Carlo Santacolomba contro «l'abominevole dottrina del patto sociale».
1. Le forze in campo
Grande fermento intellettuale, nel Settecento, tra gl'intellettuali del Meridione d'Italia. L'irruzione delle idee di Rousseau diede vita ad una profonda riflessione e ad una vivace discussione. Specialmente nel campo della cultura politica. Le tematiche proposte dal ginevrino stimolarono un confronto che non fu tenuto ristretto negli angusti limiti delle proposte alternative, ma si sviluppò chiamando in gioco i fondamenti stessi delle diverse concezioni del mondo. Il confronto sui grandi temi rousseauiani assunse a tratti l'aspetto di uno scontro tra differenti e talvolta irrimediabilmente opposti orientamenti teoretici e religiosi.
E in particolare, a proposito dell'uguaglianza tra gli uomini e del contratto sociale, si delinearono, specialmente negli anni di fine secolo, molteplici e diversi orientamenti interpretativi degli asserti rousseauiani: orientamenti che però dovevano far da sostegno a tendenze e proposte non sempre perspicue.
Parallelamente al rifiuto radicale e addirittura alla demonizzazione dei grandi temi della riflessione politica del ginevrino, sostenuti dai teorici dell'"opposizione", si svilupparono non una ma due tendenze all'"appropriazione": l'una in direzione "rivoluzionaria" e l'altra in quella "riformista". Insomma i teorici dell'appropriazione non costituivano un blocco omogeneo. Cosí suggerisce, opportunamente, Giulio Gentile in La repubblica virtuosa: Rousseau nel Settecento politico meridionale, Napoli, Morano, 1989.
Quanto agli "oppositori", si trattava in prevalenza di un manipolo compatto di reazionari, espressione del «giusnaturalismo cattolico-regalista». Costoro - pur in forme diverse: talvolta piú rigide talaltra piú morbide - erano decisi a tutto e di fatto svilupparono una potente linea di fuoco: una «letteratura di sbarramento» - come dice ancora Giulio Gentile - contro ogni tentativo di compromesso con le idee del ginevrino, attingendo argomenti finanche alla dottrina della fede e alla teologia cattolica.
Al contrario i teorici dell'"appropriazione", come s'accennava, non costituivano un fronte unitario. L'acceso entusiasmo di alcuni per i temi dell'uguaglianza e del patto sociale produsse l'allontanamento di altri più moderati. E di fatto generò un implicito avvicinamento ideologico di questi ultimi con i "conservatori".
Insomma, sui temi rousseauiani, si andò delineando piú contiguità ideologica tra "oppositori" e "riformisti", che non tra "riformisti" e "rivoluzionari".
E cosí, contro i "rivoluzionari" - indicati pure come "giacobini" - Vincenzio Russo, Mario Pagano e Matteo Galdi, che per lo piú fecero propri e tesaurizzarono i temi piú forti e significativi del pensiero di Rousseau, si trovarono allineati non solo gli antirousseauiani dichiarati, ma anche intellettuali "moderati" come Melchiorre Delfico, Giuseppe Maria Galanti, Nicola Spedalieri, e pure Damiano Romano e Francesco Longano. Intellettuali che, pur aperti - chi piú e chi meno - alle suggestioni d'oltralpe in forza della consapevolezza dei mutamenti intervenuti nelle oggettive circostanze sociali e storiche, erano tuttavia indisponibili a rinunciare al giusnaturalismo cattolico maturato nel percorso della loro formazione culturale politica e religiosa, e vagheggiavano, in un progetto di illuminata conservazione, uno «stato virtuoso», fondato su un'«eguaglianza moderata» e su una «moderata libertà»; anelavano insomma ad una società in cui le aspirazioni del popolo - alla giustizia, alla libertà, all'uguaglianza - non arrecassero pregiudizio ai diritti della monarchia e magari - perché no? - ad alcuni privilegi della classe nobiliare.
Insomma, i "rivoluzionari" rimasero isolati, ed i "moderati", per certi aspetti, si ritrovarono accanto ai "reazionari". Di questi ultimi, i piú intransigenti erano Michele Augusti, Isidoro Bianchi, Francesco Colangelo, Domenico Crocenti, Sebastiano D'Ayala e Carlo Santacolomba, mentre l'ala morbida era costituita da Isidoro Leggio e Francesco Antonio Grimaldi. In posizione un po' più defilata si collocavano poi coloro che miravano principalmente a screditare e rendere cosí inoffensive le idee del ginevrino: Salvatore Vella e Saverio Scrofani.
Rifiutando l'antropologia rousseauiana - la quale esclude la «malizia di Adamo», ovvero il peccato originale, e cosí rende inutile l'attività provvidenziale e redentiva di Dio e toglie senso al ruolo storico della Chiesa - gli "oppositori" non solo negano all'uomo la titolarità di coessenziali "diritti naturali" e riaffermano la "naturale" disuguaglianza tra gl'individui, ma, ribadendo con decisione la sacralità delle istituzioni politiche e rigettando con sdegno la "licenziosa libertà" concessa dai tempi moderni all'individuo, negano con determinazione la presunta legittimità del pernicioso "principio del consenso" ed escludono senz'appello ogni ipotesi di partecipazione degli uomini al patto sociale.
Su questo fronte l'opposizione fu esercitata in forme diverse, e soprattutto con diversa intensità. Qualcuno tra gli oppositori cercò di combattere Rousseau attraverso lo stesso Rousseau. Qualche altro tentò di farlo muovendogli contro Locke o invocando l'autorità di Vico. Qualche altro, piú ardimentoso, sviluppò la sua contestazione opponendogli addirittura Hobbes. In tutti la convinzione che la "storia sacra" accreditava e legittimava la "conservazione" etica e politica, ossia il rispetto dell'"ordine costituito", sia sul fronte politico che su quello religioso. La loro battaglia di civiltà si configurava dunque come difesa del potere monarchico e dell'autorità religiosa della Chiesa cattolica.
Quanto alle argomentazioni culturali, Carlo Santacolomba rappresenta, in qualche modo, una singolare eccezione. Egli prende le distanze sia da Rousseau che da Hobbes, assimilato quest'ultimo a Spinoza quale ateo e materialista. Ma il Santacolomba era vescovo.
2. In servizio unico del mio Dio e del mio Re.
Vescovo d'Anemuria, Abate e Prelato della Real Cattedrale di Santa Lucia, Regio Maggior cappellano, Regio Consigliere e Vicario Capitolare della Chiesa di Lipari, nell'anno 1800 mandò alle stampe, presso l'editore Vincenzo Orsino di Napoli, un'Istruzione Pastorale indirizzata «Agli Ecclesiastici delle due Diocesi di S. Lucia e di Lipari in Sicilia». Un documento d'indirizzo formalmente riservato al Clero, ma che per l'oggetto e per il modo in cui era sviluppato - ossia con un'ampia riflessione culturale in cui le considerazioni teologiche si coniugavano con tesi filosofiche d'origine anche molto recente - voleva esprimere, in forma autorevole e solenne, la discesa in campo dell'autore in un dibattito culturale che vedeva alternarsi posizioni diverse per tipo d'argomentazioni e per modalità di sviluppo, e, allo stesso momento, voleva rappresentare una sorta di messa a punto teorica di una posizione ufficiale dell'Istituzione ecclesiastica di cui era rappresentante eminente.
L'oggetto era l'origine della sovranità: una questione sollevata - di recente appunto - dalla diffusione, anche nel Regno delle due Sicilie, delle "ardite" posizioni di Jean-Jacques Rousseau.
In questo scritto il Santacolomba, ormai alla veneranda età di settantacinque anni, con un atteggiamento tutt'altro che condiscendente, non fa che proporre la tesi dell'origine divina della sovranità, come indica nello stesso frontespizio dell'opera. Naturalmente egli parla d'ogni forma di sovranità. Ma nel suo mirino sta proprio la sovranità politica. Del resto il saggio ha, all'inizio, una lettera d'indirizzo a Sua Eccellenza Don Francesco Statella - un gentiluomo di Camera del Sovrano, suo Luogotenente in Sicilia, e Capitano generale del Regno di Napoli - in cui Santacolomba fa esplicito riferimento all'intenzione di arginare, con la sua Istruzione, «l'infausto male epidemico che ha tenuto per anni vertiginose le teste europee», ossia la tendenza, diffusa dai contrattualisti, di lasciare la sovranità nel «pazzo arbitrio degli allucinati mortali». Questo vero «male morale» comporta «parosismi politici», ovvero profonda destabilizzazione se non addirittura la radicale eversione. Ed è tanto pericoloso che a debellarlo non bastano i castighi e i premi che «il saggio governo» del Regno sta per emanare, ma abbisogna di un intervento piú radicale. Per inaridire definitivamente «l'infame albero» bisogna che «la perniciosa dottrina del sociale contratto» - se di dottrina merita il nome - venga «strappata dalla mente degli Scioli», dei saputelli, e «dal cuore dei malviventi».
Colpisce che Santacolomba, vescovo della Chiesa, dica - e non solo per forma retorica - che proprio per questo scopo egli ha «impiegato le meditazioni e le vigilie d'alquante notti»; e che lo ha fatto «in servizio unico del mio Dio e del mio Re». Come se la dottrina del Contratto sociale costituisse minaccia non solo per il Governo del Regno ma anche per la Chiesa di Cristo, e che fosse compito del vescovo non solo difendere la Chiesa ma anche il Sovrano regnante. Ma tant'è. La Chiesa e lo Stato sono da lui immaginati inscindibili, quasi un blocco unico nel segno della conservazione. Non si riferisce naturalmente a tutti gli Stati, ma a quelli monarchici, in specie a quello che gli sta piú a cuore, quel Regno di Napoli che ai suoi occhi è «uno de' piú cospicui Regni della misera Italia impoverita e sedotta».
Il Santacolomba tiene a chiarire ch'egli, vecchio vescovo senza ambizioni, «s'impiega» in questo compito «solo con l'intenzione candida e retta al bene di Santa Religione, alla fermezza della Corona, alla pubblica tranquillità». A suo giudizio la tranquillità è l'obiettivo a cui mirare. Un bene primario. Solo se tutto resta tranquillo allora, in quel suo bel Regno di Napoli, governato «dal piú saggio de' Monarchi», la Chiesa e lo Stato continueranno a fiorire rigogliosamente e ad offrire i loro preziosi frutti.
3. Insinuare e stabilire con verace sodezza le inconcusse verità.
Con la sua Istruzione, insomma, il Santacolomba pensa d'integrare autorevolmente il compito di Don Statella. Al quale il vescovo, alla fine della dedicatoria, non solo rivolge l'accorato invito: «sí, preghiamo l'Altissimo per lo stabilimento di santa Fede, per la felicità del nostro Augusto Padrone, per lo splendore della Corona, e pel vantaggio di tutta l'Umanità»; ma esprime la sollecitazione a condividere con lui il compito indicato nell'Antico Testamento, laddove il profeta Geremia (29.7), rivolgendosi agli Ebrei di Babilonia col proposito di distoglierli dalle seduzioni dei falsi profeti, esclama: «Quaerite Pacem Civitatis et orate pro ea ad Dominum; quia in pace illius erit Pax Vobis».
Ma con la sua Istruzione il vescovo prende un impegno preciso anche nei confronti del «mio sempre adorato Sovrano»: sradicare dalle coscienze il mito del contratto sociale offrendo ai prelati della sua diocesi gli argomenti che devono costituire i fondamenti teorici non solo della loro predicazione al popolo ma anche della loro concreta azione pastorale.
È quanto dice espressamente nell'indirizzo «A' lettori». Un indirizzo costruito con distinguo e precisazioni che lasciano intravedere un contesto di sorda ostilità. Ad esempio quando asserisce che, certo, data alle stampe, questa Istruzione la può leggere chiunque: del che egli può aver solo piacere; ma «se il lettore non è un singolo de' miei Diocesani, sappia che non parlo con lui». E specifica con inaspettata meticolosità: «Non trascorro fuori de' limiti della mia giurisdizione, né metto falci nell'altrui messe»: tutti i terreni hanno i loro bravi agricoltori. E per chiarire le sue intenzioni afferma non senza una certa perentorietà: «scrivo per facilitar le fatiche de' dotti ed esemplari Ecclesiastici delle due diocesi che la Divina degnazione e [si noti!] la Reale Clemenza alla mia cura hanno commesso».
E qui ancora altre cautele. Certo, questi ecclesiastici sanno bene come va curato il gregge; sanno istruirlo in base alla loro «bastante dottrina»; sanno parlargli con la forza persuasiva della loro «fervorosa eloquenza», in modo da «insinuare e stabilire con verace sodezza le inconcusse verità». E tuttavia - prosegue - è cosa utile ricordare e ribadire loro «le piú ime radici che produrranno il germoglio dei loro sermoni quotidiani», in modo che essi assicurino, ai fedeli, principi sani e uniformi. E cosí, tenendo in massimo conto quanto «l'indegno pastore delle loro anime», in tutta coscienza, indica loro, essi naturalmente conferiranno al loro lavoro l'ulteriore pregio «della santa Canonica ubbidienza».
Domina insomma, in questo discorso, la preoccupazione di mantener raccolto e unanime il popolo di Dio - "ecclesiastici" e "plebe" - delle due diocesi in modo da offrire una solida barriera ad ogni tentativo di diffondere sul territorio l'abominevole dottrina del "patto sociale".
4. Contro un pregiudizio dannosissimo.
La tesi della origine divina della sovranità, proposta dal Santacolomba, era il linea con la tradizionale - e ampiamente condivisa - posizione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Eppure egli nel corso del tempo aveva maturato una fama - come dire? - di innovatore. Considerato uomo saggio e dotto, e soprattutto ottimo teologo, egli s'era - come oggi si dice - "impegnato nel sociale" istituendo, ad esempio, nel novembre 1788, in Sicilia, proprio a S. Lucia del Mela, la prima scuola cosiddetta "normale", ossia una delle scuole che apriva l'istruzione pubblica anche alle ragazze, contrastando «il pregiudizio dannosissimo di vietare alle fanciulle di apprendere il leggere e lo scrivere e quindi l'aritmetica tanto utile all'economia domestica e rurale», per usare l'espressione adottata in una nota ministeriale del Consiglio Generale della Pubblica Istruzione che, alla data del 17 luglio 1858 - ovvero settant'anni dopo l'iniziativa del Santacolomba - ancora denunciava essere molto forte.
Ciò fece, il Vescovo, ponendosi in sintonia con l'iniziativa riformatrice dei viceré Caracciolo e Caramanico. Con Decreto del 21 marzo 1788, infatti, Giovanni Agostino De Cosmi - pedagogista e filosofo, rettore dell'università di Catania, intellettuale ben presente della cultura siciliana nel XVIII secolo - ricevette da Ferdinando di Borbone l'incarico di redigere un piano per l'istituzione di Scuole Normali in Sicilia; e col sostegno del Caramanico s'assunse l'onere operativo di diffondere l'istruzione pubblica nell'Isola. E il primo esperimento di scuola popolare pubblica fu, appunto, proprio quello avviato dal Santacolomba.
Insomma la fama di Vescovo "illuminista" il Santacolomba la conquistò sul campo.
Ma non fu la sola iniziativa con la quale il Santacolomba offriva di sé l'immagine dell'innovatore. Qualche anno prima pronunciò una famosa Omelia - Nei solenni funerali di Marco Trifiro, vecchio contadino - che esaltava il valore sociale dei contadini; omelia che, data alle stampe, praticamente circolò in tutta Italia [Nei solenni funerali di Marco Trifiro, vecchio contadino, celebrati dal chiarissimo, e zelantissimo monsignor vescovo d'Anemuria Carlo Santacolomba : Omelia da lui recitata nella sua regia cattedrale, In Siracusa : nelle stampe di Francesco Maria Pulejo, 1787]
5. Tante strane dicerie.
In verità il Santacolomba non godette solo della fama di uomo dotto. Circolava sul suo conto anche qualche strana diceria.
Era l'anno 1795. A Pasquale Galluppi - appena venticinquenne -, fu consentito di tenere una dissertazione in una seduta della Regia Accademia degli Affaticati di Tropea. L'intento del giovane, fresco di studi biblici e teologici, era di dimostrare che «la legge primitiva ed essenziale alla natura dell'uomo si è appunto quella di indirizzare tutte le azioni a Dio, come a sommo bene e ad ultimo fine e non fissarsi giammai in ultima analisi nelle creature o in se stesso». Ma aveva poi asserito, «come per corollario legittimo», che «le supposte virtú de' pagani, perché mancanti della vera carità, debbon dirsi peccati». Per Galluppi l'obiettivo del corollario era di esaltare «la grandezza della Rivelazione». Ma ad alcuni esponenti dell'ambiente ecclesiastico di Tropea quell'asserzione apparve non immune da eresia. E sollevarono la questione in modo formale, al punto che il Vescovo di Tropea dovette farne comunicazione ufficiale alla Sede Papale.
Galluppi aveva il cuore in «gran tempesta». Non coglieva alcuna incompatibilità con l'autenticità delle fede cristiana e nessuna inammissibilità rispetto all'ortodossia teologica della Chiesa cattolica. E poi forse dovette provare timore per le ulteriori conseguenze che avrebbero potuto derivarne. Gli si affacciò alla mente il sospetto di essere stato individuato come significativa espressione di quella temibile tendenza intellettuale che, sbandierando ideali d'innovazione, avrebbe potuto produrre - come stava recentemente avvenendo nel resto d'Italia e già da un po' di tempo nell'Europa cattolica - disorientamento e magari disgregazione nel popolo di Dio, pur senza ch'egli ne avesse offerto una plausibile ragione.
Tuttavia Galluppi non era disposto a darsi per vinto. E dunque aveva approntato una Memoria Apologetica, che, accompagnata da una lettera, indirizzò proprio a Mons. Carlo Santacolomba: se costui ne avesse approvato il contenuto, egli quella Memoria l'avrebbe addirittura «mandata alla luce», l'avrebbe pubblicata. E cosí avvenne [Pasquale Galluppi, Memoria Apologetica, Napoli, pei torchi di Vincenzo Mozzola-Vocola, 1795].
Finallora il Galluppi aveva considerato il Santacolomba, al tempo settantenne, come suo padre spirituale. E poi il Santacolomba, benché noto per le sue posizioni - come dire? - troppo "avanzate", godeva di un'indiscussa autorevolezza dottrinale e di notevole autorità in ambito ecclesiastico.
Ma quella di rivolgersi al Santacolomba era stata probabilmente una scelta discutibile. Forse addirittura inopportuna. In quegli anni, nella vicina Sicilia, si affermava persino, ancorché a bassa voce, che il Santacolomba fosse - in definitiva - un miscredente; ed era abbastanza diffuso il sospetto che tra il giovane Galluppi e l'illustre prelato vigesse un accordo nato sulla base della reciproca fraternità massonica.
Ma c'era anche dell'altro. Galluppi in fondo veniva sospettato di giansenismo. A suo dire, egli intendeva parlare non della virtú in generale, ovvero della virtú naturale, ma della "vera" virtú: che non poteva essere altra che quella cristiana. Certo, per argomentarne aveva dovuto affrontare questioni spinose su cui era ancora aperto un vivace dibattito filosofico-teologico: l'insufficienza della natura dell'uomo, il ruolo della grazia divina, ecc. Su questi aspetti il dibattito aveva visto profilarsi l'opposizione tra due posizioni che, a ben vedere, erano gli esiti di una radicalizzazione ridondante quanto forse inopportuna. Ma Galluppi, nella dissertazione, aveva mutuato proprio quegli argomenti che, lanciati già da un po' di tempo dal vescovo Giansenio, ormai erano nell'aria. Argomenti che trovavano le simpatie di chi, come lui, nella Chiesa, sentiva forte, e in modo piú profondo, l'esigenza morale dell'innovazione. Ed erano stati proprio questi aspetti che gli avevano procurato l'accusa, da lui ritenuta ingiusta, di aver sostenuto tesi gianseniste.
Ma queste erano anche le ragioni per cui lo stesso Santacolomba era di fatto sospettato di giansenismo.
6. Un riformismo lealista.
Sta di fatto che con l'Istruzione pastorale, il vescovo, ormai anziano, fa una scelta di campo. Favorire le istanze di riforma che emergevano all'interno di un Regno a suo avviso saggiamente gestito e che non incontravano il dissenso dell'autorità religiosa.
Dunque, se mai il Santacolomba è stato davvero un giansenista, egli ha assunto la linea piú morbida del riformismo.
Val la pena ricordare che in Italia il giansenismo assunse due aspetti: il primo appunto riformista, espresso in Toscana dal vescovo Scipione Ricci (1741-1810); il secondo, quello democratico-rivoluzionario, ch'ebbe il suo protagonista in Eustachio Degola (1761-1826).
Assunti in giovinezza gli orientamenti giansenisti provenienti d'Oltralpe - in particolare sul tema della grazia e su quello dell'autonomia delle chiese locali dal papato -, Scipione Ricci, divenuto poi Vescovo di Prato e Pistoia, espresse il suo sostegno all'azione riformista del granduca Pietro Leopoldo d'Asburgo Lorena, e ebbe da questi il supporto per l'attuazione di riforme relative al clero e alle pratiche religiose dei fedeli. Trovò pochi riscontri nel popolo ma soprattutto incontrò l'ostilità della maggior parte dei vescovi toscani, al punto che, nel 1795, le tesi del sinodo pistoiese - da lui stesso convocato a Pistoia nel 1786 - furono condannate dalla Santa Sede, e, nel 1799, Scipione de' Ricci fu costretto a fare atto di sottomissione.
Diverso - come si accennava - l'andamento delle cose a Genova. Il sacerdote Eustachio Degola svolse un suo ruolo attivo nella Repubblica democratica ligure (1797-1799). Vissuto per un po' di tempo in Francia, fece propria l'interpretazione "assolutistica" data da Sant'Agostino al problema della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio. E proprio a Parigi, nel 1810, portò Enrichetta Blondel all'abiura del calvinismo e Alessandro Manzoni ad un riavvicinamento alla pratica religiosa cattolica. Nel 1797 era a Genova, la sua città. Il 5 giugno di quell'anno, a Mombello, fautore Napoleone Bonaparte, nacque la Repubblica Democratica Ligure. Ma solo l'8 luglio, cadde definitivamente il secolare sistema feudale. La repubblica aveva bisogno di consenso popolare: il 4 luglio venne quindi approvato un piano da attuarsi nella città e nelle riviere. Tale piano fu proposto da Gian Carlo Serra, ma molto verosimilmente fu progettato dai gruppi giansenisti facenti capo ad Eustachio Degola. Una trentina di preti doveva essere inviato sul territorio con il compito di istruire il popolo sui temi della democrazia, della libertà e dell'eguaglianza , e sul valore di proprietà e sicurezza. Essi avrebbero dovuto evidenziare la corrispondenza tra i principi della democrazia e quelli della religione cattolica. Ma anche in questo caso il piano non trovò il successo sperato per l'opposizione del clero tradizionalista.
Piú sfumato l'atteggiamento di Carlo Santacolomba. Contrario all'impostazione genovese, coniugò il suo giansenismo "religioso" con l'orientamento riformistico del Re di Napoli, conservando un atteggiamento di severo lealismo alle ragioni delle due istituzioni dominanti la vita delle genti d'Italia meridionale: la Chiesa Cattolica e la Monarchia Borbonica. Contrarissimo dunque sia ad una profonda riforma interna alla Chiesa, sia al sovvertimento dell'ordinamento politico del Regno, trovò un suo posto nella linea di blando quanto velleitario riformismo del Sovrano, e si fece banditore della lotta non solo agli ideali democratici, ma ad ogni forma di egalitarismo.
7. I veri e i falsi savj.
Nella dedicatoria «A' lettori» che apre l'Istruzione pastorale il Santacolomba ammette che, certo, la sua opera, una volta data alle stampe, di fatto si espone alla «pubblica giudicatura», che è «severa e inappellabile». Ma asserisce con fermezza ch'egli non ha paura di questo tribunale. I lettori «di buon senso e di buona fede» lo comprenderanno e anzi: «mi correggeranno da amici, qualora io sbagli». Sta di fatto però che Santacolomba giudica amici solo i lettori che consentono con lui. Ossia quelli che, «amorosi vassalli del comune Real Padrone», approveranno quei suoi sentimenti, riconoscendoli «fedeli alla santa Religione, uniformi alla sana filosofia, utili allo Stato alla tranquillità del vassallaggio ed al decoro della Corona». Quanto agli altri, ovvero ai lettori «di difficile contentatura» o «di cuor magagnato», non resta che sopportare pazientemente questo scritto. Del loro giudizio a lui poco importa. «I veri Savj» riconosceranno facilmente, nella loro ostilità, «la puzza di un recettacolo di brutture».
Santacolomba diventa ancora piú esplicito. Assumendo piglio quasi sprezzantemente perentorio, egli asserisce che a lui interessa soltanto il giudizio «de' veri Letterati», che non sono certo quegli esponenti di «Sciolismo» che fanno professione di «Socialismo», ossia di quei sapientoni che, con presunzione di sapere, si fanno «sostenitori del sociale contratto».
Santacolomba ne è certo e lo asserisce senza esitazione: «lo Sciolo della Repubblica delle Lettere è sempre piú nocivo e pernicioso dell'ignorante». Tuttavia non esita ad ammettere che esistono anche sapientoni «di cuore retto», saputelli di elevato talento, i quali comunque, se seconderanno gl'impulsi della loro «buona volontà», sapranno mettere in dubbio, con sincera autocritica, l'assolutezza dei principi da loro stessi sostenuti. Costoro sapranno di certo riconoscere che, su queste tematiche, anche persone «di sublime sapere» possono, cadere in forme allucinatorie; e, vincendo ogni forma di vergogna, riusciranno a fare il gran passo di «cambiare uniforme», salendo d'un gradino nella scala per la gloria.
In fondo si tratta di un'operazione "politica". Il Santacolomba sa che molti intellettuali ormai amoreggiano apertamente col «socialismo»; sa pure che si tratta di un fronte ampio e ben attrezzato; la migliore procedura dunque è rompere quel fronte invitando cautamente quelli tra gli «scioli» ch'egli corteggia - esaltandone il cuore retto, gli elevati talenti, il sublime sapere, e soprattutto la buona volontà - a sottomettere a critica le loro simpatie per l'egalitarismo e il loro orientamento «socialista», e a procedere dignitosamente al cambio dell'uniforme.
8. Un colpo al cerchio.
La prima generica contestazione che Santacolomba muove agli «Autori rinomatissimi per patto sociale» è la loro autocontraddizione. A chi legge le tesi di costoro con serio impegno - ovvero non «saltellando e per divertirsi, o per alimento di vanità» -, non può sfuggire che «essi contradicono se medesimi». «Chi legge con metodo, riflettendo, e combinando e confrontando», si accorgerà infatti che quegli stessi autori «non ebber presente quando altronde aveano scritto eglino stessi sovra i principj del naturale diritto».
Santacolomba esclude in via di principio l'Hobbes del Leviatano e del De cive, e lo Spinoza del «postumo suo imperfetto Politicus». Hobbes e Spinoza sono «atei di cuore»: con loro «un uomo di garbo non deve entrare in arena».
Egli si riferisce piuttosto a pensatori quali Ugo Grozio, Samuel Pufendorf, Johann Gottlieb Heinecke. Come si collega il patto sociale con le altre tesi che essi sostengono? «Seguendo le leggi di un raziocinio metodico e scientifico», costoro «non posson dedurre per immancabile corollario il patto sociale». Per non parlare poi della posizione di Christian Wolff.
Ma i pensatori che Santacolomba ha davvero nel mirino sono Jean-Jacques Rousseau, «il bilioso ginevrino piú Orator che Filosofo», e Paul-Henry d'Holbach, «l'Ateo di Orleans piú giumento che uomo», da lui chiamato Mirabaud, lo pseudonimo adottato dall'illuminista francese, per sfuggire alla mannaia della censura, nella pubblicazione del suo Sistema della Natura. Questi «due Patriarchi» - nei cui confronti il Vescovo si scaglia non solo con decisione ma addirittura con ideologica acrimonia - sono «due acerrimi socialisti» che meritano non la confutazione dotta, ma «quel santo disprezzo che ci fa camminare sovra l'aspide e il basilisco, e conculcare il leone e il dragone».
Quale la ragione di tanto disprezzo? Santacolomba non vuole apparire odiosamente sprezzante: si sa che anche l'aperto ed eccessivo disprezzo si può tradurre in un boomerang, può ingenerare meccanismi reattivi che potrebbero indurre a sospettare della bontà dell'impresa. Ma la situazione, a suo avviso, richiede un'incondizionata intransigenza. Il blocco sociale, a livello locale, tra Chiesa e Regno - che ha trovato nuove possibilità di potenziamento e sviluppo con la condivisa apertura all'innovazione riformistica - giova ad entrambe le istituzioni: delle quali ognuna deve fare la sua parte a sostegno delle ragioni dell'altra. Di qui l'elogio, a tratti fuori misura, che il Vescovo fa del suo sovrano e dei nobili vassalli siciliani. Come quando, offrendosi quasi portavoce e interprete autentico di umori e sentimenti popolari, ricorda, a seguito di un'apertura ad alto effetto retorico - «Ma oh! Dio massimo, eterno!» - che «la Patria mia», Palermo, «ha dato tanti saggi di sviscerata amorosissima fedeltà all'adorabile Augusto Sovrano», anche «in queste sue ultime circostanze»; circostanze difficili per le quali «io lontano abitatore di un golfo del mare mediterraneo, leggendone le uniformi relazioni, che mi si scrissero, bagnai le gote di lacrime dolcissime di tenerezza», e addirittura «desiderai piú volte, se capace io fussi stato, di trovarmi presente ai reciproci uffizi d'un re, che è Padre, e di tanti Figliuoli, che formano il Capo piú fedele d'un fedelissimo Corpo, qual'è il Vassallaggio Siciliano».
9. Un colpo alla botte.
Il linguaggio sembra quasi adombrare un atteggiamento di inopportuna sottomissione al potere temporale. Ma in verità il Santacolomba non dimentica mai la sua responsabilità pastorale, per la quale occorre talvolta anche blandire, con maggiore o minore convinzione, l'autorità politica. Tutto questo accorato discorso infatti mira a concludere che questa sua degnissima patria non manca certo di «genj sublimi» capaci di affermare la corretta dottrina sull'origine della sovranità «senza bere ai torbidi torrenti di eterodossi Scrittori». Ma gran parte dei loro meriti va ascritta proprio all'attività formativa che svolge la Chiesa. La vera «gioventú letterata», educata a «tuffar le labbia nelle sorgenti limpidissime degli antichi Padri di Santa Chiesa» - «che forman Tradizione, che l'uno, e l'altro Testamento senza contorsione, interpretarono» - non avrà certo difficoltà a «ritrovarvi senza contrasto la dottrina costantissima, e irrefragabile, che la Sovranità sulla Terra scenda da Dio», e dunque «che il Sovrano sia l'Unto del Signore, e che sia un Personaggio tutto sacro, niente profano, anzi del Santuario vero Sostenitore e Custode, e per Monarchica Magistratura, e per Protezione della Canoniche Regole».
Insomma Santacolomba disegna una precisa strategia. Ribadire l'origine divina della sovranità significa sottrarre alla minaccia di discredito, presso la pubblica opinione, sia l'autorità pubblica sia quella religiosa. Ma allo stesso momento significa ricordare all'autorità politica il suo debito all'autorità religiosa della Chiesa, la quale è mediatrice della sua legittimazione e garante della sua autorità. Infatti il tono in parte muta allorché lo stesso Vescovo si rivolge agli «illuminati primieri Ministri del Re nostro Signore, e del Governo», benché implori il loro sostegno e la loro protezione per le sue «Carte». Ai «Ministri di primo ordine del nostro comune Real Padrone» egli rivolge l'invito a considerare che lui, l'autore di quegli scritti, «è Ministro di primo ordine del comun Redentore, e Salvator nostro Gesucristo». Ricorda ancora che quelle carte - «conglutinate fra loro» e considerate come un insieme indivisibile - hanno un unico scopo: rafforzare l'interazione e la reciproca collaborazione tra autorità temporale e autorità religiosa. «Voi sulla Corona adorate la Croce: io dalla Croce apprendo a venerar la Corona»; «Voi nel Re riconoscete l'ombra di Dio: io riconosco in Dio l'Istitutore dei Re»; «il trono sostenta l'Ara qui in terra: ma l'Ara sostenta il Trono, come disceso dal Cielo».
Quindi indica il compito che deve svolgere il potere temporale, ricordando che il raggiungimento dell'obiettivo è da ascrivere a successo di entrambe le sovranità. Dunque si faccia di tutto per mettere al bando i pregiudizi antireligiosi, a partire da quello che la Chiesa, in tutte le sue articolazioni, non sia altro che in "instrumentum regni": «si estermini una volta dalla Cattoliche Società l'empio velenoso susurro che Santa Religione sia un politico ritrovato per tenere i Popoli in freno». E si dia una mano alla Chiesa strappando dagli animi quanto Stazio (Thebais, III), Orazio (Sermones, III, 111) e Lucrezio (De rerum natura, V) asseriscono a proposito dell'origine e della natura della religione.
E poi, esplicitando la ragione della necessità di un'azione congiunta, sostiene senza ambiguità: «La religione è sorella dell'Impero: dell'una, e dell'altro, è Padre l'eterno Iddio». E quindi, per fissare ruoli e priorità di valore, ricorda - con il sussulto di orgoglio appropriato a chi ha ruolo elevato e alta responsabilità nell'ordinamento ecclesiastico - l'ammonimento che il Papa Celestino I rivolse all'Imperatore Teodosio (Epistulae, 19, n. 2): le ragioni della fede siano piú importanti della ragion di Stato; la prosperità, sotto tutti gli aspetti, verrà solo se prima d'ogni altra cosa si sia dedicata ogni cura alle cose che sono piú care a Dio.
10 . Il mal francese.
L'obiettivo dell'Istruzione Pastorale è reso esplicito poi nelle poche pagine dell'introduzione alla trattazione vera e propria. La quale trattazione ha inizio con la Parte Prima dedicata all'«Origine della Sovranità scesa in terra da Dio Onnipotente»; e prosegue con una Parte Seconda riservata alla contestazione della dottrina perniciosa: «Socialismo insostenibile paradosso». Ma in questa sede non saranno esaminate le argomentazioni addotte nella trattazione.
Nell'indroduzione, dunque, Santacolomba parte dalla costatazione di un diffuso e pericoloso disorientamento nelle sue due diocesi: non solo nelle coscienze del popolo cristiano ma finanche in quelle dei Ministri di Dio. Egli comincia col ricordare il libro di Sofonia che proprio nel primo capitolo (Sofonia 1,15-16), prospetta un preoccupante futuro: il mondo si riempirà di malvagi fraudolenti, autori di iniquità e propalatori di menzogne. Questa situazione, secondo Sofonia, terminerà con il «giorno di Jahvè».
Secondo l'interpretazione della tradizione popolare, si tratterebbe del giorno della rivincita della nazione ebraica sui suoi nemici; ma stando al testo biblico, il profeta parla del giorno del giudizio a cui sarà sottoposto anzitutto lo stesso popolo giudaico. Comunque, val la pena ricordare che «il giorno» descritto in Sofonia sarà poi oggetto dell'inno latino «Dies Irae», entrato a far parte ufficialmente nelle disposizioni liturgiche della Chiesa cattolica. Il Santacolomba comunque riporterà in parafrasi proprio il passo biblico che, nella versione vulgata, recita: «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos».
Santacolomba, nel citarlo, dà colore e attualità al testo biblico. Il mondo in cui viviamo - dice - è afflitto da «tenebre di miscredenza», «caligine di fellonia», «nebbia di scandaloso costume», «turbine universale di guerra», «abominazioni della desolazione». Una situazione - dice il Vescovo ai suoi prelati - di fronte a cui non si può restare «spettatori oziosi». È pericoloso restar inerti, limitandosi a mantenere esclusivamente un atteggiamento da «leggitori indolenti di periodici fogli per appagare la nuda curiosità d'apprendere la storia del nostro Secolo». E cosí tuona: «l'indifferenza è colpevole», e «la languidezza è un delitto». Una situazione di Š "mal francese". Perché è dalla Francia - un tempo prospera e virtuosa, oggi per lui povera e rea - che oggi viene il vero pericolo. Un vero e proprio contagio. Una Francia dunque «da sedotta seduttrice», «da prevaricata prevaricante», i cui figli, «ora Atei, Cannibali, Sibariti», osano, «d'insana febbre frenetici», «diffondere veleni sull'innocenza straniera», favorendo «l'empietà contro la Croce e l'Altare», e il tradimento, il «Perduellio contra le Corone, ed i Regni».
Se l'Europa, insomma, prenderà la strada del «socialismo», ovvero assumerà, nell'ordinamento politico, la dottrina del contratto sociale, ne verrà pregiudicata non solo la stabilità degli "ottimi" governi nei paesi guidati da una Monarchia saggia e pia, ma anche la saldezza della Fede del popolo cristiano e, contestualmente, l'autorità della Chiesa cattolica, che veglia, sí, sulla salvezza delle anime, ma anche sulla felicità terrena degl'individui e sull'armonia delle comunità civili.
11. Abbiamo labbri, possiam parlare.
Santacolomba precisa che in verità nella condizione di pericolo si trova coinvolta l'Europa intera. Anzi coglie l'occasione per denunziare la colpevole inerzia dei governi. I quali non si svegliano ma neppure dormono: son morti. Nessuna politica, né una "prudente", né una di contrasto. Nella gravissima situazione corrente, dice il Vescovo ai «Ministri del Santuario Cattolico» delle due diocesi, «scuotiamoci per la nostra picciola parte ancor noi», e «concorriamo a sostenere ne' lor diritti il nostro Dio, ed il nostro Re». E li esorta dunque non solo a «pregare l'Altissimo per la Felicità, e per la vita del nostro Augusto Sovrano», ma ad «impiegare gli ajuti nostri per sostentarlo» secondo «quella forza, e i talenti che Iddio ci ha dato». Ossia - dice Santacolomba citando un'espressione tratta dal libro di Giobbe, - «abbiamo labbri, possiam parlare». E con la parola «possiamo istruire i fedeli intorno alle obbligazioni del vassallaggio», possiamo mostrare loro come le obbligazioni politiche non possono esser divise, separate, «da quelle della Legge, e del Vangelo», possiamo mostrare la sacralità della sovranità del regnante: questo è il modo giusto per «porgere ajuto ad un Padrone piissimo, figliuolo amoroso della Chiesa di Gesucristo», il quale «porta la Croce sulla Corona, e nel cuore la verità».
In effetti neppure questo basta, per Il vescovo. Occorre che i prelati ed i fedeli si facciano convinti che - come si evince dalla Bibbia, XII capitolo del Primo libro del Re, e dal Libro VI dei Pastorali di San Gregorio Magno - «un Re ed il suo Popolo Š sono una sola persona Politico-Morale», e dunque che gl'interessi «maestatici», quelli del Sovrano, «fanno tutt'uno con quelli del popolo: la vita del Re è vita, tranquillità, ricchezza di tutto il Popolo». Questo - ribadisce il vescovo ai suoi prelati - va proclamato alla «nostra Greggia», e va fatto con «cuore mondo, intenzione retta, lingua fedele». Lui, Santacolomba, s'assume l'onere di mostrare come si pervenga all'origine sacra della sovranità col metodo a priori. Un metodo - aggiunge - rigoroso, ma purtroppo non piú praticato, da cui può derivare un «Catechismo» adatto al popolo ignorante e ai «semidotti», ed anche agli «sciolini», vera «rovina a giorni nostri». Perché - spiega esibendo un preoccupato turbamento - «l'Universo letterato» sta purtroppo diventando «sciolista»: «intendo dire sostenitore del sociale contratto, come sorgente del Principato», attingendo alla falsa dottrina de «il contratto sociale di Rousseau, il sistema sociale di Mirabaud, l'Esprit e l'Homme d'Elvezio» nonché delle opere di Burlemaque e Bolimbrocke, e, per certi aspetti, anche di Voltaire.
Santacolomba non se la prende soltanto con quei contemporanei che «noverano fra i Santi Padri del socialismo Grozio, Puffendorfio, Barbeiracio, Einnecio, Boemero». Oltre a quegli studiosi, in gran parte di formazione "protestante", gli ha sotto tiro anche quei cattolici «Dottori della Molinistica Scuola» che si rifanno ai testi di Francisco Suarez, di quel Doctor Eximius che - appunto - confuta la teoria del diritto divino dei sovrani e del fondamento sacro del loro governo. Personaggi che Santacolomba dice di rispettare, sí, ma «come S. Agostino rispettava Pelagio», ossia compiangendoli e tirando diritto per la propria strada. Cattivi maestri che abitano un Pantheon che è un vero «Tempio dell'impostura», statue del «fanatismo canonizzato», oggetto di ingiustificata adorazione. Ecco, ammonisce, di fronte agli attacchi di costoro non bisogna «disanimarsi», perché il mondo andrà in senso contrario a quello che essi profetizzano. A tutti è lecito studiare anche le loro dottrine: ma se il socialista sarà «di buon senso e di buona Fede», e dunque si lascerà docilmente illuminare, finirà col cambiar corso alla sua mente «senza arrossirne». Per gli altri non è il caso di prendersi pena: non si possono «ridurre in cera i macigni». Sí - continua Santacolomba avviandosi al termine dell'introduzione al suo trattato - «se non siamo Misantropi», tutti concorderemo nell'affermazione che viviamo in un «Secolo illuminato»; e dunque, in un secolo come questo, sarebbe ben strano che, ad esempio, nel campo della Fisica si mettessero in discussione «certe scoverte incontrastabili». Ebbene «or, presso me, è assai piú chiaro, del Sole nel suo meriggio, che l'origine della Sovranità sulla Terra scenda immediatamente dal solo Dio» e «che quanto s'insegna intorno al Contratto Sociale sia una chimera inventata dalla malizia, ed un insostentabile paradosso». Pertanto, «l'Augusto, il Religioso, il Clemente, l'amato Ferdinando III Re di Sicilia, e IV di Napoli, esser dee venerato ne' suoi dominj qual ombra, ed Immagine di Dio Ottimo, e Onnipotente».