Giuseppe Tortora
Dialettica: concetto «severo e antico»
Uno deglindiscutibili pregi di Raffaello Franchini fu il suo costante parlar chiaro. Pregio umano e scientifico. Nessun infingimento nel suo discorrere corrente, anche quando sabbandonava alla sottile ironia. E nessuna obliquità nel suo argomentare scientifico.
Dunque, anche i suoi lavori sono chiari. Egli stesso enunciava lobiettivo e poiché riusciva a coniugare il rigore intellettuale con una vivace passionalità dichiarava pure sia le circostanze che lavevano indotto ad avviare una ricerca, e sia, senza mezzi termini, i suoi bersagli polemici.
Cosí dunque anche per un testo che ebbe sorprendente successo e conobbe molte edizioni: Le origini della dialettica [1], in cui egli dichiarava apertamente lintento confutatorio, che stava allorigine della sua ricerca, asserendo con decisione pari solo allorgoglio: «noi non abbiamo nulla da nascondere» [2].
Un discorso sulla storia della dialettica, il suo, che non nacque da pura esigenza storiografica, ma da istanze squisitamente teoretiche [3]. Egli lo concepí come un nuovo tentativo di rilanciare il vero «linguaggio della ragione». Il destinatario di questo discorso era quello chegli individuava e designava come l«antistoricismo contemporaneo» [4]. Tentativo coraggioso, per chi ricordi il clima del tempo. Infatti alla fine degli anni Cinquanta, cioè allepoca in cui redasse il saggio in questione, gli «antistoricisti» vivevano una loro stagione di successi: non solo erano parecchi, dentro e fuori dItalia, ma alcuni di loro erano pure molto autorevoli.
Nel campo antistoricista, comunque, Franchini individuava due schieramenti: da una parte, i neopositivisti e gli esistenzialisti, e dallaltra i marxisti. Si può discutere sulla legittimità dellaccoppiamento. Ma per Franchini, al di là dello specifico teoretico che caratterizza posizioni tanto diverse, cera tra loro un forte denominatore comune. Antistoricisti i primi per aver messo in disuso la ragione dialettica; i secondi per aver abusato della dialettica distorcendone il senso [5].
Quello degli «antistoricisti» di prima specie era una sorta di «sragionare». Naturalmente Franchini era convinto che la ragione è intrinsecamente dialettica. Ma questa non era una mera posizione. A favore della sua convinzione egli adduceva la costante tradizione dialettica del pensiero occidentale. Dunque, quello di neopositivisti ed esistenzialisti era un ragionare ingiustificatamente estraneo alla nostra tradizione intellettuale.
Ai marxisti muove laccusa di aver fatto un uso cattivo della dialettica. Sulla base del fuorviante suggerimento di Marx stesso, essi hanno creduto acriticamente che Hegel sia stato l«inventore» della dialettica. Insomma, Hegel avrebbe còlto pienamente ed esposto completamente le forme generali del movimento dialettico, e quindi avrebbe segnato una cesura rispetto alla tradizione del pensiero occidentale [6]: e Marx nella considerazione dei marxisti avrebbe ereditato questa concezione della dialettica come legge del «movimento».
Che Hegel non fosse linventore della dialettica, non è una mera asserzione di Franchini, potendo egli addurre a suo favore i riferimenti che Hegel stesso fa al pensiero antico. Hegel infatti, comè noto, prospetta egli stesso correttamente, a giudizio di Franchini la sua dialettica come una piú piena assunzione di consapevolezza di quanto, ancora in forma non completamente esplicita, andava circolando finanche nel pensiero greco classico.
Tuttavia appare evidente che a Franchini interessa fare i conti principalmente con i marxisti. La circostanza è presto enunciata: «La necessità di chiarificazione, che è alla base dei nostri interessi, prende infatti il suo avvio e stimolo da una attuale piú o meno taciuta e sotterranea querelle, in cui il campo sembra quasi totalmente, o almeno fragorosamente, tenuto dai marxisti, che passano la maggior parte del loro tempo a proclamarsi eredi della concezione hegeliana della dialettica».
Le pagine da lui scritte avrebbero dovuto smentire questa bugia che, nella sua valutazione, poteva esser risibile se non fosse stata accreditata teoreticamente e quindi presa molto sul serio negli ambienti intellettuali [7].
Questa di Franchini, dunque, non intende proporsi come opera storica. Certo, egli si preoccupa di assicurare che nel suo lavoro sono state adottate tutte le cautele della metodologia storiografica; tuttavia egli correttamente dichiara di voler privilegiare il suo ruolo dinterprete, enunciando il principio idealistico tutto speculativo della superiorità del «movente» sull«oggetto»: il presente storico ha una priorità di valore sul passato assunto a oggetto storiografico, costituendo la ragion dessere della ricerca storiografica, la cui ricostruzione poi è lesito de «la necessaria sintesi dei due» [8].
Lindagine sulle origini a cui Franchini si è accinto nellopera in questione non è dunque mero esercizio di storiografia filosofica. Franchini sa bene che «ritornare alle origini» comegli fa potrebbe significare, per alcuni, cedere alla tentazione di annullare il presente, sfuggire ai termini dellattualità della questione legata al concetto su cui sindaga. Ma questa, nella sua corretta valutazione, è una perfida distorsione della storiografia. Quando si è sinceramente bisognosi di capire il presente, allora il modo piú stringente di affrontare il problema attuale è quello di risalire alle sue origini: ciò significa individuare la genesi del concetto, seguire il suo divenire, il suo tradursi in una successione di fatti, per abbracciare cosí tutti gli sviluppi e per cogliere tutte le articolazioni con cui quel problema è pervenuto, nei fatti, fino al presente [9].
Che lobiettivo di Franchini sia squisitamente teoretico, lo chiarisce e ribadisce egli stesso anche nella prefazione alla seconda edizione. Qui, ammettendo con malcelato compiacimento che il suo volume aveva riscosso un indiscutibile successo, lamentava che dai consensi ricevuti anche in autorevoli e accurate recensioni non traspariva linteresse a porre in modo globale il problema della dialettica; vale a dire, il volume non era riuscito comegli sottolinea «ad aprire o riaprire un dibattito teoretico sul tema generale della dialettica» [10].
La ragione che Franchini individua trova concretezza in unaccusa grave di pusillanimità chegli, in forme pur rispettose, lancia allambiente filosofico, ma anche piú generalmente culturale, del suo tempo. Glintellettuali questa è la certezza presentata in forma di sospetto , troppo proni ai diktat della cultura dominante, o anche solamente emergente, hanno accettato, senza alcuna voglia di rimettere in discussione la loro scelta, il monopolio istaurato dai neomarxisti sul tema della dialettica; un monopolio chessi conservano finanche ricorrendo a forme di terrorismo culturale.
Insomma è la costatazione amara ma non rassegnata di Franchini lunica dialettica di cui pare oggi abbia senso parlare è la «dialettica storica» quale «dialettica delle classi».
Ai neo-marxisti cosí attenti a tutelare e promuovere la loro egemonia e perciò cosí solleciti a lanciare mode e parole dordine , muove unaccusa anche piú pesante; i loro «grovigli ideologici» prendono avvio e motivazione da «suggestioni extrascientifiche» ai fini, talvolta, del conseguimento di miserrimi «vantaggi immediati» ; dunque bisogna asserirlo ad alta voce quei «grovigli ideologici» niente hanno a che fare con la cultura: e mai e poi mai possono stimolare in modo efficace «quella ripresa effettiva e severa dei nostri studi» che troppa gente, ipocritamente, si limita soltanto a auspicare [11].
In questi giudizi fieri ma in verità fin troppo inclementi si sente rivivere, in notevole misura e con rilevante intensità, il clima surriscaldato del tempo. Dopo la morte di Croce, altri protagonisti si sono affacciati alla ribalta filosofica. E molti fra questi bisogna ammetterlo sono stati, per lo piú indirettamente, vittime innocenti del predominio culturale del neo-idealismo italiano, un predominio esercitato, in fondo, in misura non inferiore a quello neo-marxiano lamentato da Franchini.
Ma di quale dialettica si parla?
Franchini tiene concettualmente ben distinte la «dialettica ideale» e la «dialettica reale». Del resto questo lo imponeva proprio la consapevolezza storica. Per cui giustamente denuncia subito il limite della definizione di Lamberto di Auxerre di fronte alla nozione moderna di dialettica. Lamberto alludeva solo alla contrapposizione dei discorsi; si riferiva perciò alla «dialettica ideale», non alla «dialettica reale», che, dichiara Franchini, «è loggetto principale della nostra ricerca» [12].
Ma, nel fare tale denuncia, Franchini dovette percepire il pericolo di una non voluta ambiguità; vale a dire il pericolo che sintendesse chegli quasi volesse separare la prima dalla seconda dialettica. E naturalmente procede alle doverose specificazioni che, tuttavia, in chi conosceva, e conosce, il suo itinerario intellettuale, dovevano, e devono, risultare ovvie. Non solo egli sulla scorta di Hegel è convinto che la logica non è e non può essere separata dalla metafisica: infatti, è sempre lo stesso spirito quello che «pensa» e quello che «agisce». Di piú, tra dialettica «agìta»e dialettica «pensata» non cè una pura e semplice corrispondenza, ma una strutturale e feconda interazione. Si tratta di una dialettica dice Franchini articolando la sua convinzione «pensata nei confronti della azione e agìta nei confronti del pensiero». E dunque, come poter supporre che il movimento del pensiero, quello «che condiziona il reale, e dunque se stesso come reale», possa sussistere separato se non nella finzione determinata dalle esigenze della pur necessaria analisi astratta dal concreto processo storico-dialettico? [13].
Il merito di aver «scoperto» tutto questo è di Hegel. È lui che coerentemente con i suoi presupposti teorici e con la sua metodologia teoretica ha svelato la dialettica. Dunque Hegel non lha inventata, come erroneamente credono i marxisti. Franchini adotta il concetto di «svelamento» in tutta la sua latitudine semantica, pertanto nella sua pluridimensionalità teoretica. Hegel ha scoperto che, al di là dellandamento dialetticodel reale, cè il movimento dialettico dellIdea; al di là della perenne discordia, che caratterizza il convivere e il succedersi dei fatti, cè lunità armonica del pensiero; landamento «per opposizione» dei fatti rigenera continuamente il movimento «per contraddizione» del pensiero [14].
A tutto questo patrimonio intellettuale rinuncia lantistoricismo dellempirismo logico e delle filosofie dellesistenza. Di questo patrimonio fa scempio il pensiero dei neo-marxisti, nel momento in cui non vuole cogliere, nella dialettica di cui Hegel ha parlato, il risultato di una progressiva acquisizione di consapevolezza della storicità, e si ostina a vedere in essa linvenzione di uno strumento tanto nuovo da provocare un arresto storico, tanto decisivo da segnare la rottura della continuità della tradizione; uno strumento che consente allintelligenza di iniziare un nuovo itinerario, di dare avvio ad un nuovo corso di pensiero e di prassi.
Per Franchini dunque solo il recupero della dimensione storica e della metodologia dellindagine storica, nellelaborazione teoretica, poteva e doveva, a quel punto rimettere le cose a posto, porre un freno alla barbarie dellapprossimazione intellettuale. Occorreva riportare lattenzione alla progressiva scansione dei momenti dellelaborazione speculativa del concetto stesso di dialettica, passato dalla forma «diadica», piú diffusa nel mondo antico, a quella «triadica», generalizzata ormai nella sensibilità intellettuale moderna [15]. Era necessario evidenziare nel mondo antico la radice del grande acquisto del pensiero contemporaneo, ovvero la radice del superamento dellunilateralità in cui troppo a lungo sono state mantenute la dialettica «ideale» e quella «reale».
Ed è quello che egli fa, nella prima metà del volume in questione, rintracciando nella Grecia classica i primi momenti di un percorso che vede come protagonisti i piú illustri pensatori della storia della cultura occidentale.
Per arrivare alla consapevolezza storica in merito alla legge dialettica del reale, bisognava riconoscere:
E bisognava inoltre
E occorreva infine
Dunque, quello di dialettica è concetto antico [35]. E severo [36]. A seguire il pensiero di Franchini, sembra chegli lo consideri il primo modo, già emerso nel mondo greco, di aggredire la complessità del reale con la complessità del pensiero, individuando in questo la stessa norma che regola quello. E, per lui, il primo tentativo di spiegare in modo rigoroso quel che sia nel pensiero che nella realtà è un fatto: lopposizione. Lopposizione di cui, però, bisogna conoscere, o meglio ri-conoscere, il senso; e di cui bisogna individuare quella legge che ne fa non un principio disgregante ma una potenza aggregante.
E tuttavia Franchini è convinto che solo Croce, in epoca moderna, è riuscito a dare una teoria della dialettica totalmente nuova rispetto a tutta la tradizione [37]. Una tradizione chegli, superati i confini del mondo antico, vede snodarsi nelle elaborazioni di Eckhart [38], Cusano [39], Bruno [40], Böhme [41], Kant [42], Fichte [43], Shelling [44]; e che infine vede fissarsi nei sistemi di Hegel [45] e Marx [46]. La crociana «teoria dei distinti», infatti, a suo avviso, non solo non ha pari ma non ha neppure anticipazioni nella tradizione speculativa dellOccidente: e, per lui, la distinzione non è che laltra faccia degli opposizione [47].
Franchini rivendica a suo merito, laver integrato in tal modo «superandola» la dialettica dei distinti di Croce. Ma questo risultato egli lo dice e noi dobbiamo riconoscerglielo come fatto meritorio è maturato proprio attraverso la consapevolezza storica. Lindagine storiografica gli ha offerto unacquisizione di consapevolezza del fatto che: 1. la dialettica degli opposti, come schema o come metodo, non è una, invariabile, immutabile [48]; 2. troppa mitizzazione di tale dialettica ha portato ad un allontanamento della filosofia dalla realtà, inquinando la possibilità di un pieno e vero «giudizio storico»; 3. non si può concepire il reale, nei termini di una tanto rigida dialettica degli opposti da sacrificare, vanificandolo, uno dei caratteri che rendono «diverso» luomo, ossia la sua libertà [49].
Il limite della dialettica degli opposti sembra a Franchini risultare evidente dallanalisi da lui compiuta. La ricerca platonica e aristotelica, approdando alla tematica del diverso, dimostrerebbe proprio limpossibilità, emersa fin dalle origini, della sopravvivenza teoretica di una rigorosa dialettica dellopposizione [50]. Egli afferma, senza esitazione, che «lopposto non è che la posizione estremistica del diverso»; e che «il diverso non è che la posizione moderata e dunque la mediazione dellopposto» [51]; detto in altri termini, in qualunque campo si vada a verificarlo, lopposto ha consistenza e valore di verità solo in quanto diverso. Ed è qui la grandezza del Croce: nellaver immaginato la «diversità» come «distinzione² tra le «forme², che proprio in quanto «distinte» sono tutte «positive», non luna la negazione di unaltra [52].
Resta la difficoltà e Franchini lavvertí dellammettere che la distinzione dovesse valere solo per il rapporto tra le forme e non anche allinterno delle forme; in altri termini, se la dialettica degli opposti è improduttiva nel capire le forme, allora appare unincongruenza ammettere che diventi produttiva nel consentire, ad esempio, il giudizio estetico, o quello filosofico nei termini di «positivo» e «negativo», e attribuendo al «negativo» una sua consistenza.
È questa la ragione che spinse poi Franchini a compiere il suo «superamento» di Croce, cioè ad «abolire ogni diaframma che spezzasse la continuità tra distinti e opposti«e perciò a «concepire la dialettica nella sua indistruttibile unicità» [53].
Tuttavia resta comunque difficile immaginare come sia possibile ununica dialettica che componga opposizione e distinzione. Non che non sia possibile in linea di pura teoria. Del resto Franchini lha fatto. Ma lasserire che «il movimento dellopposizione è generato da quello della distinzione e viceversa», e che «questa genesi è la stessa genesi del diverso che si estremizza come opposto e dellopposto che si media nel diverso», lascia piú perplessità che convinzioni [54].
Lo stesso Franchini dovette sospettarlo se egli si preoccupò poi di chiarire che intendeva riportare i distinti, che appartengono al dominio dellatto «logico» del giudicare, nellambito dellopposizione, che pertiene al movimento del concreto reale, come sua legge di sviluppo. Detto in altri termini, il «pensiero» del reale, a cui appartengono i distinti, deve concretarsi nel reale, intervenendo come «azione» nelle reali opposizioni, per riemergere poi, in forma ancora piú ricca, come «pensiero» del reale. Sicché, rimane valida la diade crociana teoria e prassi, ma ognuno di questi due distinti è una diade: infatti si esprimono in «universale concreto» che unifica intuizione e concetto; e «azione concreta» che unifica volizione individuale e volizione universale [55].
In questa sua personale versione della tematica crociana Franchini evidenzia che in nessun caso una diade può avere priorità di valore sullaltra; esse invece appaiono interagire in modo fecondo nel concreto storico, perché, ad esempio, non possono che interagire ragione e passione; infatti nessun pensatore o sistema di pensiero può uscire dalla storia per vivere una vita assurdamente isolata dal movimento reale, e nessun attore della storia come nessun gruppo o movimento o classe può muovere le cose privandosi della conoscenza teoretica, o meglio disconoscendo linevitabile effetto della riflessione teoretica sul movimento di quelle stesse cose. Cè una «primato del concetto» allo stesso modo in cui cè una «priorità della vita sulla filosofia» [56].
Con la qual cosa Franchini, da una parte, sembra sconfessare il panlogismo hegeliano, e, dallaltra, pare riavvicinarsi di fatto proprio ai suoi avversari «marxisti».
Sembra, appunto. Perché Franchini non molla alcuni suoi punti fermi. Ad esempio per lui quello hegeliano non è panlogismo, avendo Hegel riservato alla Logica unapposita sezione del suo sistema [57]; e, daltra parte, la marxiana critica della filosofia come ideologia, come soprastruttura, continua a dare un primato ingiustificato alla prassi, mentre quel capovolgimento della prassi, di cui parla Marx, è «opera continua dello stesso pensiero» [58].
Per questultimo convincimento bisogna riconoscerlo si tratta in fondo del vecchio problema del diverso cominciamento. Infatti Franchini, pur ammettendo la priorità della vita sulla filosofia, in effetti, nella polemica coi marxisti, tra primato del concetto e priorità della vita sul pensiero, ammessi con gli stessi per dir cosí coefficienti di verità e validità, continua a preferire il primato del concetto. Tantè. E quindi è questo il senso in cui crediamo bisogna leggere quanto da lui asserito nella pagina conclusiva del volume in questione: «la teoreticità della filosofia non esclude ma anzi include vigorosamente il momento della pratica» [59].