Giuseppe Tortora
P. Galluppi e P.H. dHolbach
«Studi Galluppiani»
«Convegno galluppiano»
Tropea 28-30 maggio 1987
Ed. Brenner, Cosenza 1991, pp. 205-232
1. Nelle Lettere filosofiche (1)Galluppi dice, esprimendo un giudizio storiografico molto discutibile, che la scuola di Locke «si duole» del sistema di dHolbach cosí come quella di Cartesio «arrossisce» del pensiero di Spinoza. Dunque dHolbach, come Spinoza, sarebbe figlio degenere rispetto alla propria tradizione «familiare». Ma in che cosa ha sbagliato? Laccostamento a Spinoza che ricorre spesso nel Saggio filosofico sulla critica della conoscenza è di per sé rivelativo; a Galluppi non interessa restituire credito né allempirismo di Locke né al razionalismo di Cartesio, bensí segnalare che i maggiori esponenti di questi due filoni di pensiero non sono giunti agli «errori religiosi» a cui son pervenuti Spinoza e dHolbach; infatti nel Saggio filosofico, Galluppi spiega: «Labuso del metodo razionale menò Spinoza al panteismo. Labuso del metodo empirico condusse lautore del libro intitolato Sistema della Natura direttamente allateismo ed al fatalismo» (2).
Dunque Galluppi respinge dHolbach non per il suo empirismo, ma per ciò che caratterizza specificamente la posizione del barone francese: la negazione dellesistenza di Dio, della spiritualità e immortalità dellanima, del libero arbitrio delluomo. Errori funesti, per Galluppi. Il quale, convinto che lautentica verità filosofica, pur acquisita con proprio e autonomo metodo, non può discordare dalla verità del cristianesimo tramandato dalla Chiesa, ritiene che le blasfeme tesi holbachiane siano senzaltro erronee anche sul piano teoretico. Egli dunque sassume il compito di mostrare gli errori speculativi che stanno a fondamento delle aborrite tesi, senza che le sue argomentazioni assumano laspetto di una formale «apologia».
Nella confutazione Galluppi si muove con la sicurezza derivatagli dalla padronanza dellopera holbachiana, specialmente del Sistema della Natura, a cui non solo fa riferimento in tutte le sue opere ma dedica addirittura un intero capitolo, il VII, del Saggio testè citato.
Allinizio di tale capitolo, dopo aver riferito che il Sistema della Natura «fu pubblicato a Londra nel 1770, sotto il nome di Mirabaud», e che tale opera «è da alcuni attribuita al barone dHolbach, da altri a Lagrange», fa un ragguaglio abbastanza analitico dei suoi temi principali; lautore delinea un sistema in cui commenta poi con sottile ironia «si spiega tutto colla massima semplicità» (3). I capisaldi di questa dottrina segnala quindi in estrema sintesi sono: «1. Il sapere umano è appoggiato su la testimonianza de sensi, né può andare al di là di questa testimonianza; 2. I sensi non ci mostrano altro, che materia e moto, e perciò nulla vi ha fuori della materia e del moto; 3. La materia, cioè i suoi elementi, non possono esser prodotti, perché dal nulla nulla può farsi; essi son dunque eterni; 4. I sensi mostrano che tutti i corpi sono in un moto continuo; il moto è dunque essenziale alla materia; esso è eterno perciò come è eterna la materia» (4).
La semplicità del sistema non riesce sostiene Galluppi a nascondere la complessità di certi problemi, come quelli connessi alla cosmogenesi; eppure nota ancora con ironia «Mirabaud decide con pochi tratti di penna tali questioni»; infatti prosegue egli asserisce sbrigativamente che «gli elementi de corpi, essendo stati sempre posti in azione gli uni dagli altri, sono stati sempre in combinazione ed in dissoluzione; ed hanno perciò formato sin dalleternità una natura, vale a dire una serie di cose simultanee e successive, ed in connessione fra di esse» (5).
Inoltre, quella semplicità non mette al riparo da contraddizioni; se lanima non è distinta dal corpo, allora: essa è tutto il corpo oppure solo una sua parte? Al quesito Mirabaud risponde seguendo ora la prima ora la seconda ipotesi, come quando dice talvolta che la sensibilità risiede nel cervello, talaltra che essa sussiste in tutto il corpo; «intanto segnala Galluppi era molto importante il non variare su questo punto» (6). E ancora: se ogni evento naturale accade per mezzo del moto, e se il moto è essenziale alla materia, allora gli atomi hanno ognuno necessariamente un determinato, specifico moto? e se è cosí, le combinazioni che ne derivano saranno esse stesse necessarie? Anche in questo caso, dice Galluppi, il materialista oscilla tra tesi contraddittorie: «da una parte pronuncia che tutto è necessario nella natura, e dallaltra stabilisce, che le combinazioni della materia o degli atomi sono contingenti» (7); ed aggiunge: «per porlo in accordo con se stesso, fa duopo dare un doppio senso al vocabolo necessario. Le combinazioni della materia non sono necessarie in sé, ma sono necessarie nelle loro cause» (8). A ben vedere, lo stesso dHolbach aveva già posto questa distinzione; ma, per il pensatore di Tropea, neppure tale distinzione è soddisfacente; infatti, dopo breve analisi di alcuni passi del Sistema della Natura, egli osserva: «I fenomeni della natura, o le combinazioni della materia son dunque secondo il nostro filosofo insieme accidentali ed essenziali alla materia, contingenti e necessarie» (9).
2. Ma al di là delle contraddizioni, lopera di Mirabaud che, secondo Galluppi, è scritta «in tuono imponente e dommatico» ma «non regge a colpi dellanalisi» contiene, a suo giudizio, dei veri e propri «errori» di metodo. Cè anzitutto un errore pregiudiziale: «Lautore si propone dincominciare da fatti, ed io ne convengo che la filosofia dee partire da un fatto; ma il fatto sul quale la filosofia dee essere poggiata, dee essere un fatto primitivo, e che non ne supponga alcun altro. Or tale non è il fatto da cui comincia Mirabaud: egli pone per primo fatto lesistenza della materia e del moto; ma questa esistenza non è un fatto primitivo immediato, che non ne supponga alcun altro. Egli principia dalle sensazioni esterne, e doveva incominciare dal sentimento interno della coscienza. Egli principia dallesistenza degli oggetti esterni, e doveva principiare da quella del proprio me Egli ha cercato di spiegare il me per mezzo della natura, e doveva fare il contrario, cioè doveva spiegare la natura per mezzo del me» (10).
E poi, lesistenza della materia è forse veramente un «fatto»? Essa dice Galluppi vien fondata sullesperienza sensibile. Ma è cognizione comune, anche tra le persone non dotte, che lesperienza sensibile è relativa. Allora, «lesistenza della materia tale quale da sensi si manifesta, lungi dallessere un fatto, è una falsità» (11). In altro luogo Galluppi segnala polemicamente: «Il materialista oppone allo spiritualista lignoranza dellessenza dello spirito, e del come si eseguono le operazioni dello spirito stesso; ma conosce egli meglio lessenza della materia, ed il come avvengono i fenomeni materiali?» (12). Laver concluso, dunque, a partire dalle sensazioni, che le cose siano quali ci appaiono, dimenticando che le «qualità assolute» dei corpi sono di necessità «incognite», significa aver confuso il carattere fenomenico delle sensazioni con la natura assoluta dei corpi (13).
Inoltre, Mirabaud ha confidato troppo nel potere della sensibilità fisica; ciò lha indotto all«error fanciullesco, di riguardar come non esistente tutto ciò che non colpisce i nostri sensi» (14). Anche Condillac nota Galluppi ammonisce a non commettere un tale errore; infatti «se le apparenze non ci autorizzano a supporre che ne corpi sensibili altro non vi sia se non che estensione e moto, molto meno possono autorizzarci a supporre che universalmente altro non esista, se non che estensione e moto». Insomma, questa è laccusa «lautore del sistema della natura non ha distinto il dominio de sensi da quello della ragione»; e pertanto «egli non ha veduto, che le quistioni, di cui il libro si occupa, sono quistioni metafisiche, che non possono risolversi colla testimonianza de sensi». Anzi, è stato tanto pervicace nel suo errore per cui non solo non ha tenuto in conto il fatto che, rimanendo ancorati ai dati della sensibilità, «non si ha il diritto», in generale, «di risalire allorigine degli esseri», ma si è arrogato persino «il diritto di decidere, se esiste qualche cosa sin dalleternità» proprio quando ha derivato dall«esistenza attuale» della materia (percepita sensibilmente) la sua «esistenza eterna» (ammissibile solo razionalmente), e dallesistenza fisica dei corpi lesistenza degli loro elementi costitutivi, che certo non è «fatto sensibile» (15).
Ancora, Mirabaud rifiuta la «creazione» (16). Egli dice che dagli atomi estesi, indivisibili, esistenti per se stessi e dotati di moto autonomo, hanno origine tutte le cose e tutti i fenomeni, sia del mondo fisico che di quello morale. A parte la contraddizione tra la nozione di atomo «esistente per se stesso» e quella di atomo «essenzialmente in moto» rileva Galluppi (17), ma limpossibilità della creazione vien sostenuta da Mirabaud in base a «nozioni oscure» e «principii precarii e falsi», come quello che «nulla si fa dal nulla» (18). Dire che la creazione è impossibile perché è inconcepibile che uno spirito, che non può «avere in sé» la materia, possa poi produrla al di fuori, è una stoltezza: infatti «creare la materia» non significa «prenderla da sé» in tal caso già esisterebbe ma «farla esistere»; e dire che il termine «creazione» non ci presenta alcuna nozione è una «frivola evasione»; essa esiste come nozione complessa di nozioni semplici, che sicuramente possediamo, quali «causa efficiente», «effetto» e «sostanza», anche se, evidentemente, «noi non comprendiamo come una causa quale che siasi faccia incominciare ad esistere qualche cosa quale che siasi, sia modo, sia sostanza» (19).
In ogni caso Mirabaud non è certo uscito dallimpossibilità di far derivare le combinazioni degli atomi dallessenza di questi; ognuna infatti deriverebbe sempre e solo da una combinazione precedente; ma in tal caso si tratterebbe di un infinito processo a ritroso, non arrestabile con la «posizione» degli atomi come assoluti elementi primi; un processo assurdo perché, risalendo da una combinazione «condizionata» ad unaltra dello stesso tipo, non approda mai ad un «condizione incondizionata», con la quale soltanto può sussistere una vera e propria «serie» (20).
E poi, che cosa sono estensione e moto? Dati certi desperienza. Ma in quanto tali, come è mai possibile affermare che essi sono «essenziali» ai corpi, che peraltro non possiamo mai conoscere nella loro inseità? Bisogna, invece correttamente dire che essi sono dei «modi» con cui i corpi ci «appaiono»; pertanto non solo «noi non possiamo decidere, su la semplice testimonianza dei sensi, se lestensione ed il moto sieno cose reali, o pure semplici apparenze» (21), ma abbiamo buoni motivi per affermare che essi vanno assunti solo in quanto fenomeni (22); inoltre, per la stessa relatività delle sensazioni, abbiamo valide ragioni per ritenere che «i corpi non sono nel modo in cui ci appariscono» (23) e che, per i caratteri propri, specifici della percezione sensibile, le sensazioni «devono» apparirci «negli» oggetti percepiti (24).
Non può sfuggire che la confutazione galluppiana vuol sembrare piú rigorosamente «empirista» della trattazione dellempirista dHolbach; non a caso, peraltro, Galluppi invoca piú volte, a supporto delle sue tesi, laiuto di Condillac, che per il pensatore italiano è, sí, «sensualista», ma non può certo essere accusato di materialismo (25). Ciò nondimeno la sua è una critica che nasce in una prospettiva essenzialmente metafisica e che sembra quasi voler restare alla superficie dei contenuti contestati; laccusa mossa a dHolbach, di aver confuso sensibilità e ragione, confondendo, del reale, ciò chè conoscibile sulla base della testimonianza dei sensi e ciò che può esserlo solo metafisicamente, pare non voler tenere in nessun conto lo sforzo holbachiano di mostrare che anche ciò che generalmente si ritiene appartenere allarea della metafisica, può e deve essere conosciuto e spiegato a partire dagli unici elementi conoscitivi che sono a concreta disposizione delluomo: le sensazioni. Naturalmente Galluppi crede di essere «obiettivo» nella critica, presumendo di aver colto appieno il senso delle tesi «razionalmente» criticate. Anzi, a proposito dell«assurda» applicazione holbachiana del materialismo ai «fatti del pensiere» (in altro luogo Galluppi segnala che mentre per gli spiritualisti la proposizione «la materia è pensante» è contraddittoria, per i materialisti essa non contiene in sé alcuna contraddizione) (26), nota: «reca poi veramente sorpresa il vedere, che lautore citato passa sotto silenzio tutti gli argomenti a favore della spiritualità. Egli poteva leggerne alcuni senza replica, nel dizionario di Bayle, articolo Leucippo; ma egli era troppo dommatista, per tentare di esaminare tranquillamente le sue opinioni» (27).
Ma tantè: Galluppi crede di poter trarre la conclusione che, avendo dimostrato lillegittimità della tesi della «realtà» dellestensione e del moto, egli ha «distrutto la base del materialismo», e aggiunge con non celato orgoglio senza cadere nell«idealismo» (28).
3. Allesame critico dellinterpretazione materialistica dellanima e delle sue funzioni Galluppi si dedica piú diffusamente in altra opera. Ma già nel Saggio egli indica quel che a suo avviso è lerrore metodologico di fondo del discorso psicologico di dHolbach, e delinea a grossi tratti gli argomenti della sua confutazione. Basta dunque ricordare che per lui è errore, sorgente di altri errori, pretendere di spiegar tutto con un solo principio; ed è certamente un assurdo salto logico credere che poiché i fatti della natura fisica si spiegano per mezzo del moto dei corpuscoli materiali, anche quelli dellanima possano e debbano essere spiegati in termini di atomi e movimento. Inoltre egli asserisce non aver alcun valore la tesi holbachiana che noi non possediamo se non una nozione negativa dellessere semplice, in cui consiste lanima per i fautori della sua spiritualità; che e un «sofisma puerile» sostenere che solo con lomogeneità tra anima e corpo, ossia solo ammettendo la materialità dellanima, è possibile dar ragione del fatto, altrimenti incomprensibile, che luna agisce nellaltro; che è impresa vana provare la materialità dellanima a partire dalla considerazione dellinfluenza del corpo sulle funzioni dello spirito (29).
Nelle Lezioni di logica e metafisica, affrontando specificamente la questione della «natura dellanima», sostiene, con laiuto di Aristotele e di Wolff, che l«io penso» è una realtà indubitabile; e che poiché in ogni realtà si deve distinguere la «sostanza» e i «modi della sostanza» la testimonianza della coscienza induce a ritenere con certezza che lanima «è una cosa che sussiste, non ostante la cessazione dei suoi modi di essere», dunque essa è una sostanza vera e propria, e non si risolve nei suoi modi; e infine che, poiché «lanima umana non è una e la stessa numericamente in tutti gli uomini», allora «vi sono tante anime umane che sono sostanze, quanti sono glindividui del genere umano» (30).
Ponendosi quindi il problema se questa sostanza sia spirituale o, come vuole dHolbach, materiale, allora a sostegno della prima ipotesi, quella naturalmente da lui condivisa, contrappone alle tesi del barone francese quelle di Condillac e di Bayle: costoro asseriscono che una tale sostanza non può essere concepita che come «semplice»; dunque bisogna concludere che la concezione materialistica dellanima, implicando una molteplicità di elementi costitutivi, non può vantare valide ragioni di legittimità (31).
Anzi, prosegue Galluppi, la dottrina di dHolbach cade anche in palesi contraddizioni. Si supponga pure che luomo sia totalmente «fisico», sottoposto ineluttabilmente alle leggi di natura (32); orbene, tutti i fenomeni di natura son caratterizzati, oltre che dalla materia, dal moto; ma il moto è «essenziale» o «acquisito»? DHolbach parla certamente di un moto «essenziale» delle molecole; tuttavia sostiene anche che tutti i moti sono acquisiti: «due proposizioni visibilmente contraddittorie», commenta Galluppi (33). Inoltre, nota ancora, dHolbach parla di due specie di movimento, quello di traslazione di un corpo, che è percepibile coi sensi, e quello interno ad un corpo, prodotto dalla interazione delle molecole, che si manifesta sensibilmente solo attraverso i suoi effetti; a questo secondo tipo appartengono i movimenti interni della cosiddetta «anima», cioè i pensieri, le passioni, le volizioni; questi movimenti, aggiunge dHolbach, non sono spontanei, ma dipendono dallazione reciproca dei corpi, ossia son sempre generati da cause «esterne» (34); ma se cosí fosse, commenta criticamente Galluppi, il giudizio sarebbe impossibile; essendo il giudizio «una percezione di una relazione che si trova fra due idee», seguendo la tesi di dHolbach bisognerà ammettere non solo che è impossibile la compresenza di due idee, in quanto lanima è sollecitata da un corpo sensibile per volta, ma anche che non si dà attività di giudizio quando non è presenti ai sensi nessuno dei corpi che generano le idee da relazionare.
Insomma, se lanima vede prima un triangolo e poi un quadrato, non può stabilire relazioni tra queste figure né, naturalmente, quando percepisce il triangolo, in quanto non ha percepito ancora il quadrato, né quando percepisce il quadrato, perché non è piú fisicamente presente il corpo che ha prodotto la percezione del triangolo, e tanto meno quando non son piú presenti né il quadrato né il triangolo fisici di cui si dovrebbe relazionare le idee (35).
Contro la spiritualità dellanima i «materialisti», a giudizio del pensatore calabrese, hanno sviluppato argomenti di nessuna consistenza teoretica. L«anima», dice dHolbach, segue il ciclo vitale del corpo; dunque essa nasce col corpo, e cresce, invecchia e muore con esso: quale prova migliore del fatto chessa è materiale? (36). Nientaffatto, replica Galluppi; la relazione, di cui non si può certo dubitare, tra funzioni dellanima e stati del corpo prova solo chessa è unita al corpo, «non già che ella sia corporale». Ma Galluppi, come si vede, non confuta dallinterno la tesi holbachiana, bensí da suo angolo prospettico, in cui lanima è considerata già come una sostanza spirituale che è autonoma per essenza rispetto al corpo cui è congiunta e attraverso cui si esprime, anche se, a causa della congiunzione, subisce linfluenza del corpo sulle sue capacità funzionali. Anzi, aggiunge volgendo a suo vantaggio un argomento holbachiano, se lanima ha il potere di «muovere» il corpo, ciò, lungi dal provare chessa è materiale perché niente può muovere un corpo se non un altro corpo, dimostra al contrario la sua spiritualità, o, detto in altri termini, la sua superiorità ontologica (37).
Per Galluppi dunque quella del materialismo è solo unipotesi, la quale peraltro non trova nessun sostegno adeguato nellesperienza che luomo ha di sé e di ciò che lo circonda. Unipotesi di cui, per la sua intrinseca pericolosità, egli intende distruggere ogni pretesa di validità filosofica. Nel momento in cui dHolbach sostiene che lanima muove il corpo perché è omogeneo ad esso, egli a suo avviso compie una gran confusione speculativa; tale tesi infatti assimila indebitamente i «moti volontari» ai «moti meccanici», ossia ritiene che i primi siano sottoposti alle stesse leggi «fisiche» dei secondi; niente di piú erroneo; basta appena un po di attenzione alla «giornaliera esperienza» per convincersi della insostenibilità dellassunto. Dunque, conclude Galluppi generalizzando, poiché alcuni moti del nostro corpo non sottostanno alle leggi fisiche, essi debbono esser prodotti da un principio spirituale (38). E poco piú avanti, per smentire la tesi che un moto non può essere prodotto se non da una sostanza estesa, egli integra largomento asserendo, con argomentazione apriorica, che «noi non vediamo compresa nellidea di estensione lidea di moto»; anzi ad essa è certo piú pertinente lidea dimmobilità; e con questi presupposti non resta a Galluppi che tirar le conseguenze: non solo non è impossibile lazione dello spirito sul corpo, ma è piuttosto inconcepibile lazione di un corpo su altri corpi (39).
Non si deve addebitare a Galluppi la colpa di tradurre gli argomenti holbachiani nelle categorie a lui familiari; in fondo egli «utilizza» il materialista francese perché dalla confutazione delle sue tesi derivi una convalida delle sue proprie convinzioni speculative. Per dirla in altro modo, lo tratta non con latteggiamento e con la metodologia dello storico della filosofia ma con quelli del teoreta. Tuttavia non può non colpire che Galluppi, come anche nellesame delle tesi di Helvétius, non fa alcun tentativo di penetrare nella «logica» del suo avversario, non compie nessuno sforzo per «comprenderne» le ragioni. Egli resta saldamente ancorato ai suoi presupposti coscienzialistici ed alle sue convinzioni «spiritualistiche». Sicché la distanza che interpone tra sé e il suo interlocutore è tale chegli finisce in fondo col sottostimare le obiezioni che questi muove alla tesi «spiritualista» da lui condivisa. Che dicono i materialisti? che è incomprensibile che una sostanza spirituale possa muovere un corpo? Ebbene, replica Galluppi, «noi comprendiamo molto meno come un corpo ne muove un altro». E aggiunge che ci troviamo, in casi come questi, di fronte ad un mistero, e che un «filosofo profondo» ritrova sempre «nellazione in generale» un mistero (40). Osservazione che, a dispetto della sua veste nobile, può anche apparire, considerando la sua collocazione in un contesto confutatorio, una fuga per la tangente.
Talvolta la distanza da lui interposta rispetto allavversario sembra autorizzarlo allassunzione di forme di sottile arroganza «professorale». Che cosa asseriscono i materialisti? che noi non abbiamo alcuna nozione positiva di spirito? che noi intendiamo per spirito la privazione di ciò che di positivo conosciamo del corpo? Noi replichiamo, prosegue Galluppi, che, quando diciamo che lanima è «una sostanza semplice pensante», abbiamo di certo «nozione positiva» di «unità», «sostanza», «semplicità» e «pensiero», e che lidea che possediamo dellanima è quindi addirittura piú reale e positiva di quella del corpo: se il corpo spiega è un aggregato di sostanze che si mostra a noi come unestensione figurata, di esso non sappiamo certo come sia in se stesso, ma solo ciò che appare alle nostre percezioni; al contrario aggiunge tutte le nozioni che costituiscono lidea complessa di anima corrispondono a delle realtà in sé (41). Ma si tratta di una replica che si muove in piena e totale indipendenza dallobiezione che ciò che Galluppi, come ogni altro spiritualista, pensa, in termini «positivi», di sostanza, di pensiero ecc., non sia che lesito di unoriginaria ed ora rimossa «negazione» dei caratteri della sola realtà concretamente «alla mano», quella corporea (42). Peraltro è significativo chegli si preoccupi di segnalare che tutte le nozioni elementari relative alla sua definizione dellanima escludono che ad essa sia connessa quella di «estensione»: lattacco a dHolbach, insomma, in questo come in altri casi, non riesce a dissimulare il suo compito di fase particolare di una complessa strategia di difesa.
4. Messa al sicuro la spiritualità dellanima, Galluppi muove alla confutazione delle obiezioni materialistiche relative alla sua immortalità. Contro dHolbach afferma: quando si sostiene che poiché lanima è materiale, essa non può essere che mortale, si contrabbanda per verità chiara ed intuitiva un sillogismo falso. Anzitutto, non essendo vero lantecedente, come sè visto, non può essere vero il conseguente. E poi, anche supposta come vera la premessa, non scaturisce necessariamente «quella» conclusione. Infatti aggiunge Galluppi, utilizzando gli stessi argomenti holbachiani in modo da ritorcerli contro di lui e da accusarlo di esser caduto in una grossolana contraddizione non ha detto dHolbach che le molecole materiali sono indistruttibili? Dunque per lui la sostanza materiale è immortale; pertanto, se lanima fosse una molecola del cervello, individuabile in ciò che i materialisti dicono sensorium, la sua mortalità sarebbe insostenibile. Non pago, Galluppi incalza: anche posto che lanima materiale sia un composto di elementi semplici, nulla induce a credere che una forza fisica sia capace di disgregarla totalmente, ovvero fin nei suoi costituenti primari (43).
Non è il caso di mostrare in questa sede linadeguatezza degli argomenti addotti da Galluppi rispetto a ciò che effettivamente ha sostenuto dHolbach; è opportuno segnalare piuttosto che la confutazione della tesi del barone francese è tanto accorata da non lasciar dubbi circa la sua preoccupazione che posizioni speculative di questo tipo possano esercitare un fascino funesto, negando alla radice quelle convinzioni di matrice religiosa a cui egli ispirava la sua stessa vita, e che egli, in definitiva, si apprestava a tradurre in nuova forma teoretica, utilizzando quanto, in campo filosofico, andava emergendo nell«Europa dotta». Infatti non a caso ora la sua confutazione assume movenze retoriche, piú che teoretiche; invece di contestare specificamente la tesi della mortalità dellanima, sembra quasi che Galluppi voglia convertire di forza dHolbach a quella dellimmortalità, mostrandone la possibile congruenza con il suo materialismo di fondo; il tutto, naturalmente, per evidenziare la contraddizione in cui ogni materialismo cade nellapplicazione dei principi alle questioni specifiche.
Ancora un falso argomento dHolbach svilupperebbe, secondo Galluppi, quando sostiene che la certezza dellimmortalità dellanima si fonda su un mero desiderio, e che tale desiderio non può dare in alcun modo consistenza alla convinzione della sua attuazione. Infatti il materialista osserva: i sostenitori del dogma dellimmortalità asseriscono: «tutti gli uomini desiderano di vivere sempre, dunque vivranno sempre»; largomento non ha alcun valore; il fatto che tutti gli uomini desiderano naturalmente di essere ricchi autorizza forse la convinzione che effettivamente tutti gli uomini un giorno saranno ricchi? (44). Galluppi replica: il desiderio di ricchezza, oltre ad essere acquisito e non effettivamente universale, non è radicato, come quello dellimmortalità, nella coscienza delluomo; e poiché quelli di questo secondo tipo non sono né inutili né illusori, essi sono congiunti alla realtà del loro oggetto (45). E quasi superfluo segnalare che se il ragionamento holbachiano non poteva risultare convincente a Galluppi, certo neppure quello del pensatore italiano che invoca metafisicamente la presunta corrispondenza della effettiva immortalità al desiderio «originario» di essa poteva trovare credito presso dHolbach. In tutti i casi, piuttosto che schivarlo, Galluppi cade proprio nell«errore» denunciato dal materialista, quello di credere che la sussistenza del desiderio garantisca la sua realizzazione.
In linea del tutto formale, poi, procede la contestazione allaltra obiezione holbachiana contro limmortalità dellanima. Le idee sostiene il materialista non possono venire a noi che per mezzo dei sensi; ma nellipotesi che lanima sopravviva al corpo bisognerebbe ammettere che lanima può sentire e pensare e quindi aver coscienza di sé, volere ed agire anche senza laiuto degli organi corporei; il che è contraddittorio con la premessa, che è oggetto di esperienza comune (46). Di questo argomento Galluppi non rompe la catena istituita da dHolbach tra sentire, aver coscienza, volere ed agire; egli denuncia invece in esso il sofisma a dicto secundum quid ad dictum simpliciter; dHolbach insomma affermerebbe come vero in generale ciò che è valido solo a certe condizioni: il fatto che lanima, unita al corpo, può aver percezioni solo per mezzo dei sensi non deve indurre a sostenere che essa, «in se stessa considerata», debba aver idee solo attraverso il corpo (47).
Dunque, nelle contestazioni galluppiane alle tesi holbachiane cè unaccusa costante: per dimostrare le sue falsità, dHolbach adotta un «vizioso ragionare». E il modo di procedere delle confutazioni di tali «falsità» dimostra la convinzione di Galluppi che basta appunto smascherare quel «vizioso ragionare» per togliere consistenza alle tesi avversarie. Una convinzione troppo fiduciosa in se stessa, come unesame piú analitico delle critiche galluppiane potrebbe dimostrare. Ma tantè; Galluppi, alla fine di questa replica a dHolbach, afferma testualmente: «Mi basta solo di aver mostrato, che le obbiezioni degli avversari non hanno alcun solido fondamento» (48).
5. E quasi un punto donore per Galluppi mostrare gli errori logici di dHolbach. In altro tomo delle stesse Lezioni, nellambito della trattazione «delle cagioni dei nostri errori», illustrando a proposito delle false deduzioni il sofisma cum hoc, o post hoc, ergo propter hoc, Galluppi ricorda che molti, in base allesperienza comune, credono che un corpo non sostenuto debba necessariamente cadere; lingiustificata associazione e quasi identificazione delle idee «corpo non sostenuto» e «corpo cadente» aggiunge non «infetta» solo la moltitudine ignorante, ma «esercita eziandio la sua influenza nellanimo de filosofi». E come esempio dei filosofi «infettati» cita un passo del Sistema della Natura di dHolbach, in cui si parla appunto della possibilità di «dedurre» dal movimento dei corpi la «gravitazione» che Newton riteneva inspiegabile (49).
Inoltre, come sè già potuto vedere, Galluppi non tralascia alcuna occasione per segnalare le contraddizioni holbachiane. Nella trattazione relativa alla «potenza creatrice», una potenza ritenuta assurda segnala dagli atei, i quali oppongono ad essa il principio «niente si fa dal niente», egli fa notare che il materialista francese, mentre afferma che «niente può cominciare ad esistere», sostiene poi che «il movimento fa nascere, conserva per qualche tempo e successivamente distrugge le parti delluniverso», e che «la natura, con le sue combinazioni, genera soli , produce pianeti» (50); ebbene, commenta Galluppi, questi soli, questi pianeti hanno avuto anche per dHolbach un cominciamento desistenza; dunque il materialista contraddice lo stesso principio da lui sostenuto. Naturalmente a Galluppi fa comodo rilevare la formale contraddizione, mettendo in ombra il fatto che il principio in questione vale per i «principi primi» e non per le loro combinazioni (51).
In altra opera Galluppi, riprendendo lo stesso tema, pur manifestando il convincimento che quel principio, comunque lo si rigiri, «attacca la creazione delle sostanze ugualmente che quella delle modificazioni», tuttavia riconosce che per dHolbach esso vale solo per gli atomi. Tale riconoscimento però non attenua la sua critica. Si ammetta pure dice che solo gli atomi siano increati; anzitutto ciò stesso dimostra che quel principio non ha estensione universale; inoltre, la tesi delleternità degli elementi primi non implica necessariamente limpossibilità in linea di principio della creazione; infine, quelleternità non gode di alcun sostegno speculativo: essa è e resta una pura ipotesi. Anzi «lautore ateo del sistema della natura» cade in una banale «petizion di principio»: dire «la creazione della materia è impossibile» significa dire «niun elemento primitivo della materia ed in generale nessuna sostanza può cominciare ad esistere»; ma egli dice: «la creazione della materia è impossibile perché i suoi elementi primitivi non possono cominciare ad esistere»; è come se egli dicesse segnala Galluppi : «gli elementi primitivi della materia non possono cominciare ad esistere perché non possono cominciare ad esistere», assumendo cioè a ragione probativa dellasserzione la stessa asserzione da dimostrare (52).
6. Altri errori ed altre aporie Galluppi riscontra nel discorso holbachiano sullordine delluniverso. Dire che la combinazione atomica che costituisce il mondo, quale noi attualmente vediamo, era possibile in sé, in quanto essa sussisteva nel numero infinito delle possibilità di combinazioni, è, per il pensatore di Tropea, un «evidente sofisma»; il vero problema, quello a cui i materialisti sfuggono, è stabilire se la combinazione che si esprime nelluniverso quale attualmente ammiriamo fosse stata possibile senza una causa intelligente. Orbene se gli atomi sono contingenti, e se le loro combinazioni non possono non essere contingenti, luniverso deve avere avuto, allorigine, una causa intelligente, la stessa che ha dato esistenza agli atomi. Ma prosegue Galluppi dHolbach obietta che l«ordine» che crediamo intrinseco alla realtà, e che induce alla convinzione di una causa intelligente, non è che una maniera di osservare e di esaminare con piú facilità linsieme ed i differenti rapporti di un «tutto» nel quale troviamo, per il modo di essere e di agire di tale «tutto», una certa «convenienza» o «conformità» con la nostra maniera dessere e dagire. Infatti per il pensatore francese è luomo che, estendendo questidea, ha trasportato nelluniverso i modi di considerare le cose che gli sono particolari. Dunque lordine, per il materialista, non può sussistere in una natura in cui tutto è necessario; lidea di ordine è astratta e metafisica: niente ha a che fare col mondo fisico, in cui tutto avviene secondo le sue leggi interne (53). Queste «ragioni» sono per Galluppi facilmente contestabili. Anzitutto, segnala, la tesi che tutto in natura è necessario cozza con la verità, peraltro sostenuta dallo stesso dHolbach, che le combinazioni atomiche non possono essere se non contingenti e accidentali. Inoltre, quanto alla seconda ragione, essa «si può ritorcere contro lateo che io combatto»; se, infatti, è astratta lidea di «ordine», allora non meno astratta è quella di «atomo», o di «moto»; per cui se in natura non cè ordine «oggettivo», non dovrebbero esservi neppure gli atomi e i loro moti essenziali; essi dovrebbero star soltanto nella mente di dHolbach (54).
La confutazione della «seconda ragione» di dHolbach è brillante; ma ha efficacia soprattutto sul piano retorico. Il problema posto dal materialista non è di poco conto: si tratta per Galluppi di mostrare che non cè salto dallordine del pensiero a quello dellessere, mostrando contestualmente che lordine «oggettivo» della realtà non può essere una mera proiezione della nostra mente; a tale spinoso problema Galluppi dà una risposta del tutto aprioristica: «quando si dice che una idea generale ha un oggetto reale al di fuori dello spirito sintende che glindividui compresi nellidea universale della specie o del genere sono reali ed esistenti al di fuori dello spirito» (55). E cosí che Galluppi crede di aver eliminato quella chegli giudica una «cavillazione frivola ed insussistente». Ma il problema, in effetti, resta: quali argomenti specifici bisogna addurre per mostrare che lordine è oggettivo? Galluppi in fondo non sa trovarne altri che mostrare che neppure dHolbach «disconviene» dalla oggettività dellordine allorquando afferma chesso è quella «serie di azioni e di moti che noi giudichiamo cospirare ad un fine comune», come ad esempio nel corpo umano, a proposito del quale parliamo appunto di ordine quando constatiamo che le differenti parti che lo compongono agiscono in una maniera da cui risulta la conservazione del tutto, ciò che è lo scopo della sua esistenza attuale (56). Insomma Galluppi preferisce, in questo caso, mettere tra parentesi il fatto, indicato in termini inequivocabili da dHolbach, che siamo noi a giudicare dellordine della natura, e preferisce dimenticare che egli ha detto chiaro e tondo che «lordre et le désordre de la nature nexistent point», dal momento che siamo noi che troviamo ordine in tutto ciò che è conforme al nostro essere e disordine in tutto ciò che gli è opposto (57). Solo aggiunge, a mostrare che lordine comunque non può essere un fatto meramente soggettivo, che esso, in tal caso, dovrebbe essere una mera relazione logica; ma come non è tale la «causalità» in natura, cosí non lo è l«ordine» rappresentato dal rapporto delle concause con leffetto risultante nelle totalità parziali di cui è costituito luniverso (58).
Su questa base Galluppi può affermare che essendo lordine oggettivo, essendo le realtà «ordinate» contingenti, e richiedendo esse una causa oggettiva (non si dà effetto senza causa), il cosmo ha, a sua origine e a suo fondamento, una causa intelligente; una causa che pone come fine delle realtà leffetto unico e proprio che in essa si attua (59).
A conclusione della trattazione dedicata, nel terzo volume delle Lezioni, al materialismo di dHolbach, Galluppi consuma una piccola vendetta nei confronti del suo avversario. Riferendosi a quel luogo del Sistema della Na tura in cui il pensatore francese dice che noi attribuiamo al caso tutti gli effetti di cui non vediamo il legame con le loro cause, per cui il termine caso serve a coprire la nostra ignoranza della causalità naturale (60), Galluppi, riprendendo una notazione di Bergier, afferma che, quando diciamo di un evento che esso è casuale, possiamo intendere o chesso sia senza causa, ipotesi assurda sul piano logico e neppure accettata da dHolbach, oppure che esso sia stato prodotto da cause che non avevano per scopo intrinseco quelleffetto. Sicché, parlare delle combinazioni naturali degli atomi come effetti della necessità, non significa come crede dHolbach escludere il caso dalla natura; la necessità non è lopposto del caso: infatti soltanto «dove non entra lintelligenza è necessario che si ammetta il caso»; solo di eventi le cui cause non manifestano «intenzione» di produrre quelleffetto, bisogna dire che son «casuali». Dunque dHolbach, parlando ad esempio dellordine dellorganismo umano come effetto della necessità e non di una causa intelligente, ammette di fatto, checché egli dica, la casualità nella realtà naturale. E poi, non è vero che parliamo di caso quando ignoriamo le specifiche cause naturali; noi non conosciamo la causa della gravità, dellelettricità, ma ciò non implica che noi pensiamo che gli effetti gravitazionali o elettrici avvengano per caso (61).
7. Ma di dHolbach il Galluppi ha sotto mano non solo il testo del Système de la Nature, bensí anche quello de La morale universelle. A questultimo fa infatti riferimento in Filosofia della Volontà.
Esistono le «affezioni disinteressate»? Galluppi è convinto che «il fine ultimo, cui tendono alcuni nostri desiderj primitivi», sia di «produrre un cambiamento nellanimo degli altri uomini, il quale non sia affatto relativo a noi»; dHolbach è invece dellavviso che operare senza interesse è operare senza motivo, per cui sacrificare il proprio interesse non si può se non per un interesse comunque maggiore o piú intenso (62).
Dunque Galluppi non disconosce che si possa agire per conseguire un interesse, e che si possa preferire un interesse maggiore ad un altro minore; ma dice da ciò non discende che non esistano in assoluto le affezioni disinteressate; lerrore di dHolbach sta nellaver identificato il «fine ultimo» con il «motivo» dellazione. Sempre luomo è spinto allagire da «motivi», cioè dalle «percezioni» delloggetto desiderato o voluto; tale oggetto, che costituisce il fine dellazione, negli atti interessati è la felicità propria, nel comportamento disinteressato è la felicità altrui. Dunque, non solo non è vero che agire senza interesse significa agire senza motivo, ma non è neppure vero che il fine dellinteresse sia il «motivo» dellazione e addirittura che sia il motivo unico di ogni possibile comportamento (63).
Circa la tesi che la benevolenza non è innata, bensí leffetto dellesperienza e della riflessione, le quali ci mostrano che gli altri ci sono utili in quanto possono contribuire alla nostra felicità (64), Galluppi rimanda alla confutazione dellanaloga tesi di Helvétius: costui, ricorda altrove, ha in comune con dHolbach la «supposizione» che sussista nelluomo un unico principio del comportamento, l«amor di sé» (65). Qui ribadisce soltanto che «senza ammettere una disposizione originaria alla benevolenza, questa non può nascere giammai nel nostro cuore», e che quindi è certamente possibile una benevolenza che non sia fondata né sulla speranza della riconoscenza né su quella della gloria; e inoltre, che son «spiegazioni sofistiche» le argomentazioni holbachiane che mirano a mostrare che la benevolenza verso uomini ingrati o mai conosciuti non rivela disinteresse, in quanto con essa lagente mira alla felicità di «sollevarsi» facendo del bene, felicità che è la ricompensa che luomo trova in se stesso per il bene compiuto (66).
Peraltro Galluppi rifiuta con decisione la tesi che la ricompensa sia compagna indivisibile della virtú, che essa consista nellinteriore soddisfazione che lanimo prova nellesercitarla. In altro luogo della stessa opera, anzi, Galluppi imputa al «valente teologo» Tamburini di aver assunto, cadendo in contraddizione con se stesso, un atteggiamento troppo morbido nellesame dell«etica» holbachiana, che vuole appunto che «luomo virtuoso è felice in se stesso, non per la sterile idea della virtú, ma pel piacere che ei sente nella testimonianza interiore, che la sua coscienza gli rende di non aver deviato da suoi doveri». In questa occasione il pensatore di Tropea segnala unambiguità che sta sotto il discorso di dHolbach: da una parte infatti costui afferma che luomo opera esclusivamente in vista del suo utile, e dallaltra sostiene che, anche nel caso in cui la virtú non gli torni utile, egli sperimenta il piacere puro della coscienza di averla praticata (67).
«Gran temerarietà» poi mostra dHolbach, a giudizio di Galluppi, quando interpreta lamicizia e lamore in termini dinteresse. La tesi che siamo sempre noi stessi che ci amiamo negli altri, come in tutti gli oggetti «cui attacchiamo il nostro amore» (68), non solo è smentita da fatti obiettivi, quali i sacrifici disinteressati che una madre sopporta talora con dolore per il proprio figlio, ma è una vera e propria «invenzion di teatro» fondata su «una sostituzione simile a quelle che fanno gli algebristi» tra sé e gli altri; peraltro in base a quella sostituzione si dovrebbe pure dire aggiunge Galluppi, facendo ora egli stesso un«invenzion di teatro» che luomo vendicativo odia se stesso odiando il nemico, e che linvidioso prova dispiacere del proprio bene allorché saffligge di quello altrui; in ogni caso aggiunge ancora «le riflessioni di Hutcheson su la simpatia dileguano ogni dubbio, che può farsi contro le affezioni disinteressate». E vero, nellamore tra amanti «vi entra certamente il proprio piacere fisico, come ultimo fine»; ma questo fine, aggiunge ancora, non esclude la compresenza di un altro fine ultimo, quale la felicità della persona amata (69). Argomento delicato, questultimo, perché in qualche modo modifica lassetto teorico posto dallo stesso Galluppi; infatti introduce la possibilità di ammettere che proprio accanto al fine disinteressato può sussistere, in uno stesso atto, anche quello interessato: il che apre la porta alla riduzione holbachiana dellazione «disinteressata» a comportamento solo formalmente e apparentemente tale.
Addirittura Galluppi crede di trovare nello stesso testo holbachiano elementi a sostegno della tesi dellesistenza di affezioni disinteressate: non dice il materialista che l«amor di sé» non sembra avere alcun ruolo in quegli atti in cui il turbamento del cuore, o lentusiasmo, glimpedisce di ragionare, di calcolare, al punto da perdere anche la propria vita? (70). E ciò non significa che quando la ragione tace, luomo è spinto unicamente da affezioni primitive, ossia, nella fattispecie, da un non inibito desiderio disinteressato? Sarà pure che in quellatto si esprime lamor della gloria o il timor dellignominia; sta di fatto che da esso luomo non ricava alcun vantaggio (71).
8. Altro fronte di polemica Galluppi apre con dHolbach a proposito del tema della libertà umana. Nella stessa Filosofia della Volontà egli esprime, a tal proposito, giudizi molto categorici. Per lui dHolbach è un fatalista, quindi nega la possibilità stessa della libertà (72). Mentre nellantichità osserva, riprendendo unindicazione del Collins gli stoici, in nome della provvidenza, sostenevano la necessità, e gli epicurei, in nome della libertà, negavano la provvidenza, dHolbach, al pari di Spinoza, nega sia la provvidenza che la libertà (73).
Ma, anche in questo caso, secondo il tropeano, quella dell«ateo» francese è una posizione non esente da contraddizioni: negando la libertà si dovrebbe ammettere pure che non cè possibilità di distinguere lazione buona da quella cattiva; egli invece una tale distinzione la pone. Cosí Galluppi sintetizza le tesi in proposito esposte da dHolbach nel Sistema della Natura (74): «Rassomiglia egli le azioni buone al frutto di un albero, e le azioni cattive al colpo di una pietra caduta su la testa di un uomo. Luomo virtuoso, secondo questo scrittore, è un albero, il quale appresta agli enti della sua specie e frutti ed ombra. Luomo cattivo è una macchina: le cui molle sono in tal guisa disposte che eseguiscono le loro funzioni in un modo, che debbe arrecar dolore. Quindi luomo dabbene merita lode, e luomo cattivo merita biasimo. Poiché e per luno e per laltro ci è luogo per limputazione, non essendo limputare a qualcheduno unazione altra cosa che attribuirgliela, e che riconoscerlo per autore. Dal che sintende perché possano avervi luogo e le leggi, e i premj, e le pene anche nel sistema del fatalismo, se non come mercedi dovute a buoni ed a cattivi, almeno come mezzi per ischivare i mali futuri, e per tenere a freno i delinquenti» (75).
Qui Galluppi sintetizza a suo modo; accenna appena al valore sociale e non «morale» di quella distinzione; non sottolinea che dHolbach ha negato decisamente la libertà, ma non il potere di scelta (76), rispetto al quale soltanto si configura socialmente la bontà o la malvagità dellazione (77). Tenendo conto di ciò, cade losservazione galluppiana che «limputazione non può riguardare che gli agenti liberi», in quanto lo stesso giudicare il «valore» dellazione altrui implica di fatto il riconoscimento della propria e dellaltrui libertà (78). E cade pure lobiezione che riconoscere qualcuno autore di unazione «è lo stesso che riguardarlo come libero», perché altrimenti si darebbe implicitamente per valida lassimilazione dellazione delluomo «che sta in sensi» con quelle di un matto, nel qual caso soltanto si potrebbe dire che latto segue la necessità (79): infatti il potere di scelta ha un suo posto anche in un sistema naturale governato dalla necessità.
Del pari non sembra che Galluppi colga nel segno allorché, ricordando che una delle leggi morali, quella che recita «la virtú merita premio, il vizio merita pena» una legge la cui indiscutibile esistenza nel cuore delluomo il tropeano utilizza anche come argomento per la dimostrazione dellimmortalità dellanima (80) non avrebbe alcun valore in una concezione come quella di dHolbach. Questa legge dice polemicamente riguarda il premio e la pena come dovuti rispettivamente alla virtú e al vizio sotto il profilo morale, tanto che luomo non è soddisfatto quando vede il virtuoso infelice ed il vizioso impunito o addirittura felice. Dunque essa implica lidea del libero arbitrio, perché nessuno attribuirebbe premi o pene ad azioni che seguono una legge meccanica o di necessità (81). Ma dHolbach aveva detto chiaramente che il merito ed il demerito che riconosciamo ad unazione non sono, alla radice, che «idee» espresse in relazione agli effetti favorevoli o perniciosi che ne risultano per quelli che li subiscono (82); dunque, per dHolbach, anche in un sistema di necessità ogni azione può esser giudicata buona o cattiva, degna di stima o di biasimo; e può esserlo certamente senza ricorrere a principi morali innati, e senza presupporre una «metafisica» libertà. Naturalmente Galluppi è di tuttaltro avviso; egli ritiene che «lo scrittore citato confonde le idee le piú diverse fra di esse»: il merito ed il demerito non dipendono affatto dalleffetto prodotto dallatto, ma si misurano «dallintenzione di colui che commette lazione liberamente» (83). Dunque, tra i due pensatori non ci potrebbe essere contrapposizione piú netta; la radicale divergenza dei rispettivi orientamenti speculativi rende impossibile non solo una eventuale conciliazione su questo punto specifico, ma addirittura una generica intesa sui presupposti del discorrere.
E naturale che il dissenso galluppiano sulla «teoria» del premio e della pena dovesse estendersi anche al discorso holbachiano sulla funzione delle leggi. Per il materialista, le leggi son fatte per mantenere la società, per impedire agli uomini associati di nuocersi. Qualunque sia la causa che muove allazione, la società è in diritto di arrestarne gli effetti allo stesso modo che il proprietario di un campo è in diritto di arrestare con una diga le acque del fiume in piena che sta rovinando il suo terreno (84). Per Galluppi «lautore continua ad ignorar lo stato della quistione»: certo dice che la società deve impedire tutto il male, sia fisico che morale, che le si arreca; ma quando sincatena un pazzo, non lo si tratta cosí per castigo, per punirlo, ma solo perché non nuoccia; infatti egli non è libero, e non merita lincatenamento come pena (85). In questo caso Galluppi individua uneffettiva ambiguità sussistente nel testo holbachiano; della legge, infatti, dHolbach parla indistintamente sia come strumento di punizione personale che come mezzo di contenimento degli effetti dannosi che certi atti possono produrre alla società, anche indipendentemente dalla loro involontarietà. Ma per il materialista cè la ragione di tale indistinzione: latto nocivo involontario è espressione di una personalità che non ha modellato la sua volontà sui fini del consorzio civile, o che non si è lasciata plasmare dallazione educativa svolta dalla società (86). Tuttavia a Galluppi va riconosciuta labilità di aver colto il caso-limite del matto per contestare la presunta legittimità di questa indistinzione.
9. Per concludere, conviene segnalare un inaspettato accostamento per somiglianza, nella Filosofia della Volontà, di dHolbach a Wolff. E procedura abbastanza solita in Galluppi associare pensatori in base a tesi che a lui appaiono immediatamente affini, ossia indipendentemente dai contesti, anche talvolta radicalmente eterogenei, in cui esse son collocate.
Nel sistema wolffiano dice non si ammette altro principio razionale dazione se non quello della felicità e dellinteresse bene inteso. Dunque «non vi è dubbio che la perfezione, e perciò la nostra felicità o il piacere costante e quello che non degenera in tedio, è, secondo Wolfio, il principio conoscitivo della morale», ossia quel principio unico da cui bisogna dedurre i doveri verso se stessi e quelli verso i nostri simili. Tuttavia nota Wolff dice pure che nessuno può perfezionarsi facendo affidamento esclusivamente su se stesso: la perfezione può ottenersi soltanto grazie al soccorso degli altri; il che equivale a dire che «io son obbligato di far concorrere le forze degli altri alla mia perfezione». Questobiettivo però segnala condiziona pesantemente il valore del principio primo della morale: infatti io non offenderò gli altri per non indurli ad offendere me; e farò del bene ai miei simili affinché essi poi lo facciano a me. Ma il mio concorrere al perfezionamento degli altri affinché essi poi promuovano il mio sottolinea Galluppi è uno dei principi fondamentali della «morale dellutile» sostenuta dai materialisti. Non dice forse dHolbach ricorda, citando un lungo brano de La morale universelle (87) che luomo non può esser considerato fuor dei rapporti con gli esseri della sua specie? che i rapporti sussistenti tra gli uomini sono i diversi modi della scambievole influenza sul benessere reciproco? che luomo, nato in società, non può per natura rinunciare ad essa, perché non può rinunciare al contributo che i suoi simili offrono al suo benessere? che la morale è la conoscenza di ciò che si deve fare o evitare perché si possa vivere felici nel consorzio civile? che i «doveri morali» sono mezzi perché ciascuno raggiunga, con la collaborazione degli altri, il suo fine naturale: la felicità; e che «il dovere è la convenienza de mezzi col fine»? Anzi, il materialista in questione dice esplicitamente che la conoscenza dei doveri verso se stesso conduce lindividuo direttamente alla scoperta di ciò chegli «deve» al benessere dei suoi consociati: egli infatti deve «meritare» lassistenza, laffezione, la stima, la benevolenza altrui, che sono indispensabili alla sua propria felicità; a giudizio di dHolbach, insomma, ciascun uomo dovrebbe sempre dire a se stesso: «io amo coloro che contribuiscono alla mia felicità, son pronto a far tutto per loro; per essere amato e stimato dai miei simili, devo concorrere al loro utile, al loro benessere» (88).
Sotto questo profilo sussiste, per Galluppi, una sostanziale «identità» tra la dottrina di dHolbach e quella di Wolff: «Il primo non ammette altro principio che quello della propria felicità, ed il secondo quello della propria perfezione nella cui conoscenza consiste la felicità. La differenza non è mica nel pensiere, ma nel modo dellespressione. Gli uomini, dicono tutti e due questi filosofi, son obbligati di procurare il loro benessere reciproco o la loro reciproca perfezione colle loro forze riunite. Non ci facciamo illudere dalle parole. Ciò vuol dire: io sono obbligato di concorrere alla vostra felicità, per far che voi concorriate alla mia; la propria felicità è dunque il fine ultimo a cui tendono in questo sistema i doveri verso degli altri». I criteri che presiedono allazione pertanto sono: do ut des, do ut facias, facio ut des, facio ut facias; è questo il significato del concorrere degli uomini al «reciproco benessere», come dice dHolbach, o al «reciproco perfezionamento», come nella dizione di Wolff (89).
Insomma dice Galluppi nella «morale» di dHolbach il primato e lindipendenza del «principio del dovere» franano rovinosamente; ma quel primato e quellindipendenza sono imperiosamente richiesti dal rimorso per la sua violazione, da quel tormento interiore di cui ogni uomo ha fatto diretta esperienza almeno qualche volta nella vita, e che è stato anche rappresentato nellantica mitologia. Non che i difensori della morale dellinteresse disconoscano il rimorso; essi infatti ne parlano: o in termini di timore per le conseguenze che dal misfatto possono scaturire, oppure in vista delleffetto chesso deve produrre; nelluno e nellaltro caso quindi lo considerano come uno dei «motivi» che determinano luomo a fare il proprio dovere. Ma non vè chi non veda che, in tali casi, non si tratta di autentica coscienza dolorosa della violazione compiuta (90).
Certo, è rimorso quello descritto da dHolbach dellassassino che di notte si sveglia credendo di vedere lombra di coloro chegli ha ammazzato, lo sguardo inorridito di un pubblico sdegnato, latteggiamento severo dei giudici che lo condannano, e cosí via (91). Ma non è solo questo il vero rimorso; cè anche quello relativo a scelleratezze che non si ha alcun timore che vengano scoperte, e quindi non connesso alle conseguenze che dal misfatto possono riversarsi sul suo autore; questo tipo di coscienza dolente dei propri errori non trova né una vera spiegazione né una sua collocazione nel sistema di dHolbach (92).
Insomma, a giudizio del tropeano una morale dellinteresse del tipo di quella del barone francese non dà ragione adeguata di tutte le possibili esperienze interiori delluomo; le è estranea lidea che basta la sola coscienza della scelleratezza compiuta per tormentare lo spirito dellingiusto. In ogni caso una tale «morale» non è affatto coessenziale ad un ateismo che tenga in debito rispetto gli elementi caratteristici dell«umanità» delluomo. Sicché si può concludere dice Galluppi, dando quasi limpressione, ora, dindividuare nelle soluzioni holbachiane in tema di filosofia pratica una pericolosità piú accentuata rispetto a quella connessa alle tesi anti-religiose «che lAteo non può dedurre dallempia ipotesi la non esistenza non solamente di qualunque morale, ma né ancora della morale disinteressata; e che questa può stabilirsi colla sola considerazione dellumana natura» (93).
Note
Lettere filosofiche , Firenze 1923, XIII lettera, p. 263.
Saggio filosofico sulla critica della conoscenza , Napoli 1846, tomo IV, p. 198.
Saggio , IV, p. 200.
Saggio , IV, p. 205.
Saggio , IV, p. 206. Cfr. ad esempio Système de la Nature, Paris 1820, vol. I, cap. I, pp. 73 e 75; cap. II, pp. 92 e 95-96.
Saggio , IV, p. 209. Cfr. Système, I, VII, pp. 169-170 e I, VIII, 186-187, da una parte, e I, VIII, pp. 178-179, dall'altra.
Saggio, IV, p. 209; cfr. pure Saggio, V, pp. 145-146, e Lezioni di logica e metafisica , Napoli 1854, vol. III, p. 279-281. Galluppi si riferisce a Système, I, VI, pp. 149-150 e 154-155.
Saggio, IV, p. 209.
Saggio , IV, p. 212.
Saggio , IV, pp. 217-218. Cfr. Système, I, II, p. 93, e I, I, p. 70.
Saggio , IV, p. 218.
Saggio, VI, p. 252.
Saggio, IV, p. 218.
Cfr. Système, I, I, pp. 66, 70, 74-75.
Saggio , IV, pp. 219-220.
Cfr. Système, I, II, pp. 90-92.
Saggio , IV, pp. 220-221.
Cfr. pure Saggio, V, p. 69.
Saggio, IV, pp. 221-222.
Saggio , IV, pp. 222-223; cfr. pure Saggio, V, pp. 24-25, p. 69 e pp. 170-173; ed Elementi di filosofia, Napoli 1853, vol. I, p. 389.
Saggio, IV, p. 224.
Ibidem, pp. 228-231.
Ibidem, p. 226.
Ibidem, p. 227.
Cfr. Saggio, VI, pp. 186-187.
Saggio , VI, pp. 165-166; cfr. ibidem , p. 181.
Saggio, IV, p. 231.
Ibidem.
Saggio , IV, pp. 231-235. Cfr., in particolare, Système, I, VII, pp. 158, 160, 162-163.
Lezioni di logica e metafisica, Napoli 1854, II vol., pp. 6-11.
Lezioni, II, pp. 13-23.
Cfr. ad es. Système, I, I, p. 76.
Cfr. Système, I, II, pp. 96 e 80.
Système, I, II, pp. 79-81.
Lezioni, II, pp. 24-27.
Système, I, VII, p. 163.
Lezioni , II, pp. 45-48.
Lezioni , II, pp. 48-49.
Lezioni , II, p. 60.
Lezioni , II, p. 49.
Lezioni , II, pp. 53-56; cfr. pure Saggio, V, p. 123.
Cfr. Système, I, VII, pp. 158-160.
Lezioni, II, pp. 61-62.
Système, I, XIII, p. 332, nota.
Lezioni , II, pp. 85-86.
Système, I, XIII, p. 333.
Lezioni, II, p. 87.
Ibidem.
Lezioni, III, pp. 91-92. Cfr. Système, I, II, p. 87, nota.
Système, I, II, p. 105.
Lezioni, III, pp. 247-250.
Elementi, II, pp. 500-502.
Cfr., in particolare, Système, I, V, pp. 122-124.
Lezioni, III, pp. 277-284.
Lezioni , III, p. 281.
Cfr. Système, I, V, p. 128.
Système, I, V, p. 126.
Lezioni , III, pp. 281-282.
Cfr. pure Elementi, I, pp. 387-400.
Système, I, V, p. 153.
Lezioni, III, pp. 284-285.
Fil. d. vol., Napoli 1832-1840, vol. I, p. 252. Cfr. La Morale universelle, Amsterdam 1776, sect. I, chap. VI, p. 25.
Fil. d. vol., I, pp. 253-254.
Mor. univ., I, VI, p. 26.
Fil. d. vol., IV, p. 151.
Fil. d. vol ., I, pp. 254-256. Cfr. Mor. univ., I, VI, p. 26.
Fil. d. vol., IV, pp. 140-148.
Mor. univ., I, VI, pp. 27-28.
Fil. d. vol., I, pp. 256-261.
Mor. univ., I, VI, p. 28.
Fil. d. vol., I, pp. 262-263.
Fil. d. vol., III, p. 25.
Fil. d. vol., III, p. 123. Cfr. Système, I, XI, p. 262.
Cfr. Système, I, XII, in particolare le pp. 297-299 e 317-318.
Fil. d. vol., II, p. 392.
Cfr. Système , I, XI, p. 265.
Cfr. Système, I, XII, p. 307.
Fil. d. vol., II, pp. 399-400.
Fil. d. vol., II, pp. 400-401.
Saggio, II, pp. 78-81.
Fil. d. vol., II, pp. 401-403.
Système , I, XII, p. 298.
Fil. d. vol., II, p. 403.
Système, I, XII, pp. 299-300.
Fil. d. vol., II, pp. 404-405.
Système, I, XII, pp. 301-303.
Mor. univ., I, capp. I-III, passim.
Mor. univ., I, I, pp. 1-2; e II, II, pp. 71-72.
Fil. d. vol., IV, pp. 221-229.
Fil. d. vol., IV, pp. 241-242.
Cfr. Mor. univ., I, XIV, p. 60.
Fil. d. vol ., IV, pp. 242-243.
Fil. d. vol. , IV, p. 243.