Stante, dunque, che
la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole,
mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe essere riservata all'ultimo luogo:
perché
[*] procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio; [*] ed essendo, di piú, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'Universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; [*] ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli;
pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludano, non debba in conto alcuno essere revocato in dubbio per luoghi della Scrittura che avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi cosí severi com'ogni effetto di natura...
Stante questo, ed essendo di piú manifesto che
due verità non possono mai contrariarsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avessero resi certi e sicuri ...
Io credei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuadere a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo.
Ma che quel medesimo Dio, che ci ha dotato di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura.
(Opere, V, pp. 282-85, passim)
e come devono essere configurati i rapporti tra legge e "libertà del cittadino".
Detto in termini tecnici, la questione deve essere affrontata - sul piano della riflessione antropologica,
- e su quello della filosofia politica.
E su queste due linee procederò in quest'intervento. E lo farò facendo ricorso a due pensatori della grande tradizione filosofica occidentale.
Mi piace iniziare col ricordare quanto ha detto Pico della Mirandola, un brillante umanista vissuto nella seconda metà del Cinquecento a Firenze, la culla della cultura "moderna".
Pico è il filosofo che ha nutrito un ideale abbastanza anomalo nel contesto del clima di conflitto che vedeva contrapposte la Chiesa cattolica e il movimento luterano e che sfociò nel Concilio di Trento.
Il progetto di questo fine pensatore, giudicato "intelligentissimo" dai suoi stessi contemporanei, era infatti di giungere ad una universale concordia tra le religioni.
Ebbene, nella sua Oratio de dignitate hominis, Pico radica la grandezza dell'uomo nella sua origine "divina".
Egli immagina che Dio, nel corso della creazione, dopo aver portato all'esistenza tutte le cose - animate e inanimate - «secondo le leggi di un'arcana sapienza», pensò che era un peccato che non ci fosse un'intelligenza in grado di contemplare il suo operato. «L'artefice - dice Pico - desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò di produrre l'uomo».
Ormai però ogni cosa creata aveva una sua natura. O ogni cosa aveva le sue specifiche proprietà. E ogni cosa occupava un suo proprio posto. E non c'erano più archetipi disponibili.
Come farlo, allora, quest'uomo? «L'ottimo artefice - dice Pico - stabilì che all'uomo fosse dato tutto ciò che egli aveva assegnato singolarmente agli altri esseri». O meglio: «creò l'uomo come opera di natura indefinita». Un essere che non era rinchiuso nei limiti di una propria specifica natura, ma poteva diventare tutte le cose. E lo pose «nel cuore del mondo».
E appena creatolo - continua Pico - così gli parlò:
«Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto tu ottenga e conservi secondo il tuo voto e il tuo consiglio.
La natura limitata degli altri esseri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu - invece - la tua natura te la determinerai da te, costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai.
Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso tu - quasi libero e sovrano artefice - ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avresti prescelto.
Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine ».
E Pico poi così commenta:
O suprema liberalità di Dio padre!
O suprema e mirabile felicità dell'uomo!
a cui è permesso di ottenere ciò che desidera,
a cui è concesso di essere ciò che vuole.
Pico dunque sottolinea che quel che rende "uomo" l'essere umano, è la sua libertà.
Libertà - come dice Pico - di essere ciò che vuole: angelo o bestia, immortale o mortale.
Libertà di modellare la sua natura attraverso le sue libere scelte.
Solo un uomo così fatto può contemplare ed apprezzare la bellezza e la bontà della creazione divina.
In fondo Pico - relativamente all'uomo - non fa che riprendere alcune significative tematiche della Bibbia.
Nell'antico Testamento, nel racconto della creazione, la signoria di Dio arriva fino al punto di offrire ai nostri progenitori la possibilità della libertà radicale, quella di scegliere:
- se restare felici nel Paradiso terrestre
- o se assumersi in proprio la gestione - e la responsabilità - della propria esistenza.
Nella narrazione biblica, Dio costituisce l'uomo come essere "speciale". Lo vuole non come tutti gli altri esseri creati, ma come "essere libero". L'unico, tra gli esseri creati, dotato della possibilità di esercitare la libertà.
E rispetta sul serio la libertà dell'uomo.
Infatti coerentemente - e come potrebbe essere altrimenti! - rispetta la possibilità di ogni individuo di scegliere- ciò che egli vuole essere
- ciò ch'egli vuole fare della sua esistenza.
E rispetta questa libertà al punto che, come ci dice il Nuovo Testamento, addirittura non impedisce a Giuda di portare a compimento il suo tradimento.
Dio sa che - solo in questa e per questa scelta radicale - l'uomo è uomo.
Se non avesse questa possibilità, sarebbe, sulla scena del mondo, un suo burattino: una marionetta del teatro dei pupi.
Che significa tutto questo?
Significa che qualunque potere - Chiesa o Stato - che sottragga all'uomo la libertà di scegliere - lucidamente e deliberatamente - che cosa fare della propria vita
- non gli sottrae solo la sua autonomia pratica
- ma soprattutto gli sottrae alla radice la sua umanità
- gli disconosce la sua dignità di essere razionale.
Analogamente parla Karl Jaspers, un filosofo vissuto nel corso del Novecento, e che non può certamente essere tacciato di "relativismo morale".
Tra i contemporanei "filosofi dell'esistenza", infatti, Jaspers è quello decisamente più aperto a prospettive di trascendenza religiosa.
Jaspers mette a punto alcuni concetti importanti proprio sull'onda di queste indicazioni bibliche.
Egli distingue anzitutto tra libertà e scelta:
- La scelta è l'opzione tra due cose.
- La libertà è la scelta di se stesso.
Le due cose non coincidono necessariamente.
Jaspers dice testualmente:
« Scelta » è l'espressione che indica la coscienza - che io ho -
che - decidendomi (=operando le mie opzioni) -
- io non mi limito ad agire nel mondo,
- ma forgio la mia propria essenza nella sua continuità storica.
Io
- non so soltanto che
- sono qui
- e sono così
- e quindi agisco in questo modo,
-
ma so che - nell'agire e nel decidere - io sono l'origine (Ursprung) - al tempo stesso -
-
non solo del mio agire
- ma della mia essenza.
Decidendomi sperimento (= esercito) la libertà come decisione
- non solo su qualcosa
- ma su me stesso
In questa libertà
- non è più possibile una distinzione fra scelta ed io,
- perché
io stesso sono la libertà di questa scelta.
Una
scelta è quella fra determinazioni oggettive.
Ma la
libertà è
la scelta di me stesso.
Non posso certamente creare una contrapposizione. Cioè non posso scegliere fra essere-me-stesso ed un non-esser-me-stesso, quasi che la libertà fosse uno strumento nelle mie mani.
Invece:
in quanto: scelgo, sono; se non scelgo, non sono. Non esisto.
Nessuno è così ingenuo da pensare che la libertà - di un individuo che viva in un consorzio civile - possa arrivare fino al punto da produrre deliberatamente un danno al suo simile.
Qui allora si pone il quesito:
- In una piena condizione di cittadinanza, quand'è che il volere individuale va sottoposto ad una limitazione disposta per legge?
- O - detto in modo più appropriato - in che cosa, fin dove, e a quali condizioni la legge può limitare l'autonomo volere dell'uomo?
Evidentemente non si tratta d'individuare dei casi specifici. Si tratta invece di stabilire dei criteri generali fondamentali sulla base di una riflessione teorica intorno all'organizzazione politica.
Su queste questioni si è espresso a chiare lettere, già molto tempo fa, John Stuart Mill.
Uomo impegnato per la riforma politica, economica e sociale dell'Inghilterra dell'Ottocento, dichiaratamente ostile ad ogni forma di socialismo, è considerato a tutt'oggi uno dei fondatori del liberalismo moderno.
Nel suo saggio "Sulla libertà" egli sviluppa un'ampia riflessione sulle possibilità e i limiti della libertà individuale, ma indica pure con chiarezza quali sono i poteri e i limiti dell'azione coercitiva della legge.
Per lui si tratta d'individuare «un principio molto semplice», che possa essere assunto a fondamento incondizionato per la regolazione dei rapporti tra la società e il singolo cittadino relativamente alla costrizione e al controllo,
- sia attraverso la forza fisica, sotto forma di sanzioni penali,
- sia nella forma della coercizione morale della pubblica opinione.
«Questo principio - dice testualmente Stuart Mill - è il seguente:
Il solo fine per il quale gli uomini siano autorizzati -
individualmente o collettivamente -
ad interferire con la libertà d'azione di uno dei membri della collettività umana, è l'autoprotezione.
Il solo obiettivo per il quale la forza può - a pieno diritto - essere esercitata su qualunque individuo della comunità civile, contro la sua volontà, è che con ciò sia prevenuto il danno fatto agli altri.
John Sturat Mill poi prende in considerazione le diverse ipotesi in cui la misura restrittiva o costrittiva viene invocata a fin di bene, cioè con l'obiettivo di promuovere o favorire o tutelare il bene dell'interessato. Ebbene, come si vedrà, egli rigetta radicalmente queste motivazioni.
«Il proprio bene - sia esso fisico o morale - non è una ragione sufficiente. Un uomo non può - a buon diritto - essere costretto ad agire o ad astenersi
- o per il fatto che sarebbe meglio per lui comportarsi così
- o per il fatto che ciò lo renderebbe più felice
- o per il fatto che - secondo l'opinione degli altri - fare così sarebbe più saggio, o anche più giusto.
Tutte queste - continua sempre Mill -
sarebbero buone ragioni
- o per ragionare con lui
- o per contestare la validità delle sue opinioni
- o per persuaderlo
- o per dibattere con lui
ma
- non per costringerlo
- né per punirlo nel caso ch'egli abbia agito diversamente.
L'unico motivo - chiarisce Stuart Mill -
che giustifica l'interferenza dello Stato nella sfera della libertà dell'individuo, è l'eventuale danno che il suo comportamento può procurare ad altri.
E il pensatore afferma questo principio nella forma generalissima:
«
Il solo aspetto del comportamento, per il quale ciascun uomo è sottoposto alla società, è quello che concerne gli altri.»
E, a scanso di equivoci, chiarisce in modo significativo, ed enuncia in forma sintetica quanto perentoria :
- «Per la parte che riguarda - specificamente e esclusivamente - se stesso, la sua indipendenza è - in linea di diritto - assoluta.»
- «Su se stesso - ossia sul suo corpo e sulla sua mente - l'individuo ha la piena sovranità ».
The only part (aspetto) of the conduct of any one, for which he is amenable (soggetto/sottoposto) to society, is that which concerns others.
In the part which merely concerns (riguarda esclusivamente) himself, his independence is, of right, absolute.
Over himself, over his own body and mind, the individual is sovereign.
- È forse superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri umani nella pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di giovani che sono per legge ancora minori d'età.
Sicché, per venire al nostro problema, il dono della libertà
che secondo Pico Dio fa all'uomo, nel caso che ci riguarda: [ovvero relativamente alla libera scelta di sottrarsi all'assistenza sanitaria nelle circostanze analoghe ai casi della Englaro, di Coscioni e di Welby],
ci viene sottratto - secondo quanto recentemente deliberato in sede legislativa - con l'imperio della legge.
Alla magnanimità di Dio corrisponde la gretta durezza della norma, esercitata proprio nella condizione in cui - dell'uomo - andrebbe tutelata - come ultimo atto di rispetto - la sua dignità umana.
Perché,
Solo il riconoscere al paziente la libertà di scegliere -
- se acconsentire a sottoporsi all'intervento assistenziale,
- o se lasciare che la natura porti al naturale compimento il suo percorso verso l'esito fatale,
- E solo questo riconoscimento significa considerare "quel" paziente, proprio nel momento più critico della sua esistenza, come un essere umano.
In altri termini, solo quando si accetti
che - riguardo ai trattamenti sanitari - le disposizioni già rilasciate dal paziente
siano rigorosamente rispettate ed eseguite
- anche nel caso di perdita della capacità di deliberare
- o nel caso di impossibilità di comunicare,
- temporaneamente o permanentemente,
- verbalmente, per iscritto o grazie all'ausilio di mezzi tecnologici
le sue decisioni ai medici,
solo allora a quel paziente viene riconosciuta davvero la dignità umana.
Va da sé: ciò vale quindi anche - in particolare - in relazione a quelle disposizioni che prescrivono che non siano iniziati né continuati quei trattamenti sanitari
- se il loro risultato prevedibile fosse il mantenimento in uno stato irreversibile di incoscienza permanente o di demenza avanzata
- e/o se la sopravvivenza biologica fosse resa possibile solamente in forza dell'utilizzo permanente di macchine o dispositivi a tecnologia avanzata.]
Ecco, sottrare all'individuo questa possibilità di scelta
- significa disconoscergli la sua natura di essere libero
- significa considerarlo niente più che un oggetto, se non addirittura uno strumento
per fini che nulla hanno a che vedere con il suo "diritto alla salute".
E tanto meno col suo "diritto alla vita".