Giuseppe Tortora

Dell'impossibile felicità.

La Terra Australe di Gabriel de Foigny



1. I caratteri utopici del racconto.

Molto spesso le utopie hanno affidato alla condizione di separazione fisica propria dell’isola il compito di tutelare la comunità dei perfetti (1). La perfezione e la felicità dei membri delle comunità utopiche vanno protette in ogni modo. Nelle prospettive degli utopisti, dunque, il mare che circonda l'isola — priva, evidentemente, di veridiche coordinate geografiche — costituisce una ben valida frontiera naturale, un’efficace difesa da ogni specie di pericoli eventualmente provenienti dall’esterno. In altri termini il mare funge da presidio — necessario anche se non sufficiente — per la conservazione di quello stile di vita che caratterizza la perfezione degli abitanti e garantisce la loro felicità.
Anche ne La Terra Australe, racconto utopico del monaco seicentesco Gabriel de Foigny, la comunità è ben protetta. L’isola a cui approda Sadeur — il protagonista del racconto — è solidamente difesa. Alla funzione tutelare del mare Foigny aggiunge quella inintenzionalmente difensiva di alcuni uccelli particolarmente aggressivi che, praticamente, impediscono ogni eventuale tentativo di accesso (2).
Ma i racconti utopici non sono alieni da contraddizioni. Si direbbe anzi che siano contraddittori per necessità; ovvero che la contraddittorietà sia implicita nella loro stessa natura, che l’inconseguenzialità appartenga al loro statuto. Ad esempio, per quanto attiene all’accesso del protagonista — che spesso coincide col narrante (3) — alla comunità perfetta (4). Chi racconta la vita degli isolani dev’essere un estraneo: solo un estraneo può cogliere davvero l'aspetto meraviglioso della loro "felicità"; ma in qualche modo dev’essere anche non totalmente estraneo, per poter essere accolto nella comunità dei beati. E Foigny, come si vedrà, non fa eccezione neppure in questo (5).
Inoltre, al suo protagonista, che si distingue per la dolcezza del viso e per la grazia dei modi (6), il nuovo mondo si rivela grazie ad un naufragio. La scoperta di un’isola di beati, nelle scritture utopiche, non può essere che il risultato inaspettato di un evento del tutto casuale, di un accadimento assolutamente eccezionale, di un concorso di fattori totalmente imprevedibile. Niente di strano quindi che anche in questo caso, come in tanti altri racconti utopici, essa è favorita da un evento straordinario in una situazione-limite. In effetti, non di vera casualità si tratta, anche se cosí appare al naufrago e agli attoniti isolani. A ben vedere, quel che per l’uomo è casuale, nei racconti utopici è quasi sempre l’esito di una necessità soprannaturale: «L’uomo propone», dice lo stesso Sadeur, «e Dio dispone» (7).
 

2. Il mare

Il mare e l’uomo, dunque. Un rapporto in cui, nelle descrizioni utopistiche, il mare, svolgendo un duro compito selettivo, sottopone a prove durissime, cruciali, colui che sta per accedere alla comunità dei perfetti.
L’uomo — dice Foigny — si distingue da ogni altro essere animato per il desiderio di addentrarsi in ciò che giudica difficile; di tale passione rende testimonianza in ogni circostanza; se potesse, si addentrerebbe persino nei «segreti della Divinità» (8). Sicché da sempre egli manifesta questa insopprimibile inclinazione nella sua implacabile sfida al mare. La passione per la conoscenza — dice ancora Foigny — ha spinto i grandi navigatori ad intraprendere quei viaggi arditi — di cui pure si è giovata la civiltà — resi drammatici dal coalizzarsi delle forze naturali contro i progetti dell’uomo. Fu una tempesta, in prossimità della Terra Australe, a far perdere la rotta al francese Gonneville, e al gettarlo «in un mare sconosciuto» (9).
Il mare, dunque, oggetto di antico amore come di atavica diffidenza, è sempre sconosciuto, anche al piú esperto navigatore: la sua vastità e la sua imprevedibilità impongono rispetto e incutono timore. Esso costituisce sempre una minaccia: si rischia di annegare anche quando si cade — come succede a Sadeur — nelle acque tranquille di un porto (10). Esso peraltro lascia indelebili segni nel corpo e nello spirito degli uomini, cosí come, naturalmente, sulle loro cose: «macchie dovute all'acqua di mare» rendono di incerta lettura il libro che Foigny dice di aver ricevuto dallo "straniero" Sadeur al momento della morte (11).
E tuttavia il mare è il luogo in cui l’uomo spesso rende il meglio di sé. Esso gli restituisce la consapevolezza della sua debolezza e, al tempo stesso, della sua vera forza. Mettendolo alla prova, esso lo stimola ad osservare ed interpretare i fatti, a tesaurizzare le esperienze; e perciò lo induce ad aguzzare la sua intelligenza, ad esercitare la ragione. Viaggiando per mare si vivono, insieme al senso di precarietà e di paura, anche intensi sentimenti di speranza, di umiltà: si è indotti talvolta a chiedere aiuto agli altri, si è sollecitati alla generosità, alla concreta e fattiva solidarietà.
Sicché il mare svolge un ruolo essenziale anche nel racconto di Foigny. Esso segna tutta l'esistenza di Sadeur. Lo asserisce lo stesso personaggio nel testo che, con ingegnosa finzione, Foigny afferma di aver ricevuto proprio dalle sue mani. La vita di Sadeur infatti, segnata da una serie inverosimilmente abbondante di incredibili «catastrofi» proprio legate al mare, è una lunga «tragedia» (12).

3. Verso la terra dei beati

Nato sulle acque — fu infatti partorito su una nave francese, salpata dalla Giamaica, che stava riportando in patria, in Francia appunto, i suoi genitori —, dopo alcuni giorni di navigazione tranquilla, nel corso di «una tempesta improvvisa» proprio in vista dell’Aquitania, subí il primo naufragio, in cui peraltro perse i genitori.
Salvatosi fortunosamente, fu allevato da un indigeno. Ma il padrino francese, che lo voleva con sé, alla fine, ricorrendo perfino all'uso della forza, riuscí a portarlo via, verso la loro patria. Naturalmente per mare. Tuttavia, appena partito, il vascello, su cui erano imbarcati, venne centrato sfortunatamente da una cannonata del tutto casuale di una nave portoghese. E fu ancora naufragio.
Il bimbo, raccolto dai portoghesi, fu portato a Lisbona, dove, morto pure il padrino, fu affidato alla contessa di Villafranca, la quale gli assicurò un’accurata educazione. Fattosi giovane, nel corso del viaggio per raggiungere l'Università di Coimbra al seguito del figlio dei suoi signori, — un viaggio lungo la costa portoghese che per suo stesso desiderio fu compiuto per terra, temendo egli la forza bizzosa del mare —, fu rapito da alcuni pirati i quali lo trascinarono a viva forza sulle loro navi (13).
«Credevo, viaggiando per terra, di evitare i pericoli del mare», commenta dolorosamente Sadeur, ma «il mare venne a trovarmi, se cosí si può dire, sulla terra e mi riportò tutte le disgrazie che mi sforzavo di fuggire». E infatti, ormai al largo, il mare cominciò a gonfiarsi. E fu di nuovo naufragio.
Aggrappato ad un’asse di legno, Sadeur riuscí a tenersi a galla finché non lo scorse un vascello che navigava verso il Sud, al cui equipaggio egli, raccontando le sue peripezie, confessava la convinzione che il mare gli era «estremamente fatale».
Arrivato con questo vascello nel regno del Congo, solo per breve tempo poté sostare in questo vero «paradiso terrestre» (14). Bisognava ripartire. Il che avvenne nelle condizioni migliori. E cosí «si fece vela con un vento e un mare tanto favorevoli quanto potevamo augurarceli».
Eppure … era strano, molto strano questo tempo propizio! Lo pensò davvero Sadeur, specialmente quando, arrivati in vista di Madagascar, un’insolita bonaccia costrinse i naviganti a quasi due giorni di sosta. Si stava preparando un nuovo dramma. E infatti il vento dell'Est, sollevatosi all'improvviso, spinse l'imbarcazione con una furia tale da trascinarla alla deriva per piú di mille leghe verso Ovest, finché la nave, all’altezza delle isole dette della Trinità, s'abbatté su uno scoglio a fior d'acqua e si spezzò in due tronconi. Nuovo naufragio, dunque.
Era notte, ma — dice Sadeur — l'esperienza dei precedenti naufragi gli aveva fornito una buona dose di fiducia. E dunque, aggrappatosi ad una tavola, riuscí a fronteggiare la furia degli elementi, fino a quando il mare si fu di nuovo placato (15).
In lontananza si profilava un’isola: Sadeur vi si diresse. Arrivato sulla terraferma, ormai stremato, si abbandonò ad un riposo che durò quasi un giorno. Al risveglio, ripreso vigore, fu attaccato da «due prodigiosi animali volanti» spalleggiati da altri animali mostruosi. Quindi fu costretto a gettarsi di nuovo in mare con la sua tavola. Le bestie minacciose lo inseguirono, fino a che egli, nonostante le ferite prodotte dagli artigli di uno degli uccelli mostruosi, riuscí ad allontanarsi in groppa ad una balena. Sfinito, si distese poi su una tavola; e cadde in un sonno profondo.
Al risveglio, si lasciò trasportare dai venti verso una terra sconosciuta, ma piena di vegetazione. Approdatovi, sprofondò, ancora una volta, in un sonno da cui tuttavia fu risvegliato per lo strepito dell’attacco di sette animali in tutto simili agli orsi. A questo, seguí l'attacco di una coppia di grandi uccelli: uno di tali uccelli lo afferrò e lo portò via, ma Sadeur riuscí a sopravvivere difendendosi con astuzia e tenacia. Inaspettatamente soccorso, alla fine, dalle «Guardie del mare» di un popolo che egli ovviamente non conosceva, guadagnò la terraferma con altre tre ore di navigazione. Era giunto alla famosa «Terra Australe», dove, finalmente, si trattenne per oltre trentacinque anni (16).

4. Un difficile ritorno

Dell’Australia, e della vita beata dei suoi abitanti, si dirà piú avanti. Qui conviene ricordare che, quando il personaggio Sadeur deciderà di abbandonare l’isola, costretto da una congiuntura sfavorevole di eventi, dovrà naturalmente — non c'era altra possibilità — riprendere il mare. E dovrà quindi affrontare nuove peripezie.
Si allontana dall'isola, infatti, facendosi portare in volo da un uccello addomesticato. Ma non a lungo il volatile riesce a sostenere il suo peso. Presto dà segni evidenti di affaticamento e lo scarica in mare.
A nuoto Sadeur raggiunge un’isola. La quale è del tutto inospitale. Sadeur non vuole restarci; ma neppure intende riprendere il mare a nuoto. Finalmente, segnalata la sua presenza ai marinai di un vascello di passaggio nella zona, dopo esser diventato bersaglio di alcuni colpi di arma da fuoco, è da questi generosamente accolto a bordo e compassionevolmente assistito. Con altri otto giorni di navigazione, Sadeur vien portato nella loro isola, dove però, individuato come Australiano, e quindi considerato come nemico, vien condannato alla pena capitale. La condanna tuttavia non viene eseguita per l’attacco sferrato contro gl’isolani da marinai «vestiti alla foggia europea», i quali lo traggono via riportandolo sul mare; si tratta di una flotta di tre vascelli francesi, che, dopo aver saccheggiato, stanno rientrando alla loro base. Ancora altri otto giorni di navigazione, dunque, e Sadeur arriva all’isola di Madagascar (17).
Di quest’isola solo una piccola parte è stata "civilizzata" dagli europei. Dunque, essa non può costituire l’approdo definitivo. Bisogna ripartire. E ancora viaggiare per mare. Cosa che accade allorquando approdano due navi italiane, provenienti dall’India e dirette a Livorno, nel cui porto il disgraziato quanto provatissimo Sadeur, scivolando sulla plancia di sbarco, cade in mare, e viene salvato — cosí è detto nel racconto — proprio da Foigny a cui, prima di morire — a conclusione del rapido e progressivo peggioramento delle condizioni di salute sopravvenuto immediatamente dopo lo sbarco —, affida, insieme ad altri documenti, una specie di quaderno che raccoglieva gli appunti sulla sua vita e sulla Terra australe (18).
Va da sé che è lo stesso Foigny che si finge depositario del manoscritto, a suo dire consegnatogli dal fantomatico Sadeur. Egli intende cosí accreditare — ad orecchi desiderosi di lasciarsi conquistare dalle meraviglie esibite dai resoconti di viaggio, molto diffusi a quel tempo — la verisimiglianza di questo suo racconto il quale, per il modo e l'oggetto stesso della narrazione, non riesce in alcun modo a dissimulare — all’occhio appena un po’ piú disincantato — il suo carattere di pura invenzione letteraria. Sicché Foigny si inserisce come "personaggio" nella sua storia per dare valore e pregio alla sua attività di "autore" della narrazione, un'attività peraltro velata dal ruolo dichiarato di semplice "editore" di quello straordinario racconto (19).

5. L'isola utopica

Chi naviga per mare, come Sadeur, sa che ciascuna isola si distingue per meravigliose caratteristiche specifiche. Se ne menzionano tante, nello scritto di Foigny. Ognuna con una particolarità: l'Inghilterra non ospita lupi; l'Irlanda è libera da tarli e ragni; le Orcadi non hanno mosche, e «il Troudenus di Norvegia non sa che cosa siano i vermi»; ancora, ci sono isole dove i serpenti non possono vivere; altre, come Candia, non afflitte da alcun animale velenoso; altre in cui il veleno, portato dall’esterno, perde ogni suo mortifero potere (20).
Le caratteristiche delle isole sono per lo piú determinate dalla configurazione dei luoghi e dal tipo di clima; ma trovano un fattore di preservazione nel loro esser circondate dal mare. Sicché non meraviglia che gli utopisti pongano su isole le loro comunità di beati e i loro stati "perfetti". La felicità della comunità — come si diceva — va protetta dai pericoli di turbativa conseguenti ad inopportune quanto pericolose intromissioni di estranei; la perfezione delle istituzioni va tutelata preservandola da contaminazioni apportate da elementi allogeni. Sicché, l’isolamento fisico, che tutela le specificità naturali dell’isola, può ben proteggere la specificità "morale" della comunità dei beati (21).
L’isola utopica è dunque il sito dove acquista non solo legittimità, ma addirittura una sorta di concretezza, l’aspirazione ad un’impossibile alternativa radicale alle miserie, morali prima che politiche, di una società. È il luogo in cui, magari, trovano finalmente cittadinanza le piú profonde speranze di pace e di felicità appena emergenti dal magma di inquietudini e passioni che affliggono un’epoca. È il luogo di un futuro inverosimile, ma che, anche se solo in sogno, ha tutte le carte in regola per delegittimare un presente deludente, se non addirittura inaccettabile (22). L’isola utopica è il luogo dove istituzioni perfette garantiscono sia la naturale sanità fisica dei cittadini, favorendo un rapporto armonico tra individuo e natura, sia la sanità spirituale, assicurando le condizioni oggettive per la saggezza individuale, nonché per l’uguaglianza e per la solidarietà tra i membri della comunità.
L’isola immaginata non è una fuga, né in avanti né indietro: l’assenza di coordinate spazio-temporali assicurano che la sua perfezione non c’è mai stata né mai ci sarà (23). Ma perché allora la si immagina? Perché l’immaginarla costituisce pur sempre una forma di riflessione "mediata" sul presente, una grossa opportunità di "giudicare" la realtà con parametri piú consoni alle aspirazioni e alle istanze profonde della natura umana. Attraverso l’"oggettivazione" del racconto, nella scrittura utopica si va compiendo una piú piena e critica presa di coscienza di ciò che "dovrebbe essere"; prende corpo l’acquisizione consapevole di come si vorrebbe che il mondo fosse, non sulla base di astratte quanto complicate elucubrazioni, o di articolate quanto rigorose deduzioni razionali, ma sul fondamento del desiderio maturato attraverso l’esperienza amaramente vissuta del male esistenziale e del male storico.
L’"isola che non c’è" perciò è il termine di un viaggio che figurativamente rappresenta quello di chi, disegnando un’utopia, fantastica di vite perfette spinto dall’insofferenza per il suo concreto presente. E l’utopista, per cosí dire, scende in mare nella convinzione che solo navigando si può dar davvero soddisfazione al bisogno del nuovo, solo per mare si può scoprire qualcosa di radicalmente "diverso".
Ma il mare, per i piú una mera via di trasporto e di comunicazione, si rivela, come si diceva, anche benefica condizione di isolamento della comunità dei felici. L’isolamento che per altri rappresenta una deprecabile condizione di limitazione, un elemento di oggettiva compressione di potenzialità ancora inespresse, se non addirittura un fattore di abbrutimento esistenziale; per la comunità perfetta, invece, è «conditio sine qua non» della preservazione del massimo livello qualitativo dell’esistenza individuale e collettiva.

6. La normale anormalità

Non a caso si parla di esistenza individuale e collettiva. L’utopia presenta sempre un originale disegno di organizzazione politica. Ma il racconto utopico non è un progetto "scientifico" di organizzazione istituzionale della vita civile; le istanze che lo generano non si esauriscono in esso: insomma il racconto utopico non si rinchiude nei limiti della trattatistica politica. Del resto — come si vede pure nell’utopia di Foigny — non è mai il tentativo di "aggiustare" ciò che è, o magari di "riformare" le istituzioni vigenti. Il disegno politico, piuttosto, è qui l’altra faccia del disegno morale. E l’uno e l’altro rappresentano il massimo dell’auspicabile, al costo di oltrepassare i limiti della verosimiglianza: s’immagina un impossibile Stato perfetto che garantisca un’improbabile piena e completa felicità individuale.
E mai piú che nelle utopie la prospettiva etica e la prospettiva politica non s’intersecano semplicemente, ma interagiscono fisiologicamente: non si dà vita beata del singolo se non all’interno di una comunità politica fondata su valori solidi e perfettamente funzionante; e non si dà vita politica perfetta se non col contributo di cittadini nei quali la maestà della legge trova naturalmente eco e accoglienza nell’istintivo desiderio di benessere alimentato dalla naturale saggezza dell’essere umano. Piena contentezza del singolo e perfetta salute dello Stato sono dunque, l’una rispetto all’altra, condizione necessaria, anzi imprescindibile, di possibilità.
Non deve meravigliare dunque l’"anormalità" di quegli uomini e di quegli Stati. L’assenza di coordinate spaziali e temporali (24) certificano proprio l’impossibilità della "naturale" corrispondenza perfetta delle due condizioni. Sicché gli uomini non sono uomini, e gli Stati non sono Stati; agli uomini manca un requisito essenziale della loro condizione umana, l’imperfezione (25); agli Stati manca il carattere che nel mondo ordinario sancisce la loro legittimità: la capacità di offrire ai singoli la possibilità stessa di una convivenza con gli altri che sia "buona" tanto quanto la concreta natura umana consenta. Nel mondo ordinario, se gli uomini fossero perfetti, non avrebbero necessità dello Stato (26); e d’altra parte uno Stato perfetto potrebbe essere solo l’esito, di fatto impossibile, della pratica generalizzata e indefettibile della ragione individuale. Sicché si può dire che, nei racconti utopici, gli uomini sono molto piú che uomini, e lo Stato è molto meno che uno Stato.

7. Il doppio sesso

Il disegno di una città ideale, dunque, non è mai il mero sfogo sul piano intellettuale della pura e semplice insoddisfazione politica. E perciò in esso vanno a coagularsi anche tutte le aspirazioni che la civiltà ha demonizzato e che il peso della tradizione permanentemente inibisce. Specialmente quelle aspirazioni che, nello sviluppo della società occidentale, hanno conosciuto la dura quanto inspiegabile condanna della Chiesa. Aspirazioni costantemente disattese; ma mai domate, e tanto meno sradicate. Si spiega cosí l’esistenza di tante "utopie libertine", in cui la felicità di un sesso senza colpa è condizione imprescindibile del benessere globale (27). Tra le quali, in qualche modo, va iscritta anche quella di Foigny (28).
Sicché in molti casi l’isola utopica diventa il luogo, agognato e impossibile, della mancanza di colpa in materia di sesso. Se la natura è buona, e il rapporto uomo-natura non può essere che "naturalmente" armonico, non c’è motivo di colpevolizzarsi per le pulsioni sessuali, né di vergognarsi per la soddisfazione connessa ad una serena pratica del sesso.
Ma questo già non è il caso di Foigny. Il quale, paradossalmente, va molto piú in là.
Che cosa allora lo ha spinto a redigere il racconto delle peripezie di Sadeur? Quali i disagi e le aspirazioni che lo hanno indotto ad immaginare la sua isola dei beati? Spesso ci si è avventurati nell’indagine sulla personalità dell’autore e/o sul contesto storico in cui egli visse. Ma meglio si farebbe indagando, tra le righe del racconto, sul tipo di felicità immaginata per gli abitanti della terra australe. Presumibilmente solo per questa via "indiretta" si potrà trovare una qualche spiegazione all’altrimenti inspiegabile ritorno di Sadeur nel continente europeo.
Certo, tale comportamento incongruente si potrebbe spiegare con la contraddittorietà del personaggio Foigny; ma in tal caso si supporrebbe in Sadeur il perfetto "alter ego" dell’utopista Foigny; cosa di cui non si può esser certi, specialmente se si tengono presenti alcuni elementi di considerazione: 1. anzitutto che Foigny è un instancabile e incorreggibile donnaiolo; 2. che Sadeur — è giunto il momento di dirlo — è un ermafrodito, 3. che la società perfetta da lui casualmente incontrata è costituita da ermafroditi non toccati dalla sofferenza delle pulsioni sessuali (29).
L’ermafroditismo gioca un ruolo importante nel discorso di Foigny (30). Tutte le interpretazioni dell’opera che lo ritengono un elemento trascurabile o ininfluente sono da considerarsi inattendibili e improponibili (31).
Come quelle che essenzialmente individuano ne La Terra Australe il modello compiuto di una società socialista o comunista (32). In tali interpretazioni si pone in evidenza l’aspirazione alla riforma sociale che avrebbe animato lo scritto di Foigny, ma si lasciano inspiegati molti elementi formali e tematici del racconto, come ad esempio perché poi il protagonista decida di abbandonare una società in cui giustizia ed eguaglianza sono, finalmente, condizioni "naturali", dunque concretamente compiute nella vita quotidiana.
E non meno inadeguate sono da considerarsi le interpretazioni che scorgono nel comportamento contraddittorio di Sadeur l’immagine speculare di quello dello stesso Foigny. Spesso infatti si è dipinto l’utopista, da una parte, come uno spostato, un dissennato segnato da una incoerenza radicale, costituzionale — si è detto, ad esempio, che «senza la minima convinzione è sia cattolico che protestante» (33) — e, dall’altra, simultaneamente, come un uomo strambo per una sua persistente mania: «ciò che vuole è la libertà completa dei costumi» (34). Un’incoerenza dunque ... imperfetta: in quanto sessuomaniaco, Foigny sarebbe stato assolutamente coerente!
Ma anche le interpretazioni di tal genere lasciano sostanzialmente inspiegata l’apparentemente assurda scelta di Sadeur di abbandonare l’isola felice, passando dal paradiso all’inferno. La mania di Foigny per la libertà sessuale non dà ragione del perché Sadeur, ormai libero da ogni dolorosa remora in una società, come quella australe, priva dei falsi pudori per le cose di sesso, poi ad un certo punto, sia pure sotto la spinta di difficoltà di rapporto con la comunità ospitante, maturi il progetto di tornare nella ipocritamente pudibonda società occidentale. Perché è vero: Sadeur è costretto a fuggire dalla Terra Australe (35); ma è pur vero che in quella comunità, l’ermafrodito Sadeur — che si sentiva cosí "diverso" nelle società europee, al punto di dover tenere dolorosamente segreta la sua anomalia — si è sempre sentito "diverso" anche dai "diversi" australiani, anche nell’isola dove l’ermafroditismo, per cosí dire, era di norma . Dunque Foigny, immaginando il ritorno di Sadeur in Europa, avrebbe lanciato un incomprensibile messaggio: meglio l'inferno che il paradiso.
E forse s’intellettualizza troppo quando si fa di Foigny un portabandiera del libertinismo in una comunità "civile" formalmente «rigorista» sul piano del costume, e in una organizzazione socio-politica rigorosamente illiberale, irrigidita ideologicamente nel rifiuto della libertà dei costumi. E inoltre si compie un errore di valutazione nel considerare l’utopista francese come impegnato fin nel profondo nella lotta per la libertà di pensiero e di costume, per l’emancipazione da ogni forma di oppressione politica come dagl’inaccettabili condizionamenti delle ideologie sociali o religiose. Certo, nell'utopia di Foigny i caratteri "positivi" del libertinismo si trovano tutti; ma La Terra Australe non può essere considerata quasi un «manifesto» del libertinismo; infatti, come giustamente è stato segnalato, c'è un punto assolutamente importante sul quale Foigny discorda decisamente dai libertini: «è infatti contrario alla teoria epicurea del materialismo atomistico, che era molto diffusa in quegli anni in Francia» (36).
Insomma, questa utopia non è né la legittimazione della dissolutezza sensualistica che si dice sia stata il carattere dominante dell’uomo Foigny, né la sublimazione, il nobile "superamento" del grave deterioramento morale dell’autore. E tanto meno sembra voler offrire una comoda copertura all’assurdo auspicio di un generale rilassamento dei costumi. L’anarchia intellettuale e morale non fu, in Foigny, il vezzo "aristocratico" di una personalità intellettualmente raffinata, quanto piuttosto una sofferta necessità (37).

8. Il sofferto piacere della carne

Certo, Foigny non fu esponente esemplare dell’ordine francescano: il frate francese — carattere volitivo, discreta cultura, buon predicatore — cedette spesso, come si accennava, ai richiami della carne, che fremeva sotto il saio. Sicché gettò l’abito perché non riusciva a disciplinare il suo temperamento focoso. Ma il gesto gli costò molto, specialmente in termini d’isolamento e di povertà; tanto che, per fronteggiare queste condizioni, nella Ginevra calvinista, fu quasi necessitato a chiedere la cittadinanza abiurando la fede cattolica e cercando una donna da sposare.
Dei piaceri della carne, ch’egli tuttavia continuava ossessivamente ad inseguire, attentando alla "santità" di signore e serve, egli fu piuttosto vittima, se la sua condotta poco edificante sul piano della morale sessuale dominante, coniugata con certi strani discorsi, con la perniciosa tendenza all’ubriachezza, e con qualche gesto davvero irriverente e scandaloso in materia di pratica religiosa, lo costrinsero a girovagare per la Svizzera, chiuso nella morsa, da una parte, dell’esigenza di essere se stesso, e dall’altra, del bisogno di essere accettato dalla società e dall’organizzazione ecclesiastica.
In questo contesto Foigny scrive La Terra Australe, ch’egli — raggiunti ormai i quarantasei anni — pubblica poi a Ginevra in forma anonima e senza le prescritte autorizzazioni (38). In questo contesto, allorché lo si individua come l’autore, ne nega ufficialmente la paternità, per non aggiungere guai a guai: infatti l’opera era già stata giudicata, dai teologi, piena di falsità e pericolosa per la morale e la religione; sicché egli ammette soltanto di averne ricevuto il manoscritto da colui che compare come il protagonista del racconto, e confessa solo di averlo dato alla stampe in modo "informale". Per quest’operetta subisce quindi gli arresti, con i quali si fiacca il suo l’orgoglio; orgoglio che però egli ritrova appena ritornato in libertà provvisoria, continuando a diffondere il suo scritto.
Il tempo e la società non domano Foigny. E la carne, anche ai cinquantaquattro anni raggiunti, si fa sempre sentire. Infatti, ormai vedovo, seduce una sua serva, cosa per la quale va di nuovo in prigione. Tornato in libertà, sposata la serva, riconvertitosi al cattolicesimo, ma anche pieno di debiti, va via da Ginevra, per ritirarsi infine in un convento della Savoia dove, all’età di sessantadue anni, si chiude la sua vita errabonda e tormentosa.
Dunque, bandiera della libertà di pensiero? Per carattere, certo, aspirava all’indipendenza intellettuale, ma, per le necessità esistenziali, fece di tutto per farsi "riconoscere" sia da cattolici che da protestanti. Eroe della libertà dei costumi? Ma la sua privata libertà gli costò cara e amara; non era il caso di complicarsi la vita "teorizzando" la libertà in materia di sesso. E comunque, nella sua isola felice si è ben lontani dal praticare il sesso senza costrizioni e senza censure etico-politiche: infatti, non lo si pratica affatto.
La sua opera, dunque, nasce certamente dal malessere di una vita vissuta in una società "chiusa"; ma, come non è l’espediente di una fin troppo facile evasione dalle durezze della realtà, una fuga dal concreto quotidiano a cui non si riesce di adattarsi, cosí non sembra affatto il segno di una lotta lucidamente condotta contro le istituzioni vigenti percepite come oppressive e liberticide. E non è neppure l’irrisione blasfema contro il "moralismo" d’ispirazione cristiana, o lo scherno satirico contro i princìpi e la logica stessa degli oppressori. Essa rappresenta bensí la gradita illusione circa la possibilità di una vita diversa; è l’auto-inganno consapevole di un’esistenza migliore. Si dice troppo, dunque, anche quando si asserisce che l’utopia di Foigny è un’espressione dello spirito "razionalistico" che va emergendo dalla cultura europea del tempo (39); piú che sul terreno culturale o sociale essa affonda le radici nelle piú profonde istanze personali, fiorisce nel tormentato vissuto di un uomo dal temperamento impetuoso e dall'intelligenza irrequieta.
La sognata terra australe è il dominio della desiderata quanto impossibile compiutezza. Del resto, le relazioni dei viaggiatori facevano balenare immagini di lontani regni di libertà senza sensi di colpa, di remote repubbliche dove la felicità si coniugava con l’uguaglianza perfetta in società dalla struttura semplice e dal funzionamento inappuntabile (40). Mondi "altri" da quelli noti. Mondi nei quali la natura buona dell’uomo si esprimeva al meglio, libera dagl’impedimenti imposti da forme di civilizzazione che, come quelle del mondo occidentale, esprimono un progetto di disciplinamento di nature indocili. Mondi in cui la felicità non era un miraggio ma una condizione "normale" di "selvaggi" dal carattere ingenuo, dolce e socievole, e desiderosi di una vita modesta e pacifica perché alieni da ogni tipo di interesse particolaristico (41).
Sicché anche per Foigny è stato breve il passo all’immaginare la possibilità di una società snella, senza potere centrale, senza complicate istituzioni, e, per di piú, senza privilegi e senza schiavitú, senza pregiudizi morali e religiosi e senza coartazioni materiali o spirituali (42).

9. La vera radice di tutti i mali.

Doveva esser chiaro a Foigny che solo degli uomini naturalmente buoni non hanno bisogno di un vero Stato forte; solo degli uomini naturalmente semplici non hanno bisogno di una società articolata in modo complesso; solo degli uomini innocenti nella loro naturale spontaneità non hanno bisogno di un Dio giudice e vendicatore.
Sulla base di questa considerazione, quindi, si può affermare che egli avrà supposto che la radice prima della condizione "malvagia" dell’individuo doveva risiedere nella sua caratterizzazione sessuale: la tormentosa pulsione sessuale poteva costituire la ragione fondamentale dell’infelicità radicale di ogni essere umano, e quindi, in forma mediata, la causa basilare della precarietà di ogni assetto sociale e della debolezza di tutte le organizzazioni politiche. Non è infatti neppure possibile immaginare una società perfetta organizzata in uno Stato perfetto, se gl’individui sono infelici, attenti esclusivamente a se stessi, concentrati solo a soddisfare quegli appetiti che conseguono dall’incompiutezza fondamentale espressa dal bisogno dell’altra metà, dell’altro sesso.
E, coerentemente, egli avrà pensato che in una comunità di ermafroditi perfetti sussisterebbero le piú solide condizioni per l’uguaglianza integrale e per la parità totale tra gl’individui. Quindi la mancanza di differenze sessuali avrebbe comportato l’assenza di tutte le condizioni ostative alla pace e alla felicità degl’individui e della comunità.
L’ermafroditismo perfetto, come quello degli australiani, infatti sradica quel sentimento di alterità che sta a fondamento di ogni desiderio erotico e dello stesso sentimento d’amore; e cosí elimina alla radice non solo tutta la dolorosa passione amorosa, ma pure la presunzione maschile della propria superiorità sulle donne, che nelle civiltà "settentrionali" è fatto culturale ma considerato "naturale", ed è fonte, sul piano sociale, di tante disuguaglianze e di tante ingiustificabili prepotenze. Ne deriva che con l’ermafroditismo scompare ogni tendenza particolaristica, e quindi si toglie spazio, nella vita della comunità, ad ogni tipo di prevaricazione, a qualsivoglia desiderio di assoggettamento e a qualunque forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo; e pertanto si neutralizza alla radice ogni ragione di conflittualità tra individui e tra gruppi. In queste condizioni, dunque, perde senso ogni logica di potere; e svanisce ogni necessità di disciplinamento coattivo e di ricorso alla «ratio ultima» della forza.
Foigny pertanto è convinto che: 1. la ragione è la vera e unica radice dell’uguaglianza tra gli uomini (43); 2. la "sensibilità" è, invece, ciò che genera la diversità tra gl’individui; 3. tutte le passioni, sia le "buone" che le "cattive", hanno la propria radice prima in quella sessuale; 4. la passione è sempre una forma di schiavitú; 5. tutti i mali, pubblici e privati, derivano proprio dalle passioni (44); 6. la libertà dell’uomo ha la sua condizione di possibilità e di esercizio nella sua natura razionale (45).
Sicché non deve sorprendere che egli sostenga esplicitamente che l’ermafroditismo è il vero fondamento della società perfetta (46). Infatti esso, liberando radicalmente l’uomo dalla schiavitú della passione istintiva, gli consente di esercitare appieno la sua ragione (47). Dunque, l’atteggiamento razionalistico è il primo e il piú immediato frutto dell’ermafroditismo. Inoltre, col trionfo della ragione, la comunità perfetta si può dare finalmente un veramente perfetto modus vivendi.
Non a caso, quindi, egli immagina l’ermafrodito popolo australe come quello in cui la ragione celebra tutto il suo pieno potere dando proporzione matematica alla propria esistenza sia di individui che di comunità. Infatti quel popolo si dà persino un ordinamento urbanistico aritmeticamente perfetto e un assetto del territorio rigorosamente geometrico (48). E esercita la razionalità anche impostando rapporti interindividuali all’insegna di una rigorosa eguaglianza, la cui espressione sensibile è l’omogeneità culturale e l’uniformità sociale: stessi costumi, stesse abitazioni, stessa vita per tutti (49).
E poiché è la dimensione sensibile dell’uomo, che, ottundendo la ragione, rende schiavi, degli altri come delle forze non certo migliori di se stesso, allora, nella comunità degli ermafroditi, l’individuo è alieno anche da ogni tentazione di consegnare la propria vita alla volontà capricciosa o interessata di un suo simile, come all’impulso imprevedibile, bizzoso, della propria passione, provvedendo all’organizzazione scientifica delle proprie scelte e delle proprie azioni.

10. Equilibrio: una regola indefettibile.

Ma perché l’ermafroditismo libererebbe dalle passioni? Perché l’unilateralità individuale, connessa alla differenziazione sessuale, comporta, nel pensare come nell’agire, l’impossibilità della mediazione, a livello di rapporti sia privati che pubblici, tra i bisogni e le aspirazioni di persone di diverso sesso. E la sensibilità, connessa alla differenziazione sessuale, esercitando un vero predominio nella vita individuale, comporta l’affermazione dei caratteri distintivi di ciascuno anche su quelli degli individui dello stesso sesso.
Al contrario, nella perfetta società australe, convivendo i caratteri sia maschili che femminili in uno stesso e identico individuo, l'esistenza dell'uomo non risulta schiava di alcuna forma di eccesso, ma dominata dall’equilibrio; insomma regna l’equidistanza dagli estremi.
Per questo, nel racconto di Foigny, tutta l'organizzazione della vita degli australiani è naturalmente volta a disincentivare i motivi che favoriscono la diversità e la dismisura, e a favorire tutto ciò che promuove e conserva l’uguaglianza e l’uniformità. Un orientamento che trova visibilità anche nella trasformazione dell’ambiente fisico: gli australiani hanno eliminato ogni asperità del territorio, anche spianando le montagne (50).
Insomma, se dalla natura fisica sono assenti i caratteri eccessivi, come quelli propri delle siccità o delle inondazioni dovute a temporali e tempeste, come quelli delle calure o delle gelate (51), non meraviglia che degli esseri, già in sé armoniosamente equilibrati sul piano anatomo-fisiologico, alla fine si pongano all’unisono con la natura stessa e riproducano l’equilibrio anche a livello della organizzazione della propria vita, assumendo un «habitus» (l’unico di fatto possibile) di misura, di moderazione, anche nel mangiare e nel bere (52).
Un «habitus» di equilibrio che essi conservano anche nella considerazione del valore della loro stessa vita biologica: infatti la curano nel modo piú pieno possibile finché essa ha un’importanza rispetto a se stessi e rispetto alla comunità, ma sono pronti a lasciarla allorché non sussistano piú le ragioni che rendono indispensabile la propria esistenza: gli australiani non sono afflitti da quell’ansia d’immortalità, o da quell’«horror vacui» davanti alla "fine", che inducono gli uomini comuni a respingere persino l’idea della morte (53). L’ermafroditismo dunque, anche a questo proposito, garantisce un sicuro fondamento di serenità all’esistenza individuale. E perciò allorquando l’individuo pensi di aver esaurito il suo compito, può decidere di accomiatarsi dalla vita cibandosi, in proporzioni adeguate, di un frutto che — sull’isola perfetta non esistono veleni — a seconda della dose produce o uno stato di piacevole euforia, o un lungo letargo, o infine il sonno profondo della morte (54).
Insomma, occorre che il vivere abbia una certa misura, e bisogna che anche il morire avvenga secondo misura. L’esistenza non dev’essere troppo breve, ma neppure troppo lunga! Cent’anni è la misura giusta stabilita dalla comunità. La natura poi dispone che anche la "morte" abbia a verificarsi in forma equilibrata; infatti avviene senza piacere ma anche senza dolore; del resto, non di vera morte si tratta; per gl’immortali australiani è piuttosto soltanto la fine di una forma — quella mondana — di esistenza (55).

11. Quiete e movimento.

Nella comunità australe, tutta la perfezione dell’esistenza individuale ha a fondamento la perfezione connessa alla naturale condizione ermafrodita.
L’equazione ermafroditismo-perfezione è considerata inderogabile, al punto che vengono dati alla morte i neonati che presentino i segni dell’unilateralità propria della differenziazione sessuale (56). E, d’altra parte, anche tutta la perfezione della vita sociale è dovuta a quella condizione: l’equilibrio nei rapporti intersoggettivi ha la sua «conditio sine qua non» anzitutto nella mancanza di bisogno dell’"altro" per la riproduzione, e quindi, per la perpetuazione della società (57); ognuno, possessore dei due caratteri sessuali, può riprodurre da solo quel suo "simile" che lo sostituirà in tutto e per tutto al compimento del suo ciclo vitale, garantendo cosí anche l’equilibrio numerico e funzionale della comunità sociale.
In forza di quell’equazione, il popolo australe è libero anche dalla condanna inflitta da Dio all’umanità conseguentemente al peccato originale. L’ermafrodito non è mai stato cacciato dal Paradiso terrestre. E anzi, non ha neppure bisogno di un Dio giudice (58). Il suo stato felice non è altro che la consapevolezza della mancanza di colpa. Sicché gl’individui godono della beatitudine dell’originario Paradiso terrestre e la comunità gode della pace delle società perfette. In breve: nessuna mancanza, dunque nessun bisogno; quindi nessuna pena personale e nessuna condizione di ostilità o di malevolenza verso gli altri: perché mai, allora, dovrebbero aver luogo, nella terra australe, ruberie, assassini, incesti, abusi sessuali, come avvengono nella corrotta società "europea"? e perché odio, gelosia, ira?
Ma tale beatitudine, a vederci chiaro, non è il risultato di uno sforzo morale (59). Anzi, non c’è alcuna vera dimensione morale, presso gli Australiani, perché non c’è il dramma della scelta tra bene e male. Quale la conseguenza? Come non c’è colpa, non c’è neppure merito, nel comportamento; e persino l’amore fraterno, che contraddistingue i rapporti tra gli Australiani, dunque, non è segno di virtú, perché non è oggetto di vera scelta tra alternative opposte.
Sicché, la società ermafrodita è certamente libera da tutti i mali sociali connessi, ad esempio, agl’"istituti" propri delle società civili occidentali. Ma la felicità degl’individui non è quella conseguente, ad esempio, ai tormenti dell’amore, o agli entusiasmi della passione. E la loro bontà non è quella risultante dallo sforzo di assoggettare la sensibilità al dominio della ragione.
Certo, di tale moralità e di tale felicità gli Australiani non avvertono neppure il bisogno: infatti hanno senso e valore solo per gl’imperfetti, per le vite che per loro statuto sono condannate all'impossibilità della compiutezza. L’umanità, in loro, è invece già completamente realizzata. Dunque, totale integrazione anima-corpo, da una parte, e assenza di qualsiasi imperfezione e di qualsivoglia insufficienza sia nel corpo che nell’anima (60). Essi, pertanto, sono uomini veri, non gli "Europei". I quali piuttosto, nella loro considerazione, non lo sono e non lo saranno mai, "uomini veri", dal momento che la loro realtà è nient’altro che uno strano miscuglio di elementi eterogenei, ovvero di umanità e di bestialità. Gli Europei, dunque, non possono sottrarsi ad affanni e turbamenti. E se la perfezione sta nella piena autosufficienza, gli "Europei" non potranno attingerla in alcun modo.
Ma che felicità e che bontà è quella degli Australiani? La risposta a tale quesito ci rivela la ragione per la quale Sadeur, pur essendo ermafrodito, e per questo ben accolto nella comunità australe, non si senta a suo agio tra i suoi simili, e perché egli abbandoni, infine, la terra degli uomini beati.
Buoni e felici, nell’esperienza comune, non si è naturalmente, ma si diventa. Le due condizioni si realizzano solo col movimento. Non sono stati permanenti, tant’è vero che si possono perdere. E se la vita è caratterizzata dal movimento, per gl’individui come per le società, allora buoni e felici sono condizioni che si compiono solo in individui e società concretamente vivi. In altri termini la virtú come il benessere si conseguono solo in forza di un "passaggio" in precise coordinate spazio-temporali, e solo a condizione dell’esistenza di uno distacco tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. Senza tale distacco tra non c’è possibilità né di vero bene né di vera felicità; è possibile solo uno stato di quiete, per cosí dire, "sepolcrale". La coincidenza dell’essere col dover-essere, o la permanente e compiuta realizzazione del dover-essere nell’essere, è segno dell’immobilità propria della divinità. A proposito della quale è perfino assurdo parlare di "bontà" o di "felicità" (61).
Bontà e felicità dunque, in Terra Australe, non è veramente una conquista della ragione. Anzi, la stessa attitudine razionalistica non è un approdo: la perfetta razionalità è spontanea. E pertanto, quella australe è una società che vive senza un vero senso della vita, senza la percezione del compito storico di portare a compimento l’"umanità", a livello di esistenza singola e a livello di vita sociale.
Sadeur è sí ermafrodito; ma il suo ermafroditismo non è perfetto. Ha, certo, i due caratteri sessuali, ma questi, in lui, diversamente che negli Australiani, non si integrano spegnendo il desiderio. Egli si sente diverso tra i simili perché è simile a loro solo per la struttura anatomica, mentre è irrimediabilmente diverso nell’avvertire ancora la mancanza, e quindi il bisogno anche fisico, dell’"altro". Le pressioni dell’impulso sessuale non risultano, insomma, inibite dall’equilibrio conseguente all’interazione tra le sue due diverse dimensioni, ma persistono perennemente inappagate; anzi, paradossalmente — ma il testo di Foigny non offre concreti riscontri — le due diverse dimensioni potrebbero comportare addirittura la duplicazione degl’impulsi istintivi, affiancando a quelli propri del sesso maschile anche quelli del sesso femminile.
Una situazione, quella di Sadeur, davvero incredibile. Dal momento che quel ch’è anormale per gli Europei è normale per gli Australiani, e viceversa, in Europa è condannato a nascondere la sua bisessualità, mentre nella Terra Australe deve tener celato, come un vergognoso segreto, il suo desiderio sessuale. Agli occhi degli Australiani egli è dunque un "uomo" con i difetti dei «mezzi-uomini» (62). È per questo che essi vogliono estrometterlo dalla loro società, anche nella forma violenta della condanna a morte (63).
L’isola dei beati dunque non è, e non può essere, per l’"europeo" Sadeur, l’isola della felicità. La felicità degli Australiani non può essere la sua felicità.
Pertanto, anche per Foigny, la Terra Australe è inospitale per gli uomini. Essa non può accogliere una società "diversa", ma solo una società radicalmente "altra", dove non c’è posto neppure per esseri "quasi normali".
 



Note
 

1.

Sul tema dell’insularità si vedano: A. PETRUCCIANI, La finzione e la persuasione. L’utopia come genere letterario, Bulzoni, Roma 1983, pp. 154-197; AA.VV., L'insularité thématique et représentations. «Actes du colloque international de Saint Denis de la Réunion», Avril 1992, textes réunis par J.C. Marimoutou et J.M. Racault, Editions L'Harmattan, Paris 1995; A. CORRADO, Da un’isola all’altra. Il pensiero utopico nella narrativa inglese da Thomas More ad Aldous Huxley, ESI, Napoli 1988; R. TROUSSON, Viaggi in nessun luogo. Storia letteraria del pensiero utopico, Longo, Ravenna 1992, pp. 19-23; M. BALDINI, «Introduzione» a Il pensiero utopico, Città Nuova, Roma 1974, pp. 49-50.

2.

È un luogo comune piuttosto diffuso nel genere utopico che la comunità perfetta sia "protetta" dalla natura dei luoghi. Per esempio, è assai difficile, per chiunque non conosca la zona, anche solo attraccare alle coste dell’isola di Utopia. L’imboccatura che serve da porto è assai pericolosa per la presenza di rocce sommerse; fatto non certo casuale: infatti, poiché «solo la gente del paese conosce i canali», e dunque solo essa può destreggiarsi su quei fondali, allora «è ben difficile che qualche straniero si avventuri nella baia senza pilota utopiano» (T. MORO, Utopia, ed. a cura di L. Firpo, Guida, Napoli 1979, p. 168). Per l’azione difensiva degli uccelli, G. DE FOIGNY, La Terra Australe (1676), ed. a cura di M.T. Bovetti Pichetto, Guida, Napoli 1978, pp. 111-118. Nel seguito il volume sarà indicato con la sigla TA seguita dal numero di capitolo e da quello di pagina.

3.

G. BENREKASSA, Le statut du narrateur dans quelques textes dits utopiques, «Revue des sciences humaines», XXXIX, 1974, n. 155, pp. 379-395; C. IMBROSCIO, Du rôle abigu du voyageur en utopie, in ID. (a cura di), Requiem pour l’utopie? Tendances autodestructives du paradigme utopique, Libreria Goliardica Editrice, Pisa 1986, pp. 123-133.

4.

Su questo tema si veda V. FORTUNATI, Scrittura di viaggio e scrittura utopica tra realtà e finzione, in R. Baccolini - V. Fortunati - N. Minerva, Viaggi in utopia, Longo, Ravenna 1996, pp. 13-19.

5.

J.M. RACAULT, Place et fonction des «sas» dans le voyage utopique: l’exemple de La terre australe connue de Gabriel De Foigny, in R. Baccolini - V. Fortunati - N. Minerva, Viaggi in utopia, cit., pp. 21-31.

6.

TA, 85.

7.

TA, II, 99.

8.

Lo dice proprio all'inizio; TA, «Al lettore», 79.

9.

TA, «Al lettore», 80.

10.

TA, «Al lettore», 84.

11.

TA, «Al lettore», 86.

12.

TA, I, 92.

13.

TA, I, 89-97.

14.

TA, II, 99-109.

15.

TA, III, 109-110.

16.

TA, III, 111-118.

17.

TA, XIII, 207-218.

18.

TA, XIV, 219-223.

19.

Sul valore della finzione, si veda quanto opportunamente segnala M.T. BOVETTI PICHETTO nell'«Introduzione» a testo, da lei curato, di G. FOIGNY, La Terra Australe, cit., pp. 25-26.

20.

TA, X, 181-185.

21.

Cfr. M. CAMBI, Il prezzo della perfezione. Diritto reati e pene nelle utopie dal 1516 al 1630, ESI, Napoli 1996, pp. 15-26.

22.

Cfr. L. FIRPO, L’utopismo, in AA. VV., Storia delle idee politiche economiche sociali, Utet, Torino 1987, vol. III («Umanesimo e Rinascimento»), pp. 811-888.

23.

La convinzione è di Tommaso Campanella che dibatte, alla luce dell’irrealizzabilità dell’utopia, l’opportunità di dedicarsi alla stesura di una repubblica immaginaria. Campanella si interroga infatti sull’utilità di aver aggiunto alla Politica, «in qualità di appendice», la sua Città del Sole e discute con brillanti argomentazioni comprese nell’«Articolo I» della Questione quarta sull’ottima repubblica (in T. CAMPANELLA, La città del Sole e Questione quarta sull’ottima repubblica, ed. a cura di G. Ernst, Rizzoli, Milano 1996, pp. 97-123)

24.

B. BACZKO, L’utopia. Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell’età dell’Illuminismo, Einaudi, Torino 1979, pp. 163, 172; G.M. CHIODI, Utopia: il luogo ectopico del pensiero e del potere, in AA. VV., L'Utopia, Edizioni G.B.M., Messina 1984, p. 88. E ancora De l’Utopie à l’Uchronie. Formes, Significations, Fonctions, «Actes du colloque d’Erlangen», 16-18 octobre 1986, édités par H. Hudde et P. Kuon, Gunter Narr Verlag, Tübingen 1988.

25.

E.M. CIORAN, Storia e utopia, Adelphi, Milano 1988, pp. 101-121 (soprattutto pp. 102-105)

26.

Lo ricorda anche SPINOZA, Ethica, Pars IV, Propositio XXXVII, scholium II, Sansoni, Firenze 1984, pp. 477-481: se gli uomini vivessero «ex ductu rationis», ciascuno rispetterebbe il diritto degli altri e non ci sarebbero contrasti; di fatto, però, ognuno si lascia trascinare in direzioni diverse da affetti incostanti e mutevoli, e pertanto lo Stato è necessario per assicurare la concordia e l’aiuto reciproco.

27.

N. MINERVA, L’utopista e il peccato: a proposito di alcune utopie della Frühaufklärung, in ID., Utopia e ... Amici e nemici del genere utopico nella letteratura francese, Longo, Ravenna 1995, pp. 125-136; B. CONSARELLI, Attraverso l’utopia francese del «Grand Siècle», in «Micromégas», XLIII, 1988, pp. 15-38.

28.

Sui caratteri dell'utopia di Foigny, cfr. P. RONZEAUD, Raison et déraison de l’imaginaire utopique: Le cas Foigny, in «Rivista di Letterature moderne e comparate», II, Pisa 1984; e ancora, P. RONZEAUD, Du détournement des cheminements culturels: le voyage utopique de G. de Foigny, in «Actes du colloque de Montrèal», BIBLIO XVII, Seattle-Tübingen 1984.

29.

L’ermafroditismo, considerato una mostruosità nelle società europee, era stimato come elemento di pregio presso gli Australiani, i quali appunto, essendo tutti, senza eccezione, ermafroditi, consideravano mostruosità, invece, l’unilateralità sessuale: «Tutti gli Australiani – TA, 129 – posseggono i due sessi, e se accade che un bambino nasca con uno solo, lo soffocano come se fosse un mostro». Sadeur racconta – TA, 94 – che, quando approdò sulle coste portoghesi, egli, infante, fu affidato alle cure di una donna che alternò l’avversione all’iniziale disponibilità quando s’accorse ch’egli aveva tutti e due gli organi sessuali. Lo stesso Sadeur poi racconta – TA, 120 – che, quando, al suo approdo alla Terra Australe, fu introdotto nella comunità locale, tutti gl’indigeni s’avvicinarono per baciargli le mani e gli organi sessuali.

30.

L.H. LEIBACHER OUVRARD, L’un et le double: hermaphrodisme et idéologie dans «La Terre Australe connue» (1676) de Gabriel de Foigny, in «French Forum», IX, 1984, pp. 290-304. È appena il caso di segnalare che il popolo ermafrodito non è il «popolo senza sesso» di cui parla F. LACHÈVRE, Les successeurs de Cyrano de Bergerac, Paris, 1922, p. 24. Gli Australiani, di sessi, ne hanno due. Quello di cui son privi è la sofferenza, o almeno il disagio, legati al desiderio proprio dell'unilateralità sessuale. Tanto meno credibile è poi la supposizione, proposta dallo studioso, che Foigny avrebbe immaginato un popolo sessualmente pacificato per dissimulare, rispetto alle Chiese, la sua concezione «libertina» della vita sessuale corrispondente al suo dissoluto comportamento quotidiano.

31.

Ha pienamente ragione M.T. BOVETTI PICHETTO nel segnalare – in «Introduzione» a G. de Foigny, La Terra Australe, Guida, Napoli 1978, p. 29 – che è erroneo credere che l'ermafroditismo degli Australiani non sia altro che l'esito della «fantasia da libertino» di Foigny; e che, al contrario, esso «ha un preciso significato filosofico e risponde alla logica interna dell’utopia di Foigny». Anche RAYMOND TROUSSON, «Préface» a Gabriel de Foigny, La Terre Australe connue, Slatkine Reprints, Genève, 1981, p. XV, avverte: «il ne s'agit nullement d'une fantasie gratuite». Comunque, sul tema è opportuno consultare anche P. RONZEAUD, L’utopie hermaprodite, CMR, Marseille, 1981.

32.

G. CHINARD, L’Amérique et le rêve exotique dans la littérature française au XVIIe siècle, Genève, Slatkine reprints, 1970, p. 205.

33.

F. LACHÈVRE, Les successeurs de Cyrano de Bergerac, cit., p. VII. Sull’ambiguità strumentale di Foigny cfr. quanto scrive R. TROUSSON, Viaggi in nessun luogo, cit., p. 83.

34.

F. LACHÈVRE, Les successeurs de Cyrano de Bergerac, cit., p. VII.

35.

Sadeur – cfr. TA, 193-206 – non condivide il modo di far la guerra degli Australiani. Sí, perché questo popolo «felice» è angustiato dagli attacchi dei Fondin (oltre che dei mostri marini e degli uccelli selvaggi e carnivori), a cui reagisce, nella valutazione di Sadeur, con troppa violenza, con eccessiva crudeltà. Quindi, impegnato anch’egli nelle operazioni belliche, non si mostra all’altezza delle attese. E anzi – TA, 199-200 – si macchia della colpa di lasciarsi trasportare dall'amore per due belle Fondine, fino al punto che, com’egli stesso confessa, il fascino dei loro visi e dei loro seni nudi gli fa perdere la ragione e l'intelletto. Questa colpa, grave e apparentemente irreparabile, gli procura – TA, 207-208 – una condanna a morte, per sfuggire alla quale egli progetta e attua la fuga.

36.

M.T. BOVETTI PICHETTO, «Introduzione», cit., p. 39.

37.

Individuando un atteggiamento ribellistico a fondamento dell'utopia di Foigny, A. VOIGT, Die sozialen Utopien, Leipzig 1906, p. 89, l'additava come la prima utopia anarchica della storia.

38.

Sulle vicende relative alla stesura e alla pubblicazione de La Terra Australe si veda W. KIRSOP, Gabriel de Foigny et sa «Terre Australe connue», in Cinq siècles d’imprimerie genevoise, «Actes du colloque international sur l’histoire de l’imprimerie et du livre», publiès par J.-D. Candaux et B. Lescaze, Société d’Historie et d’Archéologie, Genève 1980-1981, t. I, pp. 341-365.

39.

Anche M.T. BOVETTI PICHETTO, nell'«Introduzione», cit, p. 27, si sofferma sul razionalismo di Foigny, che sarebbe evidente in tutta la seconda parte de La Terra Australe. Ma di qui a interpretare l'intero scritto come una sorta di manifesto razionalista, ce ne vuole un bel po'.

40.

Tra i tanti testi sull’argomento si veda almeno: G. ATKINSON, The Extraordinary Voyage in French Literature from 1680 to 1700, Columbia University Press, New York 1920; e ancora ID., Les Relations de voyage du XVIIe siècle et l’évolution des idées, Champion, Paris 1924. Sulle fonti che Foigny utilizza per le descrizioni geografiche delle terre toccate da Sadeur si veda R. TROUSSON, Viaggi in nessun luogo. Storia letteraria del pensiero utopico, cit., p. 84.

41.

Cfr. G. COCCHIARA, L’eterno selvaggio. Presenza e influsso del mondo primitivo nella cultura moderna, Mondadori, Milano 1961, n.e., Sellerio, Palermo 2000; N. MATTEUCCI, Il mito dei primitivi, in «Il Mulino», XIX, Bologna 1953, pp. 225-238.

42.

Sul ruolo della religione nell’utopia francese del periodo illuminista, si veda R. TROUSSON, Le problème religieux dans les voyages imaginaires au seuil des Lumières, in Athéisme et agnosticisme. Problèmes d’Histoire du Christianisme, XVI, 1987, pp. 25-43; ID., Église et religion en utopie, in Modèles et moyens de la réflexion politique au XVIIIe siècle, Publications de l’Université de Lille, t. II, pp. 383-397.

43.

Per ben tre volte – TA, 136– il vecchio saggio a cui Sadeur viene affidato, ascoltando da Sadeur il racconto degli usi e costumi degli Europei, esclama: «Dov'è il buon senso? dov'è la ragione? dov'è l'uomo?». Lo stesso vecchio, poi, parlando del modo di vivere degli Australiani, asserisce – TA, 138 –: «Questa parola uomo, che implica come conseguenza necessaria la ragione e l'umanità, ci costringe a un'unione tale che non sappiamo nemmeno che cosa siano divisione e discordia fra noi» (Cfr. pure TA, 145). All’uomo vero, aggiunge – TA, 144 –, «la parola comando è odiosa; egli fa ciò che la sua ragione gli impone di fare; la ragione è la sua legge, la sua regoIa, la sua unica guida». La ragione dunque fa degli Australiani un popolo nel senso pieno del termine: «Ognuno – TA, 194 – è guidato dalla ragione, alla quale si adeguano tutti, con tale cura, che si direbbe che formano un solo essere».

44.

Discorrendo con Sadeur il vecchio saggio gli ricorda – TA, 138-139 – che «l'uomo come tale non può cessare di essere sempre uomo, cioè umano, ragionevole, indulgente, scevro di passioni, perché in questo consiste la natura dell'uomo»; la passione assimila l’uomo alle bestie, e »l'uomo non può essere uomo se non differisce dalle bestie»; poiché le bestie «sono colme di passioni e di difetti», allora «l'uomo deve esserne privo».

45.

L’animale, sottoposto al dominio della sensibilità e all’impero dell’istinto, non è libero; libero è l’uomo proprio in virtú della sua ragione: «Mi fece comprendere – TA, 143 – che era proprio della natura dell'uomo nascere libero, che non si poteva sottometterlo senza farlo rinunciare a sé stesso; che assoggettandolo diventava peggio delle bestie, perché per gli animali, in quanto destinati soltanto al servizio dell'uomo, la prigionia è in qualche modo naturale. Ma l'uomo non può nascere per servire un altro uomo, perché il fine deve sempre essere piú nobile del suo effetto. Si dilungò, con tesi degne di ammirazione, per farmi comprendere che assoggettare un uomo a un altro uomo significava assoggettarlo alla sua propria natura e renderlo in certo qual modo schiavo di sé stesso, il che implica una contraddizione e una estrema violenza. Mi dimostrò che l'essenza dell'uomo consisteva nella sua libertà e che volergliela togliere, senza distruggerlo, significava volerlo far sussistere senza la sua essenza. Se avviene che lo si lega e lo si imprigiona, egli perde la libertà del suo movimento esteriore, ma quello interiore non diminuisce affatto».

46.

Cfr. A. CIORANESCU, L’avenir du passé. Utopie et littérature, Paris, PUF 1972, p. 159. Invece J.P. GUICCIARDI in un suo saggio sull’argomento – Hermaphrodite et le prolétaire, in «Revue XVIIe siècle», II, 1980, pp. 49-77 – tende a trascurare il valore «filosofico» dell’ermafroditismo in Foigny, non riconoscendolo, quindi, come causa della serenità degli Australiani.

47.

«Non potrai mai conciliare l'uso del ragionamento con l'esclusione del doppio sesso», dice il vecchio saggio a Sadeur, in TA, 132-133.

48.

Cfr.TA, 122-125.

49.

Cfr. R. TROUSSON, «Préface» a Gabriel de Foigny, La Terre Australe connue, Slatkine Reprints, Genève, 1981, p. XVI.

50.

TA, 122.

51.

TA, 128.

52.

Sull’alimentazione cfr., ad es., TA, 161-162.

53.

P. VECCHI, L’amour de soi et la mort en utopie. La perfection inquiète de Gabriel de Foigny, in C. IMBROSCIO (a cura di), Requiem pour l’utopie? Tendances autodestructives du paradigme utopique, cit., pp. 35-53; M. MONETI CODIGNOLA, Foigny: il primato della morte, in ID., Il paese che non c’è e i suoi abitanti, La Nuova Italia, Firenze 1992, pp. 201-207.

54.

B. CONSARELLI, Gabriel de Foigny ovvero la perfetta ‘disumanità’ del saggio stoico, in ID., ‘Libero pensiero’ e utopia nel ‘Grand Siècle’, Editrice Flaminia, Pesaro 1990, p. 112; ID., Attraverso l’utopia francese del «Grand Siècle», cit., 31-33.

55.

TA, 126, 165, 167-168.

56.

TA, 129.

57.

Sulla riproduzione, cfr. TA, 129, 136-137, 145, specialmente 159-160.

58.

A Dio e alla religione è dedicato tutto il cap. VI, TA, 147-158.

59.

B. CONSARELLI, Gabriel de Foigny ovvero la perfetta ‘disumanità’ del saggio stoico, cit., pp. 107-109.

60.

Sul corpo, cfr. TA, 133-135.

61.

A. MAFFEY, Tipologia dell’utopia, in N. MATTEUCCI (a cura di), L’utopia e le sue forme, Il Mulino, Bologna 1982, pp. 30-31, e in particolare p. 54. Si veda anche R. BODEI, Libro della memoria e della speranza, Il Mulino, Bologna 1995, p. 19.

62.

Il vecchio saggio dice a Sadeur in TA, 134: «Il tuo ragionamento fa pensare che siate ciò che noi vi crediamo, cioè bestie, e se non si può a ragione chiamarvi tali, se non con alcune limitazioni, perché avete molti tratti di umanità essendo a mezza via fra la bestia e l'uomo, il massimo che vi si possa concedere, per non tradire la verità, è chiamarvi mezzi-uomini».

63.

Del decreto di condanna e dei capi d’accusa si parla in TA, 207-209