Già sei anni fa Geneviève Jacquinot, docente all’Università di Paris VIII, l’aveva detto: quanto alla comunicazione educativa assistita dai nuovi media, siamo solo alla preistoria. E con straordinaria lungimiranza aveva avvertito che il passaggio alla nuova era avrà luogo solo quando avremo compiuto la nostra “rivoluzione copernicana”, solo quando avremo realizzato una vera “svolta epistemologica”.
L’idea è semplice. Per una nuova pratica didattica, che voglia giovarsi delle potenzialità delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, bisogna che si pensino in modo diverso non solo il rapporto educativo, ma anche i contenuti culturali. E non si tratta soltanto di proporre contenuti “nuovi”: ma occorre anche proporre in modo nuovo gli stessi contenuti “vecchi”.
Ed è qui la vera difficoltà. Finora si sono fatti sforzi notevoli per rendere le nuove tecnologie più potenti e al tempo stesso più “amichevoli”, più semplici nell’uso. Tuttavia, a tutti i livelli dell’istruzione, non si son fatti molti progressi nel rinnovamento didattico. La ragione sta in una errata valutazione: si è creduto di poter utilizzare tali tecnologie per comunicare contenuti pensati nella logica tradizionale del sapere destinato al testo scritto. Gl’imprevisti insuccessi hanno indotto ad accorgersi che l’attività didattica non diventa “diversa” se ad esempio ci si limita a far convivere, semplicemente “sommandoli”, testo scritto, immagini fotografiche, brevi filmati, magari qualche brano musicale, degli effetti luminosi, e così via. Il contenuto va concepito in modo differente, vale a dire va pensato già “tecnologizzato”, già nelle forme della ipertestualità, dell’ipermedialità, dell’interattività e magari della connettività, perché possa arricchirsi di quel valore aggiunto che deriva dal gioco globale dei diversi linguaggi e delle specifiche opportunità offerte dai diversi media.
E proprio per fare il punto sulle nuove possibilità di rinnovamento che si offrono alla pratica educativa, e sulle condizioni richieste perché quel rinnovamento si compia, si è svolto a Napoli un convegno nazionale dedicato appunto a “Didattica e nuove tecnologie”. Il convegno s’è tenuto nei giorni 15, 16 e 17 aprile 1999, presso la Facoltà di Lettere dell’Università Federico II e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Su questa iniziativa, di indubbia rilevanza, abbiamo ascoltato la prof.ssa Rossana Valenti, docente presso l’Ateneo napoletano, e uno dei membri più attivi del comitato organizzatore. C’interessava sapere, in particolare, quello che andava maturando, sul piano della riflessione teorica e della progettazione dei modelli, tra i maggiori esperti del settore, quasi tutti presenti al Convegno.
Allora, com’è nata l’idea di questo convegno? E qual era il suo obiettivo?
«Il convegno è nato dall’iniziativa congiunta di docenti della Facoltà di Lettere (Dipartimenti di Filologia classica e di Filosofia) e della Facoltà di Scienze (Biblioteca di Software Educativo, Dipartimenti di Chimica, Fisica e Matematica). Lo scopo che volevamo raggiungere era di promuovere insieme una riflessione problematica e interdisciplinare sulla progressiva penetrazione delle nuove tecnologie nel mondo e nelle pratiche dell’istruzione. Docenti di discipline diverse, dunque, riuniti però non solo dalla comune vocazione, delle Facoltà di Lettere e di Scienze, a formare insegnanti per la scuola, ma anche dall’interesse, ampiamente condiviso, a individuare comuni chiavi di lettura delle prospettive e dei problemi aperti dalle nuove tecnologie».
Ma perché proprio oggi? Quali urgenze vi hanno mosso a questa riflessione?
«L’esigenza di far chiarezza, su queste prospettive e su questi problemi, si inquadra in un orizzonte e in un tempo di decisi mutamenti: la trasmissione del sapere, una volta affidata a sedi ben definite come la scuola, vede oggi moltiplicarsi le occasioni di apprendimento, con l’inserimento dei media nel panorama comunicativo.
Questo fenomeno, di cui è ancora difficile valutare gli effetti a lungo termine, già oggi sta mettendo in crisi la didattica tradizionale impartita nella scuola e nell’università. Il sapere formalizzato e istituzionale si trova infatti a confrontarsi con uno più vario nelle vie di accesso e nelle modalità di fruizione. Oggi esistono nuove fonti di conoscenza: non solo libri e periodici, ma anche banche dati, software, televisione, Internet. Quindi il sapere nuovo è sperimentale, fluido, informale, facilmente accessibile ma anche difficilmente controllabile; un sapere che pone problemi nuovi anche per la verifica della qualità, dell’attendibilità e del livello».
Come si è articolato il convegno? Quali sono i principali temi affrontati?
«Il convegno ha posto al centro dell’attenzione e soprattutto della discussione dei partecipanti i mutamenti che stanno avvenendo nel modo di insegnare, presentando e mettendo a confronto le opinioni dei produttori (RAI, editori multimediali), dei ricercatori (Università, CNR) e del mondo della scuola.
Le sessioni “plenarie” tenute nelle mattinate del 15, 16 e 17 sono state dedicate alla discussione di problemi di portata generale. Per fare qualche esempio, G. Olimpo ha parlato degli Elementi di innovazione concettuale nel rapporto tra tecnologia e didattica; G. Trentin ha relazionato su Insegnare e apprendere in rete: telematica, didattica e formazione in servizio dei docenti; R. Maragliano ha sviluppato una riflessione su Tecnologie e forme del sapere; M. Fierli ha riferito su Servizi in Internet per le scuole; A. Andronico ha proposto alla comune attenzione il tema: Informatica nella didattica: Arte o Scienza.
Le sessioni speciali invece hanno promosso una riflessione sull’inserimento delle nuove tecnologie nelle singole discipline, tenendo conto anche delle differenze fra “materie” scientifiche e umanistiche».
Da tutti questi contributi, che cosa è venuto fuori? Allo stato attuale le nuove tecnologie sono in grado di segnare una svolta, di dare un impulso decisivo verso un nuovo modo d’insegnare e di apprendere?
«Dalle relazioni e dal dibattito è emerso un quadro composito e per certi aspetti ancora confuso, nel quale però si individuano con chiarezza alcune linee di tendenza. Le nuove tecnologie possono essere viste come strumenti, oppure come ambienti di formazione dell’esperienza e della conoscenza. Nel primo caso il loro apporto alla formazione non incide molto sulla qualità culturale dell’insegnamento e dell’apprendimento. Nel secondo caso, invece, il ruolo che svolgeranno sarà molto più impegnativo, soprattutto sul piano epistemologico: esse contribuiranno a determinare importanti cambiamenti nello statuto delle didattiche disciplinari, spingendo le singole materie ad allargare i propri confini, e a intrattenere rapporti significativi con le altre discipline. Ad esempio, latino e greco non saranno più studiati solo come “lingue”, ma come fondamenti di una civiltà, che andrà indagata nelle sue componenti storiche e antropologiche, oltre che letterarie, e nelle materie scientifiche prevarranno pratiche di laboratorio e di “ problem solving ” ».
Prospettive esaltanti, allora. Previsioni entusiasmanti, specialmente per questo secondo aspetto.
«Non credo sia il caso di entusiasmarsi al punto da allentare la vigilanza critica. Si colgono indubbiamente anche dei rischi in queste nuove pratiche didattiche.
“È importante ricordare che ogni sapere, e la sua contestazione e revisione, deve partire da “contenuti”, nozioni, dati e “cose” concrete. Non se ne può fare a meno. Quindi, la disponibilità e la capacità di ricerca, i discorsi sul metodo, il superamento delle forme chiuse e ormai superate possono realizzarsi solo in seguito alla faticosa appropriazione critica del materiale di base: altrimenti, la metodologia e la tecnologia possono introdurre elementi di incertezza, contribuendo a rendere difficile per le nuove generazioni il confronto — irriducibile — con la realtà e la vita, che non sono esperienze reversibili e adattabili all’infinito. Va dunque salvaguardato l’accesso ai dati concreti del sapere, alla continuità culturale che garantisce e promuove lo sviluppo del senso critico nei giovani».
D’accordo, bisogna ben “possedere” quel che poi si vuole “cambiare”, sia che si tratti di contenuti sia che si tratti di metodi. Ma mi pare di capire che, con le nuove tecnologie, non si opera solo un cambiamento di facciata. Si prospetta addirittura un nuovo atteggiamento culturale.
«È importante riflettere sul fatto che non è in gioco una cultura, quella che dovrebbe portare al sapere, contro un’altra, che dovrebbe addestrarci al fare: sono in discussione oggi gli stessi concetti di sapere e di fare, ai quali la scuola del nostro tempo dovrà riferirsi; il fare consisterà infatti in misura crescente nell’uso delle apparecchiature e procedure telematiche, e il sapere non si identificherà più con il possesso di una cultura sedimentata, ma piuttosto con la capacità di individuare e fare proprie le “nuove conoscenze”, perché i giovani traggano da queste una visione essenziale per il loro modo di essere nel presente, una guida a guardare a occhi aperti il mondo che si offre loro davanti».
Dalle cose che dice mi sembra molto ambizioso il disegno della formazione dei giovani del Duemila. Non basterà certo la buona volontà e la generosa mobilitazione dei singoli operatori del settore educativo!
«Le prospettive di intervento e di lavoro “sul territorio”, che il convegno ha messo in luce, si identificano nell’esigenza di collegare più strettamente la ricerca e la sperimentazione didattica, attivando un raccordo stabile tra la scuola e l’università.
Lungo questa linea, il gruppo di docenti che ha promosso il convegno sta elaborando un progetto molto concreto. Sta lavorando ora alla costituzione di un centro, interdipartimentale e interdisciplinare, che offra assistenza alle scuole impegnate nella sperimentazione di nuove forme e nuovi percorsi di attività didattica, e stringa rapporti di collaborazione con le strutture scolastiche operanti sul territorio, con le associazioni di docenti, con le istituzioni - Biblioteche, Soprintendenze ai Beni Culturali e Ambientali, Musei, centri di produzione editoriale e multimediale - interessate allo sviluppo di queste iniziative.
Particolare impegno sarà posto nelle attività di formazione e aggiornamento dei docenti: ad essi infatti si chiede oggi una capacità forte di elaborazione e di intervento, una configurazione di nuove domande, di nuove attese, di nuove occasioni nel dialogo con i giovani».