uomo faccia viaggi interplanetari. Ma
    Sicché il problema dei rapporti tra etica e scienza si è riproposto, oggi, nei casi drammatici di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro.
    E spiace dover constatare che un caso molto doloroso - come quello di Eluana Englaro - sia divenuto l'occasione per una ingiustificabile guerra di religione in un clima di passioni portate all'esasperazione con incredibili conflitti ideologici.
    Il caso è abbastanza chiaro. E qui l'etica - ossia l'etica cattolica - apre un conflitto con la scienza.
    Perché il problema - a mio modo di vedere le cose - è questo:
  • che valore si deve riconoscere alla "libertà dell'uomo"
  • e come devono essere configurati i rapporti tra legge e "libertà del cittadino".
    Detto in termini tecnici, la questione deve essere affrontata
    E su queste due linee procederò in quest'intervento. E lo farò facendo ricorso a due pensatori della grande tradizione filosofica occidentale.


    Mi piace iniziare col ricordare quanto ha detto Pico della Mirandola, un brillante umanista vissuto nella seconda metà del Cinquecento a Firenze, la culla della cultura "moderna".
    Pico è il filosofo che ha nutrito un ideale abbastanza anomalo nel contesto del clima di conflitto che vedeva contrapposte la Chiesa cattolica e il movimento luterano e che sfociò nel Concilio di Trento.
    Il progetto di questo fine pensatore, giudicato "intelligentissimo" dai suoi stessi contemporanei, era infatti di giungere ad una universale concordia tra le religioni.

    Ebbene, nella sua Oratio de dignitate hominis, Pico radica la grandezza dell'uomo nella sua origine "divina".
    Egli immagina che Dio, nel corso della creazione, dopo aver portato all'esistenza tutte le cose - animate e inanimate - «secondo le leggi di un'arcana sapienza», pensò che era un peccato che non ci fosse un'intelligenza in grado di contemplare il suo operato. «L'artefice - dice Pico - desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò di produrre l'uomo».
    Ormai però ogni cosa creata aveva una sua natura. O ogni cosa aveva le sue specifiche proprietà. E ogni cosa occupava un suo proprio posto. E non c'erano più archetipi disponibili.
    Come farlo, allora, quest'uomo? «L'ottimo artefice - dice Pico - stabilì che all'uomo fosse dato tutto ciò che egli aveva assegnato singolarmente agli altri esseri». O meglio: «creò l'uomo come opera di natura indefinita». Un essere che non era rinchiuso nei limiti di una propria specifica natura, ma poteva diventare tutte le cose. E lo pose «nel cuore del mondo».
    E appena creatolo - continua Pico - così gli parlò:
    «Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto tu ottenga e conservi secondo il tuo voto e il tuo consiglio.
    La natura limitata degli altri esseri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu - invece - la tua natura te la determinerai da te, costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
    Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso tu - quasi libero e sovrano artefice - ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avresti prescelto.
    Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine ».
    E Pico poi così commenta:
    O suprema liberalità di Dio padre!
    O suprema e mirabile felicità dell'uomo!
    a cui è permesso di ottenere ciò che desidera,
    a cui è concesso di essere ciò che vuole.

    Pico dunque sottolinea che quel che rende "uomo" l'essere umano, è la sua libertà.
    Libertà - come dice Pico - di essere ciò che vuole: angelo o bestia, immortale o mortale.
    Libertà di modellare la sua natura attraverso le sue libere scelte.
    Solo un uomo così fatto può contemplare ed apprezzare la bellezza e la bontà della creazione divina.


    In fondo Pico - relativamente all'uomo - non fa che riprendere alcune significative tematiche della Bibbia.

    Nell'antico Testamento, nel racconto della creazione, la signoria di Dio arriva fino al punto di offrire ai nostri progenitori la possibilità della libertà radicale, quella di scegliere:
    Nella narrazione biblica, Dio costituisce l'uomo come essere "speciale". Lo vuole non come tutti gli altri esseri creati, ma come "essere libero". L'unico, tra gli esseri creati, dotato della possibilità di esercitare la libertà.
    E rispetta sul serio la libertà dell'uomo.
    Infatti coerentemente - e come potrebbe essere altrimenti! - rispetta la possibilità di ogni individuo di scegliere E rispetta questa libertà al punto che, come ci dice il Nuovo Testamento, addirittura non impedisce a Giuda di portare a compimento il suo tradimento.

    Dio sa che - solo in questa e per questa scelta radicale - l'uomo è uomo.
    Se non avesse questa possibilità, sarebbe, sulla scena del mondo, un suo burattino: una marionetta del teatro dei pupi.



    Che significa tutto questo?
    Significa che qualunque potere - Chiesa o Stato - che sottragga all'uomo la libertà di scegliere - lucidamente e deliberatamente - che cosa fare della propria vita

    Analogamente parla Karl Jaspers, un filosofo vissuto nel corso del Novecento, e che non può certamente essere tacciato di "relativismo morale".
    Tra i contemporanei "filosofi dell'esistenza", infatti, Jaspers è quello decisamente più aperto a prospettive di trascendenza religiosa.
    Jaspers mette a punto alcuni concetti importanti proprio sull'onda di queste indicazioni bibliche.
    Egli distingue anzitutto tra libertà e scelta: Le due cose non coincidono necessariamente.

    Jaspers dice testualmente:
    « Scelta » è l'espressione che indica la coscienza - che io ho -
    che - decidendomi (=operando le mie opzioni) - Io
    Decidendomi sperimento (= esercito) la libertà come decisione
    In questa libertà
    Una scelta è quella fra determinazioni oggettive.
    Ma la libertà è la scelta di me stesso.

    Non posso certamente creare una contrapposizione. Cioè non posso scegliere fra essere-me-stesso ed un non-esser-me-stesso, quasi che la libertà fosse uno strumento nelle mie mani.

    Invece: in quanto: scelgo, sono; se non scelgo, non sono. Non esisto.



    Nessuno è così ingenuo da pensare che la libertà - di un individuo che viva in un consorzio civile - possa arrivare fino al punto da produrre deliberatamente un danno al suo simile.
    Qui allora si pone il quesito: Evidentemente non si tratta d'individuare dei casi specifici. Si tratta invece di stabilire dei criteri generali fondamentali sulla base di una riflessione teorica intorno all'organizzazione politica.

    Su queste questioni si è espresso a chiare lettere, già molto tempo fa, John Stuart Mill.
    Uomo impegnato per la riforma politica, economica e sociale dell'Inghilterra dell'Ottocento, dichiaratamente ostile ad ogni forma di socialismo, è considerato a tutt'oggi uno dei fondatori del liberalismo moderno.

    Nel suo saggio "Sulla libertà" egli sviluppa un'ampia riflessione sulle possibilità e i limiti della libertà individuale, ma indica pure con chiarezza quali sono i poteri e i limiti dell'azione coercitiva della legge.
    Per lui si tratta d'individuare «un principio molto semplice», che possa essere assunto a fondamento incondizionato per la regolazione dei rapporti tra la società e il singolo cittadino relativamente alla costrizione e al controllo,
    «Questo principio - dice testualmente Stuart Mill - è il seguente:
    Il solo fine per il quale gli uomini siano autorizzati -
    individualmente o collettivamente -
    ad interferire con la libertà d'azione di uno dei membri della collettività umana, è l'autoprotezione.
    Il solo obiettivo per il quale la forza può - a pieno diritto - essere esercitata su qualunque individuo della comunità civile, contro la sua volontà, è che con ciò sia prevenuto il danno fatto agli altri.

    John Sturat Mill poi prende in considerazione le diverse ipotesi in cui la misura restrittiva o costrittiva viene invocata a fin di bene, cioè con l'obiettivo di promuovere o favorire o tutelare il bene dell'interessato. Ebbene, come si vedrà, egli rigetta radicalmente queste motivazioni.

    «Il proprio bene - sia esso fisico o morale - non è una ragione sufficiente. Un uomo non può - a buon diritto - essere costretto ad agire o ad astenersi

    Tutte queste - continua sempre Mill - sarebbero buone ragioni
    1. o per ragionare con lui
    2. o per contestare la validità delle sue opinioni
    3. o per persuaderlo
    4. o per dibattere con lui
    ma


    L'unico motivo - chiarisce Stuart Mill - che giustifica l'interferenza dello Stato nella sfera della libertà dell'individuo, è l'eventuale danno che il suo comportamento può procurare ad altri.
    E il pensatore afferma questo principio nella forma generalissima:

    «Il solo aspetto del comportamento, per il quale ciascun uomo è sottoposto alla società, è quello che concerne gli altri.»

    E, a scanso di equivoci, chiarisce in modo significativo, ed enuncia in forma sintetica quanto perentoria :



    Sicché, per venire al nostro problema, il dono della libertà
    che secondo Pico Dio fa all'uomo, nel caso che ci riguarda: [ovvero relativamente alla libera scelta di sottrarsi all'assistenza sanitaria nelle circostanze analoghe ai casi della Englaro, di Coscioni e di Welby],
    ci viene sottratto - secondo quanto recentemente deliberato in sede legislativa - con l'imperio della legge.

    Alla magnanimità di Dio corrisponde la gretta durezza della norma, esercitata proprio nella condizione in cui - dell'uomo - andrebbe tutelata - come ultimo atto di rispetto - la sua dignità umana.
    Perché,
    In altri termini, solo quando si accetti
    che - riguardo ai trattamenti sanitari - le disposizioni già rilasciate dal paziente
    siano rigorosamente rispettate ed eseguite le sue decisioni ai medici,
    solo allora a quel paziente viene riconosciuta davvero la dignità umana.

    Va da sé: ciò vale quindi anche - in particolare - in relazione a quelle disposizioni che prescrivono che non siano iniziati né continuati quei trattamenti sanitari Ecco, sottrare all'individuo questa possibilità di scelta