Workshop «S/Maschera»

Museo Archeologico Nazionale - Napoli
Sabato 24 ottobre 2009


Relatori:
Antonio VITOLO
Atreo, Sosia, Jung, Bergman, Matrix
Giuseppe TORTORA
Nascondere è rivelare. E viceversa.
Adriana DEL VENTO
Da 112 (DVD)
Mariateresa COPPOLA
Metamorfosi, Fiabe, Psiche Infantile
Mimmo GRASSO
l'uomo mascherato: il poeta-traduttore
Riccardo DALISI
La maschera innocente
Lucia GANGHERI (Gangari)
Tra testa e piedi (DVD)
Salvatore GATTO
Dialogo tra Pulcinella & la Morte (guarattelle)
Antonio POCE
Imago mortis
Videoclip d'arte sulla festa della Pantas'ma (Ferentino)
con opere di Italo Scelza. Voce di John Giorno,
musiche di Palestrina e dei tamburi del Bronx



Giuseppe Tortora

Nascondere è rivelare. E viceversa.



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A parlare di maschera e mascheramento si rischia di perdersi. Molti hanno espresso la propria idea attingendo non solo alla propria cultura ma anche alla propria esperienza di vita. Tuttavia la molteplicità e la diversità dei punti di vista e delle metodologie d'approccio suscitano inevitabilmente disorientamenti e perplessità. Le domande pullulano, rimettendo spesso in discussione anche quelle che, volta a volta, sembrano le poche certezze acquisite.

Diceva Jim Morrison - Lord Jim - che l'unica situazione in cui egli riusciva ad aprire davvero un varco in se stesso era sulla scena, sul palco. «Mi sento spirituale lassù. L'eseguire una performance - sosteneva - mi dà una maschera, un posto per nascondermi dove posso rivelare me stesso (1) .
Il senso dell'affermazione sembra essere che la maschera, sottraendolo al mondo, agli altri, ed anche agli impegni della sua vita ordinaria - il regno della dispersione del sé - , gli consentiva di venire faccia a faccia col suo più profondo sé. Il nascondersi insomma, alla luce di quest'affermazione - promuoverebbe l'autorivelazione, la riappropriazione di se stessi; favorirebbe il disvelamento e il recupero delle proprie - e più profonde - istanze esistenziali.
Ma ecco il problema: questa esperienza è generalizzabile? Davvero una maschera, sottraendoci agli altri, nasconde - rendendolo tutto per noi - il nostro vero volto? E davvero essa, così, ci permette di ritrovare noi stessi?

In un famoso aforisma Oscar Wilde, con la sua irridente ironia, asserisce perentoriamente: «Una maschera ci dice più di una faccia» (2).
Detto così, in forma generalizzante, sembra che Wilde voglia segnalare la funzione oggettivamente rivelatrice della maschera in merito all'uomo mascherato. Il che, come vedremo, in certi casi trova sicuro riscontro.
In un altro suo famoso aforisma lo stesso Wilde inizia sentenziando: «L'uomo è tanto meno se stesso quanto più parla in prima persona». Potremmo chiosare: « ... quanto più parla esponendo la propria faccia». Anche qui la notazione mi pare per certi versi condivisibile. Specialmente se quell'uomo parla di sé. E tuttavia Wilde nella seconda parte aggiunge: «Dategli una maschera e vi dirà la verità» (3). Quasi che l'uomo - senza maschera: doppio, ambiguo, reticente, se non «sleale» - dietro la maschera ritrovi sincerità.
Ma sarà vero che coperto dalla maschera egli dirà la verità? E la dirà anche di se stesso?
Nella sua interezza quest'aforisma di Wilde sembra farci precipitare in un'insolubile contraddizione.
Si pensi. Non c'è niente di più fuorviante che le autopresentazioni. L'individuo parla di sé "in prima persona"; ma parla sostanzialmente ... mentendo. Quello ch'esce fuori non è certo il suo vero sé, ma è l'immagine ch'egli vuol dare di sé in una data circostanza. Le autopresentazioni allora sono una vera e propria maschera con cui molto di noi sottraiamo agli altri. E allora come credere a Wilde quando dice che dietro una maschera egli dirà la verità?
Un altro aforisma, generalmente attribuito a Wilde, sentenzia: «Ogni uomo mente. Però, se gli date una maschera, sarà sincero» (4). Qui pare si voglia alludere addirittura all'essenza menzognera, alla natura ingannatrice, dell'essere umano. O meglio: dell'essere umano "senza maschera". E simultaneamente sembra si voglia evidenziare il potere quasi terapeutico, salvifico, della maschera.
Troppo semplice. Davvero "ogni uomo" mente, e mente sempre? Davvero ogni uomo è ingannatore non solo parlando di sé e degli altri? E, se così fosse, la maschera riuscirà davvero a neutralizzare e addirittura ad invertire la sua eventuale, naturale, istintiva, tendenza alla menzogna?
E qui sorge un nuovo problema: basta davvero una maschera a rendere l'uomo sincero?

Non sempre il mascheramento è operazione di insincera autosottrazione. Non sempre la maschera è lo strumento del nascondimento obliquo dell'individuo; e tanto meno dell'insidia, dell'inganno, della malevolenza. Essa, sì, nasconde in qualche modo il parlante; ma che cosa dà la certezza che essa offra un'immagine menzognera del parlante? Chi può giurare che la stessa maschera non riveli, anzi, la sua identità e in definitiva la sua verità.
Una maschera talvolta rivela agli altri fin troppo di noi. Basti pensare ad esempio a ciò che accade in certi social networks della rete Internet. Ciascun membro della comunità virtuale sceglie un proprio avatar, ossia un'immagine che rappresenti agli altri la sua identità negli scambi comunicativi. Ebbene quasi sempre gli avatar sono molto più significativi che non le loro parole o le fattezze del loro volto riprodotto in fotografia. Ossia: dicono molto di più circa la loro personalità: circa il loro sistema di valori, il loro modo di concepire la vita, il loro modo di relazionarsi agli altri, i loro progetti, le loro ambizioni.

Talvolta compiamo un indebito scambio. Consideriamo concreto ciò che in effetti è solo un'astrazione. Tendenza abbastanza diffusa. Qualche riflessione a questo proposito ci aiuterà a chiarire certi aspetti della maschera. E ... a dar ragione del titolo di questo intervento: che a giusto motivo potrà apparire strano.
Noi diciamo: l'uomo è un essere animato razionale. Ma, in concreto, quante volte io stesso - nell'arco di una sola giornata - faccio uso della ragione nella connessione dei miei pensieri e nella scelta del mio comportamento? L'uomo così definito è dunque un'astrazione. Un puro concetto, che serve solo a indicare ciò che distingue me, quest'uomo concreto, da una scimmia, da un leone, da un fringuello.
Non a caso il grande Hegel giustamente asseriva : altro è l'intelletto, altro è la ragione. L'intelletto distingue e isola. La ragione connette. Il concetto dell'intelletto separa. La relazione, istituita dalla ragione, unisce. Insomma: l'intelletto mi permette di definire; la ragione mi consente di capire.
Di capire? E allora: che cosa connette la ragione?
Non a caso abbiamo evocato Hegel. La sua risposta è perentoria: la ragione connette gli opposti. Perché la realtà, ogni realtà, "è" sintesi di opposti.
Hegel dunque ci aiuta allora ad affermare che, nel parlare della maschera, quando diciamo "nascondere", il termine non esclude necessariamente il suo opposto, "rivelare". E viceversa; quando diciamo "manifestare", questo termine non esclude il "celare". Del resto anche Goethe osservava: «Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario» (5). Insomma i due termini sono sì reciprocamente contraddittori, ma in uno stesso comportamento il celare e il manifestare non solo possono essere, ma "sono", compresenti convivendo in relazione reciproca.
Si può dire che, alla luce di una rigorosa logica dialettica, quegli opposti addirittura costituiscano due facce della stessa azione. Sicché il rivelarsi non può compiersi senza nascondersi; e "nel" e "col" nascondere qualcosa di noi, in qualche modo noi riveliamo noi stessi.

Quando penso alla maschera, non mi viene immediatamente in mente quella mortuaria. Anzi, mi piace vedere - nell'immaginazione - le maschere che escono per strada nelle belle notti del Carnevale di Venezia. Chi si prepara alla festa si dedica con cura al suo travestimento, non solo scegliendo la maschera per il volto, ma provvedendosi di un adeguato e raffinato abbigliamento. Secondo quale criterio? Ecco, non solo per nascondere, dissimulandola, la propria identità: altrimenti una maschera varrebbe un'altra; ma secondo un progetto che è insieme estetico, relazionale e comunicativo. Anzitutto, nella maschera devo starci bene, devo sentirmi a mio agio. E poi, con quel mascheramento desidero che coloro che incrocio nel mio percorso, abbiano quell'idea, quell'emozione, che a me piace ch'essi percepiscano e che li catturi in un rapporto con me che sia proprio quello che io promuovo e mi aspetto d'avere.
Mascherarsi è insomma giocare. Giocare con gli altri. Ma pure, e simultaneamente, giocare con se stessi. In fondo, con la maschera - per il tempo della festa - io sottraggo agli altri, per gioco, il mio io, la mia individualità personale. Ma di fatto, nel gioco, la sottraggo anche a me stesso. Assumendo una nuova forma sensibile, io divento temporaneamente - e per gioco - "altro" da me. Vivo come una nuova - e diversa - esistenza. Solo a fine festa, le maschere vanno a dormire; e restano vigili gli uomini col vissuto della propria individualità quotidiana; quelle identità riconoscibili dal nostro prossimo nelle diuturne relazioni: familiari, di lavoro, eccetera.
Certo, ad un ballo in maschera si gioca. Ma il mascheramento è sempre e solo un gioco? E ancora: al "giù la maschera!", che cosa troviamo di noi stessi?
«Durante il Carnevale gli uomini indossano una maschera in più», sentenziava Xavier Forneret, poeta, giornalista e drammaturgo francese dei nostri tempi. «Una maschera in più»? E che avrà voluto dire, Forneret?
Esercita sempre un grande fascino la cerimonia che quotidianamente si compie al risveglio delle nostre donne. Quella loro lunga preparazione ad affrontare in modo giusto la propria giornata. Quell'accurato maquillage, quell'amoroso trattamento dei capelli, con movimenti di sorprendente solennità: quasi rituali. E ancora, il rito della vestizione: con le perplessità della scelta dell'abito giusto.
Decisioni da prendere spesso per dissimulare qualcosa. La stanchezza di una serata fin troppo lunga. Il malessere di una notte insonne o di un sonno agitato. O un malumore momentaneo. O un persistente dispiacere familiare. O un leggero dolore fisico - che so: un mal di schiena -. Quando non, addirittura, un malessere più profondo: esistenziale.
E, simultaneamente, decisioni da prendere per dare di sé l'immagine di una persona interessante, e/o attraente. O rassicurante, stabile, credibile, affidabile. O attenta, solerte, efficiente. O tenera, passionale, innamorata, fedele. E così via. Tutto oculatamente deliberato in relazione agli umori del momento, ai desideri coltivati e perseguiti, agl'impegni da affrontare, agli ambienti alle situazioni e agl'incontri previsti.
Insomma, simulare e dissimulare sono esattamente due aspetti inscindibili della stessa cosa.
E dunque, i preparativi mattutini non sono, in definitiva, molto dissimili da quelli per un ballo in maschera, o per la passeggiata notturna per ponti e per calli di una Venezia inebriata dal carnevale.
E qui ancora la stessa domanda. Che succede al ritorno a casa, magari a fine giornata? Al "giù la maschera!" che cosa si troverà di se stessi?

Ecco, la risposta è proprio la stessa. Tolta una maschera, ce ne sarà un'altra. Al ritorno dal ballo in costume, la donna brillante, affascinante, seduttiva, troverà magari sul proprio volto la maschera più misera della moglie insoddisfatta. O quella della donna di casa schiacciata dai compiti e dalle responsabilità di una meschina vita familiare.

Nel film "V per Vendetta", al personaggio Evey che domanda: «Ma per te è tutto un gioco?», Gordon risponde secco: «Solo le cose più importanti.»
La decisione di montare occhiali a lenti scure per sottrarci al puntamento dello sguardo altrui sui nostri occhi - quasi ch'essi possano rivelare, senza volerlo, i nostri segreti più riposti -, e magari per dare di noi l'immagine di una personalità ... indecifrabile, o comunque da non azzardarsi a decifrare, e in ogni caso non facilmente "accessibile", è una normale modalità di rappresentarci agli altri ed anche una banale modalità di rappresentarci a noi stessi.
E noi - volta a volta - "siamo" le maschere che assumiamo.
E l'illusione di trovare la nostra vera realtà, dietro la maschera, provoca solo inquietanti cortocircuiti.
Sempre nel film citato, ad Evey che chiede: "Chi sei?", il protagonista, V-Vendetta, risponde: «Ciò che sono è un uomo in maschera»; e alla replica di Evey: «Ah, ma questo lo vedo!», V-Vendetta replica incalzando: «Certo. Non metto in dubbio le tue capacità d'osservazione. Sto semplicemente sottolineando il paradosso costituito dal chiedere a un uomo mascherato "chi" egli sia.»
Insomma: chi sono ... "è" quello che io mostro di me «hic et nunc», e, in fondo, "è" quello che un altro coglie di me «hic et nunc».
L'uomo - detto in altri termini - non può fare a meno della maschera.

Certo, anche nel mondo animale si adottano mascheramenti: ad uso difensivo, o a scopo di dominio, o nelle strategie del corteggiamento. Ma il mimetismo animale è del tutto istintivo. Niente a che fare col mascheramento umano, che è un fatto di natura "culturale".
«L'uomo - diceva Edgar Morin in Il paradigma perduto: la natura umana - è un essere culturale per natura, perché è un essere naturale per cultura».
Con un gioco raffinato di parole Morin sottolineava che la naturalità dell'uomo non è immediata, ma pur sempre sottoposta al dominio della cultura.
Questa è la discriminante dell'umano mascheramento: l'atto volontario della scelta della maschera risponde sempre ad una - implicita o esplicita - deliberazione in vista di un obiettivo.
Sempre nel film indicato, il protagonista V-Vendetta afferma di se stesso: «Sotto questa maschera non c'è solo carne, sotto questa maschera c'è una idea». Insomma nell'uomo il mascheramento è non solo il frutto di un atto di volontà, ma soprattutto l'esito di una opzione, più o meno consapevole, compiuta nell'arco delle molteplici possibilità per raggiungere un obiettivo fissato. Una deliberazione che può avere, in relazione all'obiettivo, forme molteplici e modi diversi di realizzazione. Dunque quelle che Khalil Gibran indica come le "maschere della vita", nascondono, sottraggono, occultano i più profondi segreti; ma ogni maschera, nella sua ambiguità, o se si vuole, nella sua ambivalenza, rivela sempre un'intenzione, magari un progetto.
Ecco dunque: occultare è rivelare; e viceversa. La maschera nasconde qualcosa, ma nel nascondere, o meglio nel modo o nella forma del nascondere, dice qualcosa. E viceversa.
Naturale, data la condizione di radicale ambiguità dell'uomo: finito e infinito, semplice e complesso.
Una bellissima espressione di Nietzsche dice: «Tutto ciò ch'è profondo ama la maschera». L'uomo è realtà profonda: dunque può "essere", "sapersi" e "manifestarsi" solo per adombramenti, solo per parziali rappresentazioni di sé. Solo per metonimia. Soltanto per maschere, appunto. Nelle quali egli "è" ed "è se stesso". Espressioni parziali ed effimere che, "nella" e "per la" loro finitezza, non esauriscono - non possono esaurire - la sua ricchezza, la sua profondità.
Così come nel rapporto amoroso la carezza, il bacio, la parola "è" amore, ma questi modi non racchiudono tutto l'amore né escludono altri infiniti modi di dar corpo al sentimento d'amore. Dunque carezza, bacio, parola sono rivelazioni, maschere dell'amore: lo rivelano e insieme ne nascondono l'intensità, l'infinità, l'inesauribilità del forme che può assumere.
Come le parole, di cui non a caso si sottolinea che nel mentre dicono un pensiero - ossia lo rendono manifesto racchiudendolo - ne celano la multilateralità, la pluralità dei sensi.
Eugéne Ionesco, invitando a non aver troppa fiducia nel potere della parola, ricordava che non si è mai potuto esprimere a parole tutto quello che esse nascondono. Dal canto suo poi Nietzsche - in Al di là del bene e del male - per sostenere che ogni filosofia non è tutta né esattamente quello che dice, ma nasconde ancora un'altra filosofia, asserisce apertis verbis che ogni opinione e perfino ogni parola è una maschera, un nascondiglio; dunque dice e insieme cela, parla e tace, rivela e nasconde; porta "dietro di sé", anzi porta "in sé", qualcosa che è "altro da sé", e forse anche qualcosa di "opposto a sé".
E sull'ambiguità della parola poi José Saramago, in Cecità, addirittura sottolinea come le parole non solo non possono ma, anche se potessero, non dovrebbero dire tutto. Infatti, "nascondendo", esse sollecitano nel destinatario l'esercizio dell'autorivelazione. Ciò ch'esse davvero "dicono", quindi, è ciò che ciascuno - ascoltatore o lettore - incalzato dalle parole trova in se stesso (6).
«Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti».

Tutta l'esistenza umana è dunque all'insegna di questa ambiguità. Tutti i ruoli, anche quelli assunti consapevolmente e svolti in tutta serietà, in fondo non sono che maschere.
«Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! Che schifo!» - scrive Pirandello nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore - «Ma pajono tutti ... che so! Ma perché si dev'essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l'uno di fronte all'altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch'io, anch'io; mi ci metto anch'io; tutti! Mascherati! Questo un'aria così; quello un'aria cosà ... E dentro siamo diversi».
E allora, la vita è tutta un teatro?
A proposito di certi suoi personaggi lo stesso Pirandello, in Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, parla di un certo «arruffio» presente nelle sue favole; un macchinismo voluto: non da lui, lo scrittore, «bensì dalla favola stessa, dagli stessi personaggi»; perché la vita è un «giuoco delle parti»: «quello che vorremmo o dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo, mentre quel che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi». Insomma per Pirandello nella nostra vita quotidiana mettiamo in scena una «goffa, incerta metafora di noi»; la vita è «la costruzione, spesso arzigogolata, che facciamo di noi, o che gli altri fanno di noi», in cui «ciascuno volutamente, ripeto, è la marionetta di se stesso».
E allora - ripeto a mia volta - la vita è tutta un teatro?
Non proprio. Come dice Hans Krailsheimer, - scrittore, ma soprattutto attore e regista tedesco - sulla scena la maschera non viene scelta dall'attore ma vien determinata dal ruolo assegnatogli; nella vita, al contrario, l'individuo sceglie la maschera da indossare, e questa definisce il ruolo, ossia il suo modo di pensare e di agire (7).
Insomma, l'individuo è la sua maschera. O meglio: la sua esistenza è l'insieme delle maschere che ha indossato; ed ogni volta egli è la maschera che indossa.

C'è un passo molto interessante di Nietzsche, che ha evidenziato la necessità ma anche la drammaticità dell'adozione della maschera. Siamo più ricchi di quanto crediamo - dice -. Portiamo in noi, nel nostro stesso corpo, la stoffa, la sostanza di molteplici persone. Eppure consideriamo come nostro carattere specifico ciò che invece appartiene solo alla nostra "Persona", ovvero solo ad una delle nostre maschere. La maggior parte delle nostre azioni non vengono dal profondo: al contrario, sono superficiali. E come per le eruzioni vulcaniche: non bisogna farsi ingannare dal rumore. Dunque - prosegue Nietzsche - è un errore giudicare una persona secondo le azioni individuali: gli atti individuali non consentono di generalizzare. In questo ha ragione il Cristianesimo: ognuno può diventare un uomo nuovo; ossia ognuno può "indossare" un uomo nuovo. E poi, naturalmente, ancora un altro.
Sotto questo profilo - dice sempre Nietzsche in altro luogo - la nostra maschera migliore resta pur sempre il nostro viso. Che naturalmente - aggiungiamo noi - muta continuamente. Deve mutare continuamente: perché mutano i nostri umori, i nostri pensieri, i nostri obiettivi, le situazioni in cui volta a volta ci troviamo. Perché la nostra natura "profonda" non consente l'immobilità.
Aveva ragione Seneca quando affermava che: «nessuno può portare a lungo la stessa maschera» (8)
E qui spunta un altro motivo di riflessione. Nella nostra condizione di precarietà, d'instabilità, di necessaria mobilità, nessun mascheramento può diventare un abito consueto. Bisogna cambiare. Di continuo. In tal modo intendo la bella espressione di François de La Rochefoucauld: Il n'y a point de déguisement qui puisse longtemps cacher l'amour où il est, ni le feindre où il n'est pas. Non c'è mascheramento che possa a lungo celare l'amore quando c'è, o simularlo quando non c'è (9).


Una lunga tradizione di sapienza popolare invita a credere che è pur sempre possibile trovare il vero se stesso. Basta decidere di togliersi davvero la maschera. Ogni maschera.
In fondo Pirandello ci credeva. Nella sua commedia «Il piacere dell'onestà» Baldovino, alla proposta disonesta fattagli dal Marchese Fabio, dice: «Ecco, veda, signor marchese: inevitabilmente, noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e divento subito, di fronte a lei, quello che devo essere, quello che posso essere, - mi costruisco - cioè, me le presento in una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei. E lo stesso fa di sé anche lei che mi riceve. Ma, in fondo, dentro queste costruzioni nostre messe cosi di fronte, dietro le gelosie e le imposte, restano poi ben nascosti i pensieri nostri più segreti, i nostri più intimi sentimenti, tutto ciò che siamo per noi stessi, fuori delle relazioni che vogliamo stabilire. Mi sono spiegato?». Baldovino comunque accetta la proposta. Sceglie la maschera che secondo i patti dovrà indossare. Ma non la terrà troppo a lungo. La commedia termina infatti col suo ravvedimento, con il pianto liberatorio sollecitato dall'insorgere dei suoi «pensieri più segreti», dei suoi «più intimi sentimenti».
Tuttavia, da quanto s'è detto finora, tolta volontariamente una maschera, ne indosseremo un'altra. Insomma è difficile arrivare a trovarsi faccia a faccia con se stessi. Lo stesso personaggio pirandelliano - si potrà dire - tolta la maschera del finto marito, indosserà quella del "vero" marito di Agata, e del padre di un figlio non suo.
Ma allora, non arriverà mai per l'individuo il momento della verità, di quella verità ultima, definitiva, su se stesso? Arriverà per me il momento io cui io possa dire chi e che cosa io sono stato ed essenzialmente sono? Ci sarà un'occasione in cui io possa avere finalmente notizia certa, indubitabile, circa la mia profonda, autentica natura?
Alcuni pensatori asseriscono che ciò sia possibile e che avvenga solo al momento dell'estremo trapasso. Così pensa Arthur Schopenhauer. Verso la fine della vita - dice - avviene come verso la fine di un ballo mascherato: è il momento in cui ognuno si toglie la propria maschera, e "vede" il vero se stesso. La vita impone a tutti la maschera. Ma arriva pure il momento che uno debba deporla. In quel momento costui "vedrà" la verità non solo di se stesso ma anche gli altri (10).
Non so se questo sia davvero possibile. Ma se lo è, Schopenhauer in qualche modo appare come inatteso anticipatore della sensibilità dell'uomo novecentesco, quella sensibilità che trova espressione speculativa nelle filosofie dell'esistenza. In ogni momento della mia vita io sono esattamente quel che ho fatto di me con le mie scelte. E chi io sia stato, e con chi davvero io ho avuto a che fare, mi si rivelerà solo quando, alla soglia estrema della vita, tutto è concluso.
Alla fine della vita - dice Schopenhauer - le cose andranno come alla fine di un ballo mascherato: quando vengono tolte le maschere. Solo allora infatti si vedrà cosa erano, in realtà, coloro con cui si è stati in rapporto nel corso della vita. Infatti le personalità usciranno dall'ombra e verranno finalmente in piena luce. Le azioni avranno ormai prodotto i loro frutti. Le opere avranno trovato il loro giusto apprezzamento. E tutte le fantasmagorie saranno svanite. Perché tutte queste cose si compissero c'è voluto del tempo. Ma - questa è la cosa più strana - non è possibile nemmeno comprendere bene se stessi, il proprio scopo, le proprie aspirazioni, soprattutto per quel che riguarda i rapporti col mondo e cogli uomini, se non alla fine della vita. Certo, nella considerazione finale della propria esistenza si dovrà spesso attribuire a se stessi un posto più basso di di quello supposto in precedenza; ma talvolta anche un posto superiore: il che accade perché, in mancanza di una conoscenza adeguata della bassezza del mondo, lo scopo della propria vita si trovava collocato troppo in alto. Ciò che ciascuno vale, ciascuno viene a saperlo solo per approssimazione.


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Note

1.
The only time I really open up is on stage. I feel spiritual up there. Performing gives me a mask, a place to hide myself where I can reveal myself. I see it as more than performing, going on, doing songs, and leaving. I take everything personally, and don't really feel I've done a complete job unless we've gotten everybody in the theatre on common ground.»

2.
«A mask tells us more than a face» (Pen, pencil, and poison). In The Complete works of Oscar Wilde, Historical criticism, vol. IV, Intentions, The soul of Man, Josephine M. Guy ed., Oxford University Press, 2007, pag. 107.

3.
«Man is least himself when he talks in his own person. Give him a mask and he will tell you the truth.». O. Wilde , The critic as artist, in The Complete works of Oscar Wilde, Historical criticism, vol. IV, cit., p. 185

4.
«Every man lies, but give him a mask and he will be sincere». S'è detto che questo aforisma è generalmente attribuito a Wilde. Ma non ho ottenuto riscontro oggettivo nei testi. Comunque, difficile trovare in Wilde l'idea che la menzogna sia caratteristica essenziale della natura umana.

5.
«Jedes ausgesprochene Wort erregt den Gegensinn». Johann Wolfgang von Goethe, Maximen und Reflexionen, Aus den «Wahlverwandtschaften», 9, 1809.

6.
José Saramago, Cecità, Einaudi, 2008.

17
«Auf der Bühne wird die Maske von der Rolle, im Leben wird die Rolle von der Maske bestimmt». H. Krailsheimer, Aphorismen, H.O. Schulze, Lichtenfels am Main, 1957, pag. 57.

8.
«Nemo potest diu personam ferre»: Seneca, De clementia, L. I, c. 1

9.
François de La Rochefoucauld : «Il n'y a point de déguisement qui puisse longtemps cacher l'amour où il est, ni le feindre où il n'est pas». 70.

10.
«Gegen das Ende des Lebens nun gar geht es wie gegen das Ende eines Maskenballs, wann die Larven abgenommen werden. Man sieht jetzt, wer Diejenigen, mit denen man, während seines Lebenslaufes, in Berührung gekommen war, eigenthch gewesen sind. Denn die Charaktere haben sich an den Tag gelegt, die Thaten haben ihre Früchte getragen, die Leistungen ihre gerechte Würdigung erhalten und alle Trugbilder sind zerfallen. Zu diesem Allen nämlich war Zeit erfordert. Das Seltsamste aber ist, daß man sogar sich selbst, sein eigenes Ziel und Zwecke, erst gegen das Ende des Lebens eigentlich erkennt und versteht, zumal in seinem Verhältniß zur Welt, zu den Andern. Zwar oft, aber nicht immer, wird man dabei sich eine niedrigere Stelle anzuweisen haben, als man früher vermeint hatte; sondern bisweilen auch eine höhere, welches dann daher kommt, daß man von der Niedrigkeit Welt keine ausreichende Vorstellung gehabt hatte und demnach sein Ziel höher steckte, als sie. Man erfährt beiläufig was an Einem ist.» - Aphorismen zur Lebensweisheit, MCMXVII, Im Insel-Verlag Zu Leipzig, p. 215-216.