Giuseppe Tortora

Kainós.
Dal libro al web. E viceversa.




Questo volume apre la collana delle pubblicazioni a stampa dei numeri annuali di «Kainós - Rivista on-line di critica filosofica».
Giunta ormai alle soglie del quinto anno di vita, la rivista ha conosciuto un crescente e inarrestabile successo.
E non solo per il titolo, che è certamente ammiccante, suggestivo. Tutti aspettiamo Godot. Anche se non lo confessiamo neppure a noi stessi. Tutti speriamo che qualcosa irrompa nella nostra mente, e nella nostra vita, costringendoci ad una ricostruzione della nostra esperienza, del nostro sapere, del nostro mondo abituale. Qualcosa che c’induca magari traumaticamente a fermarci, per poi ripartire più carichi di energia verso nuovi orizzonti. Qualcosa d’inconsueto, di totalmente diverso, di assolutamente inatteso. O anche qualcosa d’antico che, rispondendo ad una nostra implicita o esplicita istanza interiore, ritorni con autorevole imperiosità a schiodarci dal nostro usuale ed ordinario modo di pensare e di vivere, stimolandoci a compiere percorsi antichi ma inattuali che ci consentano l’approccio a ciò che, nell’attualità, rappresenti uno scarto dal nostro rassicurante mondo condiviso.
Nei suoi quattro anni di vita la rivista ha avuto il merito di proporre in forma filosofica contenuti tradizionalmente estranei alla tradizione speculativa occidentale. Ma ha anche recuperato suggestioni e frammenti della cultura novecentesca – filosofica, letteraria, scientifica – offrendo loro un contesto che ne esaltasse il valore; o meglio, infrangendone i limiti dell’insignificante frammentarietà, perché se ne scorgesse lo sfondo che li tiene uniti in un complesso reale di indistinguibili relazioni reciproche.
«L’obiettivo di Kainòs – si è asserito nell’editoriale che ha inaugurato la serie delle pubblicazioni annuali on-line - è rivolto alla pratica di un pensiero che esprima aperture storiche dense di innovazione e che, rifiutando l’idea di fine della storia, e allo stesso tempo ogni difesa a priori della "tradizione", assuma la plurivocità e la discontinuità in termini costruttivi, generativi e non semplicemente destrutturanti.»
Un compito che si è espresso anche nella riedizione di scritti minori: minori solo per dimensioni, non per peso specifico, non per densità di significato. O nella pubblicazione di sfortunati inediti. Oppure nella promozione e diffusione di scritture edite e presto dimenticate, perché ingiustamente travolte dagli eventi o peggio dalle mode. Testi che, ricontestualizzati, riacquistano oggi un loro posto importante, un loro ruolo, un loro senso, manifestando ora – nella precarietà culturale dei nostri giorni, nella crisi della nostra civiltà occidentale: una crisi mai veramente dichiarata, mai effettivamente riconosciuta ed esplicitamente ammessa – una loro consistenza, una loro valenza teorica, sia in termini retrospettivi sia in termini prospettici. Testi che si costituiscono o come veri e propri "disvelamenti" della ragione filosofica novecentesca, laboriosa quanto consapevolmente ribelle al lavoro di sistemazione; o come "emergenze", ovvero come temi, sollecitazioni, provocazioni che, ponendosi proprio al limite ideale tra il passato ormai consolidato ed il futuro a venire, da costruire, indicano vie, suggeriscono direzioni, prospettano indirizzi, per produrre nuovi cammini, nuovi movimenti.
È ovvio che "disvelamenti" e "emergenze", magari in reciproca interazione, pongono nuovi problemi, schiudono nuovi campi d’indagine. Oppure riaprono vecchi problemi, da affrontare ora con l’apporto di nuove suggestioni, o con differente approccio metodologico. Di qui lo spazio delle "ricerche". Uno spazio di pratica filosofica aperto a tutti coloro che si sentano di poter affrontare le nuove tematiche con un proprio originale contributo, o di riaffrontare tematiche antiche con nuovo piglio problematico. E poiché ogni posizione può trovare verifica solo nel libero dialogo, o meglio nell’aperto confronto, di qui anche la sezione "forum": un’area riservata alle pratiche discorsive, in cui la pluralità dei punti di vista e delle elaborazioni teoretiche si configuri come un percorso di riflessione comune. Come quel “sin-filosofare” a cui nell'antichità accennarono il Platone della VII lettera e l’Aristotele dell’Etica Nicomachea, e che fu riproposto poi con solennità, a fine Settecento, nel clima del Romanticismo tedesco, dalla rivista «Athenaeum». Un “filosofare insieme” che lascia ognuno libero di maturare il proprio convincimento speculativo: magari col contributo anche di nuove letture, proposte all’attenzione degl’interessati con le segnalazioni offerte in "percorsi bibliografici" e "recensioni".
Dunque, non caotica «proliferazione di discorsi privi di prospettiva e progettualità comune»; ma apertura problematica a 360 gradi, per sottoporre a riflessione critica quei temi che l’urgenza dell’attualità impone, in modo che ciascuno trovi l’opportunità di una sua risposta alle questioni proprie dell’esistere contemporaneo.
Va da sé che, in questo orizzonte, viena esclusa in via di principio la possibilità di un’unica risposta alle urgenze comuni. Né è ipotizzabile un modo unico di rispondere alle interpellanze dell’attualità. Si è fatta sempre più viva e sempre più condivisa la persuasione dell’impossibilità di ricorso ad un modello universale di ragione. Ma ciò «non deve e non può significare la liquidazione della filosofia dopo la Filosofia». Questa è l’opzione fondamentale che ha dato origine a Kainòs. Questa è la convinzione che ha raccolto intorno a questo progetto studiosi di formazione e competenze diverse. Questa la sua sfida.
Una sfida che finora s’è rinnovata ad ogni numero della rivista. Ogni anno un tema diverso offerto alla comune riflessione nel mondo sempre mobile, effervescente, del web.
Una scelta precisa, questa della pubblicazione in rete della rivista. Nella convinzione che una ricerca “aperta” si sarebbe meglio giovata di una tecnologia che le permettesse di esprimere i suoi esiti - provvisori ma non effimeri, non precari – in forma dinamica e nell’ambito di una progressiva totalizzazione per la durata convenzionalmente fissata nella misura dell’anno solare. E i fatti hanno dato ragione all’ipotesi: la rivista on-line ha permesso che, ogni anno, il numero "prendesse corpo" gradualmente, giovandosi di contributi magari neppure previsti all’apertura. Un numero sempre aperto, che poteva assumere apporti – e carattere – in itinere. Si, anche il carattere. Il quale non è dato - come nelle pubblicazioni a stampa - dall’assetto previsto all’inizio, nella fase della progettazione, che poi è esattamente quello che si manifesta alla fine, alla “chiusura” tipografica. Il carattere di un numero on-line è quello che è andato via via maturando nel lavoro annuale di riflessione, con le sue accelerazioni e le sue pause, con le sue semine e i suoi raccolti: il quale carattere dunque rivela se stesso, si manifesta apertamente, solo alla chiusura dell’anno.
Un’ultima notazione. Non di poco conto.
Considerato il successo dell’edizione on-line, perché offrire ora la versione a stampa di Kainós? Non si tratta di un passo all’indietro, di un ritorno al passato?
Nell’intendimento del Comitato scientifico della rivista i due “prodotti” non solo non si escludono ma possono dare origine ad una forte sinergia. Resterà sempre viva, pertanto, la versione on-line della rivista, che troverà completamento e integrazione anche nelle iniziative culturali a latere, come convegni, seminari, mostre. Altre occasioni di "fare rete", insomma.
Tuttavia, dopo un anno di attività, è difficile prevedere nuovi contributi, altri consistenti e magari sconvolgenti apporti tematici. Il numero dunque può considerarsi chiuso. E quale chiusura più degna di un’edizione a stampa? Per noi, uomini di libri, il deposito su carta è ancora l’oggettivazione ufficiale e solenne della ricerca prodotta. La consistenza del supporto sembra dare altra densità, più compatta consistenza anche al pensiero.
Dacché l’umanità è passata dalla civiltà orale a quella della scrittura, la comunicazione scientifica ha assunto il rigore della successione lineare delle argomentazioni. E da quando poi la scrittura ha assunto la forma del libro, con la diffusione della tecnologia della stampa, anche la nostra mente ha assunto nuova strutturazione: pensiamo “a forma di libro”. E allora, come rinunciare alla stampa?