Giuseppe Tortora
«La piú nobile delle scienze umane»
nello Zibaldone di G. Leopardi *
1. «La materia e il subietto» della modernità
Nello Zibaldone Leopardi si mostra sempre fermamente convinto di vivere in unepoca segnata dal «gusto filosofico», un gusto chegli giudica né transitorio né accidentale, e che permea di sé tutte le espressioni della vita delle società contemporanee, pur esprimendosi al meglio nello spirito che anima le opere dellingegno. Non si tratta dunque di un fenomeno di moda, destinato a dissolversi col girar del vento, ma piuttosto di un fatto che ha radici salde e profonde nella stessa vita dei popoli attuali, e che è favorito comegli stesso dice non solo dal loro «scambievole commercio», ma anche dal potere diffusivo della stampa. Insomma, è la stessa modernità che, promuovendo lincivilimento, «cagiona questo amore dei lumi e per conseguenza della filosofia» (Z. 31).
Nella sua valutazione, la filosofia, con le sue ultime radicali innovazioni, non solo fa apparire ben poca cosa le precedenti conquiste dellintelligenza teoretica e ben modesti i risultati che questa ha consegnato ai contemporanei, ma «è divenuta la scienza, il carattere, la proprietà de moderni». Infatti essa non solo «regge, domina, vivifica, anima tutta la letteratura moderna», ma ne è «la materia e il subietto» (Z. 3321). Addirittura essa sinsinua dappertutto, conferendo uninconfondibile forma anche alle "conversazioni", e lasciando il suo segno perfino «nel discorso meno colto, meno studiato, meno artifiziato» (Z. 1213).
È forte il suo influsso, al punto che nota ancora Leopardi tutte le lingue colte europee ormai dispongono di un buon numero di voci comuni che hanno radice nello spirito filosofico. E pertanto non solo in epoca moderna si possono enunciare concetti nuovi e piú fini, ma si possono esprimere in modo piú sottile e piú penetrante pure cose ordinarie e consuete; lo consentono, appunto, «il progresso e la raffinatezza delle cognizioni e della metafisica e della scienza delluomo in questi ultimi tempi» (Z. 1213).
Leopardi riprende ancora questo tema, per trattarlo con maggior articolazione. Egli si dice persuaso che, essendo una vera e propria scienza, la filosofia, come tutte le scienze, raggiunta la sua completa strutturazione, ha configurato una sua propria nomenclatura, la quale è talmente inerente ad essa che, mutandola forzosamente, si finisce col conferire di fatto un nuovo assetto alla scienza stessa (Z. 1219). Ora, poiché la scienza filosofica parla essenzialmente delluomo, non è affatto strano che chi affronti, ad un qualsivoglia livello, discorsi che abbiano ad oggetto luomo, ricorra alla nomenclatura filosofica.
Di piú: poiché l«odierna filosofia» è andata progressivamente estendendo il proprio interesse ad aree sempre piú vaste della vita umana; e poiché essa, inoltre, è andata costantemente raffinandosi sul piano concettuale e arricchendosi quantitativamente e qualitativamente sul piano del patrimonio lessicale; allora non deve destar meraviglia che, ormai, «tutta la vita umana è filosofica» almeno nel senso che essa «è tutta soggetta alle speculazioni della filosofia» ; e non deve stupire che concetti e termini filosofici ricorrano sempre piú frequentemente nei ragionamenti piú vari e nei discorsi piú diversi (Z. 1221).
2. La diffusione del gusto filosofico
Leopardi lo si è accennato individua, nellintensificazione dei rapporti sociali e nel potere informativo della stampa, le condizioni prossime che hanno assecondato e sostenuto la disseminazione del "gusto" filosofico che caratterizza la sua epoca. Ma in altro luogo dello Zibaldone egli si dedica ad una riflessione ancora piú accurata sul tema; infatti intende risalire alle ragioni profonde della diffusione dello spirito filosofico.
Egli parte dalla considerazione che, al suo tempo, anche un uomo senza specifica cultura teoretica può arrivare a scoprire «profondissime, e quasi ultime verità» rimaste celate per secoli e secoli. Esprime quindi la convinzione che non sia ragionevolmente fondata lidea che lo spirito umano progredisca gradualmente, raccogliendo ed elaborando le conquiste intellettuali ereditate dai predecessori; la conferma verrebbe anche dalla biografia intellettuale di molti «sommi scopritori delle piú sublimi, profonde ed estese verità»: spiriti geniali, insofferenti alla disciplina degli studi, indifferenti alla tradizione, fiduciosi solo nelle proprie capacità, sono stati anticipatori di idee che solo dopo molto tempo sono state apprezzate in modo appropriato e adeguato. Quindi aggiunge la constatazione che molti antichi non si sono neppure approssimati alle importanti verità scoperte in epoca moderna, e che, comparativamente, nei due ultimi secoli ne sono state rinvenute in misura strabiliante rispetto a tutta lepoca precedente (Z. 1347-1350).
Come spiegare questo fenomeno? Le ragioni a suo avviso sono molteplici e concorrenti.
La prima: il linguaggio. Egli è convinto che, in generale, «le cognizioni influiscono sulla lingua, come questa su quelle». Quindi osserva che in epoca a lui contemporanea i linguaggi si sono sempre piú differenziati ed alcuni, come quello filosofico, dice, riprendendo unidea espressa anche altrove si sono sempre piú arricchiti nel patrimonio dei mezzi espressivi e comunicativi: sicché si può contare su una maggiore varietà di voci, e si dispone di termini piú precisi, piú univoci sul piano semantico, ed anche piú universali. La grandezza della cultura greca, rispetto a tutte le altre culture dellantichità, fu lesito naturale della capacità della sua lingua di esternare con ricchezza e precisione ogni possibile pensiero; quella lingua si prestava docilmente a dar corpo anche a concetti appena venuti alla luce e che quindi non avevano mai ricevuto precedentemente una qualche configurazione espressiva. Pertanto la vera, sola e importante eredità, che i geni speculativi contemporanei hanno raccolto dal passato, è la lingua, che essi hanno ben addomesticato ad estrinsecare concetti "moderni", idee piú profonde e piú sottili, e grazie alla quale hanno ottenuto che le stesse verità persistessero, nella propria e nellaltrui mente, non solo in modo convenientemente stabile ma anche con i caratteri della chiarezza e della distinzione (Z. 1350).
La seconda: lacculturazione di nuove nazioni. La cultura antica è stata tutta meridionale; a paragone, i coevi popoli settentrionali erano decisamente rozzi. Ora dice Leopardi è diverso. Inghilterra e Germania rappresentano le punte di diamante del "nuovo" pensiero. Come mai? Cè stata la convergenza di due fattori: da una parte, questi popoli hanno sempre mostrato una naturale inclinazione al pensiero astratto, dallaltra essi si trovano nella favorevole condizione di non aver subito, nel passato remoto e recente, i danni della civilizzazione, alla quale infatti hanno sempre tendenzialmente resistito. E pertanto il Settentrione, da quando è stato conquistato al nuovo "gusto filosofico", ha compiuto in breve tempo tali e tanti progressi, in campo filosofico, quali e quanti il Meridione, pur «in tanta maggior luce di civiltà e di letteratura», non è riuscito neppure ad immaginare di poter fare (Z. 1351-1352; cfr. Z. 1848-1849).
La terza: la congiuntura di oggettive circostanze favorevoli allo sviluppo dellattività speculativa. Leopardi la stima come la ragione piú importante. In realtà egli lattinge allIlluminismo francese: certe espressioni sembrano echeggiare argomenti sostenuti, ad esempio, da Helvétius. Tra antichi e moderni dice non cè «differenza naturale dingegno»; dunque, lepoca moderna non ha ingegni migliori di quella antica. Tuttavia le circostanze fisiche, morali, politiche, ecc. hanno sempre esercitato un influsso sugli uomini tale da modificarne glingegni fino al punto di farli apparire, nel corso del tempo, essenzialmente diversi. Ora, le «antiche circostanze» favorivano principalmente limmaginazione, mentre le «moderne» stimolano e promuovono la riflessione. Dunque è principalmente alle «moderne circostanze» che bisogna far risalire lodierna diffusione dello spirito filosofico. Sul ruolo delle circostanze Leopardi ne è convinto non cè spazio per perplessità: persino nellarco stesso dellepoca antica, come del resto in quello dellepoca moderna, si registrano differenze addirittura molto significative a seconda della diversità delle circostanze. E allora, bando ai dubbi: «luomo, e lingegno, e i parti e i frutti dellingegno, tutto è opera delle circostanze» (Z. 1352-1353; cfr. Z. 78-79).
3. Filosofi antichi e filosofi moderni
"Antichi e i moderni» Leopardi ne è convinto «sono veramente estremi, non solo cronologicamente ma anche filosoficamente parlando» (Z. 38),
Egli dunque si sofferma spesso sulle differenze tra la filosofia antica e la filosofia moderna.
Va subito indicato che la prima dizione include non solo il pensiero della Grecia classica e della civiltà romana, ma tutta la riflessione speculativa occidentale dalle origini fino alle soglie di quella che anche oggi e comunemente si designa come età moderna.
In ogni caso egli non nasconde la sua stima per la filosofia moderna, che giudica la sola, piena filosofia. La ragione di questa preferenza è profonda. La storia della civiltà egli pensa, con evidenti accenti illuministici è una sequela di arbitri, di errori, di false verità. Solo con letà moderna luomo si sta liberando di questa inutile zavorra.
I filosofi antichi dice anelavano a "costruire" qualcosa e miravano a lasciare ai posteri dei contenuti che costituissero importanti e irrevocabili insegnamenti; sotto la spinta di questaspirazione essi si spingevano ben oltre i legittimi poteri della ragione, erigendo addirittura inesistenti verità. Una sorta, dunque, di delirio intellettuale. La filosofia moderna, invece, si distingue per il ruolo principale attribuito allo spirito critico; ordinariamente non fa che distruggere e disingannare, e non alimenta in sé lodiosa arroganza di sostituire, alle vecchie certezze, nuove presunte verità.
Leopardi è convinto che questultima sia, al momento, la giusta linea di condotta, questo il vero modo di filosofare; ma non perché come pure si dice comunemente il nostro intelletto è troppo debole per trovare «il vero positivo», ma perché in ultima istanza lattingimento della verità, attualmente, non consiste in altro, e non può consistere in altro, che nel liberarsi dalle falsità. Lespressione liberarsi dalle falsità è da intendersi in senso letterale. Infatti Leopardi spiega: "scoprire il vero" significa "vedere le cose cosí come esse effettivamente sono"; ora il reale si presenta al nostro sguardo già carico delle "deformazioni" apportate dalla nostra "civiltà"; scoprire il vero dunque, allo stato presente, non può significare altro che cogliere la realtà senza il deformate filtro della civiltà; vale a dire, guardare le cose senza attribuire loro delle qualità assolutamente inesistenti, senza riconoscere loro i caratteri e le proprietà che la cultura dei popoli, nella sua storia, ha illegittimamente conferito (Z. 2709-2710).
Insomma, mentre i filosofi antichi si abbandonavano allimmaginazione, si dedicavano alla pura speculazione, confidavano nellastratto raziocinio; i filosofi moderni, al contrario, prestano molta attenzione al reale, quindi tengono in gran conto losservazione, e nelle loro elaborazioni si fondano unicamente sullesperienza. Perché, da una parte, solo losservazione può fare giustizia dei tanti errori piú o meno vetusti e piú o meno "universali": losservazione ci svela persino la piú nascosta falsità di certe nostre opinioni, anche di quelle ben costruite con lesercizio di un raffinato potere raziocinante, e magari ben consolidate con lapporto di una buona "istruzione". E, dallaltra, solo facendo tesoro dellesperienza è consentito allo spirito umano di allargare davvero i propri orizzonti, di compiere reali e consistenti progressi (Z. 2711-2712).
Il discorso leopardiano sulla verità, e quindi sui caratteri del sapere, sulla natura della sapienza, è davvero rigoroso quanto spregiudicato e provocatorio. «La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda e aperta»; la realtà è quella che anche glingenui e glindotti riescono a vedere; conoscerla non significa abbellirla, coprirla di un mistificante velo, comè accaduto finora. Anzi bisogna eliminare ogni alterazione prodotta dallintelligenza umana, ogni adulterazione costruita sia pure con le migliori intenzioni dalla nostra ragione teoretica; insomma occorre rimuovere tutti glimpedimenti frapposti non solo dallerroneo uso dei nostri sensi ma anche dagli abusi della nostra stessa mente. Piú si è semplici, e piú si sa. La semplicità è limprescindibile condizione di uno sguardo intellettuale piú sottile. Ne deriva dice Leopardi non celando il compiacimento per lapparente paradossalità del suo argomento che «la sommità della sapienza consiste nel conoscere la sua propria inutilità»; «li uomini sarebbero già sapientissimi sella mai non fosse nata»; lo scopo proprio e primario della sapienza, e la sua unica utilità, è «ricondurre lintelletto umano sè possibile appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei nascimento» (Z. 2710-2711).
4. Verità e sapienza
Leopardi peraltro rivela una sorprendente concezione relativistica della verità. Egli, parlando appunto di verità filosofiche, sottolinea come queste si presentino, appunto, come "verità" solo in relazione a precise circostanze storico-culturali, e che molte di esse, prese in se stesse, sono addirittura delle stupefacenti banalità.
E allora, che cosa bisogna intendere per verità? Egli lo enuncia esplicitamente. Sintenda quella scoperta dellintelligenza che sia assolutamente nuova, rispondente ad un suo effettivo e pressante bisogno, dotata di un suo specifico splendore correlativo e proporzionato ad un suo effettivo valore intrinseco, che la rende meritevole di essere proclamata, asserita e sostenuta. Niente, dunque, che abbia a che fare con quei contenuti frivoli e puerili di menti molto modeste, o anche con quelli molto ovvi che acquistano una qualche funzione rivelativa solo quando e perché distruggono un errore consolidato.
Ad illustrazione di questultima idea Leopardi asserisce che la tesi, propria della filosofia moderna, che "tutte le idee delluomo derivano dai sensi", è di una sconcertante ovvietà, ma dice riferendosi con tutta evidenza ai ben noti argomenti di Locke assume una parvenza di verità solo perché contesta lerronea, assolutamente infondata, concezione delle idee innate. Leopardi argomenta doverosamente ed integra doviziosamente questa tesi.
La forma dellenunciazione "tutte le idee derivano dai sensi" la fa apparire come una verità "positiva", ma la sostanza ne rivela lautentica intenzione "negativa". Tale proposizione, su cui si fonda tutto il pensiero "empiristico" deve intendersi infatti come: "nessuna idea deriva da altra fonte e per altra via che da e attraverso i sensi". E per una ragione di non poco conto. Se la sintendesse come verità positiva, essa contesterebbe la tesi che "tutte le idee sono innate". Ora questa è asserzione che nessun innatista ha mai fatto; aglinnatisti, infatti, stava a cuore sostenere soltanto che "alcune" idee non potevano scaturire dallumana sensibilità e dovevano quindi intendersi come congenite allintelligenza umana. Dunque la tesi "empiristica" "tutte le idee delluomo derivano dai sensi" non aveva altro compito che quello di "negare" che vi possano essere idee, anche pochissime, di natura diversa da quelle che si ottengono per la normale via desperienza sensibile. Questo carattere "negativo" dellasserzione filosofica aggiunge Leopardi ha radici nella sottile riflessione di chi, «ben guardando nel proprio intelletto», sè accorto che nessuna idea gli è mai pervenuta «fuori del ministerio dei sensi». Dunque, il carattere "negativo" connota sia la scoperta che lenunciazione.
E cosí son tutte le verità della moderna filosofia. Hanno aspetto formale positivo; ma si tratta di «dogmi» che «nello spirito, nella sostanza, nello scopo, e nel processo che il filosofo ha tenuto per iscoprirli, sono, o certo originalmente furono, negativi» (Z. 2713-2714).
E allora, luomo deve rinunciare alla possibilità dacquisire nuove verità teoretiche? Deve desistere da ogni tentativo di allargare i confini della sua conoscenza filosofica?
A tali quesiti Leopardi offre una risposta decisa quanto brutale. È pura presunzione ritenere di poter accrescere il patrimonio conoscitivo. Del resto, non ce nè neppure bisogno. Al contrario, occorre eliminare glinutili e talvolta pericolosi fardelli. Ed è quello che fa, appunto, la moderna filosofia, la quale «in luogo degli errori che sterpa, non pianta nessuna verità positiva» (Z. 2712-2713).
Il compito proprio della sapienza moderna è quindi «svellere» ogni errore, ogni infondato sistema, ogni ingiustificabile dogma, ogni immotivata proposizione. «Se luomo non avesse errato, sarebbe già sapientissimo». Vero è che la condizione dellerrore sta nella ragione, e quindi lerrore, per cosí dire, stava da sempre nel conto; solo chi non ragiona non erra. Ma se è vero questo, è vero pure che solo chi non pensa è sapientissimo. Sicché bisogna prender consapevolezza del nostro attuale stato di rozzezza culturale, e riconoscere che sapientissimo luomo lo fu solo prima della nascita della sapienza, prima chegli consentisse allo strapotere del suo raziocinio. La sapienza non sidentifica con la cultura, bensí con lin-cultura, con la condizione che comunemente si dice "selvaggia" (Z. 2712; cfr. Z. 305).
5. il duplice volto della filosofia
La filosofia, allora, svolge in epoca moderna un ruolo importantissimo nel distruggere certi errori ereditati dal passato e nel castigare certi abusi che la consuetudine ha reso comunemente accettati; dunque nel "liberare", purificare la vita individuale come quella delle società; «grandissima parte dei nostri errori» sottolinea Leopardi «sono o furono cosí naturali, cosí universali, cosí segreti, cosí propri del comune modo di vedere, che a scoprirli si richiedeva o si richiede unaltissima sapienza, una somma finezza e acutezza dingegno, una vastissima dottrina»; insomma, solo la filosofia poteva riuscire in tanta impresa (Z. 2705-2709).
Ma essa stessa non è immune da difetti né è innocua. E infatti Leopardi denuncia senza remore i rischi che il nuovo gusto filosofico comporta.
Anzitutto ed è, questo, il pericolo piú grave , la stessa filosofia, lasciata a se stessa, magari cullata e blandita, inclina ad assolutizzare il suo ruolo nellesistenza dellindividuo, tende ad acquisire una sorta di potere tirannico nello spirito delluomo, fino al punto di porre fuori gioco le sue stesse istanze "naturali". Da questo punto di vista, la filosofia è piú «contraria alla natura» che non la religione (Z. 388). Leopardi esemplifica. Ci sono modi anche esagerati, eclatanti, di manifestare il dolore, come si può vedere nel comportamento degli uomini piú primitivi; essi sono il mezzo di cui la natura ha provveduto luomo per sopportare meglio le sofferenze; ora, la cultura tende a prevalere sempre piú sulla natura; tutta la civilizzazione si è mossa nel segno di "contenere", fino ad annullarli, gli «sfoghi naturali»; e quindi la filosofia ha preteso di "educarci" a sopportare i mali col disprezzo del dolore, ed ha indotto le società a considerare ogni "cedimento" ad esso come vergognoso e riprovevole, perché indegno dellessere umano; dunque, «ci ha privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato», e non ha di certo migliorato la nostra vita (Z. 4243-4245).
Inoltre, la moderna filosofia comporta gravi rischi sul piano morale, dove, a seguire certi insegnamenti, non cè posto se non per un meschino egoismo. Ciò accade egli segnala quando ad esempio la filosofia si rende integralmente indipendente dalla religione; con questatto essa si configura di fatto come «dottrina della scellerataggine ragionata». Leopardi si preoccupa di precisare che questa osservazione non è mossa da ragioni apologetiche. Tuttaltro. Giustamente la filosofia denuncia come illusione tutto quanto comunemente accettato come «bene» e «bello», e a buona ragione addita come meri fantasmi, come «sostanze immaginarie», le virtú tipiche nella nostra civiltà; ma essa lo si è accennato ha distrutto senza pretesa di costruire; dunque ha portato a galla delle verità "negative", ma, poiché comè nel suo spirito non ha fondato una nuova morale, ha lasciato fiorire una nefasta logica del piacere e del «maggior comodo» (Z. 125).
Altrove Leopardi riprende nellottica politica questo stesso tema del«egoismo». Egli intende mostrare che la filosofia non può formare dei buoni cittadini, e tanto meno dei buoni governanti.
Per certi aspetti egli dice gli stessi caratteri di pregio della filosofia possono costituire, a certe condizioni, un danno non solo per gli uomini ma addirittura per le società. Ad esempio, la filosofia, specie nelle masse, ha distrutto radicati pregiudizi: dunque ha disinquinato le menti; ma, togliendo senza dare, ha condotto luomo verso il suo "stato naturale" quandegli, tuttavia, deve vivere nello "stato civile"; e certi errori, insopportabili in una condizione naturale di vita, possono esser utili, e talvolta addirittura indispensabili, nella e per la convivenza civile; per cui, mostrata la vacuità di certi "valori" sociali, svelato il loro carattere illusorio, dal momento che nessuna certezza "positiva" ha preso il posto di quelle abbattute, non rimane altro che un «universale egoismo», il quale è, sí, il carattere proprio e distintivo delluomo allo stato di mera naturalità, nella "felice" condizione primitiva, ma è anche la condizione che rende assolutamente impossibile la pur indispensabile vita sociale (Z. 4135-4136).
6. Filosofia e buon governo
Dunque la filosofia non è dalcun giovamento al vivere in società. Ma, essa, aiuta a ben governare? A tale quesito tutto sembrerebbe disposto a rendere una risposta affermativa.
Tuttavia Leopardi fa una considerazione storica che lo conduce a un giudizio durissimo. «Certo la profonda filosofia di Seneca, di Lucano, di Trasea Peto, di Erennio Senecione, di Elvidio Prisco, di Aruleno Rustico, di Tacito ec. non impedí la tirannia, anzi laddove i Romani erano stati liberi senza filosofi, quando nebbero in buon numero, e cosí profondi come questi, e come non ne avevano avuti mai, furono schiavi. E come giovano tali studi alla tirannia, sebbene paiano suoi nemici, cosí scambievolmente la tirannia giova loro» (Z. 274-275).
Poi aggiunge una considerazione teorica, che avrebbe dovuto mettere in questione anche la convinzione, moderna ma dantica ispirazione platonica, che, allo stato presente, per un buon governo ci voglia un principe filosofo. La questione, a suo giudizio, è complessa e bisogna tener presenti vari e molteplici elementi di riflessione,
Per ben governare egli dice bisogna conoscere a fondo lumana natura; e nessuno può pretendere di conoscerla piú e meglio dei filosofi. Daltra parte, i governanti peggiori son quelli che, cresciuti politicamente nelladulazione da parte dei cortigiani e del popolo, ben poco si sono preoccupati dintendere i caratteri essenziali delluomo e quindi di comprendere le effettive esigenze dei sudditi. È vero segnala Leopardi che tutti i sovrani ricevono, da giovani, uneducazione manchevole quanto alla «cognizione delluomo»; ma la storia mostra che, quando essi si son dedicati agli studi filosofici, hanno dato il meglio di sé nel promuovere il bene dei sudditi: lo mostrerebbe lattività di governo di principi quali Marco Aurelio, Augusto, Giuliano. Tuttavia segnala lo stesso Leopardi non è un caso che i principi-filosofi "buoni" di cui si parla appartengano al mondo antico. La filosofia che li ha aiutati a ben governare è appunto quella antica, che a suo giudizio non è lautentica, piena, perfetta filosofia. Questi caratteri sono propri della filosofia moderna, la quale, mettendo in rilievo lindole "egoistica" della realtà umana, non solo non renderà alcun servizio alla vita individuale, sociale e politica di un popolo, ma addirittura produrrà cattivi sudditi e pessimi governanti. I governanti egoisti sono ben peggiori dei governanti ignoranti; quelli che conoscono la reale, profonda essenza delluomo fanno piú danni di quelli che delluomo non hanno adeguate nozioni; peraltro, piú disincantati, non si lasciano ingannare da quelle illusioni magnanimità, compassione, attenzione alle virtú civili, riprovazione del vizio, ecc. che attenuavano i rigori dellazione politica e amministrativa dei governanti "filosofi" antichi (Z. 2292-2295).
Come esempio tipico di principe "filosofo" moderno Leopardi indica Federico II Hohenzollern, sovrano di Prussia. «Freddo e feroce e inesorabile egoista», rende desiderabile, piuttosto, lalternativa di un sovrano ignorante; perché «un egoista che ha in mano, e può disporre a suoi vantaggi una nazione, è quanto dire un tiranno» (Z. 2295).
Leopardi ritorna ancora sulla figura di Federico II, detto il Grande, mettendola direttamente a confronto con quella di Marco Aurelio. Il fine è di "tipizzare" i caratteri della filosofia antica e di quella moderna per quanto attiene i loro influssi sullattività di governo. Si paragonino i due sovrani: «ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in opere, e corrispondenti ne loro fatti alle loro massime»; eppure, non si può non prendere atto che luno, Marco Aurelio, vissuto «in un secolo inclinante alla barbarie», è stato «il padre de suoi popoli» ed «esempio di virtú morali dogni genere»: esempio universale e imperituro per la vita sia pubblica che privata; laltro, Federico il Grande, vissuto invece «in un secolo sommamente civile», è stato «il maggior despota possibile». Costui, guidato dal piú freddo egoismo, è sempre stato totalmente indifferente al bene dei suoi popoli, e accuratamente attento al proprio utile, che, abitualmente e in modo determinato, anteponeva ad ogni altra cosa; dunque è stato «il maggior disprezzatore dico ne fatti e in parte eziandio ne detti, della morale in quanto morale, della virtú in quanto virtú, e del giusto come giusto». Si potrebbe dire aggiunge che fu il principe piú vizioso di tutti i tempi, ma sarebbe improprio, perché nel suo «vizio» non cera calcolo; meglio dire che fu quello meno o anche poco virtuoso, perché non aveva né le virtú «che vengono dalla mente», né quelle «che nascono dalla debolezza» (Z. 4097).
Tutto ciò spinge Leopardi a sconsolate considerazioni sul presente. Oggi, un principe che, conosciuta lessenza umana, non esercitasse in politica una prassi "egoistica", sarebbe condannato al fallimento; ma questa è unipotesi-limite; la verità è che un principe, quandanche naturalmente incline alla virtú, acquisendo i principi filosofici "moderni" finisce quasi col cambiare la sua natura: diviene «quasi per forza e suo malgrado vizioso». Dunque, la piena, vera filosofia non può generare che una spietata tirannia. Sicché Leopardi esclama con amarezza pari allindignazione: «Ecco il bel frutto e pregio della filosofia moderna», la quale ha come proprio ed ineluttabile esito quello «dimpossibilitare i principi ad esser virtuosi». Ma sottolinea, per amore di verità, che questo è, sí, un effetto della filosofia moderna, ma non in quanto «moderna», bensí dice riprendendo unidea ricorrente in quanto «vera e perfezionata filosofia» (Z. 2292-2295).
7. Ah, questi tedeschi!
Quando parla della filosofia moderna Leopardi non si riferisce tanto a quella francese a lui contemporanea, bensí lo abbiamo visto a quella inglese e tedesca. Del resto tale prospettiva storiografica non è peregrina, se si considera che buona parte del pensiero illuministico francese prende spunto dalla filosofia inglese che idealmente fa capo a Locke.
Una filosofia, quindi, "nordica", come Leopardi stesso rileva, caratterizzata da esperienza e pensiero astratto, opposta a quella antica, tutta "meridionale";, alimentata fondamentalmente dallimmaginazione. È unidea, questa, enunciata piú volte, che, in un luogo dello Zibaldone, egli ripropone con qualche significativa variante.
Forse doveva sembrargli cosa troppo azzardata laccostamento della filosofia tedesca a quella inglese; fatto sta chegli finisce poi col distinguere glinglesi dai tedeschi, additando i primi come i filosofi che «per indole spettano piuttosto al mezzodí», e indicando i secondi come i pensatori la cui elaborazione teoretica sarebbe, a sua giudizio, la vera genuina espressione del nuovo, moderno spirito speculativo (Z. 1850-1851).
Complessivamente Leopardi non nasconde una certa stima per la cultura inglese. LInghilterra che «è per carattere la regione meno settentrionale di tutte le settentrionali», (Z.1043) «ha una lingua delle piú libere dEuropa colta» (Z.1045); e, per di piú, grazie a un suo proprio gusto letterario, ha «la letteratura forse piú libera dEuropa» (Z. 1046).
Invece non nutre alcuna simpatia per la cultura tedesca. La Germania, che la de Stäel vuole "patria del pensiero", è nel giudizio di Leopardi il luogo ove si è lasciato libero corso a «la febbre divorante e consuntiva della ragione, e della filosofia», e dunque dove ebbe inizio «lopera micidiale e le stragi» da loro compiute, ovvero «la distruzione di tutto il bello il buono il grande, e di tutta la vita» (Z. 350).
E nessuna simpatia, dunque, mostra per il pensiero filosofico tedesco; anzi, esprime una valutazione fin troppo severa, ingenerosa.
Quella germanica è una filosofia senza intuito. I tedeschi dice sono privi dimmaginazione e di sentimento; certo, ne esibiscono, ogni tanto; ma si tratta di immaginazione e di sentimento falsi, innaturali, deboli. Leopardi dunque non sunisce al coro degli entusiasti della civiltà germanica. Anzi, non risparmia acute critiche. «Questi tedeschi sempre bisognosi di analisi, di discussione, di esattezza; questi tedeschi sí generalmente e sí profondamente applicati da circa due secoli alle meditazioni astratte», che cosa hanno prodotto? Di certo non hanno scoperto verità fondamentali, ma solo verità secondarie. Per lo piú hanno sviluppato non poche idee rinvenute da altri ed hanno reso chiare e distinte idee che la tradizione ha portato fino allepoca moderna in forma vaga ed imprecisa. Per cui si può dire, certo, che in tal modo hanno fatto progredire la metafisica e le scienze esatte. Ma «quando ha mai un tedesco gettato sul gran sistema delle cose unocchiata onnipotente che gli abbia rivelato un grande veramente fecondo segreto della natura, o un grande ed universale errore?». La debolezza del «colpo docchio», tipica dei tedeschi, dipende dallinsufficienza delle doti proprie delle «grandi anime», quali la «gran forza dimmaginare, di sentire», e la «naturale padronanza della natura». Dunque, essi non sono in grado di arrivare al centro di un gran sistema; non son capaci di scoprire «la chiave, la molla, il complesso totale di una gran macchina»; non colgono i rapporti tra le singole cose e di ognuna col tutto. Mancano di «ciò che si chiama genio in tutta lestensione del termine». "Analizzano" senza "sentire"; e la natura non si può conoscerla senza sentirla. E spesso errano, anche se errano ... con esattezza. «E quando un tedesco vuole speculare e parlar in grande, architettare da se stesso un gran sistema ... ardisco dire chegli ordinariamente delira». Solo «luomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni», riesce a porsi su un elevato punto dosservazione, e a scorgere, con ununica occhiata, «tutto il laberinto, e la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere». Le grandissime verità «si presentano sotto laspetto delle illusioni, e in forza di grandi illusioni; e luomo non le riceve se non in grazia di queste». E allora, quali sono le grandi scoperte di Kant? E quali quelle di Leibniz, «il piú gran metafisico della Germania"? «Monadi, ottimismo, armonia prestabilita, idee innate: favole e sogni». Niente a che vedere con quanto hanno fatto Cartesio, Galilei, Newton, Locke, Machiavelli: i quali quelli sí «hanno veramente mutato faccia alla filosofia» (Z. 1848-1859).
8. «In vino veritas"
E allora, Leopardi avrebbe apprezzato che lo si considerasse "filosofo"? Oppure avrebbe rifiutato con sdegnata decisione una tale denominazione?
A giudicare da certe sue espressioni, bisognerebbe pensare che proprio non avrebbe gradito. «Un popolo di filosofi asserisce perentorio sarebbe il piú piccolo e codardo del mondo» (Z. 115), e, per di piú, un popolo senza vita (Z. 358). La maggior colpa della filosofia è di aver «isterilito la nostra ragione e con essa la nostra stessa povera vita» (Z. 111). Il filosofo spesso non vede e non sa ciò che, invece, persino un fanciullo vede e sa (Z. 2019-2020); io stesso, «povero ingegno» dice con malcelato orgoglio , pur non avendo mai letto scritti di metafisica e pur non avendo ricevuto la formazione filosofica tipica delle scuole, dunque «senza veruno soccorso», avevo compreso la falsità delle idee innate, avevo «indovinato» lottimismo leibniziano, e avevo scoperto i principi dell«Ideologia».
Certo, cè un passo dello Zibaldone in cui egli parla esplicitamente di una "sua" filosofia. Chi sostiene egli dice volendosi scrollar di dosso unaccusa per lui fastidiosa che la mia filosofia conduce diritto alla misantropia, vede le cose molto in superficie. La misantropia è per lui un malumore verso gli altri, anzi un vero e proprio odio verso i propri simili, quasi mai tematizzato e tanto meno affrontato sistematicamente, che scaturisce dal fatto che, in qualche modo e in qualche misura, si addebita agli altri, con o senza qualche ragione plausibile, la causa della propria infelicità. Ebbene, a suo avviso, niente di tutto questo si trova nella sua concezione delle cose; la quale, al contrario, mira a sanare tale malessere, sollecita gli uomini a trovare forme di solidarietà, a superare gli steccati chessi stessi innalzano; del male che sarrecano lun laltro, non sono responsabili gli uomini. Insomma, «la mia filosofia fa rea dogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge lodio, o se non altro il lamento, a principio piú alto, allorigine vera de mali de viventi» (Z. 4428).
Come si vede, qui il termine "filosofia" non è usato in senso strettamente tecnico, non ha la sua specifica valenza semantica che è ben presente allintelligenza di Leopardi bensí allude in modo generico alla personale concezione della realtà.
In un altro passo Leopardi sembra invece volersi accreditare come un filosofo vero e proprio. Infatti afferma che il suo sistema «non distrugge lassoluto»; al contrario, lo moltiplica; infatti «rende assoluto ciò che si chiama relativo». Il tono sembra pretenzioso e provocatorio. Ma che cosa intende dire? Lo spiega egli stesso: suo intento è distruggere le idee «astratte» di bene e male, di vero e falso, di perfetto e imperfetto. Operazione del tutto legittima egli spiega in quanto, ad esempio, ogni ente, avendo in se stesso la ragione del suo essere, per quanto "finito" è "perfetto"; gli enti, dunque, non hanno né la necessità, né la ragione né il metro della loro perfezione in un qualcosa a loro estrinseco. Insomma, il nostro mondo è un mondo di realtà finite, limitate; ma non per questo imperfette; dunque bisogna considerarle assolute (Z. 1791-1792).
In altro brano Leopardi fa esplicito riferimento ad un suo transito dalla poesia alla filosofia. Un transito chegli forse alludendo a Vico ritiene proprio dello spirito umano.
Inizialmente riferisce in lui dominava la fantasia, sicché i suoi versi erano pieni di immagini: «non aveva ancora meditato intorno alle cose», e «della filosofia non avea che un barlume»; col tempo, poi, anche in lui è avvenuto «il passaggio dallo stato antico al moderno»: «cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose» (Z. 143-144; cfr. Z. 1742).
Ma che cosa Leopardi intende per «meditare», «riflettere profondamente"?
Compito del filosofo dice è di arrivare alle grandi verità attivando la propria facoltà inventiva, che sola fa davvero grandi i filosofi (Z. 2132); arrivarci «sviluppando, indagando, svelando, considerando, notando le menome cose, e risolvendo le stesse cose grandi nelle loro menome parti» (Z. 1310).
In un altro luogo a dire il vero non molto perspicuo asserisce che il filosofo «da particolari inferisce i generali, da simili i simili, dal noto lignoto», e «dimostra co particolari il generale, e non con tutti i particolari, ma con alcuno, e i particolari con altri particolari o col generale» (Z. 3813). In altro luogo sostiene: «Or questo è tutto il filosofo: facoltà di scoprire e conoscere i rapporti, di legare insieme i particolari, e di generalizzare» (Z. 1650).
Dunque, il passaggio alla filosofia sembrerebbe il passaggio dallimmediatezza alla mediazione, dal "caldo" del vissuto individuale al "freddo" della riflessione astraente, del discorso formale. Insomma, il passaggio dal sentimento alla ragione.
Tuttavia la soluzione non è cosí semplice. Leopardi dice pure lo si è ricordato che il filosofo è colui che ha «un piú vasto colpo docchio» (Z. 3245), che «vede e guarda le cose come da un luogo alto e superiore», raggiungendo lapice della speculazione con la scoperta di verità altrimenti inafferrabili e sicuramente inaccessibili con lottica della vita quotidiana. Ma egli stesso poi segnala che questa è una capacità che il filosofo condivide non solo col poeta lirico nel pieno dellispirazione, e con «luomo dimmaginativa e di sentimento» nel fervore del suo entusiasmo, ma pure con un individuo qualunque spinto dallonda duna forte passione, e finanche con luomo «mezzanamente riscaldato dal vino» (Z. 3269-3271).
9. Il conoscere? Non è sempre un sapere!
Molti, dunque, in certe precise e inconsuete condizioni spirituali, hanno capacità e possibilità di scoprire dun tratto cose che abitualmente sfuggono alla loro attenzione, di scorgere inattesi rapporti nella moltitudine dei fatti, di arrivare dintuito a conclusioni generali partendo dallosservazione di casi particolari. E allora, in che cosa consiste specificamente lattività filosofica?
Nella concezione leopardiana la ragione "filosofica" si prospetta, sí, come la capacità «inventiva» del vero, ma attraverso una sorta di preventiva catarsi della mente; vale a dire, essa si configura come lattitudine a scovare la verità della realtà non solo attraversando il muro della molteplicità e varietà dei dati desperienza, ma come si è già visto per accenno distruggendo "illuministicamente" la montagna delle superstizioni consolidate e degli errori inveterati (Z. 2706-2709). Latteggiamento filosofico non consiste dunque nel diffidare dellinverosimile rigettandolo aprioristicamente come impossibile «oggi, con molta ragione, i veri filosofi, alludir fatti incredibili, sospendono il loro giudizio» , ma anzitutto e principalmente nel respingere con decisione gli errori certi. Inoltre esso richiede, indubbiamente, di rendersi sempre piú conto di "non sapere"; ma lignoranza di cui bisogna acquisire consapevolezza non è linsufficienza quantitativa delle nozioni; il progresso dello spirito umano dice Leopardi con decisione non sta nellimparare bensí nel dimenticare (cfr. Z. 337), nel disimparare; sta «nel diminuire il numero delle cognizioni», nel «restringere lampiezza della scienza umana» (Z. 4189-4190). Come dire: meno verità, ma piú profonde, piú fondamentali.
Eppure da certe espressioni di Leopardi non sembra doversi ricavare che il problema della verità, nel suo senso strettamente tecnico di acquisizione di contenuti intellettuali certi, sia quello specifico del filosofia. Molte cose lasciano pensare chegli non condivida con i filosofi professi i concetti di ragione, di verità, di conoscenza. Specialmente, ad esempio, quando il "sentimentale" vien sorprendentemente posto come equivalente del "filosofico"; come nel caso in cui egli in modo inatteso dichiara: «ed io... non divenni sentimentale, se non quando perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo» (Z. 3813).
Come intendere questapparente contraddizione? Leopardi asserisce di aver cominciato a «divenir filosofo di professione» "da poeta chio era" , allorquando ha cominciato «a sentire linfelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla», e a sentirla con una sorta di «languore corporale» che «tanto piú mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni». Con la qual cosa egli sembra voglia dire: mentre il fantasticare individua il poeta, è il sentire quello vero, profondo che contraddistingue il filosofo; pertanto il passaggio dallantico al moderno sarebbe avvenuto, a dir dello stesso recanatese, col «disseccamento» della fantasia e il simultaneo e correlativo potenziamento del sentimento (Z. 144).
Sicché, seguendo certi percorsi euristici, sembrerebbe destinata ad accrescersi la distanza tra il "conoscere", cosí come lintendono appunto i professionisti della filosofia, e il "sentire". E tuttavia Leopardi prospetta inequivocamente linderogabile necessità della congiunzione di "sentire" e "sapere", ritenendoli entrambi compiti inalienabili ed inscindibili del filosofo. Non solo: egli profila una precisa corrispondenza e addirittura uninterdipendenza tra di loro. Il fatto è che nella sua prospettiva il vero "sapere", razionalmente fondato, non coincide semplicemente col "conoscere" della ragione calcolante; o almeno offre molto di piú; al punto che può verificarsi ed è ciò che accade nella gran maggioranza dei casi un conoscere che non si configuri come un vero sapere, cioè può aver luogo unacquisizione di cognizioni che non estenda né approfondisca, e dunque non arricchisca, il nostro "senso del reale".
Insomma per dirla in forma paradossale, ma in piena fedeltà al dettato leopardiano si può far filosofia senza filosofare, e si può filosofare senza fare filosofia. Detto diversamente: cè filosofia e filosofia; o se si vuole si può far filosofia in modo diverso e a diversi livelli.
10. Cognizione filosofica ed esigenza di sistema
Non si riuscirà ad intendere appieno la ragione del modo diverso in cui Leopardi parla della filosofia se non si tien dietro ad alcune distinzioni e precisazioni chegli stesso enuncia.
La prima: quella tra «cognizione materiale» e «cognizione filosofica».
Quasi inaspettatamente nello Zibaldone Leopardi cita, nelloriginale greco, un passo delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio. Il passo Leopardi non ne fa menzione è a sua volta la trascrizione di quanto Senofonte dice nel suo Simposio a proposito di Socrate: il quale avrebbe dunque asserito essere uno solo il bene: il sapere, la scienza lepistéme ; ed uno solo il male: lignoranza lamathía .
Leopardi esprime un commento sconcertante nella sua caustica sinteticità: «Oggidí possiamo dire tutto lopposto». Unespressione strana: chi avrebbe potuto asserire essere lignoranza il solo vero bene? Ma ciò è quanto egli intende effettivamente sostenere. Egli infatti spiegando afferma esserci una radicale differenza tra lantica e la moderna sapienza. Tale differenza che, bisogna dirlo, non sembra avere molta attendibilità storiografica, almeno nei termini rigidi in cui Leopardi la enuncia potrebbe in prima istanza essere sintetizzata come quella tra quantità e qualità.
Leopardi insomma asserisce che gli antichi «seppero moltissime cose», molto piú di quante siano appannaggio delluomo contemporaneo, «non solo in proporzione dei tempi, ma anche assolutamente»; tuttavia una tale "scienza" multilaterale Leopardi non dice che se ne aveva consapevolezza già in ambito presocratico, dove essa veniva indicata col termine polymathíe è buona solo per i poeti, che con la fantasia possono esprimersi, in modo anche molto verisimile, in orizzonti tematici molteplici e diversi. Altra cosa dalla «cognizione materiale» è la «cognizione filosofica»; piú o meno come la «cognizione degli effetti» è diversa dalla «cognizione delle cause»; lindividuazione delle cause di cose ed eventi, in tal caso, non è affidata al potere creativo della fantasia, ma alla facoltà inventiva della ragione. Ed è proprio la cognizione filosofica che contraddistingue la sensibilità intellettuale delluomo moderno (Z. 231).
Altra precisazione: non cè filosofia senza sistema.
"Qualunque pensatore, e i piú grandi massimamente, hanno avuto ciascuno il loro sistema
Lasciando gli antichi filosofi, considerate i moderni piú grandi. Cartesio, Malebranche, Newton, Leibnizio, Locke, Rousseau, Cabanis, Tracy, De Vico, Kant».
Il «sistema», è indubitabile, può addirittura impedire laccesso al vero, ma come sanno i veri pensatori è indispensabile, qualunque sia larea di riflessione teoretica privilegiata. Leopardi spiega tale necessità non solo in linea di fatto, ricordando appunto che ogni grande pensatore si caratterizza come tale per un suo proprio sistema, ma anche in linea di principio: è la ragione stessa che impedisce, a chiunque pensi autonomamente, di trovarsi tra le mani una mera collezione di cognizioni eterogenee, atomicamente isolate, magari anche incongruenti tra loro, in cui peraltro ciascuna risulti privata di quellaggiunta di verità che deriva dal reciproco rapporto con tutte le altre. La ragione è sistema; «il pensatore... cerca naturalmente e necessariamente un filo nella considerazione delle cose», altrimenti la sua filosofia, fatta di verità isolate, sarebbe «trivialissima e meschinissima». Va da sé, comunque, che la necessità del sistema non significhi che un sistema debba conservarsi inalterato, o, al piú, debba accrescere se stesso; infatti può e deve mutarsi con lintegrazione di nuove conoscenze (Z. 945-947).
11. Obiettivo: la trama del mondo
Non è un caso, quindi, che proprio parlando di sistema Leopardi enunci che cosa egli intenda per vera filosofia. Lo scopo del filosofare dice non è lacquisizione di nozioni vere, ma è «il trovar le ragioni delle verità», le quali non vengono alla luce se non «nelle relazioni di esse verità» e «col mezzo del generalizzare». Il punto debole del lavoro filosofico è proprio il passaggio dal particolare al generale, dalle verità singole al sistema. I «piccoli spiriti» hanno il vizio di passare velleitariamente al sistema a partire «da pochi ed incerti, e mal connessi, ed infermi particolari», e «da pochi ed oscuri rapporti»; è molto diffusa uninsopportabile faciloneria al proposito; addirittura è di moda la «pestifera mania» di formar sistemi costituiti di paradossi e di ipotesi poco fondate. Lesigenza di sistema, propria della ragione e dunque perfettamente naturale, è tuttaltra cosa rispetto all«amor di sistema», il quale dice con forza Leopardi «è dannosissimo al vero»; questo amore costringe le verità particolari ad adattarsi allimpianto sistematico, mentre, al contrario, dovrebbe essere il sistema a prender forma in base alle verità particolari da cui esso dovrebbe sorgere. E cosí, «le cose si travisano, i rapporti si sognano, si considerano i particolari in quellaspetto solo che favorisce il sistema» (Z. 947-948).
Insomma, arrivare allunità sistematica delle verità è «indispensabile» e «naturale alluomo»; ma cosa da sottolineare è «inseparabile dalla filosofia», anzi «costituisce la sua natura e il suo scopo». La grandezza di una visione sistematica dipende da molte cose, tra cui lampiezza della "materia" considerata, lingegno del pensatore, lacume del suo sguardo intellettuale nellindividuare ed elaborare i "rapporti"; ma in ogni caso non cè filosofia senza sistema, grande o piccolo che sia (Z. 948-949).
In fondo, se lo scopo della filosofia è conoscere, per cosí dire, la trama del mondo, il «sistema filosofico» non è altro che un ragionevole tentativo di comprendere, appunto, il «sistema delle cose», lordine intrinseco del reale, il suo disegno razionale, il "piano" in base a cui è strutturato il mondo. «Lidea di sistema, cioè di armonia, di convenienza, di corrispondenza, di relazioni, di rapporti, è idea reale», dice Leopardi; il quale aggiunge ma la giustificazione non è che una mera "posizione" che essa «ha il suo fondamento ed il suo soggetto nella sostanza, e in ciò chesiste». Proprio perché «le cose e la natura sono sistemate», vale a dire sono «ordinate armonicamente», proprio perché il sistema è lo specifico "modo desistere" delle cose, allora chi vuole filosofare davvero deve configurare un sistema, anche al rischio di prendere lucciole per lanterne. Non cè dubbio, non si arriverà mai ad afferrare il tutto, ma ciò non autorizza né legittima lastensione da ogni tentativo di ricerca dellunità sistematica (Z. 1089-1090).
Certo, non si conoscono mai, né tutte né perfettamente, le ragioni di una verità; e di nessuna verità si conoscono mai, né perfettamente né tutti, i rapporti che essa ha con le altre verità; certo, tutte le verità e tutte le cose sono connesse fra loro «assai piú strettamente ed intimamente ed essenzialmente» di quanto possa credere il filosofo; ma tutto ciò non può indurre ad una pur ragionevolissima ritirata strategica, non può giustificare il ripiegamento su una considerazione meramente "atomica" del reale, cosa comprensibile e, sotto un certo punto di vista, pure moralmente lodevole, ma che significa una preventiva rinuncia a qualsiasi forma e grado di verità (Z. 1090-1091).
In questa prospettiva, dunque, al Leopardi non sarebbe affatto dispiaciuta la designazione di "filosofo".
12. La contraddizione della «mezza filosofia».
Una considerazione piú analitica merita unaltra distinzione fatta da Leopardi: quella tra «mezza» e «piena» filosofia. A dire il vero, spesso il linguaggio da lui adoperato appare fuorviante. Talvolta con lopposizione tra «mezza» e «piena» filosofia egli sembra individuare quella tra «falsa» e «vera» filosofia. Tuttavia in qualche luogo egli segnala che quella «falsa», in effetti, è una non-filosofia; e lascia intendere che le denominazioni «mezza» e «piena» appartengono solo a quelle chegli considera filosofie in senso proprio, che in effetti come sè visto sono solo quelle fiorite in età moderna. Da altri passi poi si ricava che, certo, la «mezza» non è la «vera» filosofia, ma spesso non lo è neppure la «piena». Insomma, ce nè abbastanza per restare frastornati; quindi solo i contesti possono offrire il giusto orientamento interpretativo.
Leopardi si sofferma spesso su quella chegli definisce come «mezza filosofia». Lidea che ne vuol dare è, talvolta, di una filosofia naturalmente incompiuta; talaltra, di una filosofia dolosamente inadeguata al suo compito proprio; e talvolta ancora, di una filosofia intenzionalmente messasi al servizio di obiettivi non suoi.
La «piena filosofia», la vera, è invece quella capace di gettare uno sguardo nei "secreta mundi"; essa si configura come una concezione Leopardi se ne mostra convinto per nulla rassicurante, come una visione delle cose che non incoraggia nessun atteggiamento dottimismo. Quanto piú ci sinoltra nella "comprensione" del mondo, tanto piú ci si accorge delle fallaci illusioni che gli uomini si son fatti intorno ad esso. Per cui, in fin dei conti, «la somma di tutta la filosofia morale e antropologica» dice sta nella sentenza di un poeta antico: «Dei beni umani il piú supremo colmo/è sentir meno il duolo» (Z. 2673).
Latteggiamento di fronte alla terribile nascosta verità della totalità del reale, quindi, costituirebbe lelemento discriminante tra il vero e il mezzo filosofo. A tutti piacerebbe avere certezze assolute, godere di una condizione di rassicurazione teoretica per la quale il mondo è cosa "certa", e pertanto è possibile esercitare nei suoi confronti una piacevole «noncuranza». E la filosofia è perfettamente in grado di procurare e garantire questo piacevole "torpore", la gradevole condizione di non doversi preoccupare di nulla. Ma la vera filosofia non crea illusioni; anzi smaschera quelle preesistenti e persistenti; in generale, pone luomo di fronte ad una realtà dura, e spegne ogni facile speranza; sicché essa «non può cagionare allanimo uno stato piacevole» se non configurandosi come, appunto, «una mezza filosofia», una filosofia «imperfetta» sul piano intellettuale, oppure, se ineccepibile sotto questo aspetto, come una filosofia che, per impotenza o per scelta, non esercita alcun influsso «sullultimo fondo dellanimo» (Z. 1792-1793).
La messa in crisi di antiche sicurezze è come sè ricordato piú volte il carattere della filosofia moderna. La quale, tuttavia, per Leopardi è ben strana. Produrrebbe illusioni proprio adoperandosi a suscitare diffidenza verso le illusioni. E addirittura creerebbe nelluomo lillusione di potersi liberare dallillusione.
Detto in modo piú esteso, secondo Leopardi la filosofia della sua epoca, la quale, meglio dogni altro tentativo teoretico del passato, ha intravisto il mistero del reale e, simultaneamente e contestualmente, ha cercato di fare chiarezza sullessenza delluomo, da una parte non arriva ad accettare, proprio sul piano teoretico, che lillusione sia necessaria, indispensabile alla vita umana, dallaltra genera essa stessa gli strumenti illusori con cui luomo riesce a venire a patti con la realtà. Paradossalmente essa, da una parte, combatterebbe in linea di principio ogni forma dingiustificata aspettativa, e, dallaltra, favorirebbe e sosterrebbe le forme della vita moderna generando e alimentando essa stessa, in via di fatto, delle apposite illusioni. Una condizione contraddittoria, insomma.
La sua difficoltà starebbe secondo la prospettiva valutativa di Leopardi nellassimilare erroneamente le illusioni "filosofiche" a quelle "private". Non si può avere, nei confronti delle illusioni "private", lo stesso atteggiamento demolitivo che, in modo perfettamente ragionevole, viene esercitato nei confronti delle illusioni "filosofiche": significherebbe chiudere gli occhi alla effettiva condizione esistenziale.
Leopardi è esplicito, al riguardo. Uno dei limiti della filosofia moderna di quei limiti che ne fanno appunto una «mezza filosofia» è quello di aver creduto di poter estirpare totalmente le illusioni dallanimo umano. Una vera e propria presunzione. Lunico effetto che una filosofia può e deve sortire è di contenere le illusioni nellambito della vita privata dellindividuo. Non può pretendere in alcun modo di eliminarle, e non deve né condannarle, né spregiarle, né perseguitarle (Z. 1715). La filosofia può, certo, persuadere che le cose umane non siano né belle né buone, ma non riuscirà mai a distruggere la speranza del singolo che le sue cose siano o divengano belle e buone, e che quindi il suo caso sia una "eccezione" alla regola.
Non è possibile distruggere le illusioni come vogliono «gli spregiudicati e glintolleranti filosofici de nostri giorni» (Z. 325) perché la natura è invincibile. Se si riuscisse davvero a svellerle e ad annientarle, «luomo non esisterebbe piú». Certo, la lotta della ragione alle illusioni "filosofiche" non può lasciare tranquillo il campo delle illusioni "private"; e poi nellarco di unesistenza individuale, laccrescersi dellesperienza di vita confermerà sempre piú, e ineluttabilmente, la poco pacificante visione filosofica del reale; e tuttavia non verrà mai sradicata quella specie di «disperata speranza» che non abbandona mai luomo. Il massimo risultato che la filosofia può conseguire nella lotta alle illusioni è di veder «ridotta e ristretta la vita umana ai minimi termini possibili»; ma non può spingersi oltre. Fuor di quei limiti la vita non potrebbe sussistere, il genere umano non avrebbe futuro: sarebbe come «privo della sua atmosfera, e del suo elemento vitale», perché lillusione è il fondamento di quell«amor di sé» che è limprescindibile "condizione di possibilità" dellesistenza. «La vita dunque e lassoluta mancanza dillusione, e quindi di speranza, sono cose contraddittorie» (Z. 1863-1865).
13. Con gli «errori semifilosofici» si fa la storia.
Nella prospettiva di Leopardi, dunque, lantica non è filosofia autentica, perché crea lingannevole e dannosa chimera di una realtà rassicurante per luomo. La moderna, invece, tende a quella condizione che per Leopardi è propria della vera filosofia, perché libera lo sguardo delluomo, concedendogli dandare piú a fondo nella "lettura" del reale in modo da coglierne il fondamento unitario. Tende soltanto, perché, come si rileva dalle sue concrete manifestazioni, essa purtroppo non solo produce ed accentua sempre piú la divaricazione teoreticamente illegittima tra uomo e natura, ma alimenta, nelluomo stesso, la divergenza tra ragione e sensibilità naturale, privilegiando la prima e di fatto relegando nelloblio la seconda, ossia esaltando il potere raziocinante e disprezzando quello della fantasia, e con ciò il bisogno di quelle illusiorie aspettative che danno slancio vitale allesistenza individuale.
Dunque, il «perfetto filosofo» è, per cosí dire, merce rara. In fondo, è lesperienza ciò che davvero conta. Per fare dellautentica filosofia, bisogna avere lintelligenza aperta ad ogni possibile esperienza. La vera filosofia è scienza dei rapporti del reale, e quindi scienza dei rapporti tra verità. Infatti, «non si conosce perfettamente un verità se non si conoscono i suoi rapporti con tutte le altre verità» (Z. 1838).
Piú facile invece trovare i «mezzi filosofi». E larea in cui la «mezza filosofia» celebra i suoi piú numerosi, meschini ed effimeri trionfi è, per Leopardi, quello della politica. Politica è azione; è un fare, un agire; ora, non si agisce senza passione; e non sorge passione senza illusione. La politica quindi non è terreno per la «vera filosofia». Poiché questa non genera, né fomenta, né legittima illusioni, allora essa non può essere di alcun aiuto alla politica.
Ma in che senso la «mezza filosofia» giova alla politica?
Riflettendo sulla Rivoluzione francese, Leopardi asserisce che, supposto pure chessa sia stata preparata dalla filosofia, «non fu eseguita da lei», perché «la filosofia, specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla»; e quandanche avesse potuta metterla in moto, non avrebbe potuta né mantenerla in vita né portarla a compimento (Z.160). Perché la filosofia spiega aspira all«imperio della pura ragione»; e la pura ragione, smascherando e dissipando le illusioni, congelando le passioni, non lascia né spazio né credibilità, ad esempio, allo «spirito nazionale», alle virtú civili, riconoscendo in un essenziale egoismo il solo fondamento del comportamento individuale. Insomma per dirla gettando un occhio anche al nostro piú remoto passato non è stata certo la filosofia che ha prodotto la grandezza del popolo romano (Z. 161)!
A differenza della natura aggiunge altrove «la ragione è debolissima e inattiva»; è per questo che i popoli e le epoche segnate da maggiore attività razionale sono proporzionalmente meno attivi; ed è per questo che Leopardi fa unipotesi-limite «un popolo tutto ragionevole o filosofo non potrebbe sussistere per mancanza di movimento»; del resto, anche queglindividui che gli anni hanno reso carichi desperienza e privi dillusioni, non solo preferiscono astenersi dal prendere iniziative operative, ma non fanno neppure progetti, né fanno fiorire desideri (Z. 270; cfr. Z. 520).
Dunque, la filosofia, quella vera, non solo non ha mai generato rivoluzioni, ma non ha mai prodotto non avrebbe potuto neppure un movimento, unimpresa degna dattenzione, né a livello pubblico né a quello privato. Diverso il caso della «mezza filosofia»; la quale, al contrario, non solo è compatibile con lazione, ma può generarla e sostenerla. Soltanto in questa prospettiva si può dire che la Rivoluzione francese sia stata generata e sostenuta dalla filosofia; infatti ha avuto per protagonista storico un popolo dice Leopardi che è filosofo «solo a mezzo». Come dire, la filosofia moderna, per sua natura e per sua profonda ispirazione, non avrebbe potuto esercitare alcun influsso sullandamento della storia; se ne ha esercitato uno sugli eventi della Rivoluzione, ciò è accaduto perché essa, generando illusorie passioni, sè configurata, nei francesi dellepoca, come una «mezza filosofia».
Ma allora si potrebbe obiettare per il recanatese la «mezza filosofia» è, in definitiva, non-filosofia! Ma Leopardi nega. Certo dice essa «è madre di errori, ed errore essa stessa». Ma si tratta di errori «semifilosofici». Certamente «non è pura verità né ragione». Ma ha pur sempre origine nella ragione: è pur sempre un mezzo sapere. Anzi, aspira naturalmente alla piena razionalità. Dunque è piú corretto dire che essa è «imperfettamente ragionevole e vera», piuttosto che irragionevole e falsa. E questo suo stato dimperfezione, da una parte, sí, denuncia una carenza, ma dallaltra indica una provvisoria incompiutezza, un percorso da compiere. Sotto questo secondo aspetto, essa ha una naturale, inconfondibile, inarrestabile tendenza allinazione, alla morte.
E tuttavia, proprio per i suoi «errori semifilosofici» essa riesce ad aprirsi un varco e a conquistarsi un ruolo "attivo" nel corso della storia. Quegli errori sono importanti, vitali per un popolo, specie se prendono il posto degli «errori naturali», quelli procurati dall«ignoranza barbarica»; infatti possono addirittura servire da antidoto a questultimi, ed anche da farmaco contro gli effetti dell«eccesso dellincivilimento», dell«eccesso relativo de lumi», quindi anche contro glinflussi "paralizzanti" della «vera filosofia». La «mezza filosofia» insomma, producendo illusioni, stimola passioni, speranze, aspettative; e con ciò desta il movimento, promuove e sostiene la vita stessa dei popoli, anche se lazione chessa genera è «effimera». È solo la «mezza filosofia» che ha prodotto, in ogni tempo, lamor patrio e leroismo, pur se il movimento e il fervore da essa stimolati perdono promotori e fautori mano a mano che avanza lincivilimento, ossia mano a mano che la cultura "filosofica" accresce la sua dittatura sulla natura, e a misura che i «semifilosofi» compiono il passaggio nella schiera dei «veri filosofi» (Z. 520-522).
14. Filosofia e potere: una pericolosa sinergia
Il vero obiettivo «dei piú savi e profondi filosofi» asserisce Leopardi è di allontanare sempre piú gli uomini dalla natura. Infatti «credono che luomo sarà felice quando si regolerà intieramente secondo la pura ragione» (Z. 223); e dunque «bisogna fare che luomo si muova per la ragione come, anzi piú assai che per la passione, anzi si muova per la sola ragione e dovere» (Z. 293).
Lidea di Leopardi è, al contrario, che non si dà alcuna forma di felicità a prescindere dalla natura. La felicità non può identificarsi con la conoscenza del vero (Z. 326; cfr. Z. 333, 352). La ragione quindi non può dare felicità, non è in grado di adempiere questo compito; essa vi contribuisce solo quando assuma a suo metro la natura stessa. Tale principio, a suo avviso, è vero per lindividuo come per le società politiche. Per le quali Leopardi ne è convinto la forma di governo "naturale", quella che potrebbe appunto procurare ai cittadini la felicità, è la monarchia. Quella saggia, non la monarchia assoluta . Lo sanno bene i «veri filosofi», quei pochi che non soltanto sono ben al corrente dellimperfezione, dellinfelicità, della contraddizione e dellinadeguatezza della condizione umana, ma sono anche ben consapevoli delle corruzioni dei sistemi politici, nelle quali «il mondo ha marcito... dal principio dellimpero romano fino al nostro secolo». La monarchia assoluta è monarchia senza rispetto per la natura; è tirannia e infelicità. Infatti, sottraendo ai sudditi credenze e passioni, espropria lindividuo del suo «amor proprio», di quellamor di sé senza cui non trova una plausibile «ragion dessere» neppure il piú piccolo sacrificio personale in vista del bene comune.
Ma è solo con i tempi moderni che gli uomini, finalmente «rischiarati ed istruiti», hanno rivolto la loro attenzione alla propria condizione politica. E grazie al concorso di vari fattori: lesperienza, linformazione, lo studio. A monte segnala Leopardi cè «il commercio scambievole dogni sorta di uomini, di nazioni, di costumi»; questo fenomeno, proprio della modernità, ha stimolato e favorito «lesame delle storie, degli uomini», nonché «i confronti, i paralleli». Insomma ha promosso la riflessione "filosofica" sulla condizione politica. E la filosofia è «venuta in campo» con tutto il suo potere per dedicarsi al lodevole compito «di supplire alla natura perduta, rimediare ai mali che ne sono derivati, e ricondurre la felicità».
La felicità è lunico scopo di tutte le naturali facoltà e di tutte le azioni umane; giustamente quindi essa è divenuta anche «lo scopo della nostra ormai perfetta ragione». Certo, il problema della felicità dellindividuo nella comunità civile poteva sfuggire alla riflessione teoretica. Ma ciò non è accaduto allocchiuta filosofia moderna. Anzi, essa ha svolto unazione davvero meritoria: infatti ha individuato con acume la forma perfetta di società politica in relazione allaspirazione umana alla felicità, e proprio in tale prospettiva ha denunciato fermamente la tirannia. Ma è rimasta a metà strada: essa infatti ha finito col far da puntello agli Stati traballanti! (Z. 573-577). Insomma, quella dei «filosofi moderni», la quale non riesce a far niente di meglio che tenere in piedi gli Stati vacillanti, è, anche sotto questo profilo, una «mezza filosofia».
I filosofi antichi il tema della differenza ritorna, nello Zibaldone, con stupefacente insistenza costituivano una classe distinta nellambito della società; e si differenziavano consapevolmente da tutti gli altri uomini, anche nelle "forme" esteriori, proponendo se stessi come un ideale da raggiungere. I filosofi moderni invece si dissimulano confondendosi con la moltitudine. La ragione sta nel fatto aggiunge Leopardi che nei primi, a differenza che nei secondi, predomina la natura. Lespressione appare quasi sibillina; ma Leopardi non tarda a spiegare. È dalla natura che scaturisce ogni "fare"; e dunque i pensatori antichi, piú prossimi alla natura che non i moderni, con la filosofia aspiravano a dare «una realtà, un corpo visibile, una forma sensibile, unazione» alla ragione; puntavano a dare «una vita» al pensiero; miravano a che questo agisse concretamente sul reale per modificarlo; tuttaltro presso i moderni, i quali anche i migliori , convinti che il mondo non può diventar filosofo, si rassegnano allimproduttività, a non avere «veruna influenza sul loro esterno». (Z. 1018-1019). In altri termini, i filosofi moderni, con la loro «mezza filosofia», possono solo, appunto, far da sostegno intellettuale alla conservazione di Stati che malamente sopravvivono in condizione dinstabilità.
In ogni caso, non bisogna riporre nella filosofia ingiustificabili speranze di "salvezza". Lepoca presente Leopardi riflette è generalmente stimata come lapice della civiltà; e certo la Rivoluzione francese ha dato inizio al «risorgimento dalla barbarie»; ma non cè niente di veramente nuovo, niente che da un lato riporti gli Stati alla natura, e dallaltro conduca i cittadini alla condizione di felicità; dunque, si tratta di un risorgimento «debole, imperfettissimo», perché, appunto, generato non dalla natura ma dalla ragione, o meglio dalla filosofia, «chè debolissimo, tristo, falso, non durevole principio di civiltà». Quella rivoluzione non ha fatto altro che riavvicinare appena gli uomini alla natura, «sola fonte di civiltà», suscitando passioni anche forti negli individui, e un palpito nuovo di vita nelle nazioni; ma questo è tutto quanto poteva e può fare la «mezza filosofia», per sua natura «strumento di civiltà incerta, insufficiente, debole, e passeggera»; per sua natura, perché «la mezza filosofia» tende pur sempre come sè già detto a diventare «perfetta filosofia», che, sul piano storico, è fattore dinerzia, ossia «fonte di barbarie» (Z1077-1078).
15. Una «nemicizia giurata e mortale»
Leopardi parla esplicitamente di una «nemicizia scambievole della ragione e della natura», e addebita a «scrittori e filosofi tanto antichi che modernissimi» la grave responsabilità di «non averla considerata, e definita, e posta nelle basi del sistema delluomo»; questa disattenzione, o omissione, è stata «una grandissima e universalissima fonte di errori, controsensi, oscurità, sviste, contraddizioni, dubbi, confusioni ec.» (Z. 341).
Conseguentemente e coerentemente Leopardi sottolinea spesso anche lopposizione tra poesia e filosofia. Unopposizione che, anchessa, a tutta prima appare irriducibile: «ho detto che dove regna la filosofia, quivi non è poesia», perché «la poesia, dovunque ella è, conviene che regni, e non si adatta, perchè la natura chè sua fonte non varia secondo i tempi, nè secondo i costumi o le cognizioni degli uomini, come varia il regno della ragione» (Z. 1313).
In altro luogo il giudizio di Leopardi è meno netto, meno deciso. «Lodierna filosofia», quella dei Locke e dei Leibniz (Z. 1360), che ebbe inizio con lopera riformatrice di Cartesio (Z. 1468), che ebbe forse il suo primo grande esponente in Bacone (Z. 1349), quella che «riduce la metafisica, la morale ec. a forma e condizione quasi matematica», «non è piú compatibile con la letteratura e la poesia, comera compatibile quella de tempi ne quali fu formata la lingua nostra, la latina, la greca» (Z. 1359). Quindi Leopardi non allude, qui, a unopposizione, tra poesia e filosofia, tale da escludere in via di principio, oltre che nel fatto, ogni forma di compatibilità.
In effetti si tratta di unopposizione in cui addirittura come alcuni passi lasciano intravedere non è possibile distinguere rigorosamente un polo negativo ed uno positivo. In qualche luogo Leopardi vede nella poesia il trionfo della natura e quindi della vita, contrapposta alla filosofia quale trionfo della ragione che mortifica la vita. Altrove assimila la poesia alla "letteratura amena" in contrapposizione alla filosofia, vera scienza, unico affidabile strumento per la conoscenza autentica delluomo e del mondo.
Leopardi non lesina apprezzamenti per la filosofia, nonostante il suo atteggiamento anche fortemente critico. Ne parla, ad esempio, come di scienza «profonda, sottile, accurata», e «sempre piú chiara e certa nelle sue nozioni, e determinata» (Z. 1221); egli naturalmente si riferisce a questo punto pare davvero superfluo segnalarlo non allantica ma all«odierna» filosofia; ossia a «la piú nobile delle scienze umane» (Z. 1226), la quale «abbraccia per cosí dire tutto questo secolo, tutte le cose e le cognizioni presenti», e che ormai ha un suo codice linguistico-concettuale ricco, uniforme, stabile ed univoco (Z. 1223).
Ed è in questo contesto di apprezzamenti chegli asserisce: «è proprio ufficio de poeti... il coprire quanto si possa la nudità delle cose, come è ufficio degli scienziati e de filosofi il rivelarla»; sicché ne deduce ai filosofi spetta un linguaggio preciso e rigoroso, anche se inelegante; ai poeti invece «le parole piú vaghe, ed esprimenti idee piú incerte» (Z. 1226).
Dunque distinzione, di compiti e forme. Opposizione, sí, ma non tale da prefigurare una radicale incompatibilità.
E tuttavia in questa distinzione-opposizione sembra quasi che laspetto "positivo" sia rappresentato, ora, proprio dalla filosofia. «La bella letteratura, e massime la poesia, non hanno che fare colla filosofia sottile, severa ed accurata». Del resto, la filosofia ha per oggetto il vero, mentre la poesia ha per oggetto il bello, ossia sottolinea Leopardi il falso, «perché il vero cosí volendo il tristo fato delluomo non fu mai bello».
Ma sempre di opposizione si tratta. Unopposizione che impedisce la composizione armonica dei due elementi. E infatti: «dove regna la filosofia, quivi non è vera poesia»; e, correlativamente, «la poesia quanto è piú filosofica, tanto meno è poesia» (Z. 1228-1229; cfr. Z. 1231, 734-735). Qualunque tentativo di commistione è destinato a creare un ibrido che danneggia sia luna che laltra: anzi, nellibrido luna distrugge laltra. Tra le due, insomma, sussiste «una barriera insormontabile», anzi «una nemicizia giurata e mortale», che non si può ridurre, né eliminare, e neppure dissimulare (Z. 1231).
La scena tuttavia cambia un po quando si parla di rapporti tra natura e ragione. Resta lopposizione, la quale emerge anche nellambito della riflessione linguistica. Ma con lesaltazione della natura, la filosofia scende dal podio e vi sale la poesia.
Leopardi parte da lontano. Qual è stato il costante desiderio della maggior parte dei filosofi antichi e moderni? Rendere filosofica tutta la vita umana; «che è quanto dire segnala Leopardi che non vi fosse piú vita al mondo». Questi «filosofastri», concentrati nellopera di distruggere la natura, in tutte le sue espressioni, dalla vita delluomo, hanno gettato discredito persino sulla lingua parlata, preferendo decisamente quella scritta. Sostengono che il volgo non può essere il «legislatore della favella scritta»; che la lingua volgare non favorisce i «progressi dello spirito umano», perché, ad esempio, è inadeguata «alla fissazione, determinazione, distinzione e trasmissione delle cognizioni». E propongono di separare nettamente le due «favelle», in modo che la volgare non contamini quella scritta. Mezzi filosofi che dice Leopardi non dissimulando il disprezzo non hanno «bastante filosofia» per distinguere il vero dal bello, e quindi le scienze dalla poesia e dalla letteratura. Quella «volgare» non è lingua inferiore; tuttaltro; è la lingua del bello; ed è la natura la prima fonte del bello; e la natura parla «vivamente, immediatamente, e frequentemente» solo allanima del popolo, e solo nella favella popolare trova espressione vivace, limpida, piena. La lingua dei filosofi, e degli uomini di scienza in genere, può offrire dunque precisione; ma solo la «favella popolare», che sostanzia la «lingua poetica e letterata», può garantire la proprietà, lenergia, la concisione, e tutte le altre qualità a queste connesse (Z. 1252-1253). Stiano attenti, i filosofi: talvolta la loro lingua proprio per esigenza di chiarezza, distinzione, rigore, sottigliezza intellettuale si allontana a tal punto dalla lingua popolare da rendere i suoi contenuti estranei e incomprensibili al volgo, dunque da risultare sterile sul piano comunivativo (Z. 1374).
16. «Insociabilità» nel principio, non nel fatto.
Leopardi vede dunque unirreparabile «insociabilità» tra filosofia e poesia. Ma si tratta di uninsociabilità ... con qualche falla.
Egli asserisce che «gli spiriti veramente straordinari e sommi» quelli che, fedeli solo a se stessi, si fanno beffe di regole, precetti e raccomandazioni sono in grado di superare ogni barriera, ogni steccato; quindi afferma, in uno slancio di fiducia non senza qualche inconseguenza, che, sí, è possibile «essere sommi filosofi moderni poetando perfettamente». È uneccezione fatta al genio, il quale, si sa, è egli stesso uneccezione. Infatti Leopardi, quasi a circoscrivere questincredibile possibilità, aggiunge: «Ma questa cosa, come vicina allimpossibile, non sarà che rarissima e singolare» (Z. 1383). Come dire: differentemente da quanto tutte le regionevoli considerazioni indurrebbero a pensare, linsociabilità è nel fatto, non nel principio. Il che rappresenta pur sempre uninspiegabile breccia nel rigoroso impianto concettuale leopardiano.
In altro luogo, dopo aver ancora una volta sottolineato la naturale inconciliabilità tra poesia e filosofia, evidenziando leterogeneità e la reciproca contrapposizione delle rispettive "cause finali" il bello, a cui la poesia anela per suo specifico impulso naturale, è «la cosa piú contraria» al vero, chè ciò a cui, per sua essenza, mira la filosofia Leopardi si spinge ad argomentare non solo la possibilità ma anche lutilità di una loro conciliazione. Dunque, con uno scarto davvero sorprendente, e non abbastanza plausibile, egli si propone di mostrare che diversità opposizione e persino incompatibilità non significano, ipso facto, incomponibilità; e, sia pure nei termini della pura eccezionalità, ragione e natura possono cooperare nellindividuo umano, e filosofia e poesia possono addirittura arricchirsi e potenziarsi vicendevolmente. Naturalmente tale tesi che a tutta prima, e non senza ragioni, appare poco attendibile e difficilmente credibile, considerando lampiamente tematizzata eterogeneità e contraddittorietà viene argomentata con ricchezza e finezza.
Leopardi enuncia senza mezzi termini la sua convinzione. È «tanto mirabile quanto vero» che filosofia e poesia, in quanto "facoltà" superiori delluomo, sono piú affini tra loro che non altre. Sicché dice il poeta, quandè autentico poeta, mira sinceramente al vero, quindi è sommamente disposto ad essere gran filosofo, e, reciprocamente il filosofo, il vero filosofo, aspira a vedere la realtà con la sensibilità del poeta, e pertanto è naturalmente disposto ad essere gran poeta. Poi il colpo dala. Anzi dice spingendosi oltre né luno né laltro riusciranno mai a raggiungere perfezione e grandezza nel proprio campo, non solo se non si metteranno alla prova nellaltro genere dattività, ma soprattutto se essi non saranno partecipi ed in modo ben piú che mediocre dell«indole primitiva dellingegno», nonché della «disposizione naturale», propria dellaltro genere di spirito. Del resto, per fare un esempio, le piú importanti verità sia sul piano astrattamente teorico, sia su quello metafisico, e sia anche in campo psicologico, non si scoprono se non quando la ragione è alimentata dallentusiasmo proprio del poeta (Z. 3382-3384).
Leopardi inoltre vede poesia e filosofia accomunate in un triste destino, il quale costituirebbe prova indiretta della loro reciproca affinità e della loro comune diversità rispetto a tutte le altre attività spirituali. Poesia e filosofia dice sono «quasi le sommità dello spirito umano». Esse sono «le piú nobili» e «le piú difficili» facoltà in cui possa esprimersi lingegno umano, anche se una delle due, la poesia, è quella davvero utile. Ma, daltra parte, sono anche «le piú sfortunate e dispregiate», perché non assicurano né ricchezze né onori, né dignità sociale, bensí, nel caso migliore, solo una gloria postuma. Perché cosí poca considerazione sociale, perché tanto scarsa stima per poeti e filosofi? La ragione sta nel fatto che, mentre a matematici, medici, giuristi, architetti, musicisti, pittori, scultori, e cosí via, si riconoscono saperi specialistici e competenze non comuni, che li pongono come obiettivi irraggiungibili, invece «tutti si credono esser filosofi» e tutti presumono di «aver quanto si richiede ad esser poeti». Insomma accade che proprio le facoltà «piú nobili, piú difficili e piú rare, anzi straordinarie», la poesia e la filosofia, «tutti credano possederle, o poterle acquistare a lor voglia». Le cose naturalmente non stanno cosí. Del resto non a tutti, anzi solo a pochissimi, è dato quel po di talento che li mette appena in grado di giudicare la sensibilità di un poeta o la profondità di un filosofo; dunque è molto difficile persino trovare chi sia in grado di comprendere, gustare e stimare le opere dei veri geni della poesia e della filosofia (Z. 3384-3386).
17. Basta con la dittatura!
Negli auspici di Leopardi ci sarebbe la trasposizione, della componibilità e della cooperazione di natura e ragione, dal piano della eccezionalità a quella della normalità. Sicché il nuovo ruolo e il nuovo compito della filosofia viene proposto da Leopardi non solo imponendo allattività teoretica una profonda catarsi, ma infliggendole una punizione che dovrebbe colpirla al cuore: labbandono dogni velleità di egemonia sullo spirito umano. In effetti Leopardi prospetta un trapasso dalla modernità ad unepoca futura che potremmo considerare, adottando una dizione a noi familiare, come una sorta di «post-modernità».
Lepoca moderna a giudizio di Leopardi è unepoca di squilibrio. Troppa filosofia perché la natura possa esprimersi adeguatamente nella vita dei singoli e dei popoli. Purtroppo le circostanze presenti sono fin troppo «favorevoli alla riflessione, e alla investigazione degli astratti». Dunque, cè un prevalere delle verità «metafisiche» su quelle di carattere morale-politico, forse piú "semplici";, ma sicuramente piú utili alla vita pratica deglindividui come alla vita delle comunità civili nellorganizzazione delle società politiche.
Quanto allutilità, la filosofia, intesa come morale, era perfetta già ai tempi di Socrate. Dunque ora è indubbiamente piú «avanzata», ma certo non può dirsi piú «perfetta». Anzi, è meno perfetta. «Soverchia» filosofia è filosofia «corrotta». Corrotta per eccesso. Del resto, a ben vedere, oggi è corrotta anche la ragione, e lo è tutta la civiltà. E finanche la natura! Un assurdo? Certamente no, se si riflette che perfezione e imperfezione non sono valori assoluti, e che quindi la corruzione va misurata e valutata in relazione al fine di ciascuna cosa (Z. 1354). Leopardi dunque vuol sottolineare che ragione e natura umane si muovono, entrambe, in difformità rispetto ai correlativi fini. È una triste caratteristica della modernità.
Bisogna aprire un nuovo percorso di civiltà. Vale per glindividui quel che vale per i popoli: dove predomina la ragione, là cè tirannia e barbarie (Z. 22). Come la felicità degli individui, cosí anche la stessa libertà delle nazioni non è certo assicurata dalla ragione né salvaguardata dalla filosofia. La nuova civiltà deve quindi caratterizzarsi per il contemperamento di natura e ragione. Cè bisogno di una "ultrafilosofia" in cui la ragione, rinunciando alla sua dittatura sulluomo, si coniughi col sentimento e la passione; cè necessità di una filosofia perfetta, in cui le istanze naturali delluomo le sue speranze, le sue "illusioni" trovino armonica integrazione con la conoscenza piena, rigorosa, dell«intero» e dell«intimo» delle cose (Z. 114-115).
La perfezione della filosofia consiste nel rendersi conto che, nel disbrigo delle cose umane, nel regolamento dei costumi, e finanche nella conduzione dello spirito, bisogna lasciar fare alla natura (Z. 2668-2669). Per questo aspetto non è del tutto insensato quanto Callicle sostiene contro Socrate nel Gorgia di Platone (Z. 2672).
Se mai apparirà allorizzonte tale nuova civiltà, va da sé che la distinzione tra filosofo e poeta è destinata ineluttabilmente a cadere. Non ci sarà piú ragione dintendere il primo come colui che "conosce", e il secondo come colui che si limita ad esprimere per immagini. Nella nuova prospettiva, si tratterebbe di due figure monche, di aspetti unilaterali di un intero da ricostituire.
Ma per poter ricostituire questo intero, bisogna che la natura abbia cittadinanza nel regno della ragione, e questa non disdegni quanto quella propone al suo esame rigoroso. E perché si verifichi "soggettivamente" questa condizione, occorre che il filosofo, da una parte, si cali tutto intero anche con la sua intelligenza, col suo raziocinio nei meandri della sua stessa natura; e, dallaltra liberandosi finalmente dallantica quanto cattiva abitudine di «escludere se stesso e i fatti suoi dalla dottrina generale degli uomini e de fatti del mondo» , coinvolga appieno, nella sua riflessione teorica, la sua stessa esistenza individuale: con tutto il suo vissuto, la sua sensibilità, la sua fantasia, le sue passioni (Z. 1866-1971). Certo, è impresa non facile: riesce piú agevole, per un filosofo, guardare dallalto le cose altrui, piuttosto che le proprie (Z. 1085-1086). Ma non cè alternativa possibile.
Con l«ultrafilosofia» perde senso anche la distinzione tra sentire e conoscere. Anzi, le due cose sono perfettamente correlate; quanto piú si "conosce", della realtà e di se stessi, tanto piú si "sente", sul piano affettivo, la drammaticità della condizione esistenziale. In questo la post-modernità raccoglierebbe, potenziandolo, un tratto caratteristico della modernità: i filosofi antichi dice Leopardi «miravano a coltivare i begli errori e le illusioni»; i filosofi moderni, al contrario, «sono avidi di scoprire le cose piú nascoste della natura, e dunque di sentire la propria infelicità» (Z. 2680-2681).
18. Occorre «uno stato di vigor febbrile »
La proposta leopardiana è ammaliante. Nelle sue previsioni, i filosofi piú profondi, «i piú penetranti indagatori del vero», saranno «notabili e singolari» anche «per la facoltà dellimmaginazione e del cuore» (Z. 3245). La filosofia, cosí comè stata finora, priva del calore tipico della poesia, non alimentata dallenergia "naturale", crea solo finzioni e chimere. Sia «mezza» o «intera», essa è sempre ingannatrice. Lultrafilosofia invece, riportando luomo ad una condizione armonica, ricostruendo il suo intero, «ci libera e ci disinganna» anche dalla stessa filosofia (Z. 270-271).
L interezza umana può essere ricostruita se si tiene limmaginazione a comun denominatore di tutte le nostre attività spirituali. «Semplicissimo è il sistema e lordine della macchina umana in natura»; ma noi siamo portati complicare; sicché «moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principii, che sono realmente unici e indivisibili, benchè producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma dirittamente contrarii effetti»; ora, se stiamo attenti allordine delle cose, ci accorgeremo che «limmaginazione per tanto è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle passioni, della poesia» (Z. 2133-2134).
Bisogna dismettere e superare, dunque, lattuale condizione "filosofica". La filosofia, cosí come è stata intesa e praticata finora, non dà accesso al cuore del reale. Cè bisogno di ben altro che del freddo rigore logico. La stessa ragione ha bisogno del cuore e della fantasia, senza cui non si accede a «ciò che vha di poetico nellintero sistema della natura». Chi ignora «il poetico della natura», ignora una grandissima parte di essa; e conoscerne solo laltra significa, in effetti, non capire assolutamente nulla della natura, perché sfugge allintelligenza il suo piú proprio «modo di essere». E chi non conosce davvero la natura taglia corto, Leopardi «non sa nulla e non può ragionar di nulla» (Z. 1834-1835).
È questo il limite dei filosofi inglesi e tedeschi del Seicento che hanno lasciato la loro impronta nella «filosofia moderna». Preoccupati di produrre una buona filosofia, hanno molto studiato dialettica, metafisica, matematica, ecc. , e, sempre attenti alla correttezza e alla precisione, hanno molto analizzato, astratto, raziocinato, calcolato, colpevolmente trascurando il poetico; cosí facendo hanno perduto del tutto «labito del bello e del caldo», e si son lasciati sfuggire il vero oggetto del loro studio, ossia la realtà naturale nella totalità dei suoi rapporti piú profondi, nella sua piú riposta armonia, che è ciò che conferisce bellezza al reale e genera nelluomo lentusiasmo lirico (Z. 1835-1838). Del resto non cè da meravigliarsi: persino l«immaginativa» dei popoli settentrionali è fondata sul pensiero, sulla metafisica, sulle astrazioni, sulla filosofia, sulle scienze, sulla cognizione delle cose, sui dati esatti ec.», e quindi «ha piuttosto che fare colla matematica sublime che colla poesia» (Z. 275-276).
Lattuale filosofia, quella praticata nei modi che conosciamo, non ha innanzi a sé esaltanti prospettive. «Povera dunque la filosofia, della quale si fa tanto romore, e in cui tanto si spera oggidí. Ella può esser certa che nessuno combatterà per lei, benchè i suoi nemici la combatteranno sempre piú vivamente; e tanto meno ella influirà nel mondo, e nel fatto, quanto maggiori saranno i suoi progressi, cioè quanto piú si depurerà, ed allontanerà dalla natura del pregiudizio e della passione. Non isperate dunque mai nulla dalla filosofia nè dalla ragionevolezza di questo secolo» (Z. 1818).
Le grandi verità "filosofiche", per Leopardi, sono spesso delle grandi illusioni concepite in un momento o di entusiasmo o di disperazione. Sono quelle che si trovano e si palesano nell"esaltazione" propria del poeta lirico. Sentimento e immaginazione, in stato di eccitazione, «rivelano alluomo, come in un lampo improvviso, i misteri piú nascosti, gli abissi piú cupi della natura, i rapporti piú lontani o segreti, le cagioni piú inaspettate e remote, le astrazioni piú sublimi». Verità, dunque, che si manifestano soltanto alluomo «infiammato del piú pazzo fuoco», alluomo «la cui anima è in totale disordine», allindividuo «posto in uno stato di vigor febbrile» (Z. 1856).
Chi non si è mai entusiasmato dl«illusioni vive e grandi», chi non ha mai vissuto «forti e varie passioni», chi non si è mai riscaldato al calore della poesia, non potrà mai diventare un grande vero filosofo. Non potrà mai conoscere il vero chi ha la vista corta, un debole colpo docchio, una scarsa forza di penetrazione, per quanto diligente, paziente, sottile sia la sua intelligenza, e nonostante tutte le conoscenze scientifiche e metafisiche accumulate (Z. 1833).
È difficile trovare un vero filosofo, anche in tutta la storia della civiltà umana. «Si può dire che questa qualità è la piú rara e strana che si possa concepire». Perché un sommo e perfetto filosofo devessere anche un sommo e perfetto poeta. E non perché il filosofo debba ragionar da poeta. Bensí perché possa «esaminare da freddissimo ragionatore e calcolatore ciò che il solo ardentissimo poeta può conoscere» (Z. 1838-1839).
* Nei riferimenti testuali offerti in parentesi tonde, lo Zibaldone verrà indicato con la sigla Z., ed i passi leopardiani con il numero della pagina del manoscritto.