Giuseppe Tortora

La paura del cannocchiale.
Tecnologie digitali e futuro dell'uomo.
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1. Prendi il controllo sul tuo futuro

Nel volume Futurewise: The Six Faces of Global Change - pubblicato nel 1998 e presto divenuto famoso, con molteplici ristampe, non solo nel mondo anglosassone - Patrick Dixon, l'autore, enunciava ammonendo: «Prendi il controllo sul tuo futuro prima che lui prenda il controllo su di te». La forma quasi minacciosa non deve oscurare la bontà del suggerimento: specialmente per quanto riguarda la gestione della propria personale esistenza. Piú difficile risulta capire se e come si possa effettivamente aver parte nel controllo sul futuro, prossimo e remoto, del nostro mondo. E tuttavia sarebbe colpevole non «prendersene cura». Non si può stare ad aspettarlo con un atteggiamento di troppo fiduciosa inerzia, e persino nella condizione di beata ignoranza delle tendenze che si vanno delineando, sempre piú chiaramente, nell'evoluzione della nostra attuale realtà storica. È questa l'idea che ispira la futurologia. La quale niente ha a che vedere con le previsioni totalmente fantastiche prodotte dalla creatività immaginativa di artisti, letterati e cineasti.

2. La scienza delle previsioni

La futurologia va sempre piú configurandosi come una vera, rigorosa, disciplina scientifica. La sua «mission»: esaminare la società in ogni suo aspetto strutturale e dinamico per cogliere, tra i tanti, quegli indizi che, con rigore metodologico, possano essere assunti come rivelatori delle piú significative tendenze del movimento reale delle cose, in modo che si possano poi elaborare plausibili modelli e attendibili previsioni in merito agli sviluppi futuri nel breve e nel lungo termine. Il suo concreto obiettivo poi è consentire che si proceda ad una illuminata ed efficace programmazione in ogni settore della società: dall'economia alla politica, dalla scienza alla formazione, dalla cultura all'informazione, e cosí via. Si tratta insomma di una vera e propria "scienza delle previsioni". Gli esperti in questa disciplina son indicati come "pensatori strategici". Sono sempre piú richiesti, perché in grado di disegnare affidabili scenari futuri di una società che va fin troppo veloce.
Non a caso dunque Università, aziende e grandi istituti di ricerca stanno aprendo sempre nuovi e piú attrezzati "corsi di formazione" in questa disciplina. Ed è un segnale di non poco rilievo la collaborazione, all'insegna della futurologia, di Google, il grande motore di ricerca della rete Internet, e la Nasa, l'ente spaziale americano, per un Master internazionale in California, proprio presso l'«Ames Research Center» della Nasa. Peraltro proprio in questi giorni s'è svolto a Chicago il «World Future 2009», la grande conferenza mondiale promossa dalla «World Future Society», la quale, fin dal 1971, a scadenza annuale, organizza questi incontri internazionali «to share ideas and vital informations about the trends and events that will affect the world tomorrow».
Perché questo lungo discorso iniziale? La ragione è semplice. Oggi, in un'epoca di cosí grandi e profonde trasformazioni, per delineare una credibile concezione antropologica, nessuna filosofia può tenersi stretta, ancorata, all'immagine che, dell'uomo, ci è stata trasmessa dalla nostra tradizione culturale. Nessuna filosofia, oggi, può parlare dell'uomo prescindendo dai grandi sviluppi della scienza che ha caratterizzato l'ultimo secolo, e dall'impatto che le tecnologie informatiche hanno già esercitato e stanno attualmente esercitando sulla realtà umana. Nessuna filosofia può oggi elaborare un plausibile modello teorico di uomo ignorando quel che le stesse scienze umane prevedono in merito alla sua evoluzione futura. Pena il distacco della filosofia dallo sviluppo reale delle cose.

3. Gli scenari futuri

Le tecnologie digitali stanno cambiando radicalmente non solo l'organizzazione della vita umana, ma anche l'immagine che l'uomo ha di sé. Anzi, esse stanno cambiando la sua rappresentazione della realtà. Di piú. Come ho enunciato in un saggio di prossima pubblicazione, queste tecnologie, di cui correntemente facciamo un uso limitato alla gestione dell'informazione e della comunicazione, stanno trasformando la realtà stessa dell'uomo. E sono ormai molti gl'indizi che lasciano intravedere scenari finora ritenuti inimmaginabili.
Jordan B. Pollack, docente di Informatica e sistemi complessi, apre un suo saggio - Software Is a Cultural Solvent - con questa affermazione: «Viviamo in un'epoca meravigliosa: la vigilia della convergenza con le macchine, quando tutti noi "indosseremo" i nostri computer come fossero parti del nostro corpo. Oggi tutti parlano della convergenza di Internet, televisione e telefono nelle periferiche indossabili e portatili, ma nel giro di un secolo a fondersi saranno bioinformatica, biotecnologia ed elaborazione delle informazioni. I nostri prodotti saranno in grado di interagire con la nostra biologia a un livello assolutamente fondamentale».
Fantasie? Si può crederlo, certo, ma solo per placare le insorgenze di una giustificabile e giustificata ansia. Ma non si può sfuggire al problema. E dunque, in base a previsioni di trasformazioni tanto profonde della condizione umana, bisogna pur fare una opportuna e salutare riflessione critica. A cominciare dallo stato della nostra cultura.

4. Sintonizzarsi

Dobbiamo riconoscere e denunciare, noi cultori di scienze filosofiche, la nostra incapacità a sintonizzarci con il tempo in cui viviamo. Abbiamo difficoltà a capire che cosa sta veramente succedendo. Sono molti gli ostacoli, e non parlo di quelli immediatamente percepibili, ma soprattutto di quelli che abbiamo ereditato con la nostra formazione. Un patrimonio culturale che è stato il nostro orgoglio di intellettuali, ma che ora, al mutar dello scenario, esercita un concreto impedimento al libero esercizio della nostra capacità di comprensione, di cui difficilmente riusciamo, persino, a prender consapevolezza. Vincoli invisibili, che portiamo ben celati dentro di noi, da cui non è facile liberarsi, considerato peraltro il regime di letargico immobilismo che ormai contraddistingue la cultura cosiddetta umanistica.
Con l'inarrestabile e irreversibile espandersi in ogni dominio delle tecnologie digitali, credo davvero che il bello debba ancora venire. E temo però che quel che vedremo in un futuro piú o meno prossimo ci trovi spettatori increduli e perplessi.
Certo, siamo ancora agl'inizi. Ma proprio in quanto cultori di quel che finora è stata considerata, spesso non senza iattanza, la piú alta delle scienze umane, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, insieme etiche e culturali, in merito alla direzione che questa evoluzione prenderà. Specialmente sotto il profilo culturale molto dipende proprio da chi di cultura vive. Molto dipende dalla nostra disponibilità a riconfigurare i nostri parametri intellettuali per una piú rigorosa lettura e una piú adeguata interpretazione del reale. Dobbiamo sforzarci di cogliere appieno ciò che sta accadendo: per consentire anche ad altri un approccio a queste trasformazioni che sia critico, sí, ma libero dagli incubi e dai timori che l'ignoranza o la disinformazione inevitabilmente alimentano.

5. Tecnologie digitali: una nuova risorsa

Del resto queste tecnologie stanno occupando sempre nuovi spazi finanche nelle nostre turrite e ben protette cittadelle. Trovano sempre piú spazio non solo nelle attività che pertengono alla produzione, all'elaborazione e alla diffusione della cultura, ma addirittura in quelle connesse alla creazione artistico-letteraria. Ne ho parlato, ad esempio, nel presentare il volume Il testo, l'analisi, l'interpretazione, III, Letteratura, tecnologia, scienza, curato da Matteo D'Ambrosio. È da tempo - dicevo in quella sede - che sappiamo che le tecnologie digitali costituiscono un supporto straordinario all'espressione della creatività in tutti i campi in cui finora l'ingegno umano s'è cimentato. Sappiamo pure che esse stesse possono aprire nuovi ambiti di sublimazione delle energie intellettuali e possono dispiegare nuove prospettive alle istanze estetiche dell'uomo. In particolare sappiamo che queste tecnologie costituiscono una grande opportunità per lo sviluppo e il potenziamento della ricerca scientifica, in ogni campo del sapere, dunque pure in ambito umanistico. Ed è ben noto pure, da molti anni, che esse rappresentano straordinarie risorse per l'ottimizzazione, in termini di efficienza e di efficacia, dell'attività formativa: dall'istruzione formale - d'ogni tipo e livello - alla creazione d'ogni specie di competenze professionali. Eppure - lamentavo in quella stessa occasione - queste tecnologie non trovano ancora un posto adeguato ed un ruolo effettivo nelle istituzioni che promuovono la cultura e la formazione.
Molte le chiacchiere sull'innovazione tecnologica, ma gli esiti sono assolutamente deludenti: iniziative e produzioni destinate a far solo da vetrina alle ambizioni di chi mira, per motivi non sempre nobili, ad un accredito di promotore d'innovazione. In queste condizioni anche l'interazione tra ricerca umanistica e ricerca scientifico-tecnologica, ancorché già utilmente e fruttuosamente attuata in fortunate sperimentazioni, non è stata ancora messa a sistema. Pertanto allo stato attuale essa langue: sono ancora molte le remore che ne rallentano lo sviluppo.
Ecco, indulgere a queste remore significa disattendere ai nostri compiti piú propri. Ma contestualmente significa chiudersi orgogliosamente - noblesse oblige - nel proprio passato. E soprattutto condannarsi al silenzio. Perché - per giocare con il noto enunciato di Ludwig Wittgenstein - su quel che non si riesce a capire, bisogna tacere.

6. Profeti di sventura e nuovi umanisti

Già nel 1991 - prendendo spunto da quanto, trent'anni prima, aveva teorizzato Charles P. Snow in The Two Cultures - John Brockman, nel saggio The Emerging Third Culture, accennava appunto alla nascita di una «terza cultura» che avrebbe superato l'antagonistica e inattuale contrapposizione tra quella umanistica e quella scientifica. Nel 2003, egli, presidente della Edge Foundation, nel volume The New Humanists - che, pur tradotto nella nostra lingua, ha conosciuto in Italia scarsissima circolazione - denunciava con garbo ma anche con totale franchezza, l'inadeguatezza e la misoneistica inerzia degl'intellettuali di cultura occidentale. Nelle nostre società avanzate - sosteneva -, l'«intellettuale», cosí come la tradizione l'ha configurato, sarà sempre piú "inattuale". La vecchia cultura umanistica - a prevalenza letteraria e filosofica - non risponde piú alle esigenze delle moderne «teste pensanti». Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: la sua autoreferenzialità, l'uso di forme comunicative non condivise; ma soprattutto la diffusa concezione pessimistica circa lo sviluppo della civiltà e l'ingiustificabile supponenza che continua a manifestare nei confronti dei progressi della scienza.
Impossibile smentire. Basti ricordare che in ambito filosofico ancora oggi circolano, con pieno diritto di cittadinanza, le preoccupazioni espresse da Martin Heidegger circa il pericolo di disumanizzazione connesso allo sviluppo e alla diffusione delle scienze e delle tecniche. Le quali sottrarrebbero l'uomo a se stesso. Ne distoglierebbero l'intelligenza e persino l'attenzione dai problemi del proprio fondamento.
Ma va da sé che, allo stato attuale, l'accogliere il monito heideggeriano sul potere estraniante della tecnica moderna, non può avere altro risultato che la patologica e rinunciataria chiusura dell'uomo in se stesso, in una sorta di ottuso e pernicioso conservatorismo; ovvero predisporre l'individuo proprio a quella sottrazione - al mondo, alla vita, e persino a se stesso - che si imputa come colpa alla tecnica. Né costituisce autorevolezza e legittimazione di questo monito il fatto che esso sia stato emesso dal cuore della piú alta e piú autorevole cultura filosofica della vecchia Europa.

7. Sempre più cyborg

Ma, alla luce delle prospettive che s'intravedono pure nelle considerazioni di Jordan B. Pollack riportate piú su, è impossibile sfuggire ad una questione divenuta ormai cruciale: l'uomo, nel futuro, sarà quello che oggi conosciamo come tale?
La partita si gioca intorno al corpo, il quale sarà sottoposto sempre piú a ibridazioni con artefatti tecnologici. Gl'impianti di chips nel corpo umano non appartengono piú al futuribile. Ormai sono una realtà. Il cyborg - l'organismo cibernetico - non è solo frutto della fantasia visionaria di artisti e romanzieri.
Il fisico inglese Kevin Warwick, studioso d'intelligenza artificiale e di robotica, autore di molteplici pubblicazioni, in un famoso esperimento eseguito nel 2002, ha provato ad abbattere le barriere del corpo con «direct interfaces» tra sistemi informatici e sistema nervoso umano. Attraverso un dispositivo digitale di connessione tra il suo sistema nervoso e quello della sua compagna, attivato grazie ad un precedente impianto di chip eseguito con un intervento neurochirurgico, lui stesso ha potuto sperimentare, nel suo corpo, la possibilità di una relazione interpersonale di tipo del tutto diversa.
Cosí Warwick - «the craze scientist» - ha poi commentato l'esperimento: «Eravamo in zone distanti del laboratorio e attorno a noi c'erano diverse persone. Io e mia moglie eravamo collegati a un computer che avrebbe catturato il segnale dei rispettivi impianti e trasmesso all'altro via Internet. Ecco, la stanza era piena di gente ma io stavo comunicando con mia moglie in un modo che solo noi due potevamo percepire. È stato davvero speciale». Era solo l'inizio. Come ha detto in alcune interviste, nel suo progetto c'è di arrivare al punto che ognuno dei due sia in grado, ad esempio, di riprodurre in sé - a comando - lo stato umorale dell'altro; e addirittura di avvertire in sé lo stato di gioia o di depressione, d'irritazione o - anche - di eccitazione sessuale, dell'altro.
Che dire? Allo stato attuale, certo, non troviamo strano l'innesto di protesi meccaniche per riparare il corpo umano sul piano strutturale o funzionale. Né ci colpisce piú di tanto l'impianto nell'organismo di dispositivi digitali in grado di ripristinare funzionalità fisiche danneggiate o perdute. Ormai gl'impianti di apparecchi ottici, cocleari, cardiologici, odontologici fanno parte del nostro quotidiano. Perché meravigliarci allora del fatto che si impiantino dispositivi digitali non solo per la sostituzione e la riparazione di organi o per il ripristino e la correzione di funzioni organiche perdute o indebolite, ma addirittura per accrescere il potere delle nostre attuali funzioni fisiche e mentali, o - perché no? - per fornire all'individuo umano facoltà del tutto nuove che amplino le possibilità cognitive e operative?
Insomma per molti scienziati e per molti pensatori, molto verosimilmente, in un futuro piú o meno lontano, avrà luogo una profonda trasformazione della stessa «condizione umana». E per alcuni, si tratterà di un vero e proprio passaggio alla «condizione post-umana». Sí, perché in sede teoretica ha piena legittimità la domanda se l'«homo technologicus», divenuto ormai «cyborg», sia da considerarsi ancora appartenente al genere umano quale oggi conosciamo.

8. Anti-umano?

Una questione non peregrina. Il cyborg è alle porte. Sappiamo che già nel prossimo futuro la ricerca scientifica renderà possibili e disponibili per l'impianto sempre piú ambiziosi ed avanzati dispositivi a tecnologia informatica. Sappiamo pure che si stanno immaginando sempre piú ardite modificazioni dell'organismo umano attraverso tecniche e dispositivi prodotti in ambito biotecnologico. Insomma il corpo è al centro dell'attenzione sia delle tecnologie informatiche che delle biotecnologie. Quel corpo che, sí, assicura ad ognuno di noi una propria individualità e che dà concretezza spazio-temporale alla nostra esistenza, ma che, nelle aree del mondo piú progredite sia economicamente che culturalmente, vien percepito e considerato, non senza ragione, una realtà non solo incompiuta ma addirittura inadeguata: il segno inconfondibile della nostra finitezza, la cifra della nostra fragilità, della nostra sempre piú insopportabile precarietà. Quel corpo di cui, sempre piú diffusamente, si tende a rifiutare la "fissità naturale" della sua struttura e delle sue funzioni; e che, sempre piú frequentemente, si aspira a rendere il risultato di un proprio progetto.
Già a partire dai testi pubblicati poi in raccolta, in Italia, nel 1999, col titolo La società dell'incertezza, il sociologo Zygmunt Bauman segnalava che nelle società occidentali, anche su sollecitazione del mercato e sull'onda montante della spettacolarizzazione dell'esistenza, l'uomo dedica, sí, ogni cura al corpo, e quasi in modo maniacale; ma questo stesso corpo, che dovrebbe essere fonte e opportunità di benessere e di piacere, viene sottoposto ad ogni sorta di tortura perché si compiano quelle trasformazioni che ci facciano sentire "adeguati ai tempi". Ora però, sappiamo che il fenomeno è ancora piú complesso. Nelle società post-moderne, in quelle "piú avanzate", a fronte del recupero della fisicità dell'uomo - una tematica su cui ha insistito con decisione, in sede teorica, Friedrich Nietzsche -, si va diffondendo una vera e propria svalutazione del corpo considerato un fastidioso fardello che impedisce l'espansione delle esperienze e limita le possibilità d'agire. Da una parte dunque la convinzione dell'imprescindibilità del corpo; dall'altra l'idea che del corpo fatto di sola carne si possa e forse si debba fare a meno: è un confine che chiude e isola l'individuo.
E tuttavia l'idea di un passaggio alla condizione post-umana genera paura. Che si manifesta non solo con il rigetto in via di principio di questa eventualità, ma anche con la riduzione, in via concettuale, della profondità della trasformazione: nessuna modificazione della nostra unità psico-fisica - si dice - sarà tale da portarci oltre il confine dell'umano. Un argomento, quest'ultimo, che sarebbe necessario dimostrare. Una petitio principii che aiuta sicuramente a neutralizzare le preoccupazioni connesse alla minacciosità degli scenari che la nostra paura del nuovo e la nostra perplessità di fronte alla diversità ci fanno immaginare; ma che rappresenta anche l'ingenua presunzione che tutto possa rientrare nei nostri consueti parametri mentali, che tutto possa esser ricondotto nei confini delle nostre rassicuranti categorie culturali.

9. Piú-che-umano!

Ma del passaggio al post-umano parlò già, nel mondo di cultura anglo-sassone, Robert Pepperell: nel 1995 con il volume The Post-Human Condition, e nel 1998 col Post-human Manifesto. E poi pure N. Katherine Hayles, nel 1999, con il famoso How We Became Posthuman. Ed anche qui, da noi, alcuni studiosi aprirono il loro orizzonte di ricerca a queste tematiche. Roberto Terrosi, nel 1997, con La filosofia del postumano; Roberto Marchesini, nel 2002, con Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza; Giuseppe O. Longo, nel 2003, con Il simbionte. Prove di umanità futura; Massimo De Carolis, nel 2004, con La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Una delle espressioni recenti dell'attenzione a questo problema in campo teoretico è stato poi il II Annuario a stampa della rivista filosofica online «Kainós», pubblicato nel 2007 col titolo: Dopo l'umano.
A seguire con attenzione lo svolgersi delle discussioni e il succedersi delle previsioni, a dire il vero, si resta un po' disorientati. Per la loro eterogeneità, ma anche perché non sempre il problema è stato approcciato con senso della misura e senso della realtà.
Del resto si comprende: se e quando queste trasformazioni avranno luogo, esse, contestualmente al cambiamento della condizione umana, comporteranno anche il mutamento di tutto l'assetto effettivo della realtà. E con ciò, anche la nostra immagine del reale, la consapevolezza del nostro posto nel mondo, e - inevitabilmente - anche l'assetto valoriale, con conseguenze consistenti sul piano giuridico, morale, culturale, politico e religioso.
Ma spesso ad alimentare incertezze e timori sono proprio gli entusiasmi degli assertori del post-umano. Come Robert Pepperell, quando s'esprime con affermazioni del tipo: «It is now clear that humans are no longer the most important things in the universe; this is something that humanists have yet to accept». Eccessi controproducenti: si rischia di innescare una ingiustificata chiusura verso una prospettiva potenzialmente esaltante; quella post-umana, nelle previsioni, sarà una condizione non anti-umana, non in-umana, ma piú-che-umana. Sulla base degli indizi attualmente disponibili appare attendibile la previsione di un progressivo ma sempre piú rapido potenziamento dell'«umanità» dell'uomo.

10. La corda tesa

Il raggiungimento di una condizione esistenziale che costituisca un vero e proprio salto rispetto alla situazione attuale, non significa la dismissione di tutto quanto, nel corso millenario della storia, ha reso «umano» l'uomo.
Certo, si aprirà un'epoca di radicali novità nel modo di esistere e di relazionarsi agli altri; nelle modalità del comunicare e in quelle dell'agire personale e sociale. Ed anche negli schemi culturali. Ma si tratterà pur sempre di un salto vero e proprio. Insomma si fa sempre più strada la convinzione che avverrà qualcosa di simile a quel che è già accaduto, nell'evoluzione biologica, col passaggio, grazie alla cultura, dal primate alla condizione umana. Al cyborg pertanto l'uomo attuale finirà con l'apparire così come a noi, ora, appare il bestione da cui siamo discesi.
Un'analogia, quest'ultima, suggerita da un passo di Also Sprach Zarathustra di Friedrich Nietzsche. Sotto questo nuovo profilo appare in tutta la portata profetica, benché dotata di nuovo senso, l'affermazione di Nietzsche: l'Uomo sarà - dovrà essere - per il Superuomo ciò che ora la scimmia è per l'uomo: una cosa ridicola (ein Gelächter) o una dolorosa vergogna (eine schmerzliche Scham). In fondo, l'uomo non è che una corda tesa tra l'animale e il Superuomo; e la sua grandezza consiste solo nel fatto ch'egli è un ponte (eine Brücke) e non uno scopo (kein Zweck); la sua condizione è, insieme, un passaggio (ein Übergang) e un tramonto (ein Untergang).
Sicché acquista ancor maggiore interesse la considerazione che sta a fondamento del saggio di Mario Costa, «Prima del post-umano», pubblicato nel citato volume Dopo l'umano. Studioso di estetica, Costa sostiene che il post-umano non può distruggere l'umano, in quanto l'umano, in sede teoretica, è stato già "liquidato" nel corso del Novecento.

11. La vittoria del cannocchiale

Niente da temere, dunque, per l'"umanità" futura. Col diffondersi delle tecnologie digitali l'uomo non ha che da guadagnarci. E non poco. La tecnologia non sottrae l'uomo a se stesso, come temeva Heidegger, ma, potenziando e accrescendo le sue funzioni, gli apre un ventaglio di nuove possibilità, e gli offre impensabili opportunità, rendendolo piú padrone di se stesso, del suo "destino".
Certo, rispetto all'attuale condizione perderà pur sempre qualcosa. Ma il bilancio tra il dare e l'avere pare proprio a suo favore. Com'è accaduto anche nel passaggio dalla condizione scimmiesca a quella umana. Tanti aspetti della naturalità dell'uomo sono stati abbandonati o si sono indeboliti nel processo di culturalizzazione. Ma chi, guidato dal buon senso, oggi - nell'epoca che David Bell indica come quella della «cyberculture» - rinuncerebbe ai vantaggi della "umanizzazione del bestione originario" per recuperare - tanto per fare un esempio - il potente odorato di un cane o la straordinaria vista della lince?
In ogni caso ci troviamo a una soglia. La tecnologizzazione della vita umana e dell'ambiente naturale comporterà, come si accennava, anche una trasmutazione dei valori e nuovi problemi etici. Già se ne colgono i primi segni. Ma non giova andarvi incontro pressati dai moniti dei profeti di sventura. L'esito sarebbe solo uno strappo lacerante.
Nessuno sottostimerà il rischio di rimanere travolti dall'incauta iniziativa di apprendisti stregoni. La fiducia nel futuro non autorizza né implica, per sé, nessuna attenuazione della vigilanza etica sulla gestione pubblica della tecnologia. Ma l'evocare il temibile mostro della disumanizzazione genera, in fondo, soltanto quella paura del futuro che è l'espressione umana, troppo umana, dell'ignoranza. Dunque l'impegno etico deve esplicitarsi anzitutto sul piano della conoscenza, della cultura. Laddove manchi la vera conoscenza delle cose, si finisce col dare la stura ad un miope conservatorismo, ad un'opposizione viscerale verso ogni forma d'innovazione, in particolare verso quella che attualmente appare piú minacciosa: l'innovazione tecnologica, appunto.
La quale, tuttavia, come è sempre avvenuto nel corso della storia, a dispetto dei piú decisi e fieri detrattori riesce sempre a travolgere ogni sorta di opposizione e ad affermare le sue buone ragioni. I dotti contemporanei di Galilei, come Cesare Cremonini, avevano di certo i loro buoni motivi per nutrire perplessità ed esitazioni nei confronti del cannocchiale, al pensiero di ciò che, del cielo, quel cannocchiale avrebbe potuto svelare. Ma noi sappiamo com'è andata: fu il cannocchiale ad aver partita vinta.






Intervento a
«La Nottola di Minerva -
La filosofia incontra la realtà»


Ciclo:
«Il Sabato di Montecompatri»
organizzato dal
Centro per la filosofia Italiana

Montecompatri - Tinello Borghese
18 Luglio 2009 - ore 16:30