L'«idealismo» di Berkeley
nell'analisi critica di Galluppi
Memoria
di
GIUSEPPE TORTORA
presentata
dal
socio
corrispondente nazionale
PIERO
Di VONA
(Seduta
del 27 giugno 1991)
Estratto
dagli
Atti dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche
Volume
CII – 1991
Officine
Grafiche Napoletane
Francesco
Giannini & Figli
1992
[197]
1. Qual è
il posto che Berkeley occupa nel quadro storiografico delineato da Galluppi?
All'origine della filosofia moderna ‑ sostiene il tropeano ‑ c'è
Cartesio; senza di lui non si spiegherebbe l'articolazione del pensiero nei
grandi indirizzi dell'età moderna. E soprattutto non si spiegherebbe la nascita
dell'idealismo nell'area della speculazione pre‑kantiana. Il pensiero di
Berkeley è un «idealismo», e dunque va considerato come uno degli esiti della
revoca in dubbio che Cartesio ha compiuto della realtà esterna ‑ perché
attingibi!e solo con gli strumenti inaffidabili della sensibilità ‑ e di
tutto quanto, tra i contenuti di coscienza, non si presentasse con i caratteri
della inequivocabile evidenza. Così «Cartesio restò solo nell'universo colle
sue idee» [1],
e vi lasciò, soli, tutti quelli che interpretarono idealisticamente la sua
dottrina.
Sembra
che, nel disegno galluppiano, l'insegnamento cartesiano segua ‑ oltre a
quello che si apre e, allo stesso momento, si chiude con Spinoza ‑ due
distinti percorsi, quelli che fanno capo a Locke e Malebranche: entrambi, nella
sua valutazione, portano a Kant.
Il primo
vi arriva passando anzitutto per Condillac ‑ che integra e perfeziona l'empirismo
lockiano, non solo mostrando come, a partire dalla sensazione, si perviene
all'a idea complessa «ma anche evidenziando come dalla sensibilità si possono
ricavare le idee fondamentali della metafisica [2]
‑, e poi per Leibniz ‑ il quale rovescia il lockismo «mostrando il
difetto di tutti gli argomenti co' quali Locke combatte l'esistenza delle idee
innate nello spirito» [3]:
«Noi siam partiti da Cartesio: abbiam legato colla dottrina cartesiana su i
principij delle nostre conoscenze, quella di Locke sullo stesso
[198]
soggetto.
Con quella di Locke abbiamo legato quella del "Trattato delle
sensazioni" di Condilac, e de' "Nuovi saggi su l'intendimento
umano" di Leibnizio. Con queste quella della "Critica della ragion
pura" di Kant» [4].
Il secondo
filone vi arriva con un itinerario più complesso. Anzitutto si dirama nelle
dottrine di Bayle e di Berkeley: «Se Bayle, partendo dalla dottrina
malebranchiana su la causa delle nostre sensazioni, ne ha dedotto lo
scetticismo; Berkeley, partendo dalla stessa dottrina, ne ha dedotto un
idealismo dommatico, che egli ha creduto direttamente contrario allo
scetticismo» [5].
Entrambe queste dottrine, poi, coniugandosi con tematiche dello stesso
Malebranche, e con alcune del capostipite dell'altro filone, Locke, danno origine
al pensiero di Hume, il quale determinerà una vera svolta nel cammino del
pensiero e, con la correzione dei suoi esiti scettici operata da Reid, segnerà
in modo decisivo la speculazione di Kant: «Questi ‑ Kant ‑confessa
di essere partito da Hume; e Hume è partito da Locke non solo, ma da altre
dottrine insegnate da' seguaci di Cartesio; cioè da Malebranche, Bayle e
Berkeley. Tutti e tre questi filosofi hanno avuto de' pensamenti originali, che
hanno influito a far nascere la dottrina di Hume. Quest'ultima dee fare epoca,
per aver fatto dipendere dalle ricerche sul principio della causalità tutta la
sorte della filosofia» [6].
Certo, si
tratta di uno schema storiografico discutibile. Ma esso ci è utile ai fini
della comprensione di ciò che Galluppi rilevava come il «quid proprium» della
dottrina di Berkeley. Il quale ‑ come si può facilmente notare ‑
non viene considerato, in senso proprio, un empirista, bensì, appunto, un
idealista. Il che significa che Galluppi, molto opportunamente, non attribuisce
un significato autonomo ed un valore qualificante agli aspetti empiristici
della teoria di Berkeley, ritenendoli evidentemente in tutto e per tutto
funzionali alla teoria delle idee.
A dire il
vero, proprio alla fine del terzo dei suoi Three Dialogues between Hylas and
Philonous, Berkeley definisce la propria dottrina col termine
«Immaterialism» [7]:
con la qual cosa egli, molto verosimilmente, intende evidenziare che il suo
discorso "gnoseologico" ‑ compresa la teoria delle idee ‑
doveva essere giudicato, a sua volta, funzionale rispetto a quello
"ontologico", nell'ambito del quale la sua teorizzazione mostrava
come fosse "ragionevole" una soluzione opposta a quella che, su base
«realistica», porta al materialismo ateo. Quindi, la denominazione «Idealismo»,
con cui viene indicato il pensiero dell'inglese, dovrebbe esser tenuta come
inadeguata.
[199]
C'è un
passo che c'indurrebbe a tale conclusione; quando Philonous ‑ il
personaggio a cui Berkeley affida il compito di sostenere la sua propria
posizione teoretica ‑ cerca di esprimere nei termini più essenziali
possibili il senso del suo lavoro di ricerca speculativa, afferma: i miei
sforzi tendono a porre in chiara luce e a mostrare nella sua unità quella
verità che fino ad ora era divisa tra volgo e filosofi; infatti il primo è
dell'opinione che «those things they immediately perceive are real things», i
secondi sostengono che «the things immediately perceived are ideas which exist
only in the mind»; «which two notions put together, do, in effect, constitute
the substance of what I advance» [8].
Quindi, non di idealismo in senso stretto si tratta; o meglio, l'idealismo
costituisce solo una parte, anche se imprescindibile, di questo sistema.
Ma perché
Galluppi definisce idealismo il pensiero di Berkeley, dal momento che doveva
ben conoscere le pagine in cui l'inglese offre la denominazione della sua
filosofia? Non è difficile reperire una spiegazione abbastanza verisimile. Il
tropeano, specialmente in gioventù, è stato un lettore forse anche appassionato
di testi di Wolff. Tra questi gli era sicuramente nota la Psychologia
rationalis. Ebbene, al pgf. 36 di quest'opera il pensatore
tedesco parla proprio di idealisti, fornendone la seguente definizione:
Idealisti sono coloro che ammettono che i corpi hanno solo un'esistenza ideale,
nei nostri animi, e perciò negano l'esistenza reale dei corpi stessi e del
mondo [9].
Si tratta di una definizione "ampia", vale a dire che non si attaglia
perfettamente alla dottrina di Berkeley; ciò nonostante, essa rende
comprensibile perché il tropeano abbia tradotto la denominazione berkeleyana
«immaterialismo» in «idealismo». L' «idealismo» di cui parla Wolff ha
senz'altro meno a che fare con la gnoseologia e più con l'ontologia: esso, nel
suo significato essenziale, vale appunto «immaterialismo».
In ogni
caso, non senza ragione Berkeley viene da Galluppi escluso dal filone che parte
da Locke. Il tropeano, insomma, non si lascia ingannare dall'interpretazione
meramente «empiristica», quindi molto riduttiva, dell' «esse est percipi».
Peraltro Berkeley, certo, tiene ben presente Locke ‑ lo considera in
qualche modo un maestro pur senza lasciarlo intendere ‑, ma lo confuta in
alcuni aspetti importanti; ad esempio, nel primo dei Three Dialogues sembra
alludere principalmente a lui quando parla dei «philosophers» che hanno
distinto le qualità dei corpi in primarie e secondarie, una distinzione
ch'egli, com'è noto, rigetta totalmente [10]
; e in A Treatise concerning
[200]
the
Principles of Human Knowledge addirittura cita dei passi
dell'Essay on Human Understanding, per
manifestare il suo proprio disaccordo ‑ sia pure in forme molto
rispettose ‑ col tentativo fatto dal «deservedly esteemed philosopher»
Locke «in defence of the doctrine of abstraction» [11].
2.
«Idealismo», dunque, quello di Berkeley. Un idealismo che Galluppi contesta con
decisione, ma non con quel certo "animus" polemico che
contraddistingue la sua confutazione dei materialisti. Probabilmente perché, ai
suoi occhi, mentre il materialismo era da considerarsi dottrina decisamente pericolosa,
mettendo essa in forse, se non addirittura abbattendo a duri colpi di maglio, i
capisaldi morali e religiosi della cristiana «civiltà occidentale», l'idealismo
era da valutarsi solo una teoria se non falsa almeno inadeguata, e comunque
era, nella versione berkeleyana, addirittura da stimarsi con una certa
benevolenza, per il suo tentativo di porre un argine a due notevoli pericoli
incombenti. Galluppi ricorda appunto, non senza compiacimento, che
questo
idealismo è, insieme, contrario allo scetticismo e all'ateismo» [12],
facendo un
implicito riferimento a quanto Berkeley stesso, con un po' di enfasi, affermava
nella prefazione ai Dialogues, ‑ un'opera la quale, appunto, «fu
scritta.., contro gli scettici e gli atei» [13];
«If the principles which I here endeavour to propagate are admitted for true,
the consequences which, I think, evidently flow from thence are, that Atheism
and Scepticism will be utterly destroyed, many intricate points made plain,
great difficulties solved, several useless parts of science retrenched,
speculation referred to practice, and men reduced from paradoxes to common
sense» [14].
Più in
dettaglio, se Galluppi, sul piano critico, non tratta allo stesso modo il
materialismo e l'idealismo, che pure sono accomunati sul piano dell'erroneità
speculativa, il motivo è forse che il primo effettua, con grave presunzione
teoretica, la negazione della libertà dell'uomo, dell'immortalità della sua
anima e dell'esistenza di Dio, che l'idealismo non solo non condivide ma che
addirittura avrebbe in animo di confutare. Insomma ‑ potremmo dire ‑
per il pensatore calabrese il materialismo, per le conseguenze che ha o
potrebbe avere a livello «pratico», rappresenta una vera e propria minaccia per
i fondamenti stessi del modello di convivenza umana consolidatosi nella
[201]
nostra
cultura; l'idealismo è invece soltanto un errore. «Negate col materialismo
l'esistenza di uno spirito attivo e libero nell'Uomo, l'esistenza del bene e
del male morale tosto sparisce, e con essa tutta la morale; e può solo
rimanervi il calcolo de' piaceri e de' dolori fisici; e perciò un desolante
egoismo. Togliete coll'idealismo l'esistenza de' corpi, e del mondo materiale,
la Fisica, mancando di base sarà un vasto sistema di illusioni, l'esistenza del
genere umano un sogno, e le nostre affezioni sociali un delirio e un tormento» [15].
E per
questo, dunque, che Galluppi non confuta con ostinato malanimo, né tanto meno
con preconcetta ostilità, le posizioni idealistiche. E infatti, sì, ne denuncia
la falsità; false sono le tesi, falsi gli argomenti, false le procedure
logiche; e falso è anche e soprattutto lo spirito di chi sostiene quelle tesi
con quegli argomenti ed in quel modo. Ed a proposito di Berkeley si spinge fino
a dire: in tutti i suoi ragionamenti «si nasconde uno stesso vizio, e si è che
l'illazione contiene più di quello che contengono le premesse» [16];
inoltre, spesso egli cade nei sofismi che passano sotto la denominazione
«ignoranza in elenco» e «a dicto secundum quid ad dictum simpliciter» [17];
all'occorrenza, poi, senza troppi scrupoli «cambia lo stato della quistione» a
suo piacimento [18];
per di più: sovente adopera un «gergo infelice» [19];
insomma, nel suo idealismo ‑ che si può forse dire che sia tutto «una
palpabile contraddizione» [20],
e frutto di uno «spirito falso» [21]
‑ in definitiva «adottò gli errori di Malebranche, e vi aggiunse i suoi» [22].
Ma in
realtà egli non riesce a darsi una ragione di questo strano orientamento
teoretico, tanto più perché ‑ a suo avviso ‑ esso fallisce
clamorosamente l'obiettivo che si era prefisso: «Berkeley il quale mostra nelle
sue opere tanto zelo contro lo scetticismo, non ha egli preveduto che la sua
dottrina sullo spirito umano menava dritto all'errore che egli voleva
combattere» [23];
anzi, sotto molti profili «i pensamenti di questo idealista preparano lo
scetticismo» [24].
3. E
allora, come viene articolata la confutazione? Galluppi delinea anzitutto il
problema, rispetto al quale quell'idealismo si pone come possibile soluzione.
La realtà del proprio spirito ‑ asserisce ‑ «è data a ciascuno di
noi dal senso intimo»; ma ‑ si chiede ‑ come esser certi
dell'esistenza della
[202]
realtà
esterna? Nella vita quotidiana «tutti gli uomini credono alla testimonianza de'
loro sensi; e per questa testimonianza sono persuasi dell'esistenza de' corpi e
del mondo sensibile»; ma diversa è la questione a livello teoretico; al punto
che alcuni filosofi, gl'idealisti, «hanno messo in dubbio questa testimonianza»
[25].
In altro
luogo delle sue opere, il tropeano delinea con maggiore articolazione la
problematica connessa all'ipotesi idealistica. «La testimonianza della
coscienza» ‑ egli dice ‑ è «l'ultimo motivo de' giudizi di fatto,
che riguardano gli oggetti esterni». Ora, «la sensazione rende presenti allo
spirito gli oggetti, che sono fuori di noi». Tuttavia alcuni filosofi, pur
ammettendo, certo, che «non può rigettarsi la testimonianza della coscienza,
che attesta l'esistenza delle sensazioni in noi», hanno comunque sostenuto «che
debba rigettarsi la testimonianza delle sensazioni, le quali ci annunciano
l'esistenza di alcuni oggetti esterni «; essi quindi «pretendono che non
esistano altri esseri, se non che i soli spiriti, e le loro modificazioni»,
vale a dire che «negano l'esistenza tanto del proprio corpo, che degli altri
corpi dell'universo». Questi filosofi «si chiamano idealisti». Essi sostengono
un erroneo orientamento speculativo, il cui «ultimo grado... si è l'egoismo,
cioè l'opinione, la quale nega l'esistenza non solamente de' corpi, ma ancora
quella di tutti gli altri spiriti, fuori del proprio». Si tratta di una «strana
razza di filosofi», per i quali «la nostra vita è un lungo sogno, in cui ci
sembra di vedere fuori di noi tante cose che non hanno esistenza» [26].
Galluppi
ha ben chiari gli elementi che caratterizzano le filosofie idealistiche. Pur
definendo il loro comune denominatore speculativo con la formula: «l'idealismo
consiste nell'ammettere solamente l'esistenza degli spiriti e de' pensieri, e
nel negare l'esistenza de' corpi», egli tuttavia, nell'esame di tale
orientamento di pensiero, non nasconde la pretesa di essere esaustivo, di
cogliere e passare al microscopio tutti i suoi possibili risvolti metodologici
e tematici. Comunque espone, a proposito delle articolazioni che esso assume,
uno schema teorico, in fondo, molto semplice. Infatti distingue tra un «idealismo
soggettivo», il quale «riguardando le nostre sensazioni come derivanti
necessariamente dallo spirito stesso, consiste nel non ammettere alcun oggetto
esterno, o di limitarsi ad ammettere gratuitamente l'esistenza solamente degli
altri spiriti, e negare quella de' corpi»; ed un «idealismo oggettivo», il
quale «riguardando le sensazioni come prodotte in noi da una causa esterna,
pone, che questa causa non sono mica i corpi, ma uno spirito infinito, cioè
Dio» [27].
Berkeley ‑ il quale «ammise una causa esterna delle nostre sensazioni, e
niegò apertamente l'esistenza de' corpi» [28]
‑ appartiene a questo secondo filone speculativo.
[203]
Altrove
Galluppi, richiamando ‑ nella trama di un discorso non storiografico, ma
teoretico ‑ la categoria di «idealismo volgare», mette utilmente a
confronto le speculazioni di Berkeley e di Leibniz, i quali si trovano così
accomunati, nell'ambito di questa categoria, pur pervenendo alle loro
specifiche posizioni per vie diverse. Il suo scopo è mostrare che «annientato
l'Universo, e conservando solamente l'Io», si possono assumere, circa il «me»,
solo due possibili orientamenti filosofici: o quello dell'«Idealismo volgare»,
o quello del «Trascendentalismo»; e in questo contesto afferma: «Supponendo in
effetto non esistente l'Universo, e conservando l'anima, secondo l'ipotesi
leibniziana, si ha il primo grado dell'Idealismo volgare: in questo... delle
tre esistenze, che sono l'oggetto della filosofia, cioè dell'Io, dell'Universo,
e di Dio, ne sparisce una sola, che è quella dell'Universo, e si conservano le
altre due. A questo primo grado dell'Idealismo volgare si può anche ridurre
l'idealismo di Berkeley; questo differisce dal leibniziano per la causa delle
rappresentazioni: Leibniz fa derivare tutto dall'interno dell'anima; Berkeley
da Dio che opera nell'anima» [29].
4. La
confutazione del sistema berkeleyano viene eseguita con puntigliosa precisione,
com'è nello stile di Galluppi. Anzi, il fatto che il tropeano dedichi tutto il
quarto capitolo del sesto volume del Saggio all'esame
delle tesi che l'idealista espone nei Three Dialogues ‑ un'opera
da cui Galluppi cita con abbondanza –, ci dà, indirettamente, la misura della
considerazione in cui egli avesse tale filosofia nello sviluppo della storia
del pensiero moderno, e, direttamente, la concreta testimonianza dell'impegno
da lui riservato all'esame critico di questo sistema.
Il
contesto concettuale entro cui deve situarsi l'analisi viene indicato dal
pensatore italiano con lucidità. «A me sembra che la quistione possa enunciarsi
così: la veracità del senso intimo è essa in connessione colla veracità delle
nostre percezioni sensibili? in modo che supposta la prima debba supporsi la
seconda?» [30].
Per dare soluzione a questo problema ‑ dice articolando il discorso ‑
«io dividerò la quistione stessa in due altre: la testimonianza della coscienza
ci rivela ella necessariamente l'esistenza di una causa esterna delle nostre
percezioni sensibili, o sia delle nostre sensazioni? La causa esterna delle
nostre sensazioni può ella essere uno spirito?» [31].
Non si può
tuttavia districarsi dal groviglio di tali questioni, a suo avviso, se non
partendo dalla considerazione dei modi possibili del rapporto gnoseologico tra
soggetto e realtà; ebbene, tra le nostre sensazioni e l'oggetto esterno ‑
dice Galluppi ‑ sussiste un «doppia relazione», cioè una
[204]
«relazione
di causa» ed una «relazione di oggetto», vale a dire che, nella funzione
conoscitiva, l'oggetto esterno genera in noi la «sensazione» con la quale ci si
rivela la realtà, il «contenuto», dell'oggetto stesso [32].
Detto in modo diverso, gli oggetti esterni «non sono solamente
"causa" delle nostre sensazioni; ma sono eziandio l'
"oggetto" che noi percepiamo colle sensazioni». Se ‑ commenta
il tropeano ‑ i filosofi avessero tenuto presente questa verità,
«l'idealismo non sarebbe comparso», né lo si sarebbe considerato «come
un'ipotesi che con difficoltà può confutarsi» [33].
5. Per il
pensatore calabrese, dunque, quello di Berkeley sarebbe chiaramente una forma
di «idealismo oggettivo». Esso ‑ segnala ‑ viene «eloquentemente
esposto» nei «Dialoghi fra ha e Filono» ‑ un'opera che Galluppi mostra
d'avere sott'occhio, naturalmente non nella lingua originale ‑ dove il
filosofo inglese anzitutto «s'impegna di provare... 1. che tutte le qualità de'
corpi, chiamate da' Cartesiani e da Locke qualità secondarie, non
hanno alcuna esistenza fuori dello spirito; 2. che anche le qualità dette
primitive.., non hanno esistenza fuori dello spirito; 3.
che il sostegno immaginato da alcuni filosofi sotto le qualità sensibili, e che
si riguarda come la sostanza della materia, è impossibile; 4. che le nostre
idee non possono essere le immagini o le rappresentazioni
degli oggetti materiali. Dal che conclude Filono che
nulla vi ha oltre degli spiriti e delle idee» [34].
E allora,
che cosa passa, nel rapporto gnoseologico, come contenuto? L'oggetto percepito,
secondo Berkeley, si presenta come un insieme di qualità: «sensible things are
nothing else but so many sensible qualities, or combinations of sensible
qualities» [35];
quindi «the reality of sensible things consists in being perceived» [36].
Di queste qualità alcune, dette «secondarie», sono chiaramente e
indiscutibilmente dipendenti dalla sensibilità del soggetto percipiente, e non
hanno esistenza se non nello spirito: «heat and cold», per esempio, «are only
sensations existing in our minds» [37],
dunque these sensations have no existence without the mind» [38].
Le rimanenti, quelle denominate «primarie» ‑ estensione, forma, solidità,
gravità, movimento, quiete ‑, sembrano appartenere all'oggetto, appaiono
«inherent in external unthinking substances» [39],
ma, a ben vedere, in quanto sensazioni, non si distinguono dalle altre, e
quindi sono da considerarsi anch'esse non appartenenti all'oggetto. Insomma,
quanto alla presunta diversità dei due tipi di sensazioni, «after all, there is
no rational ground for that distinction» [40],
[205]
perché,
sia l'uno che l'altro tipo di sensazioni sono idee, e «it is most evident that
no idea can exist without the mind» [41].
Galluppi
individua subito quella che a suo avviso è una gravissima implicazione di tali
tesi: l'insussistenza della oggettiva realtà esterna. Per Berkeley ‑ egli
riflette interpretando e riducendo in forma sintetica gli enunciati
dell'inglese ‑, poiché noi, per mezzo dei sensi, non percepiamo altro che
le qualità sensibili, e poiché queste sono solo ed esclusivamente «modi dello
spirito», allora bisogna concludere che «noi non percepiamo per mezzo de' sensi
ciò che chiamiamo corpo, cioè una cosa diversa dallo spirito e dalle idee».
L'errore ‑ dice avviandosi alla critica ‑ sta all'origine, e si sa,
«quando s'incomincia male si termina peggio». Se si parte dal principio che
dell'oggetto «noi non percepiamo, per mezzo de' sensi, se non che alcune
qualità sensibili», è chiaro che non sono in alcun modo ammissibili le qualità
oggettive delle cose. Ma questo è chiaramente un errore: «io ho provato il
contrario: ho stabilito che ogni sensazione è di sua natura la percezione di un
oggetto esterno, incognito nella sua natura, ma positivo» [42].
Peraltro ‑aggiunge con argomento di valore quasi
esclusivamente retorico ‑, «il nostro idealista», senza accorgersene,
cade in una vistosa contraddizione quando, facendo uso di «un linguaggio
inesattissimo», asserisce che «i nostri sensi percepiscono le cose sensibili».
«I sensi non hanno, nell'idealismo, alcuna esistenza reale: essi non sono che
idee; e nulla vi ha di più inesatto del dire che un'idea percepisce un'altra
idea; i sensi, nell'idealismo, sono idee a cui son congiunte altre idee» [43].
Quella del
tropeano, a ben vedere, è una critica che in effetti non coglie nel segno,
perché, è vero, Berkeley ha contestato la nozione di «substratum», ma non ha
certo asserito che la realtà esterna non esiste; solo se l'avesse fatto, i
sensi avrebbero perso, con la loro funzione, anche la loro realtà. Anzi, si può
dire che Berkeley avrebbe forse sottoscritto, anche nella sua forma asciutta,
l'affermazione che ogni sensazione è la percezione di un oggetto esterno, tanto
più se si considera che egli, in definitiva, vuoi proprio e soltanto
sottolineare che l'oggetto corrispondente alla sensazione non può esser
considerato «materiale» in quanto è «incognito nella sua natura». Ciò che
Galluppi presenta come una sua "verità" si trova espresso in Berkeley
nella forma: a proposito delle cose, «I am no longer in pain about their
"unknown natures" or "absolute existence"» [44].
‑
Galluppi
va avanti tuttavia come se quell'asserzione sulla inesistenza della realtà
Berkeley l'avesse veramente fatta. «La testimonianza della coscienza è verace»;
ora «essa ci assicura dell'esistenza in noi delle percezioni
[206]
di cose
esistenti, esterne a noi; queste percezioni sono dunque realmente in noi; ma se
i corpi non esistessero, non vi sarebbero in noi percezioni di cose esterne a
noi; i corpi dunque esistono». Insomma, la veracità della coscienza ci assicura
della veracità della testimonianza dei nostri sensi [45].
Ammesso pure che tutte le qualità non sono altro che fenomeni, apparenze;
concesso pure che tutte le proprietà «che noi attribuiamo a' corpi», compresi
l'estensione ed il moto, «non sono se non che nostre sensazioni, delle quali
rivestiamo gli oggetti esterni», l'idealista però non s'accorge che «da ciò non
segue che i corpi non abbiano una esistenza reale». «I corpi» ‑ procede
con tono professorale ‑ «sono fenomeni»; orbene, «un fenomeno è una cosa
che ci apparisce, e che non è nel modo in cui ci apparisce»; bisogna dedurne
allora che «i corpi son dunque cose in sé, che ci appariscono, ma che non sono
nel modo in cui ci appariscono»; e pertanto, «supporre un fenomeno senza una
realtà in sé è una contraddizione». Dunque, si può certo affermare che
«l'estensione sensibile ed il moto sono fenomeni», ma, in quanto tali, essi
sono i modi in cui una realtà si manifesta a noi; ma si deve anche riconoscere
che «l'esistenza esterna molteplice e variabile non è mica un fenomeno: essa è
il fondamento reale del fenomeno» [46].
«Filono» ‑
procede imperturbabile il tropeano ‑ «avrebbe evitato di dedurre... che i
corpi non hanno esistenza, se avesse conosciuto come si produce in noi il
fenomeno dell'estensione». Se solo avesse pensato «che basta variare la
struttura de' sensi» perché cambi l'immagine della natura visibile, egli non
avrebbe, per così dire, assolutizzato la sensazione, anzi «avrebbe concluso
solamente che nulla vi ha di universale e di assoluto nelle sensazioni».
Insomma, «vi sono tanti differenti modi di percepir la natura, quante spezie di
esseri e di organizzazioni differenti vi sono», ma da questa diversità non è
lecito dedurre che la natura non esista in sé [47];
essa è là, anche se, per esempio, non conosciamo la «grandezza assoluta» delle
cose [48],
né la loro «durata assoluta» [49].
6.
Galluppi mette in atto una vera «strategia» per la rivendicazione della
oggettiva esistenza della realtà, attaccando da diversi versanti. Ad esempio,
da quello dell'«estensione». L'estensione ‑ egli ne è convinto, e lo
afferma a più riprese ‑ è da considerarsi un fenomeno, un modo con cui
noi possiamo percepire la realtà esterna; essa, dunque, non va indicato come un
modo o un attributo della sostanza materiale. Il sostenerlo, anzi, fa il gioco
dell'idealista Berkeley, il quale coglie da questa tesi «un altro argomento
contro l'esistenza de' corpi» [50].
Egli si riferisce ad un noto passo: Philonous
[207]
costringe
Hylas a riconoscere che, definendo «substratum» ciò che «is spread under the
sensible qualities or accidents», bisogna ammettere che esso è qualcosa che si
estende sotto l'estensione, ed anche che, in quanto tale, è qualcosa per natura
«entirely distinct from extension»; quindi lo costringe ad ammettere, come
necessaria conseguenza, che quel sostrato ‑essendo esteso, ma diverso
dall'estensione a cui fa da sostegno ‑ deve avere una seconda estensione,
ossia «an extension distinct from the extension of that thing under which it is
spread», e così all'infinito [51].
In quel
passo Philonous ricava che la «corporeal substance», in quanto «substratum», è
«absurd in itself», è nozione in se stessa contraddittoria. Galluppi vi vede
dell'altro: Berkeley ha inteso rendere ridicolo il sostrato per concludere poi
trionfalmente circa l'inesistenza della realtà oggettiva dei corpi [52].
Ma se si considera, appunto, l'estensione solo come un fenomeno ‑commenta
‑ «questo argomento di Berkeley contro la realtà de' corpi è... di niun
valore. Non vi ha alcuna sostanza che abbia per attributo l'estensione; ed i
corpi non sono sostanze, ma aggregati di sostanze» [53].
Il
tropeano attacca pure dal versante delle «idee». Berkeley fa sì che Hylas
introduca la distinzione tra «two kinds of objects»: gli uni «perceived
immediately, which are likewise called ideas», gli altri
«are real things, or external objects, perceived by
the mediation of ideas, which are their images and representations»; Hylas
aggiunge poi: «I own ideas do not exist without the mind; but the latter sort
of objects do» [54].
Attraverso Philonous, poi, mette alla berlina questa tesi. Come? ‑ chiede
sorpreso Philonous ‑, «is there anything perceived by sense which is not
immediately perceived?», esiste dunque qualcosa di sensibile che viene
percepito in immagine?; e allora delle «cose» bisogna dire che «are perceived
by sense, inasmuch as they have a conformity or resemblance to our ideas?». Se
allora ‑ commenta
noi
percepiamo «immagini» delle cose come quando percepiamo Cesare attraverso l'immagine
della statua di Cesare, dal momento che quella statua diventa significativa
solo a chi può stabilire una qualche conformità tra la statua stessa e il
personaggio storico, allora c'è bisogno di poter stabilire una conformità tra
le «cose» e le «immagini» che percepiamo; il che significa che «the real
things» ovvero gli «archetypes of our ideas», in effetti «are not perceived by
sense»; e quindi bisogna dire che esse sono percepibili solo «by some internal
faculty of the soul, as reason or memory» [55].
In tal caso ‑conclude Philonous contro Hylas ‑ l'esistenza
oggettiva delle cose materiali è fatto tutto da dimostrare: «I would therefore
fain know what arguments you can draw from reason for existence of what you
call "real things" or
[208]
"material
objects"»; non restano che due soluzioni, entrambe incredibili e risibili:
o quegli oggetti li si è già visti prima così come sono in se stessi, oppure se
n'è sentito parlare o si è letto di qualcuno che li ha osservati e descritti
proprio come essi sono nella loro intrinseca natura [56].
Contro
questo argomento, Galluppi replica facendo propria la confutazione compiuta da
Degérando nella sua Histoire comparée. Tutta la
canzonatura berkeleyana, sulla impossibilità di confrontare l'immagine con
l'originale, trova il suo fondamento nella supposizione che le idee siano
davvero immagini fedeli delle cose, e quindi possano e debbano riprodurre le
proprietà delle cose. Ma essa perde valore se, in particolare, si riconosce che
a. noi non abbiamo nessuna conoscenza diretta delle
proprietà intime, essenziali e costitutive degli oggetti», b. quindi le nostre
sensazioni primitive non sono copia delle cose ma il sentimento col quale noi
siamo avvertiti dell'esistenza degli oggetti, c. di essi oggetti sappiamo
soltanto che sono fuor di noi e che sono l'uno esterno all'altro, d. e quindi
possiamo soltanto avere nozione di ciò che essi sono relativamente a noi [57].
Ma allora ‑ obietterebbe a sua volta Berkeley contro il tropeano ‑,
se non conosciamo le caratteristiche essenziali delle «cose», come possiamo
affermarne l'esistenza in quanto «oggetti materiali», «realtà corporee»?
Galluppi
considera ancora un altro argomento berkeleyano contro l'esistenza dei corpi:
se un oggetto vien concepito, esso, in quanto concepito, può esistere solo
nello spirito, non fuor di esso. Pensare ‑ dice infatti Berkeley ‑che,
«for any mixture or combination of qualities, or any sensible object whatever»,
sia possibile «to exist without the mind», significa ammettere come possibile
vedere una cosa invisibile, «conceiving a thing which is unconceived», cioè
significa cadere in contraddizione. Dunque, «without question, that which is
conceived is surely in the mind», e solo nella mente può sussistere; pertanto
non si può ammettere in alcun modo che le cose possano esistere «out of the
minds of all Spirits» [58].
Secondo
Galluppi, questo argomento che l'idealista giudica invincibile, non si rivela
tale alla prova razionale. Certo, se si considera un oggetto sotto il profilo
del suo «essere concepito», allora davvero «è assurdo il dire che possa così
esistere senza un soggetto che lo concepisce». Ma non è questo il punto. Il
problema di cui si tratta è quello di sapere «se l'esistenza di un oggetto
consiste nella sola concezione di esso». Sotto questo profilo, è l'idealismo
che si trova in difficoltà, perché «è nell'impossibilità di provare, che niuna
cosa possa esistere che non sia spirito, o nello spirito, cioè che non sia
spirito o idea». Si tratta, in fondo, di un sofisma: dal dire che «un oggetto
come concepito, ed in quanto concepito, non può esistere senza uno spirito
[209]
che lo
concepisce», non è legittimo ricavare che «un oggetto... non può esistere fuori
dello spirito che lo concepisce»; detto in modo formale: «la illazione non
iscende dalle premesse» [59].
Si tratta ‑ non c'è dubbio ‑ di un'abile mossa; il tropeano ha
fatto ricadere su Berkeley l'onere della prova.
Comunque,
a che cosa miri Galluppi, lo si è capito già strada facendo. Tuttavia egli io
ribadisce in termini espliciti. E vero, «il mondo fenomenico o sensibile non
consiste che nelle nostre sensazioni, e queste non esistono fuori del nostro
spirito»; ma «il mondo fenomenico suppone necessariamente un mondo reale, che
ne è il fondamento, e questo mondo reale è un mondo in sé, che esiste indipendentemente
dalle nostre percezioni». Detto meglio: «Il mondo fenomenico è il mondo reale
in quanto questo si manifesta, per mezzo de' sensi, a noi». Affinché non
restino ambiguità, egli scrive, tradendo l'impostazione, tutto sommato,
kantiana che egli ha dato al suo discorso sul tema specifico: «Tolte o cambiate
le sensazioni, si toglie o si cambia il mondo fenomenico; ma il mondo de' noumeni
resta». Pertanto, «supporre l'identità de' due mondi è
supporre ciò che è in quistione, e concludere dal mondo fenomenico al mondo
reale è ancora un sofisma» [60].
Se
Galluppi pensa che il mondo «reale» sia il kantiano mondo «noumenico», allora
sembra proprio che, nella polemica con Berkeley, sotto questo aspetto stia
combattendo contro i mulini a vento.
7. Ma qual
è l'aspetto, l'argomento che rende «oggettivo» l'idealismo di Berkeley? Questo
pensatore inglese ‑ segnala Galluppi ‑ fa distinzione tra
percezione e idea: la prima è nient'altro che «una modificazione del nostro
spirito», la seconda «è l'oggetto della percezione». Ma, se le idee dipendono
dalle percezioni, queste ultime, da che cosa dipendono? Non dal nostro spirito,
perché nel percepire i contenuti noi non siamo liberi: quindi noi li riceviamo.
E allora «dipendono... da una cosa esterna al nostro spirito e distinta da
esso». Dal mondo «materiale»? No di certo: «questa causa non può essere che uno
spirito», perché anzitutto «niente può essere attivo se non lo spirito», e poi
perché ‑ segnala Berkeley, invocando un principio che aveva adottato
anche Cartesio, per la dimostrazione dell'esistenza di Dio ‑ «una causa
dee contenere tutto ciò che si trova nell'effetto; e perciò questo spirito dee
contenere tutte le idee che egli mostra successivamente a noi». Dunque
dev'essere uno spirito «sapientissimo e potentissimo». Non resta allora che
un'unica soluzione: le percezioni dipendono da Dio [61].
Pertanto ‑ rileva il tropeano a mo' di appendice ‑ l'«esse est
percipi», secondo Berkeley, non significa «che noi non percepiamo se non che
noi stessi», al contrario, egli afferma che i nostri sensi sono veritieri: solo
grazie
[210]
ad essi
«noi percepiamo... un di fuori»; però asserisce pure che «un tal di fuori» è
«una collezione di idee» ed è «reale», e che le «nostre» idee «risiedono in
Dio». Dunque per il pensatore inglese le idee hanno in Dio la loro oggettiva
esistenza [62].
Galluppi
sembra voler indicare proprio in ciò che rende «oggettivo» l'idealismo
berkeleyano l'aspetto più debole della teoria.
Molto
probabilmente egli è convinto che se il pensatore inglese fosse stato rigorosamente
conseguente con i principi da lui stesso posti, sarebbe approdato ad un
idealismo «soggettivo», unico risultato veramente legittimo del suo itinerario
logico. Berkeley «impugnò con calore» la distinzione tra le qualità dei corpi.
Quindi affermò che «se si conviene che le qualità seconde altre non sono che
semplici idee, bisogna convenire ancora che le qualità prime sono nello stesso
caso». E allora, se nelle percezioni dei corpi non percepiamo altro che
qualità, e se queste qualità non sono che nostre idee, si deve concludere che
«noi non percepiamo... che le nostre idee; i corpi che percepiamo non sono
dunque che idee; ed altro non può esistere che gli spiriti e le idee» [63].
Galluppi pensava verosimilmente che Berkeley, arrivato a questo punto, avrebbe dovuto
fermarsi: ogni passo ulteriore avrebbe compromesso un ragionamento discutibile
ma formalmente accettabile. Invece l'inglese sostiene: certo, «alcune delle
nostre idee non dipendono da noi, esuppongono di conseguenza una causa
esterna»; ma «non v'ha alcuna necessità di supporre, che questa causa sieno i
corpi, de' quali non possiamo formarcene alcuna idea» [64].
E a questo punto forse il tropeano non capiva perché Berkeley, dopo aver
ridotto tutto ad idea, aveva ammesso che esistono in noi idee che dipendono da
qualcosa di diverso da noi; ovvero non capiva perché egli, cadendo in una
grossa inconguenza, aveva riaperto la porta alla tesi di una causa «esterna»
delle nostre sensazioni, e perché mai, arrampicandosi sugli specchi, aveva poi
fatto risiedere le nostre «idee» in Dio.
8. Certo è
che Galluppi intende mostrare l'assurdità della soluzione che individua in Dio
la «sede» delle nostre idee e la «causa «delle nostre sensazioni. Anche per
Berkeley ‑ dice ‑ «la sensazione si offre alla coscienza come una modificazione
passiva»; anche per lui «essa è dunque... l'effetto di una causa esterna che
opera in noi, e ci modifica»; il problema è però verificare se questa causa
esterna, come vuole l'idealismo, possa essere Dio. Tale dubbio, più che
legittimo, tuttavia sfocia in una contestazione molto discutibile. Ma non c'è
chi non veda ‑ dice Galluppi con ostentata sicurezza ‑ che «ciò è
impossibile». Infatti, la sensazione si risolve nella «percezione di un oggetto
esterno molteplice o composto»; ora, se si volesse tener
[211]
per valida
l'ipotesi dell'idealismo ‑ commenta Galluppi non senza inflessione
retorica ‑, «dovrebbe accadere che, o l'oggetto esterno ‑ causa
della sensazione ‑ non fosse per mezzo della sensazione immediatamente
percepito, o pure che Dio fosse un composto percettibile per mezzo de' sensi:
la prima illazione ripugna alla testimonianza del senso interno; la seconda
alla natura di Dio» [65].
Questo argomento ‑ come si accennava ‑ appare piuttosto volto a
strappare l'assenso, che non a convincere; e comunque non è argomento che
Galluppi avrebbe dovuto avanzare. Egli stesso ‑ lo si è già ricordato ‑
ha sostenuto espressamente che la realtà esterna ai nostri organi di senso ci e
ignota nella sua natura: «Non si può concludere dalle nostre sensazioni, che i
corpi, o le cose esterne sieno in sé tali quali a' nostri sensi si manifestano.
Le nostre sensazioni non possono dunque istruirci su le qualità assolute de'
corpi. Le realtà esterne sono, in buona filosofia, cose positive, ma incognite
nella loro natura assoluta, indipendenti dalle nostre percezioni» [66].
Ora, se è vero che la sensazione si offre alla coscienza nei termini di
percezione di un oggetto esterno molteplice o composto, è anche vero che essa
sensazione ‑ proprio in base a ciò di cui anche il tropeano è persuaso ‑
nulla ci dice e nulla ci può dire sulla natura dell'oggetto che costituisce la
causa di essa, e pertanto non ci potrebbe neppure dire, eventualmente, se il
Dio, supposto dagli idealisti appunto come causa della sensazione, in effetti
"sia" una realtà molteplice e composta.
Galluppi
poi è convinto addirittura che l'idealismo berkeleyano non conduce neppure alla
certezza dell'oggettività della causa ‑ qualunque si supponga che sia ‑
delle nostre sensazioni.
Certo ‑
dice ‑ anche per l'inglese «la percezione di un fuor di noi è
incontrastabile». Ma alla domanda: «il fuor di noi è egli reale? che cosa è
esso?», l'idealista Berkeley risponde: «1. Il fuor di noi è reale; 2. Esso non
è altra cosa se non quello che noi percepiamo, e perciò possiamo conoscerlo
perfettamente» [67].
Berkeley insomma ‑ avrà pensato, obiettando, Galluppi ‑ pretende di
affermare che se percepiamo qualcosa, dal momento che i sensi non c'ingannano,
questo qualcosa esiste realmente, e dato che con la percezione cogliamo idee, queste
idee esistono oggettivamente. Ma in effetti, stando all'ipotesi idealistica non
possiamo dire altro che quel di cui siamo certi sono solo le sensazioni, le
nostre idee, o, per meglio dire, le modificazioni intervenute nella nostra
sensibilità ed, insieme, i contenuti che esse configurano; alla certezza della
«realtà» di tutto ciò che, secondo l'inglese, sussisterebbe fuori del nostro
spirito, sulla base del procedimento idealistico non potremo mai arrivare
[212]
Non a
caso, infatti, il pensatore calabrese esclama: «lo sviluppo che il nostro
filosofo dà alla sua dottrina non giunge ancora a farmela comprendere»;
infatti, «queste idee, io domando, che cosa sono esse?; «se esse sono
collezioni di "mie" sensazioni debbono elleno essere interne al
"mio" spirito, come sono interne le sensazioni»; «se non sono
collezioni di sensazioni, che cosa sono esse mai?» [68].
9.
Galluppi cerca anche di contestare direttamente la tesi berkeleyana per cui i
corpi non sono causa delle nostre idee. Non possono essere ‑ dice il
pensatore inglese ‑ «causa efficiente»: causa efficiente è causa attiva;
ma non potrebbe essere causa attiva «an extended, solid, moveable, unthinking,
inactive Substance «; non esiste altra "azione" oltre a quella che fa
capo al "volere", e questo è peculiarità dello spirito; peraltro,
«that which is unthinking» sarebbe «cause of thought»! [69].
Né potrebbero essere «causa strumentale»: in tal caso infatti a. sarebbero
strumenti nelle mani di Dio, ma privi di ogni qualità sensibile, compresa
l'estensione, e quindi sarebbero realtà ignote! [70];
b. servirsi di strumenti per produrre in noi sensazioni sarebbe per Dio un
segno d'impotenza: com'è possibile pensare «that an all‑perfect Spirit,
on whose will all things have an absolute and immediate dependence, should need
an instrument in his operations, or, not needing it, make use of it?»; «the use
of a lifeless inactive instrument» sarebbe «incompatible with the infinite
perfection» [71].
Né infine possono essere «causa occasionale»: in tale eventualità, essi sarebbero
la testimonianza del fatto che la sapienza e la potenza divina non bastano a
rendere ragione dell'ordine e della regolarità della natura e della successione
delle nostre idee; cosa incredibile; significherebbe negare l'infinita
perfezione di Dio; i corpi, sostanze prive della facoltà di pensare,
risulterebbero stimolare e dirigere la volontà del Creatore! [72].
Ma ‑
obietta il tropeano ‑ se i corpi, evidentemente, sono l’ «oggetto
immediato delle nostre sensazioni», allora non bisogna aver timore di ammettere
che essi possano essere «la causa efficiente delle nostre sensazioni». E poi,
la materia è priva di attività? «Ma ‑ afferma Galluppi lanciandosi ben
oltre i confini che avremmo supposto che egli si fosse imposto ‑ ciò è
intieramente falso». Infatti ‑ sostiene con echi leibniziani, e portando
a conferma una tesi di Ch. Bonnet ‑ «le sostanze semplici primitive,
delle quali è composto l'universo visibile, sono essenzialmente attive, ed i
fenomeni, che esse ci presentano, risultano dalla loro attività» [73].
La replica di
[213]
Galluppi è
debole: non affronta il cuore degli argomenti addotti dall'inglese, si limita
ad una contestazione di aspetti, tutto sommato, marginali.
Sicché ‑
sintetizza Galluppi, quasi volendo far intravedere l'inconsistenza speculativa
di un tale sistema ‑ nella visione idealistica non solo i «corpi non
possono... riguardarsi né come gli oggetti o gli archetipi delle nostre idee,
né come le cause efficienti o istrumentali o occasionali delle stesse», ma essi
«non possono... concepirsi in alcun modo». E infatti, in base a che cosa
potremmo dire, ad esempio, che siano sostanze? «Una sostanza non può essere
esistente senza gli accidenti, e le qualità che si attribuiscono a' corpi non
possono ad essi convenire». Allora «non sono che sensazioni, e queste non sono
se non che nello spirito». Quale la conclusione? Se è vero che «noi non
dobbiamo credere l'esistenza di alcuna cosa, di cui non sappiamo dire quale
ella è né perché ella è», allora, nella prospettiva idealistica, dovremmo dire:
«I corpi non son dunque se non cose chimeriche. Non vi ha altra cosa di reale se
non le idee e gli
spiriti, cioè le sostanze pensanti». Ed è proprio
questa la conclusione di Berkeley! [74].
10. La
distinzione tra fenomeno e noumeno deve fare giustizia, secondo Galluppi, delle
assurdità dell'idealismo. Nient'altro che vaneggiamenti sono gli argomenti che
mirano a mostrare che «le apparenze», i fenomeni, della cui esistenza «niuno
scettico ha mai dubitato», abbiano «esistenza fuori delle nostre percezioni
e del nostro spirito» [75].
Galluppi si riferisce ad un noto passo berkeleyano. Philonous asserisce: per me
«it is evident» che le cose sensibili «cannot exist otherwise than in a mind or
spirit»; pertanto bisogna ammettere «not that they have no real existence, but
that, seeing they depend not on my thought, and have an existence distinct from
being perceived by me, there must be some other mind wherein they exist»;
sicché, «as sure, as the sensible world really exists, so sure is there an
infinite omnipresent Spirit, who contains and supports» [76].
In verità questo argomento, nel testo berkeleyano, è
presentato come «a direct and immediate demonstration... of the being of a
God», un'arma potente per combattere e distruggere «the most strenuous advocate
for Atheism»; Galluppi invece preferisce coglierlo nella sua valenza
gnoseologica. Quindi per lui assume un'eco particolare l'affermazione, di poco
seguente, con cui Philonous dichiara il suo disaccordo con la maggioranza dei
filosofi: «though they acknowledge all corporeal beings to be perceived by God,
yet they attribute to them an absolute subsistence distinct from their being
perceived by any mind whatever» [77].
[214]
«Nel
realismo ‑ replica Galluppi, effettuando in questo caso uno scarto
rispetto al modo di argomentare di Berkeley ‑ si pongono due realtà, la
realtà fenomenica e la realtà noumenica. La
prima non è che nel nostro spirito, la seconda è fuori di esso. La seconda è
indipendente dalla prima; ma la prima suppone necessariamente la seconda da cui
deriva». Pertanto, alla domanda se l'universo esiste quando noi non lo
percepiamo, si deve rispondere che, certo, se lo ammettiamo esistente solo nel
nostro spirito, esso non potrebbe esistere; ma se riconosciamo che, al di là
delle apparenze, dei fenomeni che percepiamo, c'è effettivamente «un universo
reale e noumenico», allora non si dovrà avere esitazione ad asserire che questo
continua ad esistere, perché indipendente dallo spirito. Perciò è ben strano ‑
nota Galluppi avviandosi ad una contestazione di effetto prevalentemente
retorico ‑ che Berkeley dica che il mondo è una «collezione delle nostre
sensazioni» e poi ammetta che la realtà sensibile è esistente fuori delle
nostre percezioni, del nostro spirito, che ne è indipendente, e che resterebbe
ancora esistente anche se il nostro spirito fosse annientato. Egli non trae le
corrette conclusioni dalle premesse da lui stesso poste. «Se la cosa è così, io
dico a Berkeley, l'universo sensibile non è mica la collezione delle nostre
sensazioni, poiché queste sono interne al nostro spirito, e non possono
esistere fuori di esso» [78].
E addirittura appare paradossale la sua convinzione che "il fuor di
noi" sia una «combination of sensibles qualities», cioè di nostre idee, e
queste idee esistano in uno spirito infinito; infatti, il dire che le nostre
idee, collezioni di nostre sensazioni, sono fuori del nostro spirito, implica
che le nostre stesse sensazioni sussistano fuori del nostro spirito; il che
significa che esse non sono "nostre" sensazioni; conclusione che,
contraddittoria in sé, peraltro toglie valore a tutte le argomentazioni con cui
Berkeley ha riportato nell'ambito del soggetto le qualità delle cose, anche
quelle dette primarie [79].
Al barone
calabrese questo argomento appare tanto paradossale da meritare che se ne
mostri l'assurdità delle implicazioni: «Un calore intenso, dite voi, è un
dolore, ed il dolore non può trovarsi che in uno spirito. Or come sapete voi..,
che un calore intenso sia un dolore, e che un calore moderato sia un piacere,
se non per la testimonianza della vostra coscienza? E la coscienza può ella
percepire altra cosa fuori di ciò che è interno allo spirito? Il piacere ed il
dolore che ci appartengono, che sono il nostro piacere ed il nostro dolore,
possono forse non essere interni allo spirito? Tutte le nostre sensazioni, niun
eccettuata, sono modificazioni dell'anima nostra, interne a lei» [80].
11.
Galluppi ha forzato la mano a Berkeley. La risposta alla sua obiezione ‑
che, stando al dettato berkeleyano, le nostre sensazioni non sarebbero
[215]
"nostre" ‑, si trova
nello stesso testo del filosofo inglese, laddove egli cerca di segnare la
differenza tra la sua posizione e quella dei pensatori del tipo di Malebranche.
«It is evident that the things I perceive are my own ideas»; è del pari
evidente che «no idea can exist unless it be in a mind», Questo tuttavia non
esclude che «these ideas or things by me perceived, either themselves or their
archetypes, exist independently of my mind»: infatti so bene che non ne sono
l'autore, so bene che è «out of my power» determinare a mio piacere «what
particular ideas I shall be affected with upon opening my eyes or ears».
Dunque, «the things» in quanto «immediately perceived», sono «ideas or
sensations, call them which you will»; orbene, poiché una sensazione o idea non
può esistere se non in una mente, e poiché le «particular ideas» non sono
prodotte dal mio spirito, «they must therefore exist in some other mind» ‑
quella divina, appunto ‑ «whose will it is they should be exhibited to
me» [81].
Non resta che concludere che esiste una Mente «which affects me every moment
with all the sensible impressions I perceive»; attenzione ‑ aggiunge
affinché la sua posizione non sia confusa con quella di un Malebranche ‑
non ho detto che «I see things by perceiving that which represents them in the
intelligible Substance of God», ma ho asserito che le cose da me percepite «are
known by the understanding, and produced by the will of an infinite Spirit» [82].
Insomma,
sì, è vero, mentre «Cartesio insegna che l'estensione è una sostanza, e che l'essenza
del corpo consiste nell'estensione», «Giorgio Berkeley combatte questa
dottrina» [83].
Ma ciò ‑ come è stato più sopra indicato ‑ non significa che
Berkeley neghi l'esistenza oggettiva delle cose, il loro sussistere fuor dello
spirito dell'osservatore. Egli nega solo la loro esistenza materiale: la
materia «is something intelligible, I suppose»; ossia è «something that may be
discovered by reason, and not by sense» [84].
Per Galluppi, al contrario, negare l'esistenza materiale, "estesa",
delle cose significa negarne semplicemente l'esistenza oggettiva, e con ciò,
compromettere il valore stesso della sensazione. Per il tropeano, anzi, tale
negazione è tanto più grave in quanto «l'idealismo deduce» addirittura
«l'impossibilità dell'esistenza dell'estensione»! [85].
Una deduzione che, in linea di principio, avrebbe dovuto lasciare indifferente
lo studioso calabrese, dal momento che egli stesso ha più volte precisato che
la natura delle cose ci è ignota, il reale, in se stesso, è «noumeno».
Eppure,
Berkeley fa dichiarare a Philonous: «if by "material substance" is
meant only sensible body ‑ that which is seen and felt ‑ ... then I
am more certain of matter's existence than you or any other philosopher
[216]
pretend to
be» [86].
Poco prima lo stesso personaggio così si esprime: Io appartengo ad un ceto
popolare, «I am ... simple enough to believe my senses»; dunque, «the real
things are those very things I see and feel, and perceive by my senses»; sono
quelle le cose che conosco; esse rispondono a tutte le necessità e a tutti gli
scopi della vita; pertanto «I have no reason to be solicitous about any other
unknown beings»; il pane, da cui traggo alimento e ristoro, è «a piece of
sensible bread». Ai fini della mia vita, è normale pensare che la neve è bianca
e il fuoco è caldo. «As I am no sceptic with regard to the nature of things, so
neither am I as to their existence»; vale a dire: mi sembra una stridente
contraddizione che una cosa sia percepita dai miei sensi ma non esista
realmente, perché «I cannot prescind or abstract, even in thought, the
existence of a sensible thing from its being perceived»; circa le cose bisogna
pertanto dire che «their existence... consists in being perceived», la qua!
cosa significa che «when they are actually perceived, there can be no doubt of
their existence» [87].
E
superfluo dire che Gal!uppi, pur conoscendoli, non fa accenno alcuno a questi
passi; né ne fa a tanti altri di contenuto simile e di tono analogo. A meno che
non si voglia supporre che egli abbia adottato, di questo testo del pensatore
inglese, una traduzione antologica abilmente "purgata" di questi
"scomodi" passi: ma pare ipotesi poco probabile.
12.
Berkeley, secondo il tropeano, si lascia andare a discorsi veramente
incredibili, fino al punto di aggrovigliarsi nelle contraddizioni. Galluppi ad
un certo punto ricorda un significativo brano berkeleyano. Philonous, dopo aver
affermato che «all our ideas are.., passive and inert», sostiene che «no
idea.., can be like unto, or represent the nature of God»: anche per Dio vale
quanto vale in generale per gli spiriti, che essendo attivi, non possono essere
rappresentati dalle idee, che sono inerti. Ciò nonostante ‑ continua ‑
«I do... know that I, who am spirit or thinking substance, exist, as certainly
as I know my ideas exist», dunque, «I know what I mean by the terms I and
myself». Come lo so? «Immediately or intuitively», cioè senza «percepirlo» come
quando, ad esempio, percepisco un suono. E allora, con mente, spirito, anima,
io intendo proprio «that indivisible, unextended thing which thinks, acts,
perceives». Ho detto ‑ attenzione ‑ «realtà inestesa»: «extended,
figured, moveable things are ideas», e «ciò che pensa» agisce, e non può essere
un'idea, che è inerte; inoltre, «ciò che pensa» percepisce, l'idea è percepita.
Gli spiriti, insomma, sono eterogenei rispetto alle idee [88].
Galluppi
trae le conseguenze a modo suo. L’affermazione berkeleyana che le cose
materiali, ossia quelle intese come estese e divisibili, sono idee,
[217]
renderebbe
legittima, a suo avviso, la reciproca, cioè che le idee sono realtà estese e
divisibili. Che le idee siano reali è lo stesso Philonous a dirlo: «I am not
for changing things into ideas, but rather ideas into things»; ma questa è
un'affermazione che Philonous fa come replica alla accusa di scetticismo; con
essa egli vuol sostenere che davvero esistono le cose che si percepiscono;
infatti aggiunge: «those immediate objects of perception ‑ which,
according to you, are only appearances of things ‑ I take to be the real
things themeselyes». Ma ormai sappiamo che per Berkeley «reale» non significa
«materiale», cioè esteso e divisibile. Galluppi tuttavia preferisce forse
ignorano.
E così,
sulla base di questo equivoco egli riflette. Per Berkeley «l'idea... non può
più riguardarsi come un essere rappresentativo», non solo degli spiriti ma
neppure dei corpi: i corpi non possono essere rappresentati, «perché non
esistono affatto»; intanto lo stesso idealista asserisce che «le nostre idee..,
son cose reali», vale a dire ‑ specifica Galluppi non senza un pizzico di
malizia ‑ «divisibili ed estese», e addirittura dice che sono in Dio. Ma
allora, se le nostre idee son cose reali fuori di noi, e sono estese e
divisibili, «vi è dunque fuor di noi un'estensione divisibile reale»; ma se
«tutto ciò che esiste fuor di noi esiste in Dio», allora «vi è... in Dio
un'estensione divisibile reale». L'affermazione è grave,
non solo perché con essa siamo «pervenuti allo spinosismo», ma anche perché
Berkeley, ponendo che Dio è un essere semplice ed indivisibile, cade in
un'evidente contraddizione: un essere indivisibile contiene le idee, realtà
divisibili e estese [89].
Il porre
le idee in Dio è stato, a giudizio del tropeano, errore gravissimo. Nella
prospettiva idealistica, dato che le nostre idee non sono altro che una
«collezione di sensazioni», allora «segue che le nostre sensazioni sono
formalmente in Dio». Orbene, tra le nostre sensazioni vi sono pure quelle
dolorose; bisogna concludere che «vi sono dunque de' dolori in Dio» [90];
in generale, «segue necessariamente che bisogna ammettere sensazioni in Dio,
piacevoli e dolorose, come noi le abbiamo» [91].
Questa conclusione appare ancor più legittima se si considera che Berkeley,
partendo dal principio che "una causa deve contenere tutto ciò che si
trova nell'effetto", argomenta: la materia, essendo priva di sensazioni e
di percezioni, non può dunque essere la causa delle nostre sensazioni; questa
deve perciò essere una causa in cui esistono le percezioni; quindi deve essere
uno spirito, ed uno spirito infinito. «Ma se la causa... dee contenere tutto
ciò che si trova nell'effetto, lo spirito infinito dee contenere tutti i dolori
che esso produce negli spiriti finiti: il che ripugna all'infinita perfezione
di Dio» [92].
Insomma: «Una causa dee contenere tutto ciò che si trova nell'effetto. Come
intendete voi un tal principio?
[218]
Che la
causa contenga l'effetto eminentemente, o formalmente? Non l'intendete
certamente nel primo senso, poiché in questo senso non ferisce affatto i
difensori della materia; l'intendete dunque nel secondo senso. Ora se Dio dee
contenere formalmente tutto ciò che si trova nelle creature, egli dovrà
eziandio contenere tutti i dolori che nelle creature si trovano» [93].
Anzi, addirittura si cade in una patente «assurdità»: «se le nostre idee, tali
quali il nostro spirito le percepisce, son cose reali, e se esse sono in Dio,
Dio le contiene formalmente; ma alcune delle nostre idee sono dolorose; Dio
soffre dunque del dolore» [94];
detto in altro modo, la causa «dee dunque percepire ciò che fa percepire al mio
spirito»; ma essa produce nel mio spirito percezioni dolorose,» ella è dunque
soggetta al dolore, come lo è il mio spirito» [95].
In realtà,
questa obiezione viene messa, da Berkeley stesso, sulla bocca di Hylas: se le
idee che percepiamo dall'esterno «are in the mind which affects us», allora
anche le idee come quella di dolore «are in God»; ma ciò implica che «God
suffers pain», e quindi che «there is an imperfection in the Divine nature». A
tale osservazione Philonous replica: il fatto che Dio conosca il dolore, e
talvolta produca in noi sensazioni dolorose, non comporta affatto che egli
possa e debba soffrire il dolore. Insomma, bisogna aver chiari i termini del
problema. Gli uomini sono spiriti limitati e dipendenti, ed quindi sono
soggetti alle impressioni dei sensi; tali «effects of an external agent» ‑
«produced against our wills» ‑ «are sometimes painful and uneasy».
Diverso è il caso di Dio, il quale non può esser modificato da un agente
esterno, non percepisce coi sensi, ed ha una volontà assolutamente libera: «it
is evident, such a Being as this can suffer nothing, nor be affected with any
painful sensation, or indeed any sensation at all» [96].
Galluppi
sa bene che Berkeley ha previsto questa difficoltà, ma a suo avviso egli «cerca
invano di risolverla». La nozione di un Dio non modificabile da alcun agente
esteriore è fuori discussione; il fatto è che essa è in contraddizione con la
dottrina idealistica, per la quale le nostre idee sono in Dio. Una tesi,
questa, che Berkeley ribadisce in un modo che a Galluppi appare strano. Dice
l'inglese: è evidente che, delle qualità sensibili che percepiamo, non può
esservi altro «sostrato» che uno spirito «in which they exist», ma vi esistono
«not by way of mode or property, but as a thing perceived in that which
perceives it». Il tropeano replica senza intendere ragioni: «Pretendere che le
qualità sensibili hanno per sostanza uno spirito, e negare che esistano in esso
a guisa di modo o di proprietà, è una contraddizione ne' termini» [97].
[219]
13. Le
contraddizioni e le assurdità di un tale sistema, per Galluppi, balzano agli
occhi di tutti. Eppure, «io sono stato sorpreso sovvente nel vedere che
filosofi di un merito eminente sembrano di non aver ben compreso l'idealismo di
Berkeley» [98].
Egli, in definitiva, si fa vanto di essere praticamente il primo e forse
l'unico ad averlo confutato con metodo: «Io ho esaminato diligentemente tutti
gli argomenti che Berkeley adduce contro la realtà in sé del mondo de' corpi; e
li ho mostrati di niun valore». Fa credito alla sua dottrina di aver proposto
delle valide alternative a quegli errori: «Ho fatto vedere che la nozione della
materia non è mica una nozione assurda, che il commercio fra il corpo e lo
spirito non è impossibile. Ho, coll'esame del fatto primitivo della coscienza,
collocato fra i fatti primitivi l'esistenza de' corpi». Quindi, sintetizzando i
risultati del suo lavoro critico, segnala «tre contraddizioni evidenti», quelle
di fondo, dell'«idealismo oggettivo di questo inglese»: «1. Le nostre idee sono
la collezione delle nostre sensazioni: ciò non ostante sono esse esterne al
nostro spirito; il che vale quanto dire che le nostre idee sono insieme interne
ed esterne al nostro spirito, cioè che sono esse insieme nostre idee e non
nostre idee. 2. Essendo le idee cose reali, ed essendo esse estese, e
formalmente in Dio, si pone in Dio un'estensione reale, nell'atto che si
afferma che egli non è esteso. La sana filosofia dimostra contro il
materialismo, e contro l'idealismo, che la percezione de' composti suppone la
semplicità del soggetto che percepisce, e la realtà della composizione
nell'oggetto percepito. 3. Le nostre idee sono reali ed esistenti in Dio. Ciò
non ostante non vi sono in Dio dolori, né sensazioni di alcune spezie» [99].
Per
Galluppi, ciò che sancisce definitivamente e irrevocabilmente l'inattendibilità
dell'idealismo è la testimonianza della coscienza, che naturalmente viene
supposta assolutamente ed indefettibilmente veritiera. Infatti: «La coscienza
percepisce me come paziente; ora, se l'Io non fosse affetto dagli oggetti esterni,
egli non sarebbe paziente, e la testimonianza della coscienza sarebbe fallace».
Dunque, esiste davvero un mondo esterno. «Inoltre, se l'esistenza degli oggetti
immediati della coscienza è incontrastabile, bisogna ammettere questi oggetti
tali quali si offrono alla coscienza stessa». Quindi esiste un mondo materiale,
esteso. «Se l'esistenza delle sensazioni è incontrastabile, bisogna ammettere
le sensazioni tali quali alla coscienza si offrono. Ora, che cosa è mai la
sensazione, se non un sentire qualche cosa?»; quindi è falsa l'ipotesi
dell'idealismo, secondo la quale «la sensazione non sente alcuna cosa; essa non
è dunque... un sentire, e la sua esistenza è un bel nulla» [100].
[220]
14.
Berkeley non solo nega l'esistenza del mondo esteso, ma ‑ come si accennava
più su ‑ la possibilità stessa dell'estensione: «Chi il crederebbe? Vi è
un filosofo il quale pretende che non vi sia alcuna idea di estensione comune
a' due sensi della vista e del tatto, e che noi non abbiamo alcun'idea generale
dell'estensione: è questi il famoso Giorgio Berkeley» [101].
Galluppi si riferisce a quel passo in cui Berkeley nega che si possa
considerare l'estensione «in abstract», «as being an idea common to two
senses», perché non si può «single out extension from all other tangible and
visible qualities»; una idea di estensione dovrebbe rappresentare «a line or
surface entirely stripped of all other sensible qualities and circumstances
that might determine it to any particular existence»; una tale linea o
superficie non dovrebbe quindi avere neppure una grandezza [102];
ora, poiché «I do not find that I can perceive, imagine, or anywise frame in my
mind such an abstract idea», allora una tale linea o superficie «is perfectly
incomprehensible» [103].
Con ciò, dunque, Berkeley nega non solo la possibilità d'esistenza dell'idea di
estensione, ma di ogni possibile idea astratta.
Per
Galluppi, «qui Berkeley cade... nell'errore dell'empirismo», il quale, negando
appunto l'esistenza nello spirito delle idee astratte e generali, «toglie allo
spirito umano la principale delle sue facoltà attive, ch'è quella di astrarre e
generalizzare» [104].
Checché ne dica l'inglese, «l'idea di una linea in generale, che non sia né
colorata né solida, né di alcuna grandezza determinata, è talmente reale nello
spirito, che di una tale linea appunto si parla quando si asserisce che la
linea retta è la più breve fra due punti»; anzi, mai come «in questa
proposizione lo spirito prescinde da qualunque qualità visibile e tangibile, e
da qualunque grandezza determinata». Certo, «si sa che tale linea non può
esistere in natura»: ma si sa pure che «lo spirito può concepirla», perché può
prescindere da «le determinazioni che l'individuano»; una tale idea è un tipico
«prodotto dell'attività intellettuale» [105].
Ma
Berkeley compie, per il tropeano, un vero passo falso. Egli infatti contesta
che la geometria abbia come oggetto la «abstract extension»infatti, la
geometria «contemplates figures», la figura è determinazione della grandezza,
la «extension in abstract hath no finite determinate magnitude», l'estensione
astratta «can have no figure», allora essa «is not the object of geometry» [106].Ma
‑ replica Galluppi non senza ragione ‑ «l'estensione in astratto è
indeterminata ma non mica infinita»; «Berkeley
[221]
confonde
queste due nozioni»; «tutte le figure generali che sono l'oggetto della
geometria, non hanno grandezza determinata, ma tutte hanno de' limiti» [107].
In verità
l'inglese prosegue: si dice comunemente che «all general truths are concerning
universal abstract ideas», e senza queste idee non si dà scienza, né, in
geometria, una dimostrazione di una proposizione generale; in effetti
«propositions and demonstrations in geometry might be universal», anche se
quelli che le elaborano «never think of abstract general ideas of triangles or
circles» [108].
Galluppi ribatte: elaborare proposizioni universali,
in geometria, significa proprio lavorare con idee astratte e generali. «Se
queste proposizioni non esprimono alcuna conoscenza, sono unioni di vocaboli
voti di senso, ed un tal linguaggio è proprio de' pappagalli… se poi esprimono
conoscenze, queste conoscenze debbono essere universali, ed è assurdo il
supporre conoscenze universali senza idee universali» [109].
Ma ‑
insiste Berkeley ‑ anche Locke mostra, ad esempio, come sia
incomprensibile un'idea generale quale quella di triangolo: questa figura
astratta non ha nessuna caratteristica che ne faccia un tipo specifico di
triangolo, comprende tutte le specie ma non è nessuna di queste; tale figura
ideale «is somewhat imperfect that cannot exist» [110].
Obietta il tropeano: quando il geometra enuncia "la somma degli angoli
interni di un triangolo è uguale a due retti", si riferisce proprio ad un
triangolo generale, senza determinazione individuale, dunque non ad uno
equilatero od ottusangolo, e neppure, ad esempio, a quello equilatero in
generale; anzi, senza questa nozione non si arriverebbe mai ad enunciare quella
proprietà nella forma generale; del resto, se è vero che una cosa indeterminata
non esiste, non è vero che non si possa considerare una cosa a prescindere
dalle determinazioni che l'individuano; questa figura astratta peraltro non
viene "costruita" assommando caratteri specifici dei diversi tipi,
magari contraddittori [111].
15.
Berkeley non si è solo sforzato di dimostrare che non esiste alcuna idea di
estensione comune ai due sensi, a quelli della vista e del tatto. Egli ha
tentato anche di evidenziare che l'estensione, le figure, e i movimenti
«perceived by sight» sono «specifically distinct» da quelle «ideas of touch»
che «are called by the same names»; né esiste qualcosa «as one idea, or kind of
idea» che sia «common to both senses». Si tratta, evidentemente, di
un'affermazione «contrary to the received notions and settled opinion of
mankind», ma non per questo meno vera [112].
Gli oggetti immediati della
[222]
vista sono
la luce e i colori: non ve ne sono altri; ebbene tutti ammettono che «light and
colours» sono «a sort or species entirely different from the ideas of touch», e
nessuno dirà che sono percepibili con il tatto. Allora, quale idea è comune ad
entrambi i sensi? [113].
Certo ‑ prosegue ‑, c'è stato chi, come Locke, ha cercato di
evidenziare come «something more is perceived by sight than barely light and
colours»; insomma, la vista porta all'intelletto anche le idee di spazio,
figura e movimento [114].
Ma «spazio» e «distanza» non sono idee comuni ai due sensi. Quanto alle
«figure» e all'» estensione», chi mai potrà dire che, oltre alla luce e ai
colori, egli possiede un'altra «idea intromitted immediately and properly by
sight»? Del resto, chi potrà affermare di essere in grado di «frame in his mind
a distinct abstract idea of visible extension, or figure, exclusive of all
colour», o, viceversa, di poter «conceive colour without visible extension»? [115].
Per il
barone calabrese «il filosofo citato cambia lo stato della quistione». Non
bisogna far confusione. Circa l'origine de «il fenomeno della distanza
visibile, e quello della continuità visibile nella trina dimensione», certo, i
filosofi disputano: «alcuni riguardano le sensazioni della luce e de' colori
come semplicemente soggettive ed incapaci da sé sole a rivelarci un di fuori;
esse si limitano a modificar l'anima: secondo questi filosofi la distanza, la
grandezza e la figura non sono l'oggetto immediato della vista»; e questa è
appunto l'opinione di Condillac, che «scrisse abbracciando l'opinione del
citato Berkeley» [116].
Tuttavia «la quistione su l'origine del fenomeno è
estranea alla quistione presente» che riguarda «l'origine della idea astratta
di estensione». Osserviamo in noi stessi: «le sensazioni visuali» ci danno «la
continuità in triplice dimensione»; ma lo stesso fenomeno ha luogo «in seguito
alle sole sensazioni del tatto». Dunque, «questo fenomeno è unito tanto colle
sensazioni della luce e de' colori, che colle sensazioni di solidità, di asprezza
ecc.». Bisogna allora concludere che «questo fenomeno è... comune alle
sensazioni della vista ed a quelle del tatto», e pertanto «la dottrina di
Berkeley è falsa «. Inoltre ‑ aggiunge Galluppi con un guizzo di astuzia
teoretica ‑: l'idealista si contraddice vistosamente, perché se non si
può concepire colore senza estensione visibile, ciò comporta, contrariamente a
quanto egli crede e sostiene, che «l'estensione e la distanza son dunque
oggetti immediati della vista» [117].
Insomma ‑ conclude ‑ Berkeley, il quale
[223]
mostra
nelle sue opere «tanto zelo contro lo scetticismo», non ha egli previsto che
«la sua dottrina sullo spirito umano menava dritto all'errore che egli voleva
combattere
Galluppi
fa cenno al tema berkeleyano ‑ che Condillac riprende fedelmente in un
ben noto capitolo del Traité des sensations [118],
‑ per cui la «distanza» non è idea comune a vista e tatto. Ma Berkeley
aveva enunciato addirittura che essa «cannot be seen» in se stessa ed
immediatamente: infatti, nel caso, ad esempio, di un raggio di luna, la
distanza non è che «a line directed endwise to the eye»; ebbene, tale linea
«projects only one point in the fund of the eye»; tale punto «remains
invariably the same», indipendentemente dalla "misura" della distanza
[119].
Galluppi
contesta questa tesi attraverso la confutazione dell'esposizione fattane da
Condillac. Consideriamo la distanza che sussiste tra una estremità e l'altra di
un bastone; ebbene, «percorrendo» con una mano il bastone, essa «riceve
successivamente le impressioni delle sue differenti parti». Lo stesso avviene
con l'occhio. Supponiamo un raggio di luce che parta dalla superficie di un
oggetto; esso è «composto di tanti corpuscoli, i quali sono dotati di
un'immensa celerità»; uno dopo l'altro, ciascuno di tali corpuscoli arriverà
sulla retina del mio occhio impressionandola; si può dire allora che «l'occhio
percorre successivamente tutte le parti del raggio luminoso»; e allora, come
«la mano, percorrendo lungo un bastone, arriva a conoscere la distanza di un
termine dall'altro», così «ugualmente l'occhio, percorrendo tutte le parti di
un raggio luminoso, viene a conoscerne la distanza»; in entrambi i casi la
conoscenza è garantita dal ricordo della sensazione precedente quando si prova
quella successiva [120].
16.
Galluppi crede che ciò che dimostra l'errore comune a Berkeley e Condillac sia
proprio la «parità» tra il bastone e il raggio. In altra opera anzi si dilunga
ad illustrare «i seguenti punti di convenienza» tra i «due complessi
d'impressioni, quello della mano, e quello delle visuali»: «1. La mano
sperimenta successivamente le impressioni delle diverse parti del bastone;
l'occhio sperimenta successivamente le impressioni delle diverse particelle
luminose, onde è composto il raggio di luce; 2. Lo spirito conosce la distanza
per mezzo delle impressioni del tatto, avendo la coscienza insieme di queste
diverse impressioni; lo spirito conosce la distanza per mezzo delle impressioni
visuali, avendo la coscienza insieme di queste diverse impressioni; 3. Affinché
lo spirito abbia la coscienza insieme delle diverse impressioni del
[224]
tatto non
v'interviene solamente la sensibilità, ma eziandio l'operazione della memoria.
Lo spirito ha la coscienza insieme delle diverse impressioni visuali, poiché
queste si fanno con tal rapidità, che egli non sa frapporre alcun intervallo di
tempo fra l'una e l'altra» [121].
Inoltre, riprendendo l'esempio del bastone, muove a segnalare ancora, con un
atteggiamento ‑ diremmo ‑bizantino, «le seguenti similitudini fra
le impressioni del tatto e quelle della vista»: «1. Le impressioni, che un
bastone fa sulla mano è necessario che sieno recate al cervello, affinché
l'anima sperimenti le sensazioni corrispondenti: le impressioni che il raggio
di luce fa sulla retina, è necessario che giungono al cervello, acciò l'anima
abbia le sensazioni che corrispondono; 2. Allorché più bastoni uniti fanno
impressione su diversi punti della mano, lo spirito percepisce un'estensione
solida; allorché più raggi colpiscono diversi punti della retina, lo spirito
percepisce un'estensione colorata; 3. Lo spirito percepisce la lunghezza di un
bastone se la mano lo scorre da un'estremità all'altra; lo spirito percepisce
la distanza o la lunghezza del raggio perché la retina riceve successivamente,
e con somma rapidità, le impressioni de' diversi globetti luminosi dai quali è
composto il raggio luminoso; 4. Siccome lo spirito sente per mezzo della mano i
corpi che battono sull'estremità del bastone opposta a quella che la mano
tiene, così sente per mezzo dell'occhio i corpi che battono su l'estremità
esteriore del raggio che colpisce la retina» [122].
Ma
sussiste davvero tale «parità»? Galluppi non sembra aver considerato il tempo
dell'esperienza. Quello di «percorrenza» del bastone potrà esser più lungo o
più breve a seconda della velocità del movimento della mano, ma «dovrà» essere
finito; arrivato al termine del bastone, se continuo a muovere la mano, di esso
non riceverò più impressioni tattili; nel caso del raggio, invece, di
corpuscoli luminosi arriveranno all'occhio un numero sempre maggiore quanto
maggiore sarà il tempo della mia osservazione dell'oggetto da cui tale raggio
parte; e allora, che dovrò dire? che la distanza di un oggetto varia in
relazione al tempo che dedico alla sua contemplazione?
Ma per il
tropeano «l'analisi de' due fascetti d'impressioni, di quelle del tatto e di
quelle della vista, ci mostra chiaro che la distanza è l'oggetto immediato
della visione, e che Berkeley e Condillac si sono ingannati negandolo». E vero ‑
ammette ‑ «se una linea retta fosse posta in dirittura del centro della
pupilla, non si vedrebbe che un punto»; tuttavia tale considerazione «non è
mica applicabile a' raggi luminosi; ciascuna particella luminosa fa
un'impressione su la retina; queste impressioni si seguitano con una rapidità
prodigiosa, e producono il fenomeno della distanza» [123].
Si
accennava al fatto che, per Berkeley, «distance is not perceived of itself» [124].
Di più: egli e convinto che la distanza vien colta non con una
[225]
«sensazione»,
ma solo con un «giudizio»: «the estimate we make of the distance», ad esempio,
«of objects considerably remote», è chiaramente «rather an act of judgment,
grounded on experience, than of sense» [125].
Tuttavia l'idealista dichiara di non condividere una nota «opinione» ‑ di
cui comunque non rivela la paternità ‑ che pure sostiene che la
valutazione della distanza sia il risultato di un giudizio. Egli afferma di non
aver mai avuto conferma, dalla sua diretta esperienza, del fatto che la mente,
«by a kind of natural geometry», riuscirebbe a stabilire la distanza di una
cosa attraverso l'individuazione ‑ sulla base della percezione della
rotazione degli occhi che si compie mettendo a fuoco l'oggetto ‑ della
grandezza dell'angolo che si forma al punto d'intersezione degli assi ottici [126].
La verità ‑ dice ‑ è che niente prova che ci sia «any natural or
necessary connexion between the sensation we perceive by the turn of the eyes
and greater or lesser distance» [127].
L'«opinione»,
a cui si riferisce Berkeley, è ‑ non sussiste alcun dubbio ‑ un
noto argomento esposto da Malebranche: è lui che, proprio nell'ambito dell'»
examen» dedicato al problema de «la distance des objets», parla di una «espèce
de Géométrie naturelle», riprendendo l'espressione testualmente dalla Dioptrique
di Cartesio [128].
Infatti Malebranche indica, come il primo e più universale mezzo «pour juger la
distance des objets», proprio «l'angle que font les rayons de nos yeux, duquel
l'objet en est le sommet, c'est‑a‑dire duquel l'objet est le point
où ces rayons se rencontrent»; infatti
[226]
«lorsque
cet angle est fort grand, nous voyons l'objet fort proche; et au contraire,
quand il est fort petit, nous le voyons fort éloigné». Insomma, «le changement
qui arrive dans la situation de nos yeux selon des changemens de cet angle, est
le moyen dont nôtre âme se sert pour juger de l'éloignement ou de la proxirnité
des objets» [129].
Comunque,
per Galluppi «i pensamenti di questo idealista preparano lo scetticismo di
Hume» [130].
Perché mai? Forse perché l'inglese sostiene che la correlazione tra la
sensazione prodotta dalla rotazione degli occhi, da una parte, e la maggiore o
minore distanza dell'oggetto, dall'altra, è l'esito di «an habitual or
customary connexion between.., two sorts of ideas», ossia è il frutto di una
«constant experience» che ha colto sempre "associate" «the different
sensations corresponding to the different dispositions of the eyes con «a
different degree of distance in the object» [131].
Galluppi
contesta solo in modo indiretto la tesi berkeleyana che ascrive al giudizio la
conoscenza della distanza: «Se Berkeley ‑ dice ‑ rigetta i giudizi
ammessi da Malebranche», perché afferma di non aver mai avuto coscienza di
esprimere giudizi sulla scorta della «geometria naturale», «ha forse il diritto
di riguardare la percezione della distanza come un giudizio, e non come una
sensazione?». Quindi esprime un rimprovero: «Se Berkeley avesse conosciuto il
pericolo che vi è a mal principiare, egli non avrebbe adottato alla cieca i due
principij da cui è partito, cioè: 1. La distanza non può essere percepita per
se stessa; 2. La distanza non ci è manifestata dalla sensazione ma dal
giudizio». Infine conclude con non celato trionfalismo: «Io ho confutato tutti
e due questi principij; la dottrina dunque di quest'idealista crolla con essi» [132].
17.
L'idealismo berkeleyano, a giudizio del barone calabrese, commette un errore le
cui conseguenze sono più gravi di quanto si possa immaginare.
Togliete
le idee universali ‑ osserva Galluppi con tono severo e con linguaggio
"duro" ‑, la scienza umana è distrutta, e l'uomo è abbassato
alla condizione de' bruti» [133].
Ebbene, alcuni filosofi ne hanno negato l'esistenza, negandone la possibilità:
sono i «nominali», che «pretendono che co' nomi appellativi, e generalmente co'
termini generali, non si associa alcuna idea, e che le idee generali non sono
altra cosa che questi vocaboli». Questa «falsa» opinione ha avuto un'immeritata
fortuna: introdotta da Roscellino,
[227]
maestro di
Abelardo, fu ripresa da Guglielmo d'Occam, e nei tempi moderni è stata
rilanciata da Hobbes e sviluppata da Condillac, Hume, Berkeley, DugaldStewart [134].
In questa schiera di «nominali», come si vede, non compare Locke, il quale,
«secondo l'antica divisione de' partiti», «dee esser posto tra i
concettualisti»; anzi egli ebbe «due famosi contraddittori» proprio in Berkeley
e Hume, che «adottarono completamente l'opinione de' nominali» [135].
Ma è tale
l'assurdità di questo orientamento ‑ prosegue il tropeano ‑che «gli
stessi filosofi che l'hanno difeso, hanno nondimeno involontariamente conceduto
la verità dell'opinione contraria» [136].
Galluppi si riferisce proprio a Berkeley, laddove questi riconosce: un uomo
«may consider a figure merely as triangular, without attending to the
particular qualities of the angles, or relations of the sides»; dunque, «so far
he may abstract» [137].
Si noti la "concessione", a cui Galluppi farà appello per contestare
poi il suo avversario. Tuttavia, nel prosieguo, l'inglese aggiunge: «but this
will never prove that he can frame an abstract, general, inconsistent idea of a
triangle»; e ricorda, a controprova, che noi possiamo certamente considerare
Pietro come un uomo o come un animale, «without framing» tuttavia «the
forementioned abstract idea, either of man or of animal» infatti, in questo
caso, non vien considerato tutto ciò che vien percepito [138].
Per Galluppi, adducendo questi argomenti, «Berkeley manifesta... la falsità del
suo spirito». Per poter considerare Pietro solamente come uomo, o come animale,
bisogna comunque possedere i concetti di uomo, e di animale; ora «questi
concetti son generali ed astratti», dunque «lo spirito umano è capace d'idee
generali ed astratte, e Berkeley si contradice vergognosamente negandolo» [139].
Gran
confusione ‑ secondo Galluppi ‑ fa dunque Berkeley, talvolta senza
accorgersi neppure di scivolare nella contraddizione. Perché mai non avremmo
concetti astratti? Perché ‑ dice l'inglese ‑ non è possibile
«astrarre». Infatti, da una parte, «I deny that I can frame a general notion,
by abstracting from particulars»: l'idea di un uomo dev'essere l'idea di un
uomo bianco o nero, alto o basso: un'idea dell'essere umano totalmente
astratta, completamente priva di determinazioni, «I cannot, by any effort of
thought, conceive». E, d'altra parte, non è possibile «abstract from one
another, or conceive separately, those qualities which it is impossible should
exist so separated»: ad esempio, non posso rappresentarmi un'idea di moto
distinta e separata da un corpo che si muove, quindi l'idea di un moto che non
sia né lento né veloce [140].
[228]
Dov'è la
contraddizione denunciata da Galluppi? «Concepire una figura puramente come
triangolare, facendo astrazione dalle qualità degli angoli e dalla lunghezza
de' lati» ‑ come Berkeley, secondo la "concessione" indicata
più sopra, ha detto che si può fare ‑ «è appunto concepire separatamente
delle cose che nel fatto sono inseparabili»; infatti, «ove è il triangolo
reale, che non abbia gli angoli e i lati di una certa dimensione?». «Similmente
considerare Pietro semplicemente come uomo, o come animale, si è considerare
come separate delle cose, che nel fatto sono inseparabili» [141].
L'aspetto
curioso di questa polemica è che entrambi gli interlocutori, in realtà, fanno
appello, in ultima istanza, alla testimonianza del senso intimo. Berkeley, in
fondo, invita ad osservare dentro se stessi per verificare, ad esempio, se
esiste l'idea di un moto che sia privo di una qualsivoglia velocità. Galluppi
chiama ugualmente ad un'attenta introspezione per giudicare della sua
"verità", che è contraria e contraddittoria rispetto a quella
dell'inglese: «non è forse una verità attestataci dal senso intimo, che noi
possiamo concepire distintamente un triangolo senza conoscere, e per
conseguenza senza concepire la maggior parte delle proprietà, senza le quali
esso non può aver esistenza? E non possiamo noi concepire un uomo senza
concepire le particolari determinazioni necessarie alla sua esistenza e senza
le quali la sua esistenza è impossibile?» [142].
La
negazione dell'idea astratta, tuttavia, per Berkeley non significa la negazione
della possibilità delle idee generali: «I do not deny absolutely there are
general ideas, but only that there are any abstract general ideas» [143];
e, d'altra parte, le idee generali non implicano l'esistenza di idee astratte.
Quando si dice "tutto ciò che è esteso è divisibile" si parla, certo,
dell'estensione in generale, ma l'enunciato non implica in alcun modo
un'inesistente idea di estensione priva di determinazioni o separata da ogni
possibile determinazione; il suo carattere "generale" si coglie
meglio nella traduzione di quel principio nei seguenti termini: "qualunque
estensione ‑ sia essa una linea, o una superficie, o un volume, di questa
o di quella grandezza, con questa o quella forma ‑ è divisibile" [144].
In casi come questi, «an idea which, considered in itself, is particular,
becomes general by being made to represent or stand for all other particular
ideas of the same sort»; quando un geometra vuol mostrare come dividere una
linea retta in due parti uguali, compie un'operazione su una linea
«determinata», particolare, la quale, in questa circostanza, rappresenta tutte
le linee rette possibili, nel senso che quel che viene dimostrato relativamente
ad essa vale per tutte le altre linee; sicché «that particular line becomes
general by being made a sign»: ma
[229]
segno non
di una linea astratta, bensì di tutte le possibili linee determinate; e
analogamente, il termine "linea" diventa anch'esso generale essendo
stato preso come segno che denota tutte le possibili linee dello stesso tipo [145].
Berkeley
si è sforzato di procedere tenendo conto di tutti i necessari passaggi logici.
Galluppi contesta tagliando corto, come se tutta l'articolazione, che il
pensatore inglese ha conferito ai suo discorso, fosse vana chiacchiera. «Se la
linea particolare è segno di una linea generale lo spirito dee avere l'idea di
una linea generale. Il segno è ciò la cui idea eccita l'idea di un'altra cosa» [146].
Berkeley
addirittura si premura di chiarire ‑ a dimostrazione del fatto che l'idea
generale "rappresenta" tutte le possibili realtà particolari dello
stesso genere ‑, che, sebbene io dimostri, ad esempio, su un particolare
triangolo, in specie isoscele e rettangolo, la proprietà, di ogni triangolo,
che la somma degli angoli interni è uguale a due retti, tuttavia posso
estendere con certezza la dimostrazione a tutti i triangoli perché né l'angolo
retto, né l'eguaglianza dei lati, né la loro determinata lunghezza sono
determinanti o in qualche modo implicati nella dimostrazione [147].
Galluppi dal canto suo, sordo ad ogni argomento, ribadisce: «per esser certo
che nella dimostrazione non sieno entrati gli elementi particolari enunciati,
fa d'uopo distinguere ciò che è comune a tutti i triangoli da ciò che non lo è;
e quindi è necessario aver l'idea generale del triangolo». E conclude: «Tutti
gli argomenti di Berkeley contro l'esistenza delle idee universali sono sofismi
infelicissimi, e vergognose contraddizioni» [148].
18. Sì, è
vero, nell'esame critico della dottrina idealistica Galluppi assume un
atteggiamento più morbido di quello adottato nei confronti dei materialisti.
Tuttavia, non solo non fa concessioni a Berkeley, ma neppure si lascia andare
ai riconoscimento di qualche piccolo merito. Forse perché sul piano teoretico
l'idealismo è, per lui, l'immagine esattamente speculare del materialismo:
l'uno nega precisamente quel che l'altro ammette come fondamentale. Sicché i
principi che sono a sostegno dell'uno e dell'altro non solo sono eterogenei, ma
addirittura contrari e reciprocamente escludentisi: «Il materialista vuoi tutto
spiegare per mezzo della materia e del moto. L'idealista vuoi tutto spiegare
per mezzo dello spirito e delle idee» [149].
Entrambi, alla fin fine, rappresentano delle posizioni radicali, estreme, dei
tutto ingiustificate. Anzi, delle posizioni mal fondate, a causa di un comune
errore procedurale: la scarsa attenzione alla testimonianza del senso intimo.
[230]
Peraltro,
alla base dei due movimenti di pensiero c'è ‑ secondo il tropeano ‑
lo stesso pregiudizio; anzi è singolare che uno stesso errore porti a due
conclusioni del tutto opposte. L'erroneo pregiudizio è l'impossibilità di un
vero rapporto tra anima e corpo, e, in generale, tra due sostanze eterogenee:
«Gl'idealisti negano la realtà de' corpi, e si fondano principalmente su
l'impossibilità del commercio fra l'anima sostanza spirituale, e il corpo sostanza
materiale... Da un'altra parte i materialisti, ponendo, come un fatto
incontrastabile, l'esistenza de' corpi e della materia, credono impossibile
l'esistenza dell'anima spirituale: e ciò su l'appoggio di essere impossibile
qualunque commercio fra sostanze di diversa natura» [150].
Ma quel
che forse egli non riesce a perdonare a Berkeley è l'argomento ‑a suo
giudizio assolutamente inconsistente ‑ addotto contro l'esistenza
oggettiva della realtà corporea. Gli oggetti materiali, estesi e divisibili,
hanno una loro innegabile consistenza esterna. Né conta l'eventuale obiezione
che nella vita potrebbe accadere come nei sogni, ossia che consideriamo
esistenti delle cose che non lo sono. Il paragone ‑ per Galluppi ‑
non ha né capo né piedi. Da svegli, circa l'esistenza della realtà oggettiva
dobbiamo esprimere un giudizio. La verità o la falsità dell'affermazione
risiede nei giudizi, che sono una attività» dello spirito. Nel sogno invece «lo
spirito... è solamente in uno
stato
passivo»; quindi «non può avere luogo in lui alcun giudizio», e pertanto «in
tale stato lo spirito non è capace né di errore né di verità», dato che «per
potersi a lui imputare l'errore, è necessario che abbia il pieno possesso della
sua attività», allora «tutte le obbiezioni.., che gl'idealisti ricavano dai
sogni e dalla follia non hanno alcun valore» [151].
Tutta la
costruzione idealistica doveva apparirgli un farneticante lavorio di una
ragione poco attenta ai «fatti» e poco vigile sull'esecuzione delle sue stesse
procedure. Sicché quel pensiero che doveva erigere barriere insormontabili
contro scetticismo e ateismo, si fa cogliere poco credibile perché
contraddittorio, si rivela un combattente dall'aspetto minaccioso ma munito di
un'arma spuntata, e non solo incapace al punto di non riuscire ad attingere gli
«organi vitali» dell'avversario, ma anche tanto sprovveduto da esporsi come
bersaglio immobile persino ai colpi di chi non gli è proprio nemico.
E per
questo, dunque, che egli scrive: «Io confesso.., che per quanti sforzi abbia
fatto, di comprendere l'idealismo di Berkeley, non sono riuscito a togliere dal
mio spirito queste due evidenti contraddizioni: 1. Le nostre idee sono la
collezione delle nostre sensazioni; ciò nonostante son esse esterne al nostro
spirito; 2. Le nostre idee sono reali ed esistenti in Dio: ciò nonostante non
vi sono in Dio sensazioni; più, la causa delle nostre percezioni dolorose dee
contenerle: ciò nonostante non soffre dolori» [152].
[231]
19. Spesso
il tropeano ama mettere, i pensatori che prende in esame, a confronto con
altri; talvolta per indicare un'affinità talaltra per additare un contrasto, in
qualche caso per mostrare un debito storicamente accertabile e in qualche altro
per segnalare una filiazione tanto indiretta da rivelarsi quasi subito solo
presunta. Così fa pure per Berkeley.
Si è fatto
cenno più su alla convinzione galluppiana che gli errori propri dell'idealismo
di Berkeley siano lo sviluppo di quelli della filosofia di Malebranche. Circa
tale derivazione, il barone calabrese è esplicito. Non solo afferma:
«L'idealismo soggettivo, che oggi non lascia di contaminare la filosofia
alemanna, è derivato dalle dottrine Leibniziane su l'anima. L'idealismo
oggettivo è derivato dalle opinioni di Malebranche, ed è stato insegnato
affermativamente da Berkeley» [153];
ma, scendendo in dettaglio, rileva, da filosofo analitico, il quale medita sul
corso della filosofia» ‑ quindi esplicitamente segnalando l'assunzione
del punto di vista dello storico della filosofia, pur non abbandonando
l'«habitus» del teoreta ‑, che la dottrina di Malebranche sulle cause
naturali e sulle sensazioni «fecero nascere» non solo «i saggi di Hume sulla
causalità», ma anche «i dialoghi e la nuova teorica su la visione di Berkeley» [154].
Ma qual è
il principale lascito di Malebranche? Galluppi lo enuncia in due luoghi
diversi; le due formulazioni appaiono quasi identiche: «Malebranche aveva
cercato di provare, che i nostri corpi non possono essere la causa efficiente
delle nostre idee sensibili, o delle nostre sensazioni; Berkeley è partito
dalla stessa dottrina: una causa efficiente, ha egli detto, è una causa attiva;
ora io non concepisco altra azione se non che l'atto del volere, e questo
appartiene allo spirito» [155],
Tuttavia Berkeley non si è limitato ad ereditare i «principi» del filosofo
cartesiano; è andato ben oltre: «Malebranche aveva riguardato i corpi come
causa occasionale delle nostre sensazioni; Berkeley insegnò che essi non
possono essere né causa istrumentale, né occasionale delle nostre sensazioni» [156].
Sicché, in conclusione: il primo ha immaginato che l'oggetto della nostra
percezione siano «i corpi intelligibili, che egli pone in Dio», ed ha derivato
«che noi vediamo in Dio l'universo»; il secondo, «rigettando come assurda
l'esistenza de' corpi reali, ha riguardato come oggetti delle nostre percezioni
le sole idee, le quali egli suppone di esistere nello spirito infinito» [157].
Ma ‑ nota Galluppi con un'impennata critica ‑ se questo nostro
universo «è una collezione d'idee», e se «queste non possono esistere che in
uno spirito infinito», allora si deve dire
[232]
che
Berkeley ha posto «l'esistenza formale dell'universo sensibile in Dio»; ma
evidentemente.., non si è accorto che «il Dio a cui egli ci menava era il Dio
di Spinoza», un pensatore da lui stesso contestato [158].
L'accostamento
di Berkeley, un «idealista», a Spinoza, che il tropeano accusa di
«materialismo», non deve meravigliare. Egli li accomuna anche in altra opera,
in una pagina, non troppo limpida, di sapore metodologicostoriografico, dove
entrambi sono presentati come panteisti. Dopo aver fatto la distinzione tra un
«panteismo pluritario», che ammette una molteplicità di sostanze, e un
«panteismo unitario», o monista ‑ «è questo il panteismo di Spinoza» ‑,
che naturalmente riconosce una sola sostanza, egli aggiunge che quest'ultimo si
presenta o sotto la forma del «panteismo materialista», per il quale l'unica
sostanza è la materia, o sotto quella del «panteismo idealista», che prevede
come unica sostanza lo spirito, come nel caso della filosofia di Berkeley, il
quale «negava l'esistenza de' corpi, ma ammetteva l'esistenza delle anime come
spiriti, e di Dio loro creatore» [159].
La visione
filosofica berkeleyana ‑ secondo il tropeano ‑ prende però corpo
anche attraverso la confutazione di alcune tesi di filosofi altrettanto
illustri. Ad esempio, dalla contestazione della nota tesi di Cartesio che
«l'estensione è una sostanza, e che l'essenza del corpo consiste
nell'estensione» [160].
E addirittura ‑ dice Galluppi non senza qualche esagerazione ‑ si
può affermare che il pensatore inglese «dedusse l'idealismo» dall'abolizione
della distinzione tra idee primarie e secondarie posta dal suo famoso
conterraneo J. Locke [161].
È vero che l'impugnazione di tale distinzione lo accomunò a molti altri
filosofi; ma si trattava di una scomoda compagnia, dal momento che, su questo
fronte, si trovava al fianco di Bayle, Maupertuis, Hume e Condillac, ovvero di
«scettici» e «fatalisti» [162];
ai quali del resto ‑ segnala Galluppi ‑ egli resta legato anche per
altre tesi teoretiche, come ad esempio quella del «nominalismo», la quale
appunto «è stata, nei tempi moderni, riprodotta da Obbes, da Condillac, da
Hume, da Berkeley» [163].
E da
notare che mentre Galluppi richiama l'attenzione sugli elementi di continuità
tra Berkeley e Malebranche, non evidenzia a dovere la condivisione, da parte
dello stesso Berkeley, di molti interessi speculativi di Locke. Comunque
sottolinea bene il fatto che, a sua volta, la filosofia di Berkeley ‑che
sappiamo essere stata oggetto d'attenzione per molti pensatori ‑ dà
significativo impulso ad altre formulazioni teoretiche, o quanto meno ne
anticipa alcuni temi specifici. Non solo, ad esempio, l'inglese ha precorso
Condillac
[233]
sul tema
della percezione della distanza [164],
ma il suo idealismo, in concorso con lo scetticismo di Hume, «diede la nascita
alla filosofia del senso comune, il cui primo autore è l'illustre Tommaso Reid»
[165].
Certo, la fece nascere per via di opposizione; preso atto, infatti, che «le
scuole di Cartesio, di Leibnizio, di Locke, o ci danno de' principi che menano
all'idealismo, o ci lasciano incerti su l'esistenza de' corpi», «la filosofia
scozzese cercò di porre un argine al torrente dello scetticismo, e
dell'idealismo, insegnati da Hume, e da Berkeley». Sicché si può dire pure ‑
conclude Galluppi ‑ che Reid, dimostrando che l'uomo percepisce
immediatamente l'esistenza degli oggetti esterni, può ascrivere a suo merito
«di avere confutato con argomenti invincibili l'ipotesi filosofica delle idee» [166].
Ma c'è una
ragione per cui la filosofia di Berkeley, sul piano storiografico, è certamente
da biasimarsi: essa ha dato origine alla forma più pungente di scetticismo,
quello di Hume, «da cui è nato... l'idealismo trascendentale di Kant, sistema
che distrugge radicalmente la realtà delle nostre conoscenze».
Non c'è
dubbio, le intenzioni dell'idealista sono più che buone: infatti questo
filosofo addirittura «si propone di rovesciare lo scetticismo». I fatti però
dimostrano che «la dottrina di Berkeley ha influito a produrre un effetto
contrario a quello che questo idealista aveva intenzione di far nascere». Del
resto non ci vuol molto a scoprire le affinità tra i due inglesi: «Hume ha
ammesso la dottrina di Berkeley in due punti principali: 1. Noi non possiamo
percepire altra cosa, se non che le nostre idee; queste non possono essere
simili agli oggetti a cui si riferiscono; 2. Le nostre idee non sono cause
efficienti le une delle altre; esse sono in congiunzione, ma non mica in
connessione». Dunque, è da assegnarsi principalmente alla dottrina berkeleyana
la responsabilità di aver offerto lo spunto a Hume di ricavare due principi
assolutamente inammissibili: «1. Ii conflitto fra la ragione e l'istinto; 2. La
insufficienza del principio della causalità, per istabilire alcuna realtà
esterna al proprio me», e di aver consentito allo scetticismo di consolidare la
propria posizione mettendo l'uno contro l'altro l'idealismo e il realismo, in
modo che ‑ facendo leva ognuno sulle proprie plausibili ragioni ‑
si confutassero a vicenda [167].
20. E
opportuno, a questo punto, ritornare al problema del perché Galluppi definisce
come idealismo il pensiero di Berkeley.
Il
tropeano ricorre spesso al Degérando, come fonte di storiografia filosofica;
infatti ne consulta frequentemente i testi, e lo cita espressamente. Ebbene,
nella sua Histoire comparée lo studioso francese a più
riprese parla
[234]
proprio di
«idealisti». Egli ritiene che nel «quinto periodo» della storia della cultura
filosofica occidentale ‑ che è quello corrispondente all'età moderna ‑
tengono il campo tre grandi scuole: oltre a quella di Leibniz, ci sono quella
di Cartesio e quella di Bacone. Mentre Cartesio lascia il testimone a
Malebranche, Bacone trova degli eredi «legittimi» in Locke e poi in Reid,
Condillac e Bonnet; a questa linea di successione “autentica” si affiancano
tuttavia due filoni che hanno con la dottrina baconiana «una sorta di affinità»
e che, nel loro divergere da essa, assumono caratteri per i quali si oppongono
reciprocamente: accanto al filone di Hobbes e di Helvétius convive quello di
Berkeley «modifié depuis par Hume» [168].
Questo
schema storiografico non corrisponde a quello proposto da Galluppi. Resta però ‑
questo è significativo ‑ che entrambi concordano nell'intravedere l'esito
più coerente del pensiero di Berkeley nella speculazione di Hume. E forse fu
proprio Degérando a convincere Galluppi che «rien ne doit paraItre plus
completement absurde que les systèmes d'Idéalisme, et rien cependant ne paraIt
plus spécieux» [169].
Per il pensatore francese è inspiegabile che, con un tale sistema ‑ il
quale chiaramente «implique contradiction» [170]‑,
«Berkeley et Hume ont conquis la moitié de l'Angleterre», così come è
incredibile che «Leibniz et Kant ont propagé en Allemagne, sous diverses
formes, un Idéalisme plus ou moms absolu» [171].
Comunque,
che Degérando veda opposti tra loro gli orientamenti di Hobbes e di Berkeley,
non è cosa di poco conto. Più avanti egli parla di una contrapposizione tra
«l'école de Hobbes et celle des Idéalistes», che giudica les deux termes
extremes» della serie di filosofi «qui ont suivi le principe de l'experiénce».
Quale la ragione della contrapposizione? Ma perché ‑ dice ‑, mentre
gli esponenti della prima pongono a fondamento del conoscere l'impression
externe», gl'idealisti «se renferment d'une manière absolue dans la sensation
intérieure» [172].
Non c'è dubbio, dunque, che per lui Berkeley ‑ il quale, a suo giudizio,
ha avuto «le mérite» d'aver compiuto, sul "principio delle nostre
conoscenze", «une des recherches les plus profondes, le plus ingénieuses
dont l'histoire de la philosophie nous offre l'exemple» [173]‑
è un «idealista», che si contrappone agli sviluppi «materialistici»
dell'empirismo. Ma si tratta di un idealista ‑ qui il suo giudizio è
consonante con quello del Galluppi ‑ sulla via dello scetticismo, di un
filosofo che «ne s'est soustrait lui‑meme au scepticisme absolu» se non
«en recourant au grand principe métaphysique de la liaison des effets aux
causes» e «en
[235]
ramenant
par son secours, dans l'univers anéanti, l'image auguste de l'être des etres» [174].
Più
avanti, Degérando, approfondendo tale discorso, parla degli idealisti come di
coloro che «ne reconnaissent, ... dans nos sensations et nos idées, que le
produit de notre activité intérieure»: «il n'existe donc pour eux que des
intelligences» e «toute réalité pour eux est renfermé dans ce monde intellectuel»
[175].
E, perché non insorgessero dubbi su ciò cui egli si riferiva, Degérando
aggiunge che «Pitagore, Platon, Plotin avaient seulement indiqué cette doctrine
que Berkeley et Hume ont developpée d'une manière brillante parmi les modernes»
[176].
Berkeley dunque occupa un suo preciso posto nella lunga storia di tale
orientamento speculativo. Ciò corrisponde a quanto lo stesso Galluppi pensava.
Ma
Degérando arricchisce il quadro storiografico. Egli indica ‑ e
l'indicazione corrisponde a quella offerta da Galluppi ‑ in Cartesio le
origini dell'idealismo contemporaneo [177],
ed afferma pure che Malebranche lo porta ben «plus loin que Descartes» [178],
mentre Leibniz ne offre una variante «pratica». Quanto a Berkeley, «pressant
les conséquences rigoureuses de ce principe de Descartes et de Locke», ossia
che le sensazioni non son che «nos propres manières d'être», e tesaurizzando la
lezione di Cartesio e di Leibniz, che lo spirito non dispone di altro punto di
partenza che le proprie idee, egli non ha potuto non «avouer un Idéalisme
complet et absolu», che ha cercato invano di attenuare con una professione di
«spiritualisme» [179];
egli è uno di quegli idealisti «qui se refugient dans le spiritualisme» [180];
ma la vera natura della filosofia di Berkeley l'ha rivelata Hume, allorché «a
detaché le spiritualisme de l'Idéalisme»: con ciò ha purificato l'idealismo da
un elemento estraneo, ma «s'est ainsi rapproché du Scepticisme».
Tuttavia
egli esplicita chiaramente le ragioni per cui vede, sul piano «teoretico»,
fronteggiarsi come avversari il materialismo e l'idealismo. Circa il problema,
infatti, «quelle est la realité des connaissances?», il primo ‑ dice ‑
«veut la restreindre aux simples objets externes qui agissent sur nos organes»,
il secondo «veut la restreindre aux seules opérations intérieures de l'esprit» [181].
Questa
contrapposizione è condivisa da Galluppi, quando ad esempio ricorda che il
materialista vuol spiegare tutto per mezzo della materia e del moto, mentre al
contrario l'idealista vuole tutto spiegare per mezzo dello
[236]
spirito e
delle idee [182].
Egli anzi ‑ lo abbiamo visto ‑ coglie
anche le implicazioni dei due orientamenti sul piano della riflessione morale,
o meglio su quello della determinazione della norma di comportamento etico.
Tuttavia,
mentre Galluppi vede irriducibilmente opposti i due sistemi, e quindi esclude
ogni possibilità di una loro integrazione, a causa dell'inconciliabile
eterogeneità degli stessi principi su cui essi si fondano, Degérando invece ‑
fedele al verbo "eclettico" dei suoi tempi e della sua area culturale
‑ afferma che «L'Idealisme et le Matérialisme se cornplètent»;
l'affermazione troverebbe fondamento ne «la double réalité des objets connus
par les sens interieures et par les sens externes» [183];
anzi ‑ aggiunge a chiarimento e a sostegno della
sua convinzione ‑ «la presque universalité des philosophes accorde une
egale réalité aux objets des sensations intérieures et des sensations externes,
c'est‑a‑dire, au moi et aux corps»
[184].
Galluppi, certo, avrebbe potuto senz'altro dichiarare
il suo consenso a questa concezione che egli avrebbe definito «dualistica», ma
non avrebbe potuto giammai accettare l'idea di una reciproca integrazione tra
due sistemi che hanno entrambi il difetto, di origine e di natura, della più
radicale e "chiusa" unilateralità.
Sicché,
sebbene i due studiosi, Degérando e Galluppi, concordino su parecchi argomenti,
e soprattutto pur affermando entrambi che quello berkeleyano sia un
«idealismo», tuttavia si ha il sospetto che l'idealismo di cui parla il primo
non sia esattamente quello a cui allude il secondo, e quindi si ha motivo di
pensare che la loro diversità nella complessiva valutazione storiografica abbia
fatto sì che Galluppi abbia rifiutato Degérando come punto di riferimento per
il lavoro ermeneutico e valutativo, e che quindi non sia stato il francese a
suggerire a Galluppi il termine, e la corrispondente definizione, per la
caratterizzazione del pensiero del filosofo inglese.
Non è
ingiustificato, quindi, cercare più indietro la fonte. Dei resto, Antonio
Genovesi ‑ altro pensatore a cui Galluppi fa ricorso non solo per
l'acquisizione di informazioni ma anche per l'orientamento interpretativo ‑nei
suoi Disciplinarum metaphysicarum elementa non ci
offre lumi circa il problema che si sta trattando. Nel terzo torno, non fa
alcun cenno ai filosofo inglese né quando, parlando «de natura mentis humanae»,
espone la definizione di «idea» e offre un resoconto delle tesi più rilevanti
in merito [185],
né quando, più avanti, a proposito della proposizione «Mens humana est
substantia incorporea», fa un accenno a ciò che sostengono i «philosophi hujus
aetatis», né allorché, discutendo «de unione mentis et corporis», riserva una
trattazione al terna «de idearurn natura et origine», in, cui pure parla
[237]
certo di
Locke [186],
e di Malebranche [187],
ma appunto non di Berkeley. E neppure lo ricorda, nel
primo torno, discutendo «De spatio, infinito, duratione et motu», nel quale
pure accenna ai principali orientamenti speculativi sul terna della realtà
materiale e, al proposito, ricorda esplicitamente che per Locke «materia est
tota extensio solida» [188].
Inoltre, pur dedicando, nel primo tomo, qualche
osservazione agli «Angli Metaphysici» [189],
e pur parlando, nel quinto, «de praecipuis Britannis
Philosophis», discutendo «De physiologia recentiorum» nell'ambito della
«Dissertatio I physico-historica» [190],
tuttavia il nome di Berkeley non trova posto accanto a
quello dei suoi conterranei F. Bacone, H. More, R. Cudworth, J. Locke, E.
Stillingfleet, J. Newton, S. Clarke, J. Toland, e, tra altri ancora, soprattutto
accanto a quello di Th. Hobbes, a cui Genovesi dedica fin troppo frequentemente
la sua attenzione. Allora non è affatto impresa inutile o inopportuna cercare
una fonte più antica, magari una fonte tale che sia anche soltanto
congetturabile come comune a Galluppi ed a Degérando.
21. Si è
accennato al fatto che il tropeano è stato in gioventù un lettore attento di
testi di Wolff. Del resto è lui stesso che lo dice nelle Note
Autobiografiche redatte nel 1822; a proposito dell'interesse
per il pensiero di Leibniz maturato tra i discepoli del suo maestro G.A. Ruffa,
afferma apertamente: «io mi applicai alla lettura delle opere di Wolfio» [191].
Si è ricordato pure che nella sua Psychologia
rationalis il filosofo tedesco parla di idealisti, offrendone una precisa
definizione. La definizione, nella redazione originale, è la seguente:
«Idealistae dicuntur, qui nonnisi idealem corporum in animabus nostris
existentiam concedunt; adeoque realem mundi et corporum existentiam negant». Si
è notato infine che, pur avendo essa una portata generale, tuttavia non
dovrebbe sorprendere che qualcuno abbia potuto ‑ e possa ‑vedervi
compresa anche la dottrina di Berkeley; infatti dell'c idealismo» Wolff parla
evidenziandone gli aspetti ontologici; ovvero, la sua definizione ha a che fare
prima con l'ontologia e poi con la gnoseologia: è l'ontologia
«irnmaterialistica» che fa da fondamento alla gnoseologia «idealistica».
Ciò che
veramente sorprende è che lo stesso Wolff faccia rientrare Berkeley nella
cerchia degli idealisti. Infatti egli asserisce testualmente: «inter idealistas
nomen suum recentius professus est Georgius Berckely, Collegii
[238]
Trinitatis
quod Dublini in Hibernia est», facendo espressamente riferimento ai Three
Dialogues editi ‑ ricorda ‑ in lingua inglese nel 1713.
Questo inserimento sorprende perché Berkeley è contemporaneo, quasi coetaneo,
di Wolff. Comunque, a questo punto si ha ragione di arguire con notevole
verosimiglianza che egli ‑ in Psychologia rationalis,
I, I, 36, 25 ‑ sia stato davvero il primo ad aver
definito «idealista» il pensatore inglese.
Ma
Galluppi ha veramente letto la Psychologia rationalis di
Wolff? Perché solo in questo caso siamo messi in condizione di asserire, con
notevole approssimazione al vero, ch'egli abbia attinto la definizione direttamente
da Wolff. Ma su questo non è possibile in alcun modo nutrire dei dubbi; egli ne
cita addirittura dei passi, e con una certa frequenza. E allora ‑ bisogna
chiedersi ‑ esistono elementi che ci inducano alla convinzione che il
tropeano abbia innanzi proprio quest'opera di Wolff nel discutere di Berkeley,
in modo che si possa poi asserire con certezza che non solo la definizione del
pensiero dell'inglese come «idealismo», ma anche, se possibile, la critica che
egli muove contro di esso, siano debitrici al lavoro speculativo del pensatore
tedesco?
Abbiamo
ricordato più sopra una pagina in cui Galluppi dapprima distingue tra un
«panteismo pluritario», che ammette una molteplicità di sostanze, e un
«panteismo unitario», o monista, che riconosce una sola sostanza, e poi
aggiunge che quest'ultimo si presenta o sotto la forma del panteismo
materialista», per il quale l'unica sostanza è la materia, o sotto quella del
«panteismo idealista», che prevede come unica sostanza lo spirito. A quanto già
da noi ricordato, Galluppi fa seguire la notazione che il «panteismo
idealista», può assumere due distinte forme: pur sostenendo entrambe
l'esistenza di una molteplicità di spiriti, la prima ‑ il «panteismo
pluritario idealista» ‑ ammette che essi sono sostanze per sé esistenti
ed eterne, la seconda ‑ il «panteismo unitario idealista» ‑
sostiene che essi sono solo manifestazioni diverse di un unico spirito
infinito. Quindi Galluppi ricorda che anche il «panteismo materialista» può
essere «pluritario» e «unitario»; anzi, può essere anche «dualista», nel senso
che, come nel caso di Spinoza, ammette sia l'estensione infinita sia il
pensiero infinito come due distinti attributi dell'unica sostanza [192].
A
proposito di questa classificazione Galluppi non dichiara alcun debito verso
nessuno. Tuttavia è evidente che essa, pur rivelando un diverso "punto di
vista", risente non poco dell'influsso di tutto quanto sta proprio
"intorno" a quel passo della Psychologia rationalis di
Wolff in cui leggiamo la definizione degli «idealistae». Nella «Sectio I», «de
anima humana in genere et facultate cognoscendi in specie», al «Caput I», «de
natura et essentia animae», Wolff dopo aver segnalato che esistono pensatori
che «demonstrare
[239]
conantur»
che l'anima non è materiale [193],
effettua delle distinzioni. Si dicono «monistae» quei filosofi che «unurn
tantummodo substantiae genus admittunt» [194];
sono monisti dunque sia i «materialistae» [195]
che gli «idealistae» [196].
I primi perché, come Hobbes, «tantummodo entia materialia, sive corpora,
existere affirmant» [197],
e quindi «animam pro ente materiali habent» [198];
i secondi perché, come Berkeley, «nonnisi animae existentiam admittunt»,
«animam pro ente immateriali habent» e «corpus vero omne nonnisi in numerum
idearum ejus referunt» [199].
Certo,
Wolff non parla di «panteismo» come fa Galluppi: questo è il particolare
"punto di vista" del tropeano. Ma la distinzione, all'interno dei
filoni "materialistico" e "idealistico", della forma
"monistica" da quella "pluralistica", pur essendo
esplicitata dal tropeano, è comunque implicita, in quanto lo sottende, in
questo discorso wolffiano sul monismo. Comunque, se si considera ‑ e la
cosa ha un suo rilievo ‑ che l'opposizione, la quale abbiamo visto esser
comune a Degérando e a Galluppi, tra materialisti e idealisti è stata posta per
primo proprio da Wolff, il quale l'ha "incarnata" in quella tra
Hobbes e Berkeley, allora non è azzardato considerare altamente vicina al vero
l'ipotesi che questo testo di Wolff non solo sia stato letto da Galluppi, ma
abbia quasi rappresentato una guida per la sua comprensione e la sua
valutazione storiografica del pensiero di Berkeley. Peraltro ‑ sia detto
ad integrazione ‑ Galluppi, ad un certo punto del suo discorso, ricorda
che l'idealismo può assumere anche la forma «egoista», in cui «non si ammette
che l'Io solamente, il quale si riguarda come l'assoluto e la sola realtà»; e
dice: «è questo il panteismo insegnato da Fichte» [200].
Ora, anche Wolff parla di «egoismo» come un tipo di «idealismo», ma ‑
evidentemente ‑ senza riferirsi a Fichte, bensì a Malebranche. Forse
l'idea di un «idealismo egoista «il tropeano l'ha attinta proprio dal pensatore
tedesco, anche se su questo punto egli sembra correggere Wolff, o quanto meno
sembra semplificare il discorso del tedesco. Il quale sostiene: «Idealistarum
quaedam species sunt Egoistae»; essi sono coloro che «nonnisi sui, quatenus
nempe anima sunt, existentiam realem admittunt», e quindi «entia cetera, de
quibus cogitant, nonnisi pro ideis suis habent»; sicché gli egoisti sono
idealisti in quanto «realem mundi existentiam negent, nec corporibus nisi in
ideis suis existentiam concedant»; si distaccano invece dagli altri idealisti
in quanto «hypothesin Idealistarum ad corporum existentiam restrictam etiam
[240]
ad animas
extendant, et entia immaterialia quaecunque alia» [201].
Insomma per entrambi questa è una forma esasperata di idealismo; dice Wolff:
«Idealismi apex est Egoismus, ultra quern progredi non licet»; gli fa eco
Galluppi: «L'idealismo consiste nell'ammettere solamente l'esistenza degli
spiriti e de' pensieri, e nel negare l'esistenza de' corpi. L'ultimo grado
dell'idealismo è l'egoismo, cioè l'opinione, la quale nega l'esistenza non
solamente de' corpi, ma eziandio quella di tutti gli altri spiriti fuori del
proprio» [202].
Dunque, si
può dire che, sotto questo profilo, Wolff ha esercitato senza mediazioni una
sua influenza su Galluppi. Ovvero, il tropeano, per orientarsi nella
valutazione storiografica del pensiero di Berkeley, ha attinto direttamente dai
testi wolffiani gli elementi delle "coordinate", ossia quei punti di
riferimento che il filosofo leibniziano aveva acutamente individuato e che
senza riserve metteva a disposizione di altri. Probabilmente quegli elementi
hanno costituito, per il mondo colto europeo, una specie di "canone",
a cui ci si atteneva anche quando veniva accolto attraverso mediazioni, e,
addirittura, anche nel caso che se ne ignorasse la fonte. Ed allora la
diversità di valutazione del pensiero «idealistico», che divide Degérando da
Galluppi, non può non colpire. Quale la ragione di quella diversità? Forse non
è propriamente, o non è solo di metodologia storiografica. Il francese, più in
sintonia coi suoi tempi, si allontana, ‑ comunque sia, intenzionalmente o
di fatto ‑ per ragioni teoretiche dall'interpretazione offerta da Wolff,
a cui invece il tropeano, anch'egli per ragioni speculative, resta saldamente
fedele. Il primo vede materialismo e idealismo come due facce dell'intero, due
aspetti unilateriali dell'unica vera concezione filosofica. Galluppi ritiene
irrecuperabili i due tronchi, proprio perché ognuno nega ciò che l'altro pone a
fondamento: ed è appunto quel che sostiene Wolff, quando, per esempio, parlando
degli idealisti, asserisce che essi «quatenus vero a Materialistis differunt,
iisdem prorsus oppositi sunt, contrarium ejus statuentes, quod Materialistis
verum videtur» [203].
La vera
concezione speculativa ‑ per Galluppi ‑ si configura come un
«dualismo» in cui l'esistenza del «fuori di me» e quella del «me' sono talmente
connesse da rendere persino assurda l'assolutizzazione unilateriale dell'una o
dell'altra, ovvero da rendere impossibile che l'affermazione dell'una debba
comportare la negazione dell'altra. E non a caso Galluppi parla di dualismo; ne
ha già parlato Wolff, proprio in seguito al discorso su materialismo e
idealismo, e in opposizione a queste due visioni "parziali":
«Dualistae sunt, qui et substantiarum materialium, et immaterialium existentiam
[241]
admittunt»;
ovvero sono quei filosofi che non solo, contro gl'idealisti, «corporibus realem
extra ideas animarum existentiam concedunt», ma anche, contro i materialisti,
«animarum immaterialitatem defendunt» [204].
Anzi,
anche sotto questo aspetto è possibile ammettere che il tropeano abbia
sottocchio il testo wolffiano, e che lo abbia in una considerazione ben superiore
a quella connessa alla semplice consultazione. Basta osservare i contesti in
cui i due filosofi parlano di «dualismo». Dopo la definizione dei «dualistae»,
Wolff opera la distinzione tra «dogmatici» e «sceptici» [205];
quindi contrappone gli «idealistae» ai «dualistae» in relazione ‑ si noti
‑ al problema dell'anima. I primi, non solo «affirmant animam,
substantiam immaterialem, existere et idearum successionem esse mundum, quem
dicimus materialem», ma «negant vero extra ideas animae quicquam ipsis simile
existere». I secondi ugualmente «affirmant animam esse substantiam
immaterialem», ma affermano che quest'anima è «a corpore prorsus diversam»,
quindi ritengono che «corpora extra ideas ejus realem existentiam habere»: con
la qual cosa essi «negant quod Idealistae affirmant de existentia corporum», i
quali si risolvono in idee, così come negano «quod Materialistae defendunt»,
cioè che i pensieri consistono nel movimento di una certa materia sottilissima [206].
Ora, nel
secondo volume delle Lezioni, Galluppi affronta questioni
di psicologia. Egli, seguendo attentamente un criterio di gradualità, afferma
che l'anima è molteplice ‑ ce ne sono tante quanti gl'individui umani ‑,
che è «sostanza «, e che è di natura «semplice» e «spirituale»; quindi confuta
l'orientamento dei materialisti circa i temi affrontati. Poi passa a provare
1'» immortalità», contestualmente alla confutazione della tesi della sua
mortalità sostenuta dai materialisti. E in questo contesto che Galluppi
asserisce: «L'anima umana, dicono i Materialisti, è materiale, ella è dunque
mortale. L'anima umana, dicono i Dualisti, è semplice o spirituale, ella è
dunque immortale. Il primo argomento è falso; il secondo è vero». Anch'egli
dunque ‑ anche se in modo meno articolato, più schematico ‑
contrappone i materialisti ai dualisti, e anch'egli effettua questa
contrapposizione nello specifico ambito dei problemi relativi alla natura
dell'anima.
Si
potrebbe andare oltre; si potrebbe forse mostrare, attraverso un'analitica
comparazione, come il discorso wolffiano ispiri in concreto i contenuti
dell'argomentazione con cui Galluppi critica il pensiero di Berkeley e confuta,
in genere, l'orientamento idealistico. Ma non e il caso di soffermarvisi ora.
Conviene invece ricordare che l'accusa principale mossa da Galluppi a Berkeley ‑
[242]
il
pensatore inglese, pur volendo combattere lo scetticismo, di fatto ha aperto le
porte a questo errore teoretico, ed è finito poi col cadervi dentro ‑in
effetti ha un riscontro nel testo wolffiano. Wolff, in verità, non condivide
quell'accusa, ma, come si vedrà, solo per ragioni formali. Il pensatore tedesco
fa un discorso complesso. Egli distingue i «dogmatici» dagli «scettici». I
primi sono coloro che «veritates universales defendunt»: si chiamano dogmatici
perché «veritates universales, aut propositiones universales, dicuntur dogmata,
in oppositione ad facta»; essi affermano e negano in universale [207].
I secondi sono coloro «qui metu erroris committendi, veritates universales
insuper habent», e quindi «nihil affirmant, nihil negant in universali» [208].
Ebbene, gl'idealisti, in quanto affermano che le anime sono sostanze
immateriali, ed anche in quanto sostengono che le realtà materiali non hanno
esistenza fuori delle idee, non sono per questo da considerarsi scettici. In
base alle definizioni da lui stesso proposte, Wolff non ritiene di poter
definire «scettici» gl'idealisti: essi non hanno avuto paura di affermare «in
universali» le loro tesi, non hanno esitato a proporre delle «veritates
universales». Tuttavia ricorda che «sunt equidem, qui Idealistas Scepticorum
omnium absurdissimos appellant»; gl'idealisti, infatti, negando la «existentiam
realem corporum» e spiegando i fenomeni materiali «per ideas suas», ossia
attraverso le modificazioni dell'anima, commettono un errore speculare rispetto
a quello che compiono i materialisti allorché negano l'esistenza reale
dell'anima, e spiegano i pensieri attraverso le modificazioni del corpo. Ma,
conclude Wolff, «non jam de eo quaeritur, utrum recte sentiant Idealistae, dum
ita statuunt, sed num eadem sentiant cum scepticis; quod nullo modo tueri
licet» [209].
Galluppi è più deciso: un idealista come Berkeley non solo si fa banditore di
una concezione teoretica errata; egli, se pure non pensa come gli scettici,
comunque favorisce lo scetticismo, allorché, non dando vero e pieno credito
alle sensazioni, disconosce «la continuità in triplice dimensione» del reale
che le stesse sensazioni offrono all'attenzione della mente, e negando contro
ogni evidenza l'esistenza oggettiva di un «fuori di me» esteso, materiale,
correlativo al «me» nel processo cognitivo, toglie alla nostra conoscenza del
reale il suo oggettivo fondamento, il suo fermo e solido ancoraggio.
[1] GALLUPPI, EdF, II, 16. GALLUPPI, EdF = P. GALLUPPI, Elementi di Filosofia, VI Edizione, Volume II, Stabilimento tipografico Tramater, Napoli 1853 (indicazioni: volume, pagina).
[2] GALLUPPI, LF, III, 85. GALLUPPI, LF = P. GALLUPPI, Lettere Filosofiche, a cura di G. Bonafede, ESA, Palermo 1974 (indicazioni: lettera, pagina).
[3] GALLUPPI, LF, IV, 103.
[4] GALLUPPI, LF, X, 178.
[5] GALLUPPI, LF, X, 192.
[6] GALLUPPI, LF, X, 178 e 179.
[7] BERKELEY, TD, III, 356 sgg.
BERKELEY, TD = G. BERKELEY, Three Dialogues between Hylas and
Philonous, in Works, collected and edited with Preface ad Annotations by
Alexander Campbell Fraser, vol. I, Oxford, At The Clarendon Press, 1871 (indicazioni:
dialogo e pagina).
[8] BERKELEY, TD, III, 359-360.
[9] WOLFF, PR, I, I, 36, 25. WOLFF, PR = Chr. WOLFF, Psychologia rationalis, ed. J. Ecole, Gesammelte Werke, II Abt., Band 6, Hildesheim 1972 (indicazioni: sezione, capitolo, paragrafo, pagina).
[10] BERKELEY, TD, 7, I, 278‑279. Cfr. LOCKE, HU, I, II, VIII, 9‑25, 119‑128. LOCKE, HU = J. LOCKE, An Essay concerning Human Understanding, in The Works of J. Locke in ten volumes, voll. 1‑3, a new edition, London 1823, repr. by Scientia Verlag Aalen, 1963 (indicazioni: volume, libro, capitolo, paragrafo, pagina).
[11] BERKELEY, PHK, Intr., 11‑13, 142‑146. BERKELEY, PHK = G. BERKELEY, A Treatise concerning the Principles of Human Knowledge, in Works, collected and edited with Preface ad Annotations by Alexander Campbell Fraser, vol. I, Oxford, At The Clarendon Press, 1871 (indicazioni: parte, paragrafo, pagina). Cfr. LOCKE, HU, I, II, XI, 10‑11, 149, e HU, II, III, III, 6, 168. Quanto alla prima pagina lockiana, Berkeley si riferisce specificamente agli argomenti che, dopo aver parlato del «Naming» (pgf. 8) e dell' «Abstraction» (pgf. 9), Locke adduce per mostrare che l'astrazione è propria degli uomini, ed è assente nei bruti (pgff. 10‑11).
[12] GALLUPPI, CdC, VI, 133; cfr. GALLUPPI, LF, X, 196. GALLUPPI, CdC = P. GALLUPPI, Saggio filosofico sulla critica della conoscenza, Terza edizione, Gabinetto Letterario, Napoli 1846 (indicazioni: tomo, pagina).
[13] GALLUPPI, LF, X, 192.
[14]
BERKELEY, TD, I, 259.
[15]
GALLUPPI, LM, I, Intr., XIV‑XV.
GALLUPPI, LM = P. GALLUPPI, Lezioni di Logica e di
Metafisica, III edizione, 3° vol., Tramater, Napoli, 1853
(indicazioni: volume, lezione, pagina).
[16] GALLUPPI, CdC, VI, 119.
[17] GALLUPPI, CdC, VI, 127.
[18]
GALLUPPI, CdC, IV, 45.
[19] GALLUPPI, CdC, VI, 134.
[20] GALLUPPI, CdC, VI, 133 e 140.
[21]
GALLUPPI, CdC, VI, 134, 137, 141.
[22]
GALLUPPI, CdC, VI, 134.
[23]
GALLUPPI, CdC, IV, 46.
[24] GALLUPPI, CdC, II, 179.
[25] GALLUPPI, CdC, VI, 62.
[26] GALLUPPI, EdF, II, 15.16.
[27] GALLUPPI, CdC, VI, 63; LM, I, XXVIII, 144.
[28] GALLUPPI, CdC, II, 68.
[29] GALLUPPI, IT, I, 5, 289. GALLUPPI, IT = P. GALLUPPI, Considerazioni filosofiche su l'idealismo trascendentale e sul razionalismo assoluto, in Lettere Filosofiche, a cura di G. Bonafede, ESA, Palermo 1974 (indicazioni: parte, paragrafo, pagina).
[30] GALLUPPI, CdC,
VI,
62.
[31] GALLUPPI, CdC, VI, 64.
[32] GALLUPPI, CdC, VI, 111; LM, I, XXVII, 139.
[33] GALLUPPI, LM, I, XXVII, 139; LM, I, XXVIII, 146.
[34] GALLUPPI, CdC, VI, 115; LF, X, 192.
[35] BERKELEY, TD, I, 265.
[36] BERKELEY, TD, I, 265‑266.
[37] BERKELEY, TD, I, 270.
[38] BERKELEY, TD, I, 278.
[39] BERKELEY, TD, I, 279.
[40] BERKELEY, TD, I, 283.
[41] BERKELEY, TD, I, 298.
[42] GALLUPPI, Cdc, VI, 117.
[43] Ibidem.
[44] BERKELEY, TD, III, 360.
[45] GALLUPPI, LM, I, XXVII, 139.
[46] GALLUPPI, CdC, VI, 119‑120.
[47] GALLUPPI, CdC, VI, 121.
[48] GALLUPPI, CdC, VI, 122.
[49] GALLUPPI, CdC, VI, 123.
[50] GALLUPPI, CdC, VI, 125.
[51] BERKELEY, TD, I, 289‑290.
[52] Ibidem.
[53]
GALLUPPI, CdC, VI, 126.
[54] BERKELEY, TD, I, 294.
[55] BERKELEY, TD, I, 294‑296.
[56] BERKELEY, TD, I, 296.
[57]
GALLUPPI, CdC, VI, 126.
[58] BERKELEY, TD, I, 291‑292.
[59] GALLUPPI, CdC, VI, 127‑128.
[60] GALLUPPI, CdC, VI, 128.
[61] GALLUPPI, CdC, VI, 139; LF, X, 198.
[62] GALLUPPI, CdC, VI, 139; LF, X, 197.
[63] GALLUPPI, CdC, II, 153.
[64] Ibidem.
[65] GALLUPPI, LM, I, XXX, 153.
[66] GALLUPPI, CdC, IV, 218; CdC, VI, 117.
[67] GALLUPPI, LF, X, 197.
[68] GALLUPPI, LF, X, 198.
[69] BERKELEY, TD, II, 309.
[70] BERKELEY, TD, II, 310‑311.
[71] BERKELEY, TD, II, 312.
[72] BERKELEY, TD, II, 313.
[73] GALLUPPI, CdC, VI, 128‑129.
[74] GALLUPPI, LF, X, 195.
[75] GALLUPPI, CdC, VI, 132.
[76] BERKELEY, TD, II, 304; cfr. PHK, I, 90, 202‑203.
[77] BERKELEY, TD, II, 304.
[78] GALLUPPI, CdC, VI, 132.
[79] GALLUPPI, CdC, VI, 133; LF, X, 197.
[80] GALLUPPI, CdC, VI, 133; LF, X, 198.
[81] BERKELEY, TD, II, 307.
[82] BERKELEY, TD, II, 308.
[83] GALLUPPI, LM, II, LXXXIV, 224.
[84] BERKELEY, TD, II, 308.
[85] GALLUPPI, EdF, II, 120.
[86] BERKELEY, TD, III, 333.
[87] BERKELEY, TD, III, 324.
[88] BERKELEY, TD, III, 326.
[89] GALLUPPI, CdC, VI, 134‑135.
[90] GALLUPPI, CdC, VI, 135.
[91] GALLUPPI, LF, X, 199.
[92] GALLUPPI, CdC, VI, 135‑136.
[93] GALLUPPI, CdC, VI, 137.
[94] Ibidem.
[95] GALLUPPI, LF, X, 198.
[96] BERKELEY, TD, III, 336.
[97]
BERKELEY, TD, III, 333;
GALLUPPI, CdC, VI, 137.
[98] GALLUPPI, CdC, VI, 138.
[99] GALLUPPI, CdC, VI, 139‑140.
[100] GALLUPPI, EdF, II, 16‑17.
[101] GALLUPPI, CdC, IV, 41.
[102] BERKELEY, NTV, 122, 91. BERKELEY, NTV = G. BERKELEY, An Essay towards a New Theory of Vision, in Works, collected and edited with Preface ad Annotations by Alexander Campbell Fraser, vol. I, Oxford, At The Clarendon Press, 1871 (indicazioni: proposizione, pagina).
[103] BERKELEY, NTV, 123, 91.
[104] GALLUPPI, CdC, IV, 41.
[105] GALLUPPI, CdC, IV, 42.
[106] BERKELEY, NTV, 124, 92.
[107] GALLUPPI, CdC, IV, 42.
[108] BERKELEY, NTV, 124, 92.
[109] GALLUPPI, CdC, IV, 43.
[110] BERKELEY, NTV, 125, 92.
[111] GALLUPPI, CdC, IV, 44.
[112] BERKELEY, NTV, 127, 94.
[113] BERKELEY, NTV, 129, 95.
[114] Cfr. LOCKE, HU, II, 9, 9, 133‑134. Nel luogo citato, Locke, dimostrando che «Ideas of sensation often changed by the judgment», asserisce che «sight» è «the most comprehensive of all our senses», «conveying to our minds» non solo «the ideas of light and colours», le quali «are peculiar only to that sense», ma anche «the far different ideas of space, figure and motion», «the several varieties whereof change the appearances of its proper object», vale a dire appunto «light and colours».
[115] BERKELEY, NTV, 46, 55‑56; NTV, 130, 95.
[116] GALLUPPI, CdC, IV, 45.
[117] GALLUPPI, CdC, IV, 46.
[118] Cfr. CONDILLAC, TdS, III, III, 1‑30, 278‑287, e TdS, III, IV, 287. CONDILLAC, TdS = E. BONNOT DE CONDILLAC, Traité des sensations, in Oeuvres philosophiques de Condillac, ed. G. Le Roy, vol. I, Paris 1947, pp. 219‑319 (indicazioni: parte, capitolo, paragrafo, pagina). Vedi infra, nota 128.
[119] BERKELEY, NTV, 2, 35.
[120] GALLUPPI, CdC, II, 164.
[121] GALLUPPI, LM, II, LXXXII, 201.
[122] GALLUPPI, LM, II, LXXXII, 202.
[123] GALLUPPI, CdC, II, 166: LM, II, LXXXII, 200.
[124] BERKELEY, NTV, 2, 35; cfr. NTV, 18, 39.
[125] BERKELEY, NTV, 3, 35.
[126] BERKELEY, NTV, 19, 40; NTV, 20, 40; per la formazione dell'angolo, cfr. NTV, 16, 39.
[127] BERKELEY, NTV, 17, 39.
[128] DESCARTES, AT, VI, VI, 137. A proposito della «vision de la distance», a cui è dedicato tutto il VI «Discorso» (pp. 130‑147), Cartesio dice che «nous cognoissons... la distance par le rapport qu'ont les deux yeux l'un a l'autre», appunto «comme par une Geometrie naturelle». DESCARTES, AT = R. DESCARTES, Oeuvres de Descartes, ed. Ch. Adam et P. Tannery, vol. VI, J. Vrin, Paris 1973. La Dioptrique occupa le pp. 81‑228 (indicazioni: volume, «Discorso», pagina). Dunque, per sintetizzare, la tesi per la quale la percezione della distanza avverrebbe attraverso una specie di "naturale" calcolo geometrico, fa capo a Cartesio. Essa fu ripresa da Malebranche. Ma fu contestata da Berkeley, e confutata da F.‑M. A. VOLTAIRE, Elémens de la philosophie de Newton, 1741, parte II, capp. VI‑VII, e da CONDILLAC, nel capitolo del Traité des sensations dedicato a «Comment l'oeil apprend a voir la distance, la situation, la figure, la grandeur et le mouvement» (TdS, III, III, 1‑30, 278‑287). L'occhio, sostiene Condillac, "apprende" a percepire la distanza grazie alle esperienze del tatto. La "prima" esperienza della distanza è quella degli oggetti che sono «a la portée de la main» della "statua"; i suoi occhi «sont guidés par le toucher» e in seguito anche dalla memoria di precedenti esperienze tattili; quindi «elle s'accoutume peu‑a‑peu a voir sans le secours du toucher»; ed è per questo eccesso di confidenza nella vista che crediamo poi che l'idea della distanza, come quella della grandezza e della forma, non sia stata acquisita attraverso il tatto. Sicché «Il nous est devenu si naturel de juger à l'oeli des grandeurs, des figures, des distances et des situations, qu'on aura peut‑être encore bien de la peine a se persuader que ce ne soit là qu'une habitude due à l'expérience. Toutes ces idées paroissent si intimement liées avec les sensations de couleur, qu'on n'imagine pas qu'elles en aient jamais été séparés» (TdS, III, IV, 1, 287)
[129] MALEBRANCHE, RdV, I, IX, III, 109. È opportuno comunque tener presente tutto il pgf. III dedicato all' «Examen des moyens pour reconnoître la distance des objets», pp. 109-111. MALEBRANCHE Rdv = N. MALEBRANCHE, De la Recherche de la Verité, voll. 2, edité par Geneviève Rodis‑Lewis (Oeuvres Complètes), Librairie J. Vrin, Paris, 1962 (indicazioni: torno, libro, paragrafo, pagina).
[130] GALLUPPI, CdC, II, 178.
[131] BERKELEY, NTV, 17,39.
[132] GALLUPPI, CdC, II, 179.
[133] GALLUPPI, LM, I, XVII, 89.
[134] GALLUPPI, LM, I, XVI, 84.
[135] GALLUPPI, LM, I, XVII, 89‑90.
[136] GALLUPPI, LM, I, XVII, 90.
[137] BERKELEY, PHK, Intr., 16, 148.
[138] Ibidem.
[139] GALLUPPI, LM, I, XVII, 89.
[140] BERKELEY, PHK, Intr., 10, 142.
[141] GALLUPPI, LM, I, XVII, 90.
[142] GALLUPPI, LM, I, XVII, 91.
[143] BERKELEY, PHK, Intr., 12, 144.
[144]
Ibidem.
[145] BERKELEY, PHK, Intr., 12, 145.
[146] GALLUPPI, LM, I, XVII, 91.
[147] BERKELEY, PHK, Intr., 16, 148.
[148] GALLUPPI, LM, I, XVII, 91.
[149] GALLUPPI, LM, III, CVII, 113.
[150] GALLUPPI, LM, II, LXXVII, 157‑158.
[151] GALLUPPI, EdF, II, 19; LM, I, XXVII, 140‑141.
[152] GALLUPPI, LF, X, 199.
[153] GALLUPPI, CdC, VI, 64.
[154] GALLUPPI, CdC, II, 71.
[155] GALLUPPI, LF, X, 194; cfr. CdC, VI, 128, dove all'espressione «i nostri corpi» viene sostituita quella generalizzante «i corpi».
[156] GALLUPPI, LF, X, 194. Identica la forma in cui viene espressa la stessa idea in CdC, VI, 128.
[157] GALLUPPI, CdC, VI, 112.
[158] GALLUPPI, CdC, VI, 138.
[159] GALLUPPI, FdV, IV, 6‑7. GALLUPPI, FdV = P. GALLUPPI, Filosofia della volontà, 4 voll., Napoli, 1832‑1840 (indicazioni: volume, pagina).
[160] GALLUPPI, LM, II, LXXXIV, 224.
[161] GALLUPPI, CdC, II, 155.
[162] GALLUPPI, CdC, II, 115.
[163] GALLUPPI, LM, I, XVI, 84.
[164] GALLUPPI, CdC, II, 164; BERKELEY, NTV, 2, 35.
[165] GALLUPPI, CdC, II, 154.
[166] GALLUPPI, LM, I, XXVIII, 145.
[167] GALLUPPI, LF, X, 200.
[168] DEGERANDO, HC, I, 22‑23. DEGRANDO, HC = M. DEGERANDO, Histoire comparée des systémes de philosophie relativement aux principes des connaissances humaines, Paris 1804 (indicazioni: torno, pagina).
[169] DEGERANDO, HC, III, 286.
[170] DEGERANDO, NC, III, 322.
[171] Ibidem.
[172] DEGERANDO, NC, I, 442.
[173] DEGERANDO, NC, I, 449.
[174] DEGERANDO, HC, I, 456.
[175] DEGERANDO, NC, II, 381.
[176] DEGERANDO, NC, II, 342.
[177] DEGERANDO, NC, II, 44.
[178] Ibidem.
[179] DEGERANDO, NC, III, 286.
[180] DEGERANDO, NC, III, 323.
[181] DEGERANDO, HC, II, 342.
[182] GALLUPPI, LM, III, CVII, 113.
[183] DEGERANDO, HC, II, 342.
[184] DEGERANDO, HC, II, 380.
[185] GENOVESI, DME, III, Pref., Def. VI, 35‑36. GENOVESI, DME = A. GENOVESI, Disciplinarum Metaphysicarum Elementa mathematicum in morem adornata, 3 voll., Bassano, 1764 (indicazioni: tomo, capitolo, pagina).
[186]
GENOVESI, DME, III, III, 190‑194. Circa
«de unione mentis et corporis», Genovesi, in DME, III, II,
149 segg., tratta estesamente le tesi del «Systema
Malebranchianurn», oltre che fare una «Systematis leibnitiani enarratio». Da
notare poi che in DME, III, I, 71‑73, circa
la Prop. I, il Genovesi, al pgf. 7, si
sofferma sulla polemica tra Locke e Stillingfleet.
[187] GENOVESI, DME, III, III, 194‑201.
[188] GENOVESI, DME, I, VII, 50‑51 (prop. LX VII).
[189] GENOVESI, DME, I, Proleg., 7.
[190] GENOVESI, DME, V, 111, 95 (pgf. IV).
[191] GALLUPPI, NA, 389. GALLUPPI, NA = P. GALLUPPI, Note Autobiografiche, in Lettere Filosofiche, a cura di G. Bonafede, ESA, Palermo 1974.
[192] GALLUPPI, FdV, IV, 6‑7.
[193] WOLFF, PR, I, I, 31, 23‑24.
[194] WOLFF, PR, I, I, 32, 24. 195
[195] Ibidem.
[196] WOLFF, PR, I, I, 37, 25.
[197] WOLFF, PR, I, I, 33, 24-25.
[198] WOLFF, PR, I, I, 35, 25.
[199] WOLFF, PR, I, I, 37, 25.
[200] GALLUPPI, FdV, IV, 7.
[201] WOLFF, PR, I, I, 38, 26.
[202] WOLFF, PR, I, I, 43, 29; GALLUPPI, CdC, VI, 63; IT, I, 6, 290.
[203] WOLFF, PR, I, I, 37, 26.
[204] WOLFF, PR, I, I, 39, 26.
[205] WOLFF, PR, 1, 1, 40, 26‑27 e 1, 1, 41, 27.
[206] WOLFF, PR, I, I, 43, 28‑29.
[207] WOLFF, PR, I, I, 40, 26‑27.
[208] WOLFF, PR, I, I, 41, 27.
[209] WOLFF, PR, I, I, 42, 27‑28.