Giuseppe Tortora
Il corpo e le tecnologie informatiche
Seminario a
Università di Roma Tre
26 maggio 2009
Facoltà di Lettere e Filosofia - Dipartimento di Filosofia
Roma - Via Ostiense, 234
Sala del consiglio (2° piano)
Scenari imprevedibili
Le tecnologie digitali stanno trasformando
- Vita individuale e sociale
- Immagine dell'uomo
- Realtà dell'uomo
In prospettiva: nuova condizione dell'uomo con Ibridazione di
- "corpo organico" e
- "dispositivi tecno"
Abbattere la barriera del corpo
- Il cyborg non è più fantasia (letteratura e cinema)
- Kevin Worwick e il suo progetto (In the Mind of the Machines)
- Esperimento del 2002
La barriera del corpo
Commentando l'esperimento Warwick ha detto:
«Eravamo in zone distanti del laboratorio e attorno a noi c'erano diverse persone. Io e mia moglie eravamo collegati a un computer che avrebbe catturato il segnale dei rispettivi impianti e trasmesso all'altro via Internet. Quando Irena ha sollevato il dito e io ho percepito chiaramente la piccola scarica direttamente nel mio sistema nervoso, è stato un momento incredibile. La stanza era piena di gente ma io stavo comunicando con mia moglie in un modo che solo noi due potevamo percepire. È stato davvero speciale.
Ma nel suo progetto, come ha detto alla rivista «Wired», c'era di arrivare al punto che ognuno dei due fosse in grado, ad esempio, di avvertire in modo inequivoco lo stato di gioia o di depressione, d'irritazione o - anche di eccitazione sessuale, dell'altro. Proprio come ha immaginato la regista Kathrine Bigelow nel film «Strange Days».»
Vita individuale e condizione umana
Uso di dispositivi informatici:
- Solo terapia? Solo per riparazione/sostituzione/ripristino funzionale?
- O anche per interventi di
- potenziamento
- quantitativo
- e qualitativo
- su piano di facoltà e funzioni
Insomma
- Finora: dallo scimmione all'uomo: la cultura.
- Ed ora: dall'uomo a ... ?
Dagli anni Novanta
- Robert Pepperell, 1998, Post-human Manifesto
- N. Katherine Hayles, 1999, How We Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics.
- Roberto Terrosi, 1997, La filosofia del postumano;
- Roberto Marchesini, 2002, Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza;
- Giuseppe O. Longo, 2003, Il simbionte. Prove di umanità futura;
- Massimo De Carolis, 2004, La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica.
- II Annuario a stampa della rivista filosofica online «Kainos», pubblicato nel 2007 col titolo Dopo l'umano.
Eccessi della letteratura internazionale
Spesso
"fughe per la tangente", approdi visionari, avventati scarti logici
Ma [se e quando avranno luogo] queste trasformazioni cambieranno
- non solo la condizione umana
- ma l'assetto effettivo della realtà
Cambieranno
- la nostra rappresentazione delle cose
- la consapevolezza del nostro posto nel mondo
- e infine - inevitabilmente - anche l'assetto valoriale
Paura del post-umano?
Robert Pepperell, in The Posthuman Condition: Consciousness Beyond the Brain, 2003, va giù duro:
«It is now clear that humans are no longer the most important things in the universe; this is something that humanists have yet to accept»
In questo modo però si rischia di
- creare timori per ogni ipotesi di trasformazione profonda
- innescare una ingiustificata chiusura, un miope arroccamento a difesa dello status quo.
Mentre invece : trasformazione potenzialmente esaltante.
Quella post-umana, nelle previsioni, sarà una condizione
- non in-umana
- ma più-che-umana.
Niente da temere!
Tante buone novità.
Nuove funzionalità e nuove possibilità agl'individui.
Radicali novità nel modo
- di essere al mondo e
- di relazionarsi agli altri
Trasformazioni
- non solo nelle modalità del comunicare
- ma anche in quelle dell'agire personale e sociale
- ed a anche negli schemi culturali
Insomma
- Un progressivo ma sempre più rapido potenziamento dell'«umanità» dell'uomo fino a ...
- Una condizione esistenziale che costituisca un vero e proprio salto rispetto alla situazione attuale
- Un salto che però non significa la dismissione di tutto quanto, nel corso millenario della storia, ha reso «umano» l'uomo.
Costi e ricavi
La tecnologia non sottrae l'uomo a se stesso.
Certo
- l'uomo perderà pur sempre qualcosa
- ma nel bilancio tra dare e avere è prevista ampia forbice a favore dell'avere.
È accaduto anche nel passaggio dalla condizione scimmiesca a quella umana.
Tanti aspetti della naturalità dell'uomo sono stati abbandonati o si sono indeboliti nel processo di culturalizzazione.
Ma chi, guidato dal buon senso, rinuncerebbe oggi - nell'epoca che David Bell indica come quella della «cyberculture» (An Introduction to Cybercultures, Routledge; 1st edition (January 15, 2001)» - ai vantaggi della umanizzazione del bestione originario per recuperare - tanto per fare un esempio- il potente odorato di un cane?
L'atroce sospetto e l'«ingannevole illusione»
Il sospetto: potere malefico della tecnologizzazione della vita.
Martin Heidegger in Die Frage nach der Technik
- Con la tecnica «l'uomo si veste orgogliosamente della figura di signore della terra»: «Herr der Erde»,
- Così egli alimenta l'erronea convinzione «che tutto ciò che si incontra sussista solo in quanto è un prodotto dell'uomo».
- Di qui l'«ingannevole illusione»: «E' l'illusione per la quale sembra che l'uomo, dovunque, non incontri più altri che se stesso».
Per Heidegger
- Il pericolo non è la tecnica in sé; ma la suo capacità tentatrice di distrarre l'uomo rispetto a «l'appello di una verità più principale».
- Se l'uomo si sottrae a quella perniciosa illusione, la stessa tecnica - dice - può persino aiutarci a guardare più a fondo in ciò che è l'im-posizione, in modo da far apparire nel suo sorgere «ciò che salva».
Conservatorismo moderato?
Heidegger sembra soft.
Ma quel che disse trovò attenzione nei coevi esponenti del pensiero politico «antimodernista».
I quali hanno accentuato i pericoli della tecnica.
L'affermazione della tecnica è
- il segno inequivocabile della regressione dell'uomo
- la fase terminale del declino della civiltà
- la sottrazione al compito e all'obiettivo più importante: la comprensione dell'essere.
Il demoniaco della tecnica
In un «Gespräch» di ZTF Heidegger (1969) reagisce:
«Zunächst ist zu sagen, dass ich nicht gegen die Technik bin. Ich habe nie gegen die Technik gesprochen, auch nicht über das so genannte 'dämonische' der Technik, sondern ich versuche das Wesen der Technik zu verstehen».
Ma evidenti sintonie con certe tematiche antimoderniste.
Oswald Spengler, in Der Mensch und die Technik: Beitrag zu einer Philosophie des Lebens [ Monaco, 1932, pag. 69.]:
A fondamento della tecnica:
- desiderio d'onnipotenza
- diabolica volontà di dominio sulla natura
- organizzazione in cui
-
ognuno esegue meccanicamente il suo compito
- e tutto è distorto: «Non si guarda più una cascata senza trasformarla nell'idea di una centrale elettrica».
Pessimismo letterario e cinematografico
Ne rende conto Antonella Elia: Uomini di latta e sogni di metallo.
- Neuromante, di William Gibson:
- la tecnologizzazione del mondo segna la fine della centralità dell'uomo e dei suoi valori
- ma evidenzia pure come il nostro mondo appaia irrimediabilmente angusto e banale
- «Blade Runner» di Ridley Scott:
insinua il sospetto che le creature artificiali siano più umane degli uomini: sia sul piano fisico che su quello morale
- «Matrix», il film di Andy e Larry Wachowski, ha Influenzato da letteratura, filosofia e persino teologia occidentali.
- la tecnologia informatica crea un mondo virtuale alternativo e indistinguibile da quello reale
- la realtà non è quella che vediamo
- noi stessi non siamo quel che crediamo di essere
Dietro pare intravedere quanto Jean Baudrillard : «Le simulacre n'est jamais ce qui cache la vérité - c'est la vérité qui cache qu 'il n'y en a pas. Le simulacre est vrai» (Simulacres et simulation, Paris: Galilée, 1981) .
L'altra faccia della medaglia
Antonella Elia: Uomini di latta e sogni di metallo.
L'apertura del discorso sull'uomo artificiale testimonia il desiderio dell'uomo stesso
- di non mettere limiti alla sua trasformazione
- anzi di guidarla fino a un incremento di conoscenze e di possibilità operative tale da
-
assicurargli il pieno dominio sulla realtà
-
consentirgli, se possibile, il raggiungimento della sempre agognata immortalità [se non proprio eternità]
Sul corpo: tendenze opposte
Zigmunth Bauman, La società dell'incertezza (1999).
- Viviamo nella società
- del mercato e
- della spettacolarizzazione dell'esistenza
- Il corpo
- non più luogo di benessere e di piacere
- ma oggetto di
- cura maniacale
- manipolazione
- e tortura
Teoreticamente la cosa è ancora più complessa:
- da una parte: recupero della fisicità dell'uomo, (Nietzsche)
- dall'altra vera e propria svalutazione del corpo inteso come
-
un impedimento all'espansione delle esperienze
- un limite alle possibilità d'agire
Sul corpo: l'insoluta ambiguità
1.- Da una parte, rivalutazione della sua funzione individualizzante
- Dall'altra l'idea che è il vero punto debole, la cifra della nostra fragilità
2. - Da una parte la convinzione che esso è imprescindibile:
-
- ci consente di "esser-ci": di esistere qui ed ora
- ci consente d'interagire col mondo e con gli altri
- Dall'altra l'idea che del corpo fatto di sola carne
-
si possa e forse si debba fare a meno
- è un confine che chiude e isola l'individuo
In ogni caso ci troviamo a una soglia.
L'ignoranza genera mostri
L'evocare il mostro della disumanizzazione genera soltanto quella paura che è l'espressione umana, troppo umana, dell'ignoranza.
Il dire che la tecnica moderna
- invece che mediare tra l'uomo e la realtà
- sottrae l'individuo al mondo, alla vita, e persino a se stesso
ha due conseguenze
- genera solo misoneismo:
- predispone l'individuo proprio a quella sottrazione che si imputa come colpa alla tecnica.
Insomma ha come risultato l'astrazione delle esistenze concrete dal corso naturale delle cose umane.
Ma la fiducia nel futuro non autorizza nessuna attenuazione della vigilanza etica sulla gestione pubblica della tecnologia.
Vincere una battaglia? O vincere una guerra?
Caso Galilei: cannocchiale e copernicanesimo
L'innovazione scientifico-tecnologica vince sempre -
L'orgoglio degli Amberson (Orson Welles)
- Giganti (Alfred Döblin)
«L'ordine delle cose dice Döblin - era antiquato. Orgoglio e forza di quest'epoca, la macchina stava racchiusa in una stretta capsula come un frutto prossimo alla maturazione. Stava dentro le fabbriche degli antichi possessori e padroni, e lí cresceva. Antichi padroni tennero - per un secolo e oltre - la macchina entro la loro casa. Ma poi la macchina divenne un gigante, si drizzò, divaricò le pareti, sfondò i soffitti, e volle uscire all'aperto. Dove i popoli l'aspettavano.»
L'umanizzazione dell'uomo
Una tecnologia può pure essere asservita ad interessi diversi dall'accrescimento del sapere e dalla cura del benessere individuale e dal bene comune.
Ma piuttosto che demonizzarla, è opportuno esprimere un deciso e rigoroso giudizio di disapprovazione morale
Edoardo Boncinelli, in L'anima della tecnica, ricorda il contributo determinante della tecnica allo sviluppo della civiltà.
- La tecnica è il mezzo con cui l'intelligenza "libera" l'uomo dalla pena
- Le macchine
- non solo hanno umanizzato la natura
- ma addirittura hanno contribuito a rendere più umano l'uomo stesso
- La macchina
- non solo accresce razionalizza e ottimizza le possibilità operative dell'individuo
- ma allarga il ventaglio delle esperienze
- con ciò, produce, in un fecondo circolo virtuoso, nuova conoscenza, ossia un più ampio e profondo sapere
L'angoscia del futuro tecnologico
Con le macchine - l'uomo
- agisce sul mondo
- ma opera anche su se stesso.
- egli cambia
- non solo il modus agendi
- ma anche il modus cogitandi
Certo: questa trasformazione non è indolore.
Ma a suscitare paura - non è tanto la nostra crescente dipendenza dalla tecnica
- quanto piuttosto l'angosciosa e immaginaria eventualità che la macchina costruita dall'uomo si sottragga poi al suo controllo
Temiamo che la macchina diventi sempre più autonoma, nella gestione dei suoi compiti, al punto di poter esercitare essa stessa un'azione di controllo e di regolazione - non solo di altre macchine
- ma anche dell'esistenza stessa dell'uomo.
Il punto di non ritorno
Certo, si può anche fare a meno dei dispositivi tecnologici.
Si può vivere anche senza ricorrere alle tecnologie dell'energia, dei trasporti, delle comunicazioni, della gestione delle informazioni e della comunicazione.
Ma ad ogni rilevante evoluzione tecnica ci si trova ad un punto di non ritorno: perché abortiscono solo le tecnologie che non trovano rispondenza nei bisogni.
Ogni tecnica diventa indispensabile quando per l'esecuzione di compito essa è - non solo particolarmente utile
- ma necessaria
- o addirittura indispensabile
Verso la «Virtual Reality»?
Ormai siamo all'epoca dell'informatica.
Del suo impatto sull'uomo ancora non si riescono a intravedere
- né i confini
- né i dettagli
- né gli sviluppi
Sappiamo che essa può anche apprestare congegni tali da dotare la persona umana
- di facoltà totalmente nuove
- di capacità che di per sé non possiede
- di funzioni che non ha mai potuto esercitare
Virtual Reality.
La tecnica consente trasformazioni talmente ardite, di stimoli e di segnali, da creare a livello percettivo un vero e proprio "nuovo mondo" non sottoposto, ad esempio, alle leggi della fisica.
Homo novus - Nova societas
L'uomo >>> con le ICT (Information and Communication Technologies) risultano
- allargato a dimensione planetaria il nostro spazio vitale
- ampliata la nostra capacità di accesso alle informazioni "in real time"
- abbattuti limiti e confini spaziali e temporali alla possibilità d'azione
Le società >>> Con le DT (Digital Technologies)
sia per l'attività economica sia per le pratiche politico-sociali
vivono e operano in un ormai imprescindibile e irreversibile - sistema d'interdipendenza.
Dunque
- globalizzazione socio-economica e
- mondializzazione della cittadinanza.
La trasmissione in tempo reale di informazioni provenienti da ogni angolo del mondo sta affermando sempre più, negli individui delle società avanzate, un sentimento di coappartenenza planetaria, e, in virtù della "prossimità virtuale" che non è meno "reale" della "prossimità fisica" - si sta sviluppando sempre più anche la percezione di una corresponsabilità planetaria.
Intelligenza: collettiva e connettiva
Tecnologie di rete:
1. Per vivere al passo del ritmo di sviluppo della realtà, è necessario che intelligenza individuale si renda partecipe, con un fruttuoso dare e avere, di quella «intelligenza collettiva» di cui parlava Pierre Lévy.
Qualunque bisogno d'informazione e di conoscenza deve trovar risposta nel sistema reticolare planetario delle risorse culturali.
2. L' intelligenza individuale può esplicitare appieno la propria potenza costruttiva e creativa solo all'interno dell'«intelligenza connettiva» di cui ha parlato Derrick De Kerkhove
Qualunque attività dell'ingegno può compiersi solo nella modalità di interazione, attraverso la connessione digitale, a tantissime altre intelligenze operanti nel sistema di rete mondiale.
Il simbionte
Giuseppe O. Longo, Il simbionte. Prove di umanità futura
Vede nell'uomo futuro un "simbionte", una realtà in cui coesistono simbioticamente
Dice:
- L' uomo è sempre stato un ibrido in perpetua trasformazione di umanità e tecnologia
- Ma il vecchio homo sapiens, o meglio i primi simbionti, quelli a bassa intensità tecnologica, non sono più a loro agio
- Essi vengono via via sostituiti da altre creature, a tecnologia sempre più ricca, che tendono ad adattarsi alla corrispondente successione di ambienti sempre più artificiali
Longo ci racconta l'avventura di un simbionte che, - incamminato verso la condizione post-umana
- vive, frattanto, le lacerazioni connesse all'attuale disadattamento tra la componente biologica e quella tecnologica
- e tenta di resistere al suo stesso ulteriore mutamento volgendosi con nostalgia al passato
Un transito faticoso e doloroso
Nelle nostre società occidentali:
- Cambiamenti considerevoli per
- L'impatto antropologico delle dt coinvolge
- sia modalità d'esistenza degl'individui
- sia la dimensione ontologica
- Percorso comunque disagevole
-
Scompensi intra e inter-personali sembrano inconciliabili con un immaginato futuro migliore.
- Percezione di un clima di estraneità dell'individuo
- rispetto al suo simile
- e persino rispetto a se stesso
- Addirittura la mediazione tecnologica sembra indebolire il vincolo reciproco negli stessi istituti della vita associata
- La relazione interindividuale viene affidata sempre più alla mediazione tecnologica
Reale e virtuale
- Paventiamo che
- la «prossimità virtuale» soppianti la «prossimità reale»
- i rapporti interpersonali siano vissuti
- sempre più in uno spazio virtuale
- piuttosto che nel concreto spazio reale
- la "connessione" soppianti il "rapporto", vale a dire che si stabilisca una comunicazione senza relazione
- si affermi la mentalità del connettersi e disconnettersi: legami pochi, superficiali, non durevoli, senza responsabilità
- Ma mai come oggi si potrebbe dire, parafrasando Hegel: tutto il virtuale è reale e tutto il reale è virtuale.
- Una prossimità virtuale non è una prossimità irreale.
- Una relazione tecnologicamente mediata può esser, per qualità e intensità, almeno pari, se non superiore, a quella che ha luogo più comunemente con la compresenza fisica.
- Si può essere vicinissmi in un virtual social network e lontanissimi sotto lo stesso tetto (o nello stesso letto).
L'altra faccia della medaglia
Quanto alle relazioni interpersonali la mediazione tecnologica non sempre e non necessariamente è dannosa.
In certe circostanze infatti il medium
- consente di bypassare i muri eretti dal vissuto individuale
- libera dalle difficoltà frapposte dall'emotività personale
- affranca dalla soggezione indotta dalla presenza fisica
- e specialmente affranca dallo "sguardo", dell'interlocutore
E poi ci sono altri aspetti vantaggiosi da mettere in bilancio.
- La costituzione dell'identità personale viene sempre meno affidata alla condivisione di logiche e di interessi "locali"
- Certi particolarismi cognitivi e pratici, certe specificità valoriali che nella prospettiva localistica appaiono irrinunciabili, stanno lasciando il passo ad una visione planetaria delle cose
- E si stanno ampliando anche i nostri parametri di valutazione: tendiamo sempre ad adottare criteri "superiori"
- per affrontare nel modo più corretto i problemi
- e per individuare in un panorama più ampio le soluzioni più efficienti e più efficaci
Sorti magnifiche e progressive?
Difficile essere ottimisti nel travaglio del parto.
La vita dell'uomo cambia, ma restano
- vecchi vizi
- antichi pregiudizi
- odiose discriminazioni
Si ripetono o si perpetuano condizioni di rozza conflittualità.
La tecnologia «razionalizza» e «potenzia», ma l'uomo
- non riesce a raggiungere consistenti e stabili miglioramenti di sé
- non riesce a mettere un freno alla sua dimensione ferina; e addirittura
- trova nelle tecnologie
- nuove forme di espressione del suo egoismo
- nuove modalità di mistificazione
- nuove opportunità di sopraffazione
Si affacciano così nuove forme di sofferenza individuale e sociale. -
Siamo tutti più "vicini", ma tutti più "estranei" tra noi.
-
Sappiamo molto di più della vita degli altri, ma quando ci fa comodo - gli altri per noi sono "prossimi" quasi esclusivamente in modo virtuale: delle loro vicende reali, in fondo, non c'importa granché.
Occorre dunque governare il mutamento (estensione di ICT)
Nuova scala di valori
Tutta l'umanità dovrà celebrare il rito di passaggio.
Altrimenti solo nuovi squilibri e nuove fratture fra i popoli.
Dunque
- precise scelte di politica internazionale
- una profonda riflessione critica e autocritica
Nel saggio Demain les posthumains. Une nouvelle éthique à l'âge du clonage, Jean-Michel Besnier, avverte
Oggi impera «le non-humain».
Bisogna che ci reinventiamo una morale. Le tradizionali fonti della morale compresa la religione non sono in grado di dare risposte adeguate ai nuovi problemi.
«L'âge posthumain» è un fatto: e «nous y sommes».
E ne stiamo avvertendo il peso: «ses utopies sont devenues nos obsessions». A cominciare dall'ossessione di superare i limiti del corpo. «
Les définitions classiques de l'humain» dunque - «ne nous permettent plus de penser l'homme aujourd'hui».
"Il post-umano presente" già richiede e imperiosamente - «une nouvelle échelle de valeurs».
"Bio-catastrophistes" e «techno-prophètes»
Gli eventi in corso sono importanti.
Non si può distogliere lo sguardo. Non si può rinunciare
- alla riflessione analitica
- allo sforzo ermeneutico
- e al giudizio etico
Né si deve cedere al canto delle sirene che invitano
- a delegare le scelte, magari ai "tecnici"
- e a lasciarsi andare allo slittamento progessivo verso il "pensiero unico". Che, come tutti sanno, è il pensiero imposto dai padroni del vapore.
Dominique Lecourt in Humain, post humain avverte:
oggi è in corso una lotta per l'occupazione della scena tra ... biocatastrofisti e tecno-profeti
Negare tutto, negare sempre
Alcuni
- cercano di esorcizzare le preoccupazioni per il futuro negando, senza solidi argomenti, l'esistenza del problema
- dicono: le trasformazioni non sono tanto radicali da comportare un vero passaggio - dell'uomo attuale - ad "altra" condizione
Altri - anch'essi , senza solidi argomenti -
- pensano invece: che sarebbe stolto negare in linea di principio una trasformazione profonda della realtà umana
- ma riducono la portata ansiogena di questa prospettiva asserendo che, in fondo, si tratta solo di un transito verso una nuova umanità
- insomma sono certi: l'uomo non può dismettere la sua umanità.
Vecchio e nuovo «uomo nuovo»
Antoine Robitaille, Le Nouvel homme nouveau, voyage dans les utopies de la posthumanité,
«Uomo nuovo»? La dizione è vecchia. Tipica di utopie del XIX secolo: progetto di «creare» un «nuovo» essere umano attraverso il mutamento delle condizioni socio-politiche.
Niente di più estraneo ai progetti dei «post-umanisti».
Il «nuovo uomo nuovo» sarà tale in virtù delle «nouvelles technologies nano-bio-informatiques».
Certo,
- Si tratta ancora di sogni.
- Però sono segni della nostra cultura e delle nostre speranze.
- Sogni da pazzi? Difficile dirlo di chi - come ad esempio il fisico Stephen Hawking - parla della necessità di una «ridefinizione dell'uomo» a partire da una base scientifico-tecnologico.
Finora restano dei marginali. Ma chi può dire che facciano discorsi del tutto infondati?
Il corpo come carne mutante
Denis Baron, La chair mutante. Fabrique d'un posthumain: «les nouvelles technologies ont engendré une révolution culturelle et cognitive qui a changé notre rapport au monde».
- «La nostra era "biotech"
- pone interrogativi radicali sui limiti dell'umano, sulle sue frontiere e sulle sue possibiltà»
- e con perentorietà chiede una risposta «sur la distinction fondamentale entre naturel et artificiel, nature et technologie, entre l'humain et la machine»
- La nostra identità sembra condannata ad una permanente oscillazione.
- Si avverte il bisogno di nuove modalità di dominio di sé e della realtà.
- Non a caso l'attenzione degli artisti si rivolge con sempre maggiore insistenza ai corpi.
- Essi
- esercitano il loro dominio sul corpo inteso come carne mutante, mutabile, riconfigurabile
- e intendono con ironia e determinazione affrontare alla radice il problema dell'identità "umana"
- «Pour penser aujourd'hui il faut savoir conjuguer les puissances de l'imaginaire».
- Ora più che mai occorre considerare «l'art comme un laboratoire où se fabrique une reconfiguration du sensible pour appréhender ce quelque chose de la "nature" humaine qui est en mutation».
Dietro l'angolo
Che cosa accadrà dunque in un domani più o meno lontano?
Ci vorrebbe la sfera di cristallo dei maghi.
Ma a chi nutre timore per i tempi a venire, a chi si chiede con ansia che cosa ci sarà dietro l'angolo, quali sorprese ci riserverà il futuro, è opportuno ricordare che la V "Dichiarazione generale" del Manifesto di Pepperell dà ampia e perentoria rassicurazione: "Il futuro non arriva mai".