Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Palazzo Serra di Cassano - Via Monte di Dio, 14 - Napoli
Giovedì 29 aprile 2010 - ore 17.00
presentazione del volume
Il testo, l'analisi, l'interpretazione - III
studi di teoria e critica letteraria sul tema
Letteratura, tecnologia, scienza
a cura di Matteo D'Ambrosio
Liguori editore, 2009
partecipano: Clementina Gily, Giuseppe Tortora
e gli autori: Annarita Camardella, Annalisa Dell'Annunziata, Paolo Graziano
Società Dante Alighieri - Comitato di Napoli
Giuseppe Tortora
Presentazione del volume
Letteratura, tecnologia, scienza
Nell'introduzione a questo volume Matteo D'Ambrosio, il curatore, ma anche co-autore, ha espresso un fiducioso augurio: che la letteratura prodotta in ambiente multimediale possa godere, anch'essa, di una ricca e dignitosa evoluzione teorica ed ermeneutica. Un augurio che però - devo aggiungere - rischia di rimanere sterile. Perché sono molti gli ostacoli. E non parlo di quelli immediatamente percepibili, ma soprattutto di quelli che portiamo, nascosti, dentro di noi. Mi riferisco a quelli ereditati con la nostra formazione, di cui solo a costo di notevoli sforzi riusciamo a prender consapevolezza. La liberazione da questi vincoli invisibili è impresa faticosa, considerato il regime di anestetizzante immobilismo che ormai coinvolge la cultura cosiddetta umanistica e, in particolare, quella promossa dalle istituzioni accademiche.
Da convinto assertore della necessità di un ben piú consistente impiego delle tecnologie informatiche nell'organizzazione della nostra esistenza individuale e sociale, credo davvero che il bello debba ancora venire. E tuttavia temo che quel che avrà luogo in un futuro piú o meno prossimo ci trovi spettatori increduli e perplessi. Impreparati. Siamo ancora ai prodromi. Ma non possiamo sottrarci alla responsabilità etico-culturale in merito alla direzione che questa evoluzione prenderà. Molto dipende proprio da chi di cultura vive. Molto dipende dal loro impegno affinché queste tecnologie trovino piú ampio spazio, oltre che nelle attività connesse alla creazione artistico-letteraria, anche in tutte quelle che pertengono alla produzione, all'elaborazione e alla diffusione della cultura.
È da tempo che sappiamo che le tecnologie digitali costituiscono un supporto straordinario all'espressione della creatività in tutti i campi in cui finora l'ingegno umano s'è cimentato. Sappiamo pure che esse stesse possono aprire nuovi ambiti di sublimazione delle energie intellettuali e possono dispiegare nuove prospettive alle istanze estetiche dell'uomo. In particolare sappiamo che queste tecnologie costituiscono una grande opportunità per lo sviluppo ed il potenziamento della ricerca scientifica, in ogni campo del sapere, dunque pure in ambito umanistico. Ed è ben noto pure, da molti anni, che esse rappresentano straordinarie risorse per l'ottimizzazione, in termini di efficienza e di efficacia, dell'attività formativa: dalla istruzione formale - d'ogni tipo e livello - alla creazione d'ogni specie di competenze professionali.
Eppure queste tecnologie non trovano ancora un posto adeguato ed un ruolo effettivo nelle istituzioni che promuovono la cultura e la formazione. Molte le chiacchiere sull'innovazione tecnologica, ma gli esiti sono assolutamente deludenti: iniziative e produzioni destinate a far solo da vetrina alle ambizioni di chi mira, per motivi non sempre nobili, ad un accredito di "promotore d'innovazione". In queste condizioni anche l'interazione tra la ricerca umanistica e la ricerca scientifico-tecnologica, ancorché già utilmente e fruttuosamente attuata in fortunate sperimentazioni, non è stata ancora messa a sistema. Pertanto allo stato attuale essa langue. Sono ancora molte le remore che ne rallentano lo sviluppo.
Remore di cui - in ambiente umanistico - erroneamente si fa colpa alla cultura scientifica. Ne ho discusso altrove. Parlando delle nuove prospettive che emergono in ambito scientifico-tecnologico, relativamente alle prevedibili trasformazioni della condizione umana, denunciavo che lo sviluppo delle scienze e i progressi delle tecnologie avanzate sembrano relegare sempre piú la cultura umanistica in un muto passato. E non per programmatica scelta di chiusura in se stesso dell'universo scientifico. Al contrario. Per l'autocompiaciuto conservatorismo e la misoneistica inerzia diffusa nell'area umanistica.
In verità la denuncia non era farina del mio sacco. Essa era stata già espressa - qualche anno fa - da John Brockman, presidente della Edge Foundation, un'istituzione americana votata proprio alla promozione dell'evoluzione dei modelli culturali. Lo ha fatto nel volume The New Humanists, che, tradotto pure nella nostra lingua, ha conosciuto in Italia scarsissima circolazione.
A Brockman il tema stava a cuore da tempo. Già nel 1991 - prendendo spunto da quanto, trent'anni prima, aveva teorizzato Charles P. Snow in The Two Cultures - egli, nel saggio The emerging Third Culture, accennava appunto alla nascita di una Terza cultura che avrebbe posto fuori gioco l'opposizione tra quella umanistica e quella scientifica. Riprendendo la sua vecchia idea, dunque, in quest'ultimo suo volume egli esprime un'inequivoca denuncia. Al giorno d'oggi, nelle società avanzate, e segnatamente negli Stati Uniti, all'«intellettuale» è riservato un ruolo sempre piú marginale. Ormai la vecchia cultura umanistica - di tipo prevalentemente letterario e filosofico - non è adeguata alle esigenze delle moderne «teste pensanti». Il limite sta proprio nella sua ingiustificata autoreferenzialità, nell'adozione di forme comunicative non condivise; ma soprattutto: in una visione di fondo abbastanza pessimistica in merito agli sviluppi della civiltà e nella ingiustificabile supponenza maturata nei confronti degli straordinari progressi della scienza.
Come dargli torto? Basti ricordare che in ambito filosofico ancora circolano, con pieno diritto di cittadinanza, le preoccupazioni espresse da Martin Heidegger, circa il pericolo della disumanizzazione connesso allo sviluppo e alla diffusione delle scienze e delle tecniche. Le quali sottrarrebbero l'uomo a se stesso. Ne distoglierebbe l'intelligenza e persino l'attenzione dai problemi del proprio fondamento.
Merito principale di questo volume curato da D'Ambrosio è dunque quello di muoversi culturalmente in controtendenza. E lo fa anzitutto rigettando, anche con argomentazioni teoriche, la colpevole esclusione di scienza e tecnica dall'universo letterario. Inoltre esso prospetta come, dalla loro reciproca attenzione possano scaturire "altre" possibilità per l'attività poetico-letteraria: di ideazione, creazione, espressione, comunicazione. E lascia intravedere quali nuove prospettive si profilano, dalla loro collaborazione, non solo nella teoria della letteratura ma anche nel lavoro critico, in particolare per quanto riguarda gli aspetti semiologici ed ermeneutici.
Il nuovo clima s'avverte già dai saggi che lo stesso D'Ambrosio e Annalisa Dell'Annunziata dedicano alla poesia informatica. Quando, a proposito della scrittura, si parla della smaterializzazione del supporto, della variabilità e modificabilità del prodotto, della struttura reticolare del "testo" informatico, dell'ipertestualità e della connessa navigabilità del documento, e infine della multimedialità. In questo tipo di poesia, il sistema linguistico insomma non è strumento unico. Il "nuovo" testo lascia giocare in piena reciprocità molteplici e diversi codici espressivo-comunicativi. Immagini, audio, video contribuiscono unitariamente alla costituzione di un "con-testo", in cui la fantasia del creatore trova piú ampia espressione e nuove modalità di significazione e di conferimento di senso, lasciando che il fruitore, a sua volta, apporti altri significati e altri sensi col suo libero muoversi nella struttura a rete di questo "tessuto".
Si tratta dunque di opere di creazione strutturate all'insegna del superamento della disposizione testuale legata alla scrittura (tipicamente quella del libro): opere in cui non hanno piú rilevanza la linearità, la sequenzialità, la connessione a logica fissa tra gli oggetti. Sicché il digitale amplia l'orizzonte letterario, accrescendo le opportunità espressivo-comunicative e predisponendo persino nuovi supporti per l'attività creativa. Esso apre lo spazio pure a nuovi strumenti generativi ed a nuove tecniche compositive.
Ne vien fuori pertanto una letteratura davvero "diversa", prodotta direttamente in digitale con software dedicati. Le creazioni non sono piú vincolate ad un dispositivo unico e invariabile. Esse sono spesso risultanze di scelte progressive, che si concludono con un "oggetto" aperto: ricco di ulteriori e imprevedibili esiti per l'intelligenza e la sensibilità di un fruitore. Opere che richiedono un fruitore di necessità partecipe in modo attivo e a sua volta creativo.
Dunque - si diceva - scompare la fissità del linguaggio, e soprattutto scompare il testo in senso tradizionale. Al suo posto c'è un "con-testo", in cui "saltano", ormai superati, i canoni di continuità, coerenza e congruenza. Insomma - come ben si dice - scompare la monumentalità del prodotto: fondamentalmente la sua immodificabilità. Il "con-testo" può persino integrare, ad esempio, produzioni linguistiche a generazione automatica, e magari prodotti iconici di animazione o addirittura quelli ottenuti con la tecnologia ottica della olografia. Questo testo "diverso" è fluido, ed è per sua natura "autocritico". È un "multi-media" con un assetto ipertestuale che non solo "chiede" ma "impone" al fruitore co-autore, un movimento interattivo; un movimento in cui egli effettui, ad ogni passaggio, una ricognizione del percorso compiuto ed una revisione critica di quel che ha realizzato, e proceda poi alla progettazione del percorso ulteriore, e infine compia il passaggio ad una nuova fase, ad un nuovo "nodo". In altri termini scompare la lettura "tradizionale". Ora la cosiddetta "lettura" non impegna solo la vista: essa è piuttosto un processo multisensoriale. Ed è un processo non di semplice recezione, ma di tipo costantemente critico-ermeneutico. Soprattutto è un processo "esplorativo" e, a sua volta, di creatività ludica. In certi casi, di "poesia informatica" integrale, addirittura si attiva un procedimento in cui, ad esempio, "il lettore" è anche "l'artista": gioca con le parole esplorando il potere semiologico e semantico delle diverse combinazioni possibili promosse dal suo stato affettivo e dalla sua capacità inventiva. Creatività che vien chiamata in causa soprattutto nel caso della cosiddetta poesia automatica, il cui il fruitore-autore, con la scelta volta a volta di uno dei molteplici criteri compositivi, finisce con l'aggregare, secondo le sue istanze espressive ed estetiche, diverse unità compositive derivanti dalla frammentazione testi, propri o altrui, memorizzati in piccole unità testuali. Ad ogni operazione di aggregazione ne vien fuori sempre un insieme caratterizzato da una solo temporanea ed effimera "de-finizione": un'opera dunque inconclusa, perché inesauribile è la ricchezza dei suoi possibili assetti aggregativi.
La poesia digitale, insomma, affida anche allo strumento un suo compito di creazione. Essa stravolge le caratteristiche tradizionali di scrittura e lettura, riconfigurando, in molteplici e diverse modalità, il rapporto tra autore, testo e lettore, e abbattendo la distinzione-separazione tra scrittura e interpretazione. Tale poesia - come si accennava - prende corpo in un prodotto fluido, senza centro, effimero, aperto, ambiguo. Non impone la sua presenza ma si offre all'azione "costitutiva" del lettore con-creatore. È "scrittura in potenza che diventa atto solo nel momento della lettura". Vuole essere programmaticamente "virtuale", nel senso che non è meno "reale" del prodotto a stampa, ma è libero dai limiti della concretezza massimamente espressi nel prodotto a stampa.
Chi credesse che l'avvento delle nuove tecnologie abbia decretato la definitiva caduta della scrittura, sbaglia di grosso. Ce lo segnala Paolo Graziano. I nuovi dispositivi tecnologici - avverte subito lo studioso - implicano un "diverso modo d'intendere" il parlare, lo scrivere, il memorizzare, il ricordare.
Reinterpretando il passo del Fedro di Platone relativo all'invenzione della scrittura - quello del mito di Theut e Thamus - Graziano coglie nell'affermazione della parola scritta l'eversione del rapporto di potere che caratterizza la trasmissione del sapere, dal Maestro al discepolo, attraverso la parola parlata. Per questo, a suo avviso, la scrittura è stata sempre considerata con sospetto. Un'erronea prevenzione quella che induce a riconoscere alla sola oralità la pregnanza della verità. Un pregiudizio antico che conserva il suo smalto anche in epoca contemporanea. Perché anche oggi si tien viva l'opposizione tra oralità e scrittura, e, generalmente, vige un'implicita preferenza per l'oralità. Una preferenza che Graziano dichiara ingiustificata e ingiustificabile nella nostra civiltà contemporanea. Oggi piú che mai fondata su un equivoco. Perché nell'epoca delle tecnologie informatiche è sempre piú labile la separazione tra scrittura e oralità, checché ne pensi chi, sulla scia di Walter Jackson Jong, ritiene che la voce, finora soffocata dalla scrittura e dalla stampa, abbia preso nuovo vigore con le tecnologie della comunicazione: acuendo e radicalizzando, cosí, l'opposizione tra oralità e scrittura.
Certo, considerando lo straordinario successo della telefonia cellulare, si sarebbe indotti a credere che davvero nel nostro mondo post-moderno si stia celebrando ormai il definitivo trionfo dell'oralità. Il cellulare segnerebbe la conformazione di una nuova soggettività. Non considerato dall'utente come mero strumento, esso favorisce in lui un nuovo modo di stabilire rapporti con gli altri e soprattutto con se stesso. Gli offre la possibilità di nuovi modi di esserci: a livello individuale, sociale e culturale. Esso insomma, condividendo con noi la mobilità, ed assunto come oggetto di familiarità quasi intima col nostro corpo, ci consentirebbe - segnala Graziano - un piú ampio poter-fare e un maggior poter-essere, e persino la riconfigurazione della nostra gestualità.
Ebbene, certamente esso allarga e potenzia le nostre possibilità e le nostre modalità comunicative di tipo vocale - con azioni sincrone, asincrone e semi-sincrone - liberandoci dai vincoli della telefonia fissa e offrendoci una flessibile possibilità di scelta nella nostra gestione del tempo. Ma - segnala l'autore - sarebbe erroneo credere che con la tecnologia cellulare la scrittura sia stata messa al confino. Non solo perché il cellulare ormai è un oggetto di cui la comunicazione vocale è solo una delle sue funzioni, ma soprattutto perché con questa tecnologia la scrittura assume un nuovo aspetto, perdendo quel che Jacques Derrida indicava come il suo carattere "testamentario". Il cellulare infatti è anzitutto un dispositivo tracciante: un dispositivo di accumulo ed emissione di segnali inintenzionali. Registra e dissemina tracce: ad esempio di presenza dell'utente in un certo luogo, in un certo tempo e per una certa durata. Registra e memorizza, in forma grafica, anche informazioni relative alle chiamate ricevute, a quelle inviate, all'identità e al numero telefonico del chiamante ecc. Inoltre esso consente all'utente la scrittura e la memorizzazione di dati e appunti personali, di informazioni da conservare, oltre che, infine, la composizione e la spedizione di sms. Con i quali, segnala sempre l'autore, s'è inaugurata una forma di scrittura totalmente "nuova". Anzitutto piú ampia: integrata con ideogrammi e patogrammi; quindi caratterizzata da maggiori possibilità espressive. E pure piú efficiente, grazie anche ai programmi di "scrittura intelligente", resa possibile anche attraverso la registrazione alfanumerica - personalizzata ma in forma del tutto indipendente dalla volontà - dei dati relativi alla scrittura effettivamente compiuta dall'utente. Basti ricordare il dizionario, o meglio il repertorio invisibile delle occorrenze lessicali, che via via si costituisce in memoria, al fine di suggerire, appena possibile, e in modo totalmente automatico, il completamento delle parole.
Potrà ancora sostenersi, allora, che il telefono cellulare segni il trionfo ed espanda il dominio dell'oralità?
Molte opposizioni, dunque, sono state ridotte nel corso del Novecento. Domini che sembravano neanche parzialmente sovrapponibili si son mostrati, in ottica diversa, meno estranei tra loro. Sicché anche tra quelli di scienza e letteratura - dice Giudi Scotto Rosato - va scomparendo la presunta incomunicabilità in forza della caduta - sottolinea la studiosa - della nozione di verità precedentemente sostenuta, nella cultura occidentale, dalla elaborazione epistemologica sviluppata sia in ambito scientifico che in quello filosofico. Non piú in auge quindi la concezione di un reale che sia conoscibile secondo un criterio assoluto di verità, che sia rappresentabile in modo univoco e che sia descrivibile con un unico linguaggio. E cosí i due ambiti, dell'attività scientifica e della produzione artistico-letteraria, scoprono un'inattesa vicinanza. In certi casi, abbandonata deliberatamente e in piena reciprocità la propria separatezza, si va persino istituendo tra loro un rapporto di interlocuzione e di feconda cooperazione dialettica. Pur nel rispetto delle specificità e delle differenze, si va sviluppando una sorta di ibridazione: si fa strada, reclamando una sua legittimità, un sapere complesso, costruito con l'apporto di metodologie e contenuti eterogenei: un sapere, approcciabile in forma multilaterale, che trova proprio nell'arte uno straordinario motore propulsivo.
Con il rigetto di una troppo rigida «autonomia di dominio» s'inaugura un clima di compartecipazione delle esperienze e di condivisione delle simbolizzazioni, in modo da dar conto il piú possibile, e nei termini piú esaustivi possibili, del flusso complesso della vita e della storia. Scienza e letteratura insomma diventano dispositivi discorsivi.
Peraltro in ambito scientifico, specialmente con lo sviluppo della fisica quantistica, va tramontando decisamente il primato metodologico della vista. Ed in quello teoretico va svanendo la cieca fiducia nelle possibilità logico-argomentative della ragione. Sicché nell'attività scientifica si riconosce sempre piú il ruolo costitutivo e la funzione "creatrice" dell'immaginazione.
È proprio l'immaginazione il denominatore comune. Già solido fondamento dell'attività letteraria, il suo ruolo diventa sempre piú rilevante in quella scientifica, rendendo possibile quello che il fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted definiva: «esperimento mentale».
Mai tanta prossimità tra letteratura e scienze. Immaginazione è per entrambe immagin(e)azione. La facoltà immaginativa approda ad un'immagine che a sua volta determina ulteriore attività, nuove azioni. Sicché l'immaginazione consente di vedere in modo diverso e di interpretare in termini differenti anche un oggetto d'osservazione comune. E l'immagine da lei prodotta diventa "racconto" che apre nuovi orizzonti di conoscenza e nuovo ventaglio di possibilità operative. Questo "racconto scientifico" a sua volta sollecita altra elaborazione, promuove un'ulteriore ricombinazione dei contenuti: fino a fluire in una nuova interpretazione. Esperimenti mentali, si diceva, che, proprio producendo nuove informazioni, e prospettando nuovi interventi operativi, permettono di ottenere una sempre nuova e piú piena forma di "esperibilità visiva". L'esperimento mentale quindi, in quanto speculazione ipotetica, è a fondamento della ricerca scientifica non meno che della finzione letteraria. Non a caso Italo Calvino diceva che la fantasia è una specie di macchina elettronica: specialmente per le innumerevoli possibilità combinatorie a fini euristici. Del resto anche in letteratura "si narra"per "scoprire" e non semplicemente per "rappresentare". E dunque, per approdare ad una scoperta, perfino nelle piú astratte e "fredde" regioni delle matematiche, la ragione calcolante ha bisogno della fantasia. La quale diventa addirittura indispensabile in certi settori, come ad esempio nell'esplorazione dell'infinitamente piccolo: l'immaginazione qui non è in grado di riprodurre in alcun modo la realtà, ma può agire come rivelatore. Come in letteratura, cioè, essa può rendere visibile ciò che non si vede. Cosí il percorso di ricerca si struttura integrando anche queste «altre» osservazioni, che non sono d'origine empirica ma prodotte dalla "visualizzazione immaginativa": fino a trovare poi, come spesso accade, espressione sintetica, in una metafora. La quale, proprio come in letteratura, vive in una dimensione, appunto, concettuale-immaginativa. Non svolge compito esornativo, né pretende di "fissare" il contenuto, ma si propone come strumento "pedagogico" e spesso costituisce lo stimolo di ulteriore creatività: insomma produce una realtà semanticamente nuova e svolge un suo proprio compito euristico nel percorso cognitivo. La metafora, in definitiva, è uno strumento di conoscenza additiva, perché attraverso lo «spostamento» consente l'assunzione di un differente punto d'osservazione, rendendo possibile cosí ancora un'altra ristrutturazione del campo semantico. E anche per questo aspetto linguistico, scienza e arte rivelano una comune dimensione ludica: in cui l'ambiguità non frena il gioco ma lo attiva. Con la differenza che: mentre le «metafore poetiche» lanciano il noto verso l'ignoto, al contrario, le «metafore scientifiche» ri-portano l'ignoto al noto, ossia rendono possibile la conoscenza di oggetti "ignoti" attraverso oggetti noti avvicinabili per "analogia". Le metafore non descrivono la realtà ma fanno aprire gli occhi al mondo, permettono di coglierlo in modo inedito, ne rivelano aspetti "altri", diversi da quelli immediati e di esperienza comune. Al punto che, per il ruolo svolto dall'immaginazione, le rivoluzioni scientifiche - sostiene Giudi Scotto Rosati - possono essere intese anche come rivoluzioni di linguaggio e segnatamente come rivoluzioni metaforiche.
Agl'inizi del Novecento, in ambito scientifico, come immediata conseguenza della teoria della relatività ristretta di Albert Einstein, si pervenne presto all'abbattimento della separazione tra spazio e tempo. Col concetto di cronotopo Hermann Minkowski elaborò ed enunciò in sede scientifica l'intrinsecazione delle quattro "dimensioni". Annarita Camardella nel suo saggio ricorda che nell'analisi letteraria la relazione spazio-temporale assume sempre importanza determinante. E non solo nel senso che ogni esperienza creativa ha luogo in uno spazio e un tempo determinati. Nella produzione letteraria tuttavia lo spazio conserva le proprie specificità, nonostante l'interdipendenza e l'interpenetrazione col tempo. Peraltro molte espressioni, anche relative al tempo, assumono una forma spaziale: danno una specie di concretezza visibile al tempo. In effetti pure nella storia della scienza lo spazio l'ha avuta vinta sul tempo. Si attribuisce allo spazio una maggiore "evidenza" rispetto al tempo. Naturale che anche le discipline "umanistiche" abbiano finito col privilegiare lo spazio, non solo al livello di linguaggio. Basti ricordare che lo spazio sta a fondamento dello strutturalismo, e in particolare della linguistica strutturale.
Sulle ragioni di questa preferenza c'è da riflettere. Anche perché in certe creazioni letterarie, come le "narrazioni", lo spazio appare decisamente declassato. Nelle fiabe, ad esempio, la preminenza è data decisamente al tempo. Si può raccontare una storia senza indicare né il luogo in cui si svolge né il rapporto spaziale tra i personaggi e le cose; ma, nel racconto, è impossibile fare a meno dei riferimenti temporali.
In effetti la preferenza per lo spazio ha in noi radici profonde. Non siamo in grado di immaginare il nostro concreto "essere al mondo" a prescindere dalla dimensione spaziale. Si tratta di un'esperienza primaria che non a caso fa da substrato prelinguistico comune a tutti i sistemi linguistici. Lo spazio è avvertito come la condizione ineludibile dell'azione. Esso rende gli oggetti presenti a noi e disponibili all'atto primordiale dell'appropriazione. Ci appare come il campo delle possibilità: il tempo invece ci appare col suo vincolo dell'irreversibilità, con la necessità della consumazione, della perdita. Dunque non a caso Gérard Genette ha mostrato come anche in letteratura, oltre che nel linguaggio comune, sono fortemente ricorrenti le espressioni ad alta connotazione spaziale, cioè esprimenti distanza, sito, percorso, orizzonte.
E se ci percepiamo esistenti per la dimensione spaziale del nostro corpo e per la relazione del nostro corpo con altri corpi e altri oggetti, di fatto è impossibile stabilire un rapporto col mondo senza individuare rapporti di verticalità, lateralità e frontalità degli "oggetti" rispetto al nostro corpo. Ed è impossibile parlare senza riferimento a su-giú, sinistra-destra, davanti-dietro, dentro-fuori. La spazialità ha per noi così grande importanza che, tanto a livello dell'esperienza quanto a quello del discorso, le sue determinazioni assumono polarità timiche, dunque indicazioni di valore. E pertanto, rispetto alla posizione eretta - la nostra -, le determinazioni riferite alla verticalità acquistano un preciso valore: l'alto costituisce il polo positivo rispetto al basso, proprio come il leggero rispetto al pesante. E analogamente, rispetto alla lateralità, per destra e sinistra; e rispetto alla frontalità: per davanti e dietro. E valore timico assumono anche le opposizioni spaziali tipo: vicino-lontano, aperto-chiuso, limitato-illimitato, continuo-discontinuo, che - ricorda la studiosa - spesso rappresentano validi equivalenti metaforici per prezioso-vile, buono-cattivo, proprio-altrui.
Non seguiremo ulteriormente l'interessante discorso della Camardella, che illustra il senso della spazialità in autori contemporanei: anche nel Proust del tempo perduto. Resta rilevante l'idea che ispira tutto il suo discorso: le indicazioni e le espressioni che in un'opera si riferiscono alla spazialità ci dicono molto del "modello di mondo" proprio di un autore, e ci dicono molto circa il giudizio di valore che l'autore attraverso di esse esprime.