Giuseppe Tortora

Dialettica: concetto «severo e antico»



Uno degl’indiscutibili pregi di Raffaello Franchini fu il suo costante parlar chiaro. Pregio umano e scientifico. Nessun infingimento nel suo discorrere corrente, anche quando s’abbandonava alla sottile ironia. E nessuna obliquità nel suo argomentare scientifico.

Dunque, anche i suoi lavori sono “chiari”. Egli stesso enunciava l’obiettivo e – poiché riusciva a coniugare il rigore intellettuale con una vivace passionalità – dichiarava pure sia le circostanze che l’avevano indotto ad avviare una ricerca, e sia, senza mezzi termini, i suoi bersagli polemici.

Cosí dunque anche per un testo che ebbe sorprendente successo e conobbe molte edizioni: Le origini della dialettica [1], in cui egli dichiarava apertamente l’intento confutatorio, che stava all’origine della sua ricerca, asserendo con decisione pari solo all’orgoglio: «noi non abbiamo nulla da nascondere» [2].

Un discorso sulla storia della dialettica, il suo, che non nacque da pura esigenza storiografica, ma da istanze squisitamente teoretiche [3]. Egli lo concepí come un nuovo tentativo di rilanciare il vero «linguaggio della ragione». Il destinatario di questo discorso era quello ch’egli individuava e designava come l’«antistoricismo contemporaneo» [4]. Tentativo coraggioso, per chi ricordi il clima del tempo. Infatti alla fine degli anni Cinquanta, cioè all’epoca in cui redasse il saggio in questione, gli «antistoricisti» vivevano una loro stagione di successi: non solo erano parecchi, dentro e fuori d’Italia, ma alcuni di loro erano pure molto autorevoli.

Nel campo antistoricista, comunque, Franchini individuava due schieramenti: da una parte, i neopositivisti e gli esistenzialisti, e dall’altra i marxisti. Si può discutere sulla legittimità dell’accoppiamento. Ma per Franchini, al di là dello specifico teoretico che caratterizza posizioni tanto diverse, c’era tra loro un forte denominatore comune. Antistoricisti i primi per aver messo in disuso la ragione dialettica; i secondi per aver abusato della dialettica distorcendone il senso [5].

Quello degli «antistoricisti» di prima specie era una sorta di «sragionare». Naturalmente Franchini era convinto che la ragione è intrinsecamente dialettica. Ma questa non era una mera “posizione”. A favore della sua convinzione egli adduceva la costante tradizione dialettica del pensiero occidentale. Dunque, quello di neopositivisti ed esistenzialisti era un ragionare ingiustificatamente estraneo alla nostra tradizione intellettuale.

Ai marxisti muove l’accusa di aver fatto un uso cattivo della dialettica. Sulla base del fuorviante suggerimento di Marx stesso, essi hanno creduto acriticamente che Hegel sia stato l’«inventore» della dialettica. Insomma, Hegel avrebbe còlto pienamente ed esposto completamente le forme generali del movimento dialettico, e quindi avrebbe segnato una cesura rispetto alla tradizione del pensiero occidentale [6]: e Marx – nella considerazione dei marxisti – avrebbe ereditato questa concezione della dialettica come legge del «movimento».

Che Hegel non fosse l’inventore della dialettica, non è una mera “asserzione” di Franchini, potendo egli addurre a suo favore i riferimenti che Hegel stesso fa al pensiero antico. Hegel infatti, com’è noto, prospetta egli stesso – correttamente, a giudizio di Franchini – la sua dialettica come una piú piena assunzione di consapevolezza di quanto, ancora in forma non completamente esplicita, andava circolando finanche nel pensiero greco classico.

Tuttavia appare evidente che a Franchini interessa fare i conti principalmente con i marxisti. La circostanza è presto enunciata: «La necessità di chiarificazione, che è alla base dei nostri interessi, prende infatti il suo avvio e stimolo da una attuale piú o meno taciuta e sotterranea querelle, in cui il campo sembra quasi totalmente, o almeno fragorosamente, tenuto dai marxisti, che passano la maggior parte del loro tempo a proclamarsi “eredi” della concezione hegeliana della dialettica».

Le pagine da lui scritte avrebbero dovuto smentire questa “bugia” che, nella sua valutazione, poteva esser risibile se non fosse stata accreditata teoreticamente e quindi presa molto sul serio negli ambienti intellettuali [7].



Questa di Franchini, dunque, non intende proporsi come opera storica. Certo, egli si preoccupa di assicurare che nel suo lavoro sono state adottate tutte le cautele della metodologia storiografica; tuttavia egli correttamente dichiara di voler privilegiare il suo ruolo d’interprete, enunciando il principio idealistico – tutto “speculativo” – della superiorità del «movente» sull’«oggetto»: il presente storico ha una priorità di valore sul passato assunto a oggetto storiografico, costituendo la ragion d’essere della ricerca storiografica, la cui “ricostruzione” poi è l’esito de «la necessaria sintesi dei due» [8].

L’indagine sulle origini – a cui Franchini si è accinto nell’opera in questione – non è dunque mero esercizio di storiografia filosofica. Franchini sa bene che «ritornare alle origini» – com’egli fa – potrebbe significare, per alcuni, cedere alla tentazione di annullare il presente, sfuggire ai termini dell’attualità della questione legata al concetto su cui s’indaga. Ma questa, nella sua corretta valutazione, è una perfida distorsione della storiografia. Quando si è sinceramente bisognosi di capire il presente, allora il modo piú stringente di affrontare il problema “attuale” è quello di risalire alle sue origini: ciò significa individuare la genesi del concetto, seguire il suo divenire, il suo tradursi in una successione di “fatti”, per abbracciare cosí tutti gli sviluppi e per cogliere tutte le articolazioni con cui quel problema è pervenuto, nei fatti, fino al presente [9].

Che l’obiettivo di Franchini sia squisitamente teoretico, lo chiarisce e ribadisce egli stesso anche nella prefazione alla seconda edizione. Qui, ammettendo con malcelato compiacimento che il suo volume aveva riscosso un indiscutibile successo, lamentava che dai consensi ricevuti – anche in autorevoli e accurate recensioni – non traspariva l’interesse a porre in modo globale il problema della dialettica; vale a dire, il volume non era riuscito – com’egli sottolinea – «ad aprire o riaprire un dibattito teoretico sul tema generale della dialettica» [10].

La ragione che Franchini individua trova concretezza in un’accusa grave di pusillanimità ch’egli, in forme pur rispettose, lancia all’ambiente filosofico, ma anche piú generalmente culturale, del suo tempo. Gl’intellettuali – questa è la certezza presentata in forma di sospetto –, troppo proni ai diktat della cultura dominante, o anche solamente emergente, hanno accettato, senza alcuna voglia di rimettere in discussione la loro scelta, il monopolio istaurato dai neomarxisti sul tema della dialettica; un monopolio ch’essi conservano finanche ricorrendo a forme di terrorismo culturale.

Insomma – è la costatazione amara ma non rassegnata di Franchini – l’unica dialettica di cui pare oggi abbia senso parlare è la «dialettica storica» quale «dialettica delle classi».

Ai neo-marxisti – cosí attenti a tutelare e promuovere la loro egemonia e perciò cosí solleciti a lanciare mode e parole d’ordine –, muove un’accusa anche piú pesante; i loro «grovigli ideologici» prendono avvio e motivazione da «suggestioni extrascientifiche» ai fini, talvolta, del conseguimento di miserrimi «vantaggi immediati» ; dunque – bisogna asserirlo ad alta voce – quei «grovigli ideologici» niente hanno a che fare con la cultura: e mai e poi mai possono stimolare in modo efficace «quella ripresa effettiva e severa dei nostri studi» che troppa gente, ipocritamente, si limita soltanto a auspicare [11].

In questi giudizi – fieri ma in verità fin troppo inclementi – si sente rivivere, in notevole misura e con rilevante intensità, il clima surriscaldato del tempo. Dopo la morte di Croce, altri protagonisti si sono affacciati alla ribalta filosofica. E molti fra questi – bisogna ammetterlo – sono stati, per lo piú indirettamente, “vittime” innocenti del predominio culturale del neo-idealismo italiano, un predominio esercitato, in fondo, in misura non inferiore a quello neo-marxiano lamentato da Franchini.



Ma di quale dialettica si parla?

Franchini tiene concettualmente ben distinte la «dialettica ideale» e la «dialettica reale». Del resto questo lo imponeva proprio la consapevolezza storica. Per cui giustamente denuncia subito il limite della definizione di Lamberto di Auxerre di fronte alla nozione moderna di dialettica. Lamberto alludeva solo alla contrapposizione dei discorsi; si riferiva perciò alla «dialettica ideale», non alla «dialettica reale», che, dichiara Franchini, «è l’oggetto principale della nostra ricerca» [12].

Ma, nel fare tale denuncia, Franchini dovette percepire il pericolo di una non voluta ambiguità; vale a dire il pericolo che s’intendesse ch’egli quasi volesse separare la prima dalla seconda dialettica. E naturalmente procede alle doverose specificazioni che, tuttavia, in chi conosceva, e conosce, il suo itinerario intellettuale, dovevano, e devono, risultare ovvie. Non solo egli – sulla scorta di Hegel – è convinto che la logica non è e non può essere separata dalla metafisica: infatti, è sempre lo stesso “spirito” quello che «pensa» e quello che «agisce». Di piú, tra dialettica «agìta»e dialettica «pensata» non c’è una pura e semplice corrispondenza, ma una strutturale e feconda interazione. Si tratta di una dialettica – dice Franchini articolando la sua convinzione – «pensata nei confronti della azione e agìta nei confronti del pensiero». E dunque, come poter supporre che il movimento del pensiero, quello «che condiziona il reale, e dunque se stesso come reale», possa sussistere separato – se non nella finzione determinata dalle esigenze della pur necessaria analisi astratta – dal concreto processo storico-dialettico? [13].

Il merito di aver «scoperto» tutto questo è di Hegel. È lui che – coerentemente con i suoi presupposti teorici e con la sua metodologia teoretica – ha svelato la dialettica. Dunque Hegel non l’ha inventata, come erroneamente credono i marxisti. Franchini adotta il concetto di «svelamento» in tutta la sua latitudine semantica, pertanto nella sua pluridimensionalità teoretica. Hegel ha scoperto che, al di là dell’andamento “dialettico”del reale, c’è il movimento “dialettico” dell’Idea; al di là della perenne “discordia”, che caratterizza il convivere e il succedersi dei fatti, c’è l’unità armonica del pensiero; l’andamento «per opposizione» dei fatti rigenera continuamente il movimento «per contraddizione» del pensiero [14].

A tutto questo patrimonio intellettuale rinuncia l’antistoricismo dell’empirismo logico e delle filosofie dell’esistenza. Di questo patrimonio fa scempio il pensiero dei neo-marxisti, nel momento in cui non vuole cogliere, nella dialettica di cui Hegel ha parlato, il risultato di una progressiva “acquisizione di consapevolezza” della storicità, e si ostina a vedere in essa l’invenzione di uno “strumento” tanto nuovo da provocare un “arresto” storico, tanto decisivo da segnare la rottura della continuità della tradizione; uno strumento che consente all’intelligenza di iniziare un nuovo itinerario, di dare avvio ad un nuovo corso di pensiero e di prassi.



Per Franchini dunque solo il recupero della dimensione storica e della metodologia dell’indagine storica, nell’elaborazione teoretica, poteva – e doveva, a quel punto – rimettere le cose a posto, porre un freno alla barbarie dell’approssimazione intellettuale. Occorreva riportare l’attenzione alla progressiva scansione dei momenti dell’elaborazione speculativa del concetto stesso di dialettica, passato dalla forma «diadica», piú diffusa nel mondo antico, a quella «triadica», generalizzata ormai nella sensibilità intellettuale moderna [15]. Era necessario evidenziare nel mondo antico la radice del grande acquisto del pensiero contemporaneo, ovvero la radice del superamento dell’unilateralità in cui troppo a lungo sono state mantenute la dialettica «ideale» e quella «reale».

Ed è quello che egli fa, nella prima metà del volume in questione, rintracciando nella Grecia classica i primi momenti di un percorso che vede come protagonisti i piú illustri pensatori della storia della cultura occidentale.

Per arrivare alla consapevolezza storica in merito alla legge dialettica del reale, bisognava riconoscere:

  1. che la storia della dialettica ha origine nella teoria dei contrari avanzata dai pitagorici [16];
  2. che i fondamenti della dialettica «ideale» erano stati posti dai Sofisti, ai quali va attribuito il merito di aver evidenziato la relatività di opinioni e argomentazioni, e quindi la possibilità della duplicità dei discorsi, cose che alla moderna sensibilità suonano come un severo ammonimento circa l’asperità del difficile cammino per la verità. Asperità che Sofisti come Gorgia hanno segnalato, con un’evidente “portata al limite”, come impossibilità di pensare e di dire l’essere [17].
  3. che i fondamenti della dialettica «reale» – con la ricerca delle leggi del «movimento» del tutto, l’individuazione in termini filosofici di tipi e modalità dei «trapassi», l’interpretazione in forma “relazionale” dei contrari e la possibilità della loro riconduzione logica all’unità – son da individuarsi nel pensiero del V secolo a.C., in specie nel modello proposto dall’«oscuro» Eraclito. «Nessuno meglio di Eraclito sta a rappresentare il momento realistico o vitalistico … della dialettica», quell’Eraclito – tanto stimato da Hegel – autore della prima «severa concezione dell’irrequietudine cosmica, che trasforma la vita in morte e la morte in vita» [18].

E bisognava inoltre

  1. prendere consapevolezza di come Socrate, per primo, evidenziò che la verità si conquista progressivamente; e quindi tenere in debito conto l’importanza da lui attribuita sia alla funzione “negativa” della maieutica che a quella costruttiva dell’ironia, momenti della dialettica come “ricerca ” che trova concrezioni provvisorie nelle forme generalizzanti del “concetto”, il quale permette quella “definizione” grazie alla quale soltanto è possibile che prosegua la “gestazione” della verità [19].
  2. riconoscere in Platone «un grande dialettico», anzi, «il primo vero dialettico della storia della filosofia» [20]; accreditare a Platone il conferimento, alla procedura dialettica, del valore di esercizio intellettuale e morale; l’affermazione della necessità dell’individuazione del “pro” e del “contra” di ogni questione di qualsiasi ordine, senza cadere nel relativismo logico come apertura a quel nefasto relativismo morale che in ogni tempo è stata la giustificazione e la legittimazione di comportamenti opportunistici [21]; l’apertura dell’indagine sui rapporti logico-metafisici tra l’uno e il molteplice [22]; l’enunciazione-argomentazione teoretica del carattere “positivo” del non essere come “diverso” (vera risoluzione dell’aporia eleatica della non-esistenza del non-essere e della necessaria incompatibilità di essere e non-essere) che ha aperto poi il discorso sulla «qualificazione del negativo» [23]: enunciazione, questa del non-essere come diverso, davvero importante nonostante il residuo di una sovrapposizione inopportuna, circa il campo di validità, tra ordine naturale e ordine soprannaturale, di un’irrisolta ambiguità tra immanenza e trascendenza, e di una svalutazione di fatto, talvolta piú esplicita talaltra implicita, del molteplice rispetto all’uno e del diverso rispetto all’identico [24]: questioni, queste, alle quali Platone ha cercato, certo, di dare risposta, ma ne ha fornita una, solo provvisoria e non esauriente nell’ambito del “suo” discorso, con l’ideazione del «medio» tra i contrari [25], la quale, per altri versi, è invece importantissima, e quindi tenuta sempre in gran conto nel cammino storico della ricerca sulla dialettica.
  3. riconoscere ad Aristotele a) di aver introdotto il principio, tutto idealistico, dell’inveramento allorché ha concepito la propria dottrina come, appunto, l’inveramento delle precedenti [26]; b) di aver fornito una prima grande teoria del movimento, e soprattutto di aver individuato la «legge» del «trapasso» con un procedimento squisitamente analitico [27]; c) di aver fatto la scoperta, davvero decisiva, della distinzione tra opposti, contrari e contraddittori; i contrari, in forza della «privazione», possono coesistere, i contraddittori no; cosa non tenuta in debito conto dai moderni, che, portatori di un «modus cogitandi» sintetico, quindi diverso rispetto a quello analitico di Aristotele, tendono invece a identificare gli opposti con i contrari, eliminando la contraddittorietà [28]; d) di aver dato corpo alla intuizione della «materia» come potenza e della «forma» come atto, e al rapporto del primo col secondo nei termini di quello, rispettivamente, di “indeterminato” rispetto al “determinato” [29]; e, correlativamente di aver proposto la concezione del «sinolo» come «unità» che conferisce positività alla materia nel momento nel quale in essa si attualizza la forma [30], pur con l’ambiguità dell’aver ammesso, passando dalla dialettica del reale a quella del puro razionale, la materia come luogo dell’imperfetto, dell’incompiuto [31]; e) di aver superato il distacco tra individuale e universale sul piano formale della logica con l’evidenziazione del ruolo del «termine medio» della sillogistica, quasi luogo della sintesi [32];

E occorreva infine

  1. addebitare ad Aristotele, in un confronto senza riserve, di aver assunto un atteggiamento apertamente svalutativo di quella dialettica che egli stesso aveva evidenziato come legge del pensiero, separando cosí forzosamente il piano logico da quello ontologico, che portava pur sempre in sé i segni della mediazione degli opposti [33].
  2. guardare alla filosofia di Proclo – «l’ultimo grande rappresentante della filosofia greca» – come quella in cui la dialettica, col suo duplice processo discensivo-ascensivo, «compie il grandioso tentativo di adeguarsi al ritmo universale della realtà per coglierla nella finale unità col supremo reale» [34].


Dunque, quello di dialettica è concetto antico [35]. E severo [36]. A seguire il pensiero di Franchini, sembra ch’egli lo consideri il primo modo, già emerso nel mondo greco, di aggredire la complessità del reale con la complessità del pensiero, individuando in questo la stessa norma che regola quello. E’, per lui, il primo tentativo di spiegare in modo rigoroso quel che sia nel pensiero che nella realtà è un fatto: l’opposizione. L’opposizione di cui, però, bisogna conoscere, o meglio ri-conoscere, il senso; e di cui bisogna individuare quella legge che ne fa non un principio disgregante ma una potenza aggregante.

E tuttavia Franchini è convinto che solo Croce, in epoca moderna, è riuscito a dare una teoria della dialettica totalmente nuova rispetto a tutta la tradizione [37]. Una tradizione ch’egli, superati i confini del mondo antico, vede snodarsi nelle elaborazioni di Eckhart [38], Cusano [39], Bruno [40], Böhme [41], Kant [42], Fichte [43], Shelling [44]; e che infine vede fissarsi nei sistemi di Hegel [45] e Marx [46]. La crociana «teoria dei distinti», infatti, a suo avviso, non solo non ha pari ma non ha neppure anticipazioni nella tradizione speculativa dell’Occidente: e, per lui, la distinzione non è che l’altra faccia degli opposizione [47].

Franchini rivendica a suo merito, l’aver integrato – in tal modo «superandola» – la dialettica dei distinti di Croce. Ma questo risultato – egli lo dice e noi dobbiamo riconoscerglielo come fatto meritorio – è maturato proprio attraverso la consapevolezza storica. L’indagine storiografica gli ha offerto un’acquisizione di consapevolezza del fatto che: 1. la dialettica degli opposti, come schema o come metodo, non è una, invariabile, immutabile [48]; 2. troppa mitizzazione di tale dialettica ha portato ad un allontanamento della filosofia dalla realtà, inquinando la possibilità di un pieno e vero «giudizio storico»; 3. non si può concepire il reale, nei termini di una tanto rigida dialettica degli opposti da sacrificare, vanificandolo, uno dei caratteri che rendono «diverso» l’uomo, ossia la sua libertà [49].

Il limite della dialettica degli opposti sembra a Franchini risultare evidente dall’analisi da lui compiuta. La ricerca platonica e aristotelica, approdando alla tematica del “diverso”, dimostrerebbe proprio l’impossibilità, emersa fin dalle origini, della sopravvivenza teoretica di una rigorosa dialettica dell’opposizione [50]. Egli afferma, senza esitazione, che «l’opposto non è che la posizione estremistica del diverso»; e che «il diverso non è che la posizione moderata e dunque la mediazione dell’opposto» [51]; detto in altri termini, in qualunque campo si vada a verificarlo, l’opposto ha consistenza e valore di verità solo in quanto diverso. Ed è qui la grandezza del Croce: nell’aver immaginato la «diversità» come «distinzione² tra le «forme², che proprio in quanto «distinte» sono tutte «positive», non l’una la negazione di un’altra [52].

Resta la difficoltà — e Franchini l’avvertí — dell’ammettere che la distinzione dovesse valere solo per il rapporto tra le forme e non anche all’interno delle forme; in altri termini, se la dialettica degli opposti è improduttiva nel capire le forme, allora appare un’incongruenza ammettere che diventi produttiva nel consentire, ad esempio, il giudizio estetico, o quello filosofico nei termini di «positivo» e «negativo», e attribuendo al «negativo» una sua consistenza.

È questa la ragione che spinse poi Franchini a compiere il suo «superamento» di Croce, cioè ad «abolire ogni diaframma che spezzasse la continuità tra distinti e opposti«e perciò a «concepire la dialettica nella sua indistruttibile unicità» [53].

Tuttavia resta comunque difficile immaginare come sia possibile un’unica dialettica che componga opposizione e distinzione. Non che non sia possibile in linea di pura teoria. Del resto Franchini l’ha fatto. Ma l’asserire che «il movimento dell’opposizione è generato da quello della distinzione e viceversa», e che «questa genesi è la stessa genesi del diverso che si estremizza come opposto e dell’opposto che si media nel diverso», lascia piú perplessità che convinzioni [54].

Lo stesso Franchini dovette sospettarlo se egli si preoccupò poi di chiarire che intendeva riportare i distinti, che appartengono al dominio dell’atto «logico» del giudicare, nell’ambito dell’opposizione, che pertiene al movimento del concreto reale, come sua legge di sviluppo. Detto in altri termini, il «pensiero» del reale, a cui appartengono i distinti, deve concretarsi nel reale, intervenendo come «azione» nelle reali opposizioni, per riemergere poi, in forma ancora piú ricca, come «pensiero» del reale. Sicché, rimane valida la diade crociana teoria e prassi, ma ognuno di questi due distinti è una diade: infatti si esprimono in «universale concreto» che unifica intuizione e concetto; e «azione concreta» che unifica volizione individuale e volizione universale [55].

In questa sua personale versione della tematica crociana Franchini evidenzia che in nessun caso una diade può avere priorità di valore sull’altra; esse invece appaiono interagire in modo fecondo nel concreto storico, perché, ad esempio, non possono che interagire ragione e passione; infatti nessun pensatore o sistema di pensiero può uscire dalla storia per vivere una vita assurdamente isolata dal movimento reale, e nessun attore della storia come nessun gruppo o movimento o classe può muovere le cose privandosi della conoscenza teoretica, o meglio disconoscendo l’inevitabile effetto della riflessione teoretica sul movimento di quelle stesse cose. C’è una «primato del concetto» allo stesso modo in cui c’è una «priorità della vita sulla filosofia» [56].

Con la qual cosa Franchini, da una parte, sembra sconfessare il panlogismo hegeliano, e, dall’altra, pare riavvicinarsi di fatto proprio ai suoi avversari «marxisti».

Sembra, appunto. Perché Franchini non molla alcuni suoi punti fermi. Ad esempio per lui quello hegeliano non è panlogismo, avendo Hegel riservato alla Logica un’apposita sezione del suo sistema [57]; e, d’altra parte, la marxiana critica della filosofia come ideologia, come soprastruttura, continua a dare un primato ingiustificato alla prassi, mentre quel capovolgimento della prassi, di cui parla Marx, è «opera continua dello stesso pensiero» [58].

Per quest’ultimo convincimento – bisogna riconoscerlo – si tratta in fondo del vecchio problema del diverso “cominciamento”. Infatti Franchini, pur ammettendo la priorità della vita sulla filosofia, in effetti, nella polemica coi marxisti, tra primato del concetto e priorità della vita sul pensiero, ammessi con gli stessi – per dir cosí – “coefficienti” di verità e validità, continua a preferire il primato del concetto. Tant’è. E quindi è questo il senso in cui crediamo bisogna leggere quanto da lui asserito nella pagina conclusiva del volume in questione: «la teoreticità della filosofia non esclude ma anzi include vigorosamente il momento della pratica» [59].



Note

1. Qui le abbreviazioni usate nelle seguenti note per la citazione delle opere di Raffaello Franchini: OdD = Le origini della dialettica, IV ediz., Giannini Editore, Napoli 1976; DaF = Diritto alla Filosofia, SEN, Napoli 1982; MeS = Metafisica e storia, Giannini, Napoli 1977; Eds = Esperienze dello storicismo, Giannini Editore, 2 ed., Napoli 1960.

2. OdD, cap. I, p. 3.

3.È il caso di ricordare che Franchini si è soffermato piú volte sul concetto di « storia della filosofia». Cfr., tra l’altro, Sul concetto metodologico di storia della filosofia, pubblicato in «La rassegna d’Italia», anno III, n. 10, poi rifluito in Eds, pp. 88-93. Considerazioni su Giovanni Gentile storico della filosofia, in AA.VV., Studi in onore di Gustavo Bontadini, «Vita e pensiero», Pubblicazioni dell’Università Cattolica di Milano, pp. 134-244, poi in DaF, pp. 251-264. In OdD, «Premessa», p. X, Franchini, ribadendo la sua concezione “idealistica” della storia della filosofia, ne parla come di un «ereditare senza testamento», avvertendo quindi — molto opportunamente — di guardarsi dal pericolo d’intendere i predecessori come precursori.

4. OdD, «Premessa», p. IX.

5. Ibidem.

6. OdD, «Premessa», p. IX. «La dialettica è tanto poco un’invenzionne di Hegel quanto il concetto un’escogitazione di Socrate: la grandezza del filosofo di Stoccarda consiste invece non già in una rottura della tradizione del pensiero a lui precedente bensí in un elevamento a piú alta coscienza di quella tradizione».

7. OdD, cap. I, p. 2. Ma ai marxisti si riferisce anche nell’«Avvertenza alla terza edizione», p. XVI; come altri, essi sono incapaci di utilizzare «le maggiori conquiste del pensiero contemporaneo».

8. OdD, «Premessa», p. X.; cap. I, p. 3.

9. OdD, cap. XIV, pp. 372-375.

10. OdD, «Prefazione», pp. XIII-XIV. Nell’«Avvertenza alla Quarta edizione», p. XIX, Franchini insiste: «Piú si esaurisce e viene apprezzato questo libro, meno studi compaiono sul tema della dialettica»; «la tematica unitaria e genetica qui affrontata non viene quasi mai tenuta presente», neppure dai neo-marxisti.

11. OdD, «Prefazione», p. XIV.

12. OdD, cap. I, pp. 4-5. La definizione suona: «Dicitur autem dyalectica, a dya, quod est duo, et lexis, quod est ratio, vel logos, quod est sermo, quasi ratio vel sermo duorum, scilicet opponentis vel contradicentis in disputatione».

13. OdD, cap. I, p. 5.

14. Cfr. OdD, cap. I, pp. 5-6.

15. Cfr. OdD, cap. II, p. 9.

16. Cfr. OdD, cap. II, pp. 11-12.

17. Cfr. OdD, cap. II, pp. 18-23.

18. OdD, cap. II, pp. 13-17.

19. OdD, cap. II, pp. 17-28.

20. OdD, cap. III, p. 56.

21. OdD, cap. III, p. 29.

22. OdD, cap. III, p. 32.

23. OdD, cap. III, pp. 33, 36-37; 43; 48. Cfr. OdD, cap. XIV, p. 378.

24. OdD, cap. III, p. 51.

25. Cfr. in particolare, OdD, cap. III, pp. 52-53. In Platone la dialettica «raggiunge il suo punto piú alto quando teorizza il concetto di mediazione, che presiede alla perenne genesi del reale».

26. OdD, cap. IV, p. 62.

27. OdD, cap. IV, p. 77.

28. OdD, cap. IV, pp. 73-76, 86-87, 97-100.

29. OdD, cap. IV, pp. 68-69; sulla «privazione» nella determinazione del concetto di «materia», cfr. pp. 70-71.

30. OdD, cap. IV, p. 69.

31. OdD, cap. IV, pp. 70, 79.

32. OdD, cap. IV, p. 80.

33. OdD, cap. IV, pp. 83, 88-89.

34. OdD, cap. V, pp. 106-107.

35. OdD, cap. XIV, p. 373. Il primo grande contributo è da individuare, naturalmente, nel tema platonico e aristotelico dell’opposto come diverso: OdD, cap. XIV, p. 378.

36. L’indicazione della dialettica come «concetto severo e antico» è data da Franchini in OdD, cap. I, p. 2. Antico — spiega — «come lo stesso pensiero umano».

37. OdD, cap. XIV, p. 369.

38. Franchini evidenzia la «grande scoperta di logica ontologica» compiuta da Eckhart; la «negatio negationis»; con questa egli offre una chiave per spiegare «la perenne genesi del positivo dal negativo»; cfr. OdD, cap. VI, p. 128.

39. «Scopritori dell’infinito» Franchini definisce, accomunandoli, Cusano e Bruno. Cusano è il teorizzatore dell’infinito come il «luogo» della «coincidentia oppositorum», che sul piano logico è un nuovo principio di mediazione: OdD, cap. VII, pp. 138-139, cfr. pure p. 144.

40. Giordano Bruno, col suo «panenteismo», compie «uno dei piú poderosi sforzi di unificazione dialettica». Egli vede i contrari convertirsi l’uno nell’altro, ed elabora quindi «una dialettica di estrema tensione»: OdD, cap. VII, pp. 147-148. Inoltre compie il superamento della distinzione tra contraddizione logica e opposizione reale «additando nell’infinito la tomba del finito»: OdD, cap. VII, p. 165.

41. Franchini, come Hegel, lo giudica, al pari di Bacone, un vero «iniziatore del pensiero moderno»: OdD, cap. VIII, p. 167. Il suo è un grandioso tentativo di riduzione della pluralità del mondo all’unità di Dio; con ciò stesso egli introduce il negativo nel positivo, con la conseguenza di ammettere l’esistenza del male nell’Essere assoluto: OdD, cap. VIII, pp. 171-172. Egli elabora una dialettica cosmologica che, con un carattere circolare, prevede «il ritorno finale all’assoluto principio»: OdD, cap. VIII, pp. 180-181.

42. È nel saggio “pre-critico” sulle «Quantità negative» che Franchini scorge il Kant che merita un posto nella sua storia della dialettica, per il suo distinguere tra opposizione logica e opposizione reale, e per il suo porre la questione della positività del negativo; o meglio della positività dei predicati dell’opposizione reale. Cfr., in particolare, OdD, cap. IX, pp. 184-188. Il Kant della Critica della Ragion Pura, poi, — con l’introduzione dei concetti di “trascendentale” e di “sintesi” — si allontana dall’ispirazione “giovanile” e consideara la dialettica come l’arte della sofistica. Cfr., in particolare, OdD, cap. IX, pp. 199-200.

43. Fichte rifiuta la dialettica come mero formalismo; egli anzi concepisce la filosofia come intrinsecamente dialettica, in quanto scopre, anzitutto, che «gli opposti non sono sullo stesso piano», e poi, che «il terzo momento dell’opposizione ha da essere spiegato come primo». Cfr., in particolare, OdD, cap. X, pp. 226, 231, 233.

44. Franchini segnala — OdD, cap. XI, p. 244 — che nel Sistema di Schelling «non si trova quasi mai il termine dilettica», e tuttavia «la struttura interna del sistema è innegabilmente dialettica». Compiendo un’analisi della tavola delle categorie di Kant, Schelling tesaurizza ed elabora quanto Kant ha espresso a proposito delle «categorie di relazione»: cfr. OdD, cap. XI, pp. 247-249. Di qui la radice dialettica del pensiero di Schelling. Piú in dettaglio: è dall’elaborazione del rapporto «sostanza-causa-reciprocità» che deriva la sua teorizzazione della dialettica come relazione. Cfr. OdD, cap. XIV, pp. 252-253.

45. La dialettica hegeliana, invece di svilupparsi in senso metodologico, prese la via della metafisica. Questo, dunque, il suo grande peccato: l’esser diventata una filosofia della storia in cui non c’è posto per l’accidentale e per l’irrazionale, e in cui la sintesi non porta con sé alcun carico di problematicità. Cfr., in particolare, OdD, cap. XII, pp. 324-326.

46. «Il contributo del marxismo alla coscienza critica della dialettica come metodo — dice Franchini, in modo lapidario, all’inizio del suo discorso sui misfatti del marxismo, che occupa quaranta pagine del volume — appare, da un certo punto di vista, del tutto trascurabile, da un altro punto di vista ineliminabile». Il marxismo si è rigirato nella contraddizione di voler cercare valide ragioni teoretiche per argomentare la tesi della fine irreversibile di ogni filosofia teoretica: cfr. OdD, cap. XIII, pp. 326-327.

47. OdD, cap. XIV, p. 369.

48. OdD, cap. XIV, p. 371.

49. Sulla libertà, cfr. OdD, cap. XIV, p. 372.

50. OdD, cap. XIV, p. 378.

51. Ibidem.

52. OdD, cap. XIV, p. 379.

53. OdD, cap. XIV, p. 380. Sul «superamento», EdS, p. 104. Cfr. l’osservazione in OdD, «Premessa», p. XI. Sul senso da attribuire a questo superamento, ovvero sullo «scacco del sistema» che Franchini dice di aver provocato, cfr. OdD, cap. XIV, pp. 381-382, 384.

54. OdD, cap. XIV, p. 380.

55. OdD, cap. XIV, p. 381.

56. OdD, cap. XIV, pp. 381-383.

57. OdD, cap. XIV, p. 380.

58. OdD, cap. XIV, p. 383.

59. OdD, cap. XIV, p. 384.