Giuseppe Tortora
Descartes e Feuerbach su Dio
1. Qual è lorigine dellidea di Dio?
La critica anti-religiosa sviluppata da L. Feuerbach in LEssenza del cristianesimo si struttura intorno allargomento fondamentale, ampiamente noto, che ciò che luomo si rappresenta di Dio non sia altro che quanto luomo stesso pensa di sé, o meglio della sua natura, nella forma delloggettivazione propria della religione.
«La coscienza di Dio» dice testualmente Feuerbach nella sezione «Lessenza della religione in generale» «è lautocoscienza delluomo, la conoscenza di Dio è la conoscenza che luomo ha di se stesso». «Tu puoi conoscere luomo dal suo Dio, e, reciprocamente, Iddio dalluomo; i due termini sono identici. Ciò che alluomo è Dio, tale è il suo spirito, la sua anima; e ciò che è lo spirito lanima il cuore delluomo, tale è il suo Dio: Dio è linteriorità resa manifesta, lespressione dellindividualità umana riflessa; la religione è la solenne scoperta dei tesori nascosti delluomo, lammissione aperta dei propri pensieri piú intimi, la confessione solenne dei propri segreti amorosi» (1).
Meno noto è che anche Descartes, trattando dello stesso oggetto, enuncia, nella forma apparentemente dimessa e colloquiale delle sue Meditazioni metafisiche, un argomento che appare analogo a quello espresso da Feuerbach.
Nella «Terza meditazione», che tratta, appunto, «Di Dio e della sua esistenza», parlando dellorigine della nostra idea di Dio come sostanza infinita, prospetta leventualità che essa sia stata prodotta dalluomo stesso, e che quindi le perfezioni riconosciute dalla nostra intelligenza come proprie di Dio, in forma attuale, in effetti siano quelle proprie della natura delluomo e presenti, in forma potenziale, negli uomini concretamente esistenti.
Dice Descartes: «Ma è possibile anche che io sia qualche cosa di piú che non mimmagini, e che tutte le perfezioni che attribuisco alla natura di un Dio, siano in qualche modo in me in potenza, sebbene non si producano ancora, e non si rendano manifeste per mezzo delle loro azioni. In effetti, io sperimento già che la mia conoscenza aumenta e si perfeziona a poco a poco, e non vedo niente che le possa impedire daumentare sempre piú, fino allinfinito; poi, essendo così accresciuta e perfezionata, non vedo nulla che impedisca che io possa acquistar per suo mezzo tutte le altre perfezioni della natura divina; ed infine sembra che la facoltà che io ho di acquistare queste perfezioni, se è in me, possa essere capace dimprimervi e dintrodurvi le loro idee» (2).
Già la forma in cui è esposto largomento nei due testi dà ragione del senso che esso assume nella strategia argomentativa di ciascuno dei due pensatori. Infatti è da tutti intuibile la diversità radicale degli obiettivi che, attraverso questo argomento, i due filosofi stanno perseguendo: Descartes vuole mostrare e Feuerbach intende negare che allumana idea di Dio corrisponda lesistenza reale di Dio come sostanza eterogenea rispetto a quella delluomo. E infatti largomento, mentre nel testo feuerbachiano è presentato in modalità assertoria, in quello cartesiano invece è esposto in termini inequivocabilmente interlocutori. Quellargomento, dunque, per Feuerbach rappresenta una tesi da sviluppare e da sostenere con adeguata argomentazione; per Descartes unipotesi che dovrà essere smentita come insostenibile attraverso lulteriore articolazione dimostrativa.
2. Nel discorso di Feuerbach, lesistenza delluomo si compie e perciò è da intendersi nel modo della relazione. Luomo è "soggetto" in relazione a un "oggetto". Loggetto della relazione può essere o esterno a sé oppure interno a sé: nel primo caso la modalità di esistenza è quella della «coscienza», nel secondo caso è quella dell«autocoscienza».
Anche la religione è relazione. Ma qual è loggetto dellatteggiamento religioso? Feuerbach non sè mai distaccato dallinsegnamento di Hegel, di cui, a suo stesso dire, è stato «diretto discepolo». Lo asserisce infatti nella lettera del 22 novembre 1828 indirizzata proprio ad Hegel (3), in cui non solo gli ricorda che per due anni ha seguito i suoi corsi a Berlino, ma dichiara pure, non senza enfasi, che le idee del maestro agiscono in lui esercitando una «forza creativa».
Dunque, anche quando Feuerbach sottopone lo hegelismo a critica rigorosa, egli rimane molto piú hegeliano di quanto voglia lasciare intendere. Egli è rimasto fedele soprattutto al metodo hegeliano. Perciò la sua stessa critica al pensiero del "maestro" assume talvolta il tono del risentimento che accompagna spesso la disillusione.
Sicché anche per Feuerbach la religione è, hegelianamente, un momento dello Spirito assoluto.
Naturalmente egli non dichiara il suo debito nei confronti di Hegel. Ed elabora in altro modo lo stesso tema hegeliano. In effetti egli rifiuta la prospettiva hegeliana che lo Spirito assoluto sia lessenza infinita, il Logos eterno, che prende coscienza di sé nellattività autocosciente dello spirito finito delluomo. La ritiene, verosimilmente, contraddittoria con quella, ugualmente hegeliana, che lo Spirito Assoluto rappresenti il punto piú alto in cui lo spirito finito delluomo per lui il vero principio e lunico oggetto della speculazione teoretica prenda consapevolezza, nelle forme piú mature della sua attività di pensiero, della sua stessa essenza «divina».
Dunque, anche per Feuerbach la religione è uno dei momenti in cui, appunto, lo spirito coglie, nella finitezza della condizione umana, la sua natura infinita. Loggetto della religione non può essere che interno, e pertanto argomenta Feuerbach latteggiamento religioso è fondamentalmente un rapporto delluomo con se stesso. E quindi, in senso proprio, la coscienza che luomo ha di Dio non è altro che la coscienza che luomo ha della sua stessa essenza "divina"; e tutta la conoscenza che luomo matura intorno a Dio è la conoscenza raggiunta intorno alla propria natura. E pertanto, per dirla in termini hegeliani, la realtà che si asserisce "oggettiva" di Dio non è che lesito dellattività "rappresentativa" che è propria della forma religiosa dello Spirito Assoluto. Dio è lintimo che si è rivelato, lessere stesso delluomo che si è reso manifesto: «Gott ist das offenbare Innere, das ausgesprochne Selbst des Menschen»; per cui la religione è il solenne svelamento dei celati tesori delluomo: «Die Religion ist die feierliche Enthüllung der verborgnen Schätze der Menschen» (4).
Feuerbach estende la sua azione esplicatrice e chiarificatrice alle ragioni del fenomeno religioso. A differenza delloggetto sensibile, «der sinnliche Gegenstand», che è in sé un oggetto indifferente, «ein indifferenter Gegenstand» , vale a dire un oggetto che non richiede unopinione, né implica lesercizio dellattività di giudizio: «unabhängig von der Gesinnung, von der Urteilskraft» , loggetto della religione, «der Gegenstand der Religion», è loggetto considerato di maggior valore, e quindi, proprio per il suo particolare pregio, è il frutto di una scelta, «ein auserlesener Gegenstand». Con la religione si sceglie la cosa piú eccellente: «das vorzüglichste, das erste, das höchste Wesen». Insomma la religione ha a fondamento essenzialmente un giudizio critico, «ein kritisches Urteil», e presuppone la distinzione, «den Unterschied», fra ciò chè degno di adorazione e ciò che non lo è, «zwischen dem Göttlichen und Nichtgöttlichen» (6).
E, nello sforzo compiuto dalluomo per il ri-conoscimento del valore della propria essenza, esso non può che esser prescelto come il piú idoneo e adeguato a «rappresentare» la propria natura infinita.
Perciò, dice Feuerbach, deve ritenersi valida, senza riserve o limitazioni, laffermazione che ciò che luomo, nella religione, pone come proprio oggetto non è nientaltro che il suo stesso essere oggettivato: «Der Gegenstand des Subjekts ist nichts andres als das gegenständliche Wesen des Subjekts». Dunque, non solo, come luomo pensa, così è il suo Dio; ma soprattutto: quanto luomo vale, agli occhi delluomo stesso, tanto e non piú vale il suo Dio: «Soviel Wert der Mensch hat, so viel Wert und nicht mehr hat sein Gott». Dio e luomo, insomma, sono la stessa cosa: «beides ist identisch» (6).
Senza equivoci quindi Feuerbach dichiara ed argomenta che lidea di Dio è prodotta dalluomo stesso, e che in essa luomo ripone, nel grado della massima perfezione, tutti gli elementi di eccellenza e di pregio propri della sua stessa essenza.
3. Anche Descartes pone luomo come punto di partenza per la riflessione teoretica. Questo è il cominciamento "dichiarato". In effetti egli parte dalluomo nellesercizio del suo potere cogitante. Tuttavia, arrivato al "cogito ergo sum", e, di conseguenza, allacquisizione della condizione delluomo quale «res cogitans», Descartes si trova nella necessità di adottare una strategia che gli permetta di evitare le secche del solipsismo. Insomma, il «cogitare», certo, dà allindividuo pensante la certezza della sua esistenza; tale certezza tuttavia è relativa solo alla sua esistenza come, appunto, «res cogitans»; dunque il «cogitare», per se stesso, non gli consente di giungere immediatamente anche alla certezza dellesistenza di ciò che sussiste fuori dal pensiero, e tanto meno offre una garanzia sulla verità di ogni possibile forma di conoscenza relativa alla realtà delle «cose» percepite. Secondo lidea cartesiana, dunque, se si fosse dimostrata lesistenza di Dio, allora la sua attività creativa avrebbe garantito, ad un tempo, lesistenza sia della realtà mondana e sia della stessa «res» del soggetto pensante, e la sua bontà avrebbe offerto ampia assicurazione circa la possibilità di verità della conoscenza delle cose raggiunta con gli strumenti cognitivi da lui stesso forniti allessere umano.
Ma per dimostrare lesistenza di un Dio bisognava, naturalmente, partire dal pensiero stesso, piú precisamente dai contenuti dell«actus cogitandi». E, comè noto, Descartes individua il punto davvio nellidea della perfezione, inequivocabilmente presente nel pensiero delluomo: quellidea, attraverso largomentazione cosiddetta "ontologica", avrebbe portato, nellintendimento cartesiano, alla certezza dellesistenza di Dio.
Lattenzione teoretica si sposta dunque sulla natura, e quindi sullorigine, dellidea di «essere perfettissimo». Bisogna arrivare alla certezza che tale idea non sia, né interamente né parzialmente, prodotta dalluomo, quindi non sia né «avventizia» né «fattizia».
A tale scopo Descartes adopera largomento che luomo non può essere supposto causa di quellidea: infatti egli dice non è in possesso di almeno tanta ricchezza quanta ne possiede lidea come effetto. Di ogni idea, di cui luomo dispone, si può cogliere sempre qualche aspetto che può ricondurre quellidea, anche solo parzialmente, allazione o alle funzioni cognitive delluomo stesso. Diverso è il caso dellidea di Dio. E infatti, se col termine «Dio» sintende «une substance infinie, éternelle, immuable, indépendante, toute connaissante, toute-puissante, et par laquelle moi-même, et toutes les autres choses qui sont (sil est vrai quil y en ait qui existent) ont été créées et produites», allora non si può disconoscere che le prerogative di questa sostanza sono così grandi e così «eminenti», che bisogna necessariamente concludere che lidea di una tale sostanza non possa, in nessun modo e in nessuna misura, essere stata prodotta da me che sono un essere finito, caduco, contingente (7).
Ma con una sorta di procedura iperbolica Descartes è qui il punto avanza la supposizione che la realtà delluomo non sia quella che è a tutti nota. Quasi per dare unultima, estrema possibilità di sostenere che luomo può essere causa efficiente dellidea di Dio, o almeno può avere un qualche ruolo nella generazione di una tale idea, il filosofo produce unargomentazione simile a quella espressa da Feuerbach.
La condizione mondana delluomo non esprime la ricchezza della sua essenza; la natura delluomo dunque non è quella che appare al singolo uomo esistente; essa invece include tutte quelle perfezioni che ordinariamente riconosciamo solo a Dio, e che giudichiamo esser proprie ed esclusive della natura divina.
4. È evidente che Descartes avanza unipotesi chegli stesso ritiene, a priori, insostenibile. Con Descartes lo si è detto siamo agli antipodi della prospettiva di Feuerbach. Descartes vuol negare proprio ciò che Feuerbach intende affermare; e viceversa. Ciò che per luno è possibile e vero, per laltro è impossibile e falso. È naturale dunque che Descartes ponga come ipotesi, da dimostrare erronea, quella che per Feuerbach era una tesi, da dimostrare veridica.
In fondo la discriminante tra i due è segnata come si sarà capito dallautentico «cominciamento».
Descartes, consapevole erede del patrimonio filosofico legato alla visione cristiano-cattolica, parte da una concezione trascendentistica in cui Dio esiste come realtà in sé, e lintelligenza teoretica deve solo mostrare la legittimità razionale dellaffermazione argomentata dellesistenza divina.
Feuerbach, di formazione hegeliana, accentua il tema della necessaria dimensione storica di quel che Hegel indica come il logos eterno. Per Hegel lIdea che, proprio aglinizi dellEnciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, egli dice esser Dio non può sussistere in sé, deve oggettivarsi nello spazio e nel tempo, e nelle forme spazio-temporali deve dispiegare la sua essenza. Sicché, come Hegel, anche Feuerbach ritiene che quel logos abbia esistenza unicamente e sincarni dinamicamente nella storia; ed anchegli asserisce che sul piano storico esso non abbia effettivo e autoconsapevole dispiegamento in alcun «luogo» se non nello Spirito; ma, accentuando laspetto concreto della dimensione storica del logos, asserisce che esso non ha altra esistenza che nelluomo sia come concreta umanità che come concreto individuo. Perciò per Feuerbach, come per Hegel, la Religione è uno dei modi in cui luomo, come individuo e come umanità, coglie e manifesta a se stesso la propria essenza divina.
Peraltro lopzione "trascendentistica" in Descartes non viene mai dichiarata come la prima "posizione" da cui scaturisce tutta la sua elaborazione; mentre al contrario, lopzione, per dir così, "immanentistica" in Feuerbach è non solo esplicitamente ammessa ma, nelle convinzioni del pensatore, teoreticamente fondata proprio sullosservazione, che potremmo dire di tipo "fenomenologico", e sullanalisi dellesperienza religiosa delluomo.
È per questo che Feuerbach, convinto dellimpossibilità di ogni concezione rigorosamente trascendentistica del divino, può sostenere che, proprio nellintimo dellesperienza religiosa, luomo proietta di fronte a sé, oltre di sé, separato da sé, ciò che egli pensa di sé, ciò che egli è, e ciò che egli vuole essere. E assumendo toni hegeliani ovvero intendendo che la concreta divinità delluomo si dispiega solo al culmine dello «Spirito Assoluto», sostiene che, della rivelazione di sé, espressa in questa proiezione "religiosa", luomo non è pienamente consapevole, e non può esserlo; questa rivelazione di sé, nellambito dellesperienza religiosa, luomo la compie solo "immediatamente" e nella forma "rappresentativa": «Wenn aber die Religion, das Bewußtsein Gottes, als das Selbstbewußtein des Menschen bezeichnet wird, so ist dies nicht so zu verstehen, als wäre der religiöse Mensch sich direkt bewußt, daß sein Bewußtsein von Gott das Selbstbewußtsein seines Wesens ist»; infatti, chiarisce Feuerbach, carattere proprio e fondamentale della religione è proprio linconsapevolezza, un carattere che segna la diversa natura della religione rispetto a quella del pensiero filosofico: «denn der Mangel dieses Bewußtseins begründet eben die differentia specifica der Religion» (8).
E infatti, ancora sulla scia hegeliana, egli completa il percorso argomentativo sostenendo che solo nella filosofia lunità di finito e infinito viene colta dalluomo in forma pienamente consapevole e solo nellarticolazione filosofica trova piena fondazione, ovvero fondazione razionale, per cui ma a questo punto Feuerbach non è piú discepolo ortodosso di Hegel in fondo la filosofia non può essere che antropologia. E dunque la religione è solo la prima approssimativa forma di autoconoscenza delluomo: «Die Religion ist die erste, und zwar indirekte Selbsterkenntnis des Menschen»; in tal senso essa precede, e deve sempre precedere la filosofia, nella storia dellumanità cosí come nella storia dei singoli individui: «Die Religion geht daher überall der Philosophie voran, wie in der Geschichte der Menschheit, so auch in der Geschichte der einzelnen» (9).
Ma cè dellaltro. Le differenze di prospettiva tra Descartes e Feuerbach sono radicali non solo quanto al «cominciamento». Infatti esse trovano spiegazione anche, e forse soprattutto, nella concezione stessa della soggettività umana. In Feuerbach il soggetto come si è visto ha una dimensione storica che in Descartes non solo non viene mai elaborata, ma neppure speculativamente dichiarata. Per Descartes, a differenza che per Feuerbach, il tempo non appare giocare praticamente alcun ruolo nella costituzione del concreto soggetto umano. Per Feuerbach, invece, cè sempre un "prima" che rappresenta una forma incompiuta di quel che viene "dopo". Cè un dinamismo che testimonia lesistenza di uno "sviluppo", di cui non si scorge traccia in Descartes. Sicché per Feuerbach hegelianamente cè un vero processo di formazione dellauto-coscienza. Sia come individuo sia come umanità in cammino, luomo, come esplicitamente segnala Feuerbach prima sposta il suo essere fuori da sé, con la religione, e poi lo trova in sé, con la riflessione autoconsapevole della ragione. In tal senso la religione è linfanzia dellumanità: «Die Religion ist das kindliche Wesen der Menschheit» (10); dunque essa segna una tappa importante nellevoluzione spirituale delluomo.
Rispetto ad Hegel, Feuerbach enfatizza, nellatteggiamento religioso, non solo la mancata consapevolezza di tale processo evolutivo, ma anche il carattere "transitorio" del fenomeno religioso e linevitabile superamento dogni possibile religione. Linconsapevolezza è legata alla transitorietà, e non solo, ovviamente, perché la reale consapevolezza di sé si può compiere solo nel pensiero riflesso proprio della filosofia; ma anche perché altrimenti la religione stessa, paradossalmente, porterebbe fatalmente in sé e con sé la lucida certezza di non poter avere, nel processo di formazione dellautocoscienza, altro esito che lannullamento di sé.
Ma tutto ciò non minimizza e neppure riduce limportanza della religione. Solo attraverso la religione, infatti, lo spirito può pervenire alla piú piena formazione dellautocoscienza. In altri termini, solo attraverso il «superamento» della religione, ovvero soltanto nel passaggio alla dimensione «scientifica» della filosofia, dunque solamente in una riflessione teoretica che qui Feuerbach non fa concessioni né ammette deroghe non solo resista alla tentazione di configurarsi nei termini di una «teologia», di una concezione dellincarnazione di Dio nelluomo, ma si sforzi piuttosto di darsi lassetto di una vera e propria «antropologia», di una dottrina che evidenzi la natura "divina" e quindi le possibilità «in-finite» dellessenza umana, luomo come singolo e come umanità prende coscienza di sé e assume leffettivo governo della propria esistenza.
5. Dunque, per Feuerbach la natura infinita delluomo è reale, anche se non compiutamente dispiegata nelle singole esistenze individuali. Infinità potenziale non è infinità irreale. Diremmo, facendo il verso ad Aristotele, che non sappiamo se la perfezione divina, chesiste in potenza nelluomo, diventerà mai atto; ma, se qualcosa esiste allo stato potenziale, esso è in grado di diventare atto; e dunque la attualizzazione della condizione divina delluomo non è una semplice chimera, un impossibile sogno di un uomo mortificato dalla contingenza e dalla precarietà.
Secondo Descartes, naturalmente, questo argomento è privo dogni fondamento, e quindi del tutto inammissibile. Lo si capisce facilmente comegli stesso dice «par la lumière naturelle».
Non deve sfuggire, tuttavia, che «la lumière naturelle», di cui parla Descartes, quella chegli stesso adopera nella meditazione filosofica, si muove sulla traccia di presupposti come sè visto non condivisi con Feuerbach, e in un ambito di interessi di tipo «ontologico» e «gnoseologico», e ancorati ad una metafisica religiosa ben diverso da quello «antropologico» che caratterizza come è stato segnalato il pensiero feuerbachiano.
Si ponga pure dice quindi Descartes che tutte le perfezioni attribuite alla natura divina siano proprie della natura umana (11).
Pertanto si supponga, e ragionevolmente si può farlo, che in linea di principio niente possa arrestare, ad esempio, il processo di crescita e perfezionamento della conoscenza del singolo individuo. Quel processo quindi può continuare allinfinito. E così per le altre perfezioni. E tuttavia, pur non scorgendo nulla che possa impedire di acquistare tutte le altre prerogative della natura divina, ciò non significa che luomo abbia effettivamente una natura divina. La sua condizione di contingenza, di precarietà mondana, manterrà quelle perfezioni «divine» sempre allo stato potenziale, e non consentirà, mai e in nessun modo, che esse possano realizzarsi appieno, ovvero che esse possano trovarsi nelluomo in una condizione «attuale».
Descartes è convinto della sussistenza di uninsuperabile eterogeneità tra luomo e Dio, di una differenza ontologica tale per cui, ad esempio, in nessun modo leternità di Dio può essere intesa nei termini dellinfinita durata, ovvero di una durata in-definita, come solo può intendersi una infinità sul piano delle realtà mondane. Su questa base egli può concludere che, anche ammessa per ipotesi la natura divina delluomo, tutte le prerogative umane «nappartiennent et napprochent en aucune sorte de lidée que jai de la Divinité, dans laquelle rien ne se rencontre seulement en puissance, mais tout y est actuellement et en effet».
E poi aggiunge incalzando non cè davvero alcun elemento che possa lasciar pensare alluomo, creatura contingente, di possedere una vera natura divina. Limperfezione è costitutiva della realtà umana, come del resto mostra inequivocabilmente e qui Descartes ha gioco facile proprio il fatto che la conoscenza sia un processo, ossia come prova incontestabilmente proprio il fatto che la sua crescita, per quanto supposta in-definita, debba aver luogo a poco a poco, con progressione graduale. Per cui, ben si comprende che nelluomo la conoscenza non possa mai trovarsi in una condizione «actuellement infinie»; e infatti, «elle narrivera jamais à un si haut point de perfection, quelle ne soit encore capable dacquérir quelque plus grand accroissement».
E dunque, se «je conçois Dieu actuellement infini en un si haut degré, quil ne se peut rien ajouter à la souveraine perfection quil possède», allora luomo non ha non può avere natura divina, e, quanto allorigine dellidea di Dio, egli non può averla prodotta: «lêtre objectif dune idée ne peut être produit par un être qui existe seulement en puissance, lequel à proprement parler nest rien, mais seulement par un être formel ou actuel» (12).
6. Certo, Feuerbach avrebbe potuto muovere a Descartes laccusa di aver chiaramente data per presupposta quellalterità ontologica, tra uomo e Dio, che invece avrebbe dovuto esser dimostrata. Maggiori difficoltà avrebbe incontrato Descartes ad imputare a Feuerbach di aver eluso quella eterogeneità: le posizioni che emergono da analisi di tipo "fenomenologico" godono di una indiscutibile rendita di posizione. Proprio perché, in Feuerbach, lelaborazione teoretica tien fermo luomo non solo come suo punto davvio ma anche come suo punto darrivo, e ogni possibile oggetto di considerazione speculativa deve essere ricondotto nei termini di una concreta antropologia, la riflessione filosofica è nella condizione ideale per arrivare persino a scorgere nelluomo quella natura infinita che, per il pensatore, sfugge agli inconsapevoli, anche a quelli che si elevano alla dimensione religiosa.
Una filosofia che faccia affidamento unicamente sulla ragione, che non si ancori ad alcuna presupposta certezza metafisico-religiosa, e che penetri analiticamente la condizione umana, può fare quel che non possono fare le religioni, e tutte le speculazioni filosofiche che, quanto alla propria ispirazione, sono debitrici a visioni e concezioni religiose: studiare la natura del fenomeno religioso come quella di qualsiasi altro suo «oggetto»; coglierne la vera essenza, rivelarne il segreto, che è anche il fondamento della sua forza. Il compito che Feuerbach si attribuisce, e che proclama esser compito dogni filosofia rigorosa, è appunto quello di mostrare che «der Gegensatz des Göttlichen und Menschlichen ein durchaus illusorischer ist», ovvero che quellopposizione non è che lespressione dello scarto tra «dem menschlichen Wesen», lessenza umana, e «dem menschlichen Individuum», il concreto individuo; e dunque che«auch der Gegenstand und Inhalt der christlichen Religion ein durchaus menschlicher ist» (13).
E allora, anche la stessa idea di un Dio essere perfettissimo non può nascere se non dal seno delluomo, dal suo cuore e dalla sua intelligenza. E nessun valore può avere lobiezione cartesiana che per produrre quellidea bisognerebbe avere tanta ricchezza quanta quellidea esprime. Infatti per Feuerbach, quella ricchezza costituisce e caratterizza imprescindibilmente la natura delluomo: se non fosse cosí, luomo sarebbe poco piú che una bestia.
Quando si considera la religione con occhio davvero filosofico, anche quella cristiana, dunque, si manifesterà come linsieme dei rapporti delluomo con se stesso, «das Verhalten des Menschen zu sich selbst», vale a dire come linsieme dei rapporti con il proprio essere considerato, però, come se fosse un altro essere: «das Verhalten zu seinem Wesen als zu einem andern Wesen». Nella prospettiva di una filosofia che non faccia il verso alla teologia, lessere divino non è altro che lessere delluomo libero dai limiti che caratterizzano lindividuo, ovvero dai limiti della realtà, della corporeità, e oggettivato, e dunque contemplato e adorato, come un altro essere ben distinto da lui. In una concezione speculativa che davvero adotti solo legittimi strumenti di analisi e di elaborazione, e rispetti quellunico obiettivo dal quale discende la sua legittimità, ma anche la sua specificità, ovvero la comprensione della realtà umana, tutte le qualità che identificano lessere divino sono qualità proprie dellessere umano, e dunque i predicati attribuiti a Dio sono solo predicati umani (14).
Insomma, con la filosofia luomo compie la grande impresa della negazione della trasposizione, porta ad effetto la riappropriazione della propria infinità, il riconoscimento dei suoi veri attributi, e delle proprie autentiche possibilità.
Con la riflessione speculativa luomo si sottrae finalmente allinganno chegli stesso ha creato, e che, tuttavia, costituisce il passaggio obbligato per la propria liberazione.
Egli si nega consapevolmente a un Dio da lui stesso generato, rifiuta di rendersi oggetto di un ente divino il cui amore è, nellespressione religiosa, la forma sublimata dellamore per la propria essenza umana; respinge la immaginata dipendenza da lui, la cui bontà è espressione traslata della propria naturale bontà.
7. Per Descartes le argomentazioni addotte da Feuerbach sarebbero suonate come lesito di un puro e semplice vaneggiamento, se non addirittura come il frutto di un pericoloso delirio teoretico.
Nella prospettiva cartesiana, se si considerano le cose un po piú da vicino, si dovrà riconoscere che non è luomo ciò di cui parla il filosofo tedesco. E proprio chi dichiara di voler restare costantemente vincolato, nella riflessione filosofica, alla concreta realtà umana, non può dimenticare la radicale finitudine delluomo. Anche portando al limite tutte le potenzialità supposte incluse nella natura umana, non si giungerà mai a fare delluomo un dio. Anche se la mia conoscenza, ad esempio, aumentasse sempre di piú, essa non potrà mai raggiungere un punto cosí alto di perfezione, da non esser ancora capace di qualche ulteriore incremento. E quandanche immaginassimo il perfezionamento complessivo dellumanità come inarrestabile e costantemente progressivo, luomo, nel suo percorso storico, non raggiungerebbe mai la condizione divina.
Dunque, noi non siamo esseri divini, e pertanto non possiamo esser cause generatrici dellidea di Dio. Questa non può essere adventitia infatti «jamais elle ne sest offerte à moi contre mon attente, ainsi que font les idées des choses sensibles» , né può essere factitia, ovvero non ha e non può avere i caratteri di «une pure production ou fiction de mon esprit» ; essa pertanto può esser soltanto innata: «elle est née et produite avec moi dès lors que jai été créé» (15); essa dunque è simile a tutte quelle altre idee «quae aliquas Essentias Veras, Immutabiles et Aeternas repraesentant» (16).
Pur volendo prendere per buona unipotesi del tipo di quella proposta da Feuerbach, lidea di un «essere perfettissimo», a giudizio di Descartes, non può essere prodotta da un essere che perfettissimo lo sarebbe solo in potenza, cioè da un essere «lequel dice Descartes senza mezzi termini à proprement parler nest rien»; quellidea deve avere la sua sorgente in un essere che perfettissimo lo sia in modo «formel ou actuel» (17).
Si tratta di buon senso. Non cè niente, di quanto detto, «qui ne soit très aisé à connaître par la lumière naturelle à tous ceux qui voudront y penser soigneusement» (18).
E, da quanto è possibile costatare, tutto gioca a favore della dipendenza delluomo da Dio, sia quanto alla sua esistenza, sia quanto al patrimonio di idee che garantisce la possibilità di una conoscenza vera.
La finitezza della condizione umana è un dato immodificabile, la sua imperfezione è una certezza inconcussibile. La mia "divina" potenza troverebbe un inconcepibile limite nella mia incapacità di darmi lesistenza. E la mia "divina" sapienza si esplicherebbe nel creare me stesso pieno di difetti, di mancanze, di debolezze. Neppure leternità mi sarei dato! (19).
Il mio limite, dunque, non può non palesarsi anche nei confronti della stessa idea di Dio. Nellipotesi che fosse stata prodotta da me, dovrei essere in grado di padroneggiarla: eppure «il nest pas en mon pouvoir dy diminuer ni dy ajouter aucune chose» (20).
E allora non cè alternativa: quellidea non è prodotta dalluomo; luomo non è divino; Dio esiste; luomo dipende da Dio; egli solo «possède en soi toutes ces grandes choses auxquelles jaspire, et dont je trouve en moi les idées», e quel che mi rende simile a lui e che mi fa credere di essere realmente come lui non è altro che un segno della sua bontà: egli mi ha fatto a sua immagine, in modo che io potessi capire di essere una immagine (21).
Per cui, «il ne reste plus autre chose à dire, sinon que, comme lidée de moi-même, elle lidea di Dio est née et produite avec moi dès lors que jai été créé» (22).
8. Limpostazione data da Descartes appare rigorosamente "realistica". Adottando i suoi parametri di giudizio, il discorso di Feuerbach, a confronto, sembra una bella quanto incredibile "idealizzazione" della realtà umana. E per sollecitare il riconoscimento della legittimità e della validità esclusiva della sua impostazione, nonché dellirrevocabilità dei suoi risultati, egli indica piú volte nella «luce naturale» la fonte delle sue articolazioni discorsive. Sicché tutto quanto da lui asserito doveva apparire niente piú che il portato di un rigoroso buonsenso. Con la dizione «luce naturale», infatti, Descartes voleva riferirsi, in fondo, proprio a quel buon senso, a quella comune ragionevolezza che, nel discorrere razionale, impedisce che si cada nelle piú banali contraddizioni.
A tal proposito è significativo quanto Descartes dice nella «Sesta Meditazione». Esemplificando, egli dice che la nozione: «ce qui a une fois été fait ne peut plus navoir point été fait», è appunto una verità «que je connais par la lumière naturelle», ovvero che appartiene alla sola mente e che si coglie senza alcun aiuto esterno, neppure grazie alla mediazione del corpo (23).
Sicché la «luce naturale» viene invocata, ad esempio, nell«Abregé» anteposto al testo delle «Meditations». Qui Descartes tiene a distinguere lambito delle verità di fede da quello delle verità di ragione, e si preoccupa di sottolineare chegli, in questa sede, si è tenuto nei limiti del discorso meramente razionale: «je nentends point y parler des choses qui appartiennent à la foi, ou à la conduite de la vie, mais seulement de celles qui regardent les vérités spéculatives et connues par laide de la seule lumière naturelle»
(24).
Ma davvero la credenza nelle verità di fede non gioca alcun ruolo nella gestione della cosiddetta «luce naturale»?
Comunque, non a caso la «luce naturale» viene evocata piú volte nelle argomentazioni della «Terza meditazione», ovvero nel trattare dellesistenza di Dio.
Una prima volta senza alcun riferimento al problema di Dio, e volendo evidenziare il potere cogente della ragione naturale. Riferendosi, infatti, alla corrispondenza delle «idee» delle cose sensibili alle «cose» stesse, Descartes dice che una delle ragioni da considerarsi a favore ossia: questo è quanto viene insegnato alluomo dalla natura stessa è, sí, «forte», nel senso che effettivamente sussiste nelluomo unincontrovertibile tendenza a credere a questa corrispondenza, ma, in ogni caso, sulla verità di questa corrispondenza non cè lapporto di una luce naturale; e spiega che la luce naturale ha, appunto, una capacità vincolante sua propria, come nel caso dellacquisizione del «cogito ergo sum»: «je ne saurais rien révoquer en doute de ce que la lumière naturelle me fait voir être vrai, ainsi quelle ma tantôt fait voir que, de ce que je doutais, je pouvais conclure que jétais» (25).
Altro riferimento nello stesso ambito tematico vien fatto poco piú avanti. Segnalato che è erroneo parlare di idee false, tuttavia Descartes ammette che per certe idee si può parlare di «una certa falsità materiale», come quelle del caldo e del freddo. E tuttavia, per spiegare che non possono esser false in assoluto, aggiunge: «si elles sont fausses, cest-à-dire si elles représentent des choses qui ne sont point, la lumière naturelle me fait connaître quelles procèdent du néant, cest-à-dire quelles ne sont en moi, que parce quil manque quelque chose à ma nature, et quelle nest pas toute parfaite» (26).
In altro caso la luce naturale viene evocata proprio a proposito dellorigine dellidea di Dio. Descartes spiega infatti che lattribuzione dellorigine dell«idea di Dio», posseduta dalluomo, ad un Dio realmente esistente è resa necessaria dal principio a cui abbiamo già fatto riferimento che la causa deve contenere almeno tanta realtà quanta ce ne sia leffetto; un principio chegli asserisce essere «di luce naturale», dunque alla portata di tutti gli uomini: «cest une chose manifeste par la lumière naturelle, quil doit y avoir pour le moins autant de réalité dans la cause efficiente et totale que dans son effet» (27).
E poco piú avanti a completamento e a rafforzamento dellargomentazione, afferma che, sempre in forza della luce naturale, le idee mi appaiono, inequivocabilmente, come delle immagini che, proprio per la loro natura di "copie", a mala pena lasciano intravedere la ricchezza degli originali: «En sorte que la lumière naturelle me fait connaître évidemment, que les idées sont en moi comme des tableaux, ou des images, qui peuvent à la vérité facilement déchoir de la perfection des choses dont elles ont été tirées, mais qui ne peuvent jamais rien contenir de plus grand ou de plus parfait» (28).
Ancora un ricorso alla luce naturale a proposito della dipendenza costante e continua delle creature dal creatore. Per esistere, una sostanza non deve solo esser creata, ma anche mantenuta allesistenza: il che significa che, finché essa dura, essa è verità di «luce naturale» ha bisogno del potere "creativo" di Dio: «En sorte que la lumière naturelle nous fait voir clairement, que la conservation et la création ne diffèrent quau regard de notre façon de penser, et non point en effet» (29).
Quel Dio, di cui ho lidea chiara e distinta, possiede tutte le perfezioni, e pertanto dirà poco piú avanti chiamando in causa ancora una volta la «luce naturale» non può assolutamente ingannare luomo: «Doù il est assez évident quil ne peut être trompeur, puisque la lumière naturelle nous enseigne que la tromperie dépend nécessairement de quelque défaut» (30).
Il tema della «luce naturale» ritorna ancora, peraltro, nella «Quarta Meditazione», parlando appunto del vero e del falso. Si danno dei casi in cui dice Descartes il mio «intelletto» non riesce a concepire una cosa con sufficiente chiarezza; in queste circostanze, sia laffermarla che il negarla, che sono atti della «volontà», si configurano come usi illegittimi del libero arbitrio. Infatti, commenta Descartes, «la lumière naturelle nous enseigne que la connaissance de lentendement doit toujours précéder la détermination de la volonté. Lerrore è nella mia «operazione»; di questo errore dunque non posso attribuire la colpa a Dio, magari imputandogli la responsabilità di non avermi dato piú potenti e migliori capacità dintelletto e di volontà: «je nai certes aucun sujet de me plaindre, de ce que Dieu ne ma pas donné une intelligence plus capable, ou une lumière naturelle plus grande que celle que je tiens de lui, puisquen effet il est du propre de lentendement fini, de ne pas comprendre une infinité de choses, et du propre dun entendement créé dêtre fini» (31).
9. È il caso di rilevare subito che Descartes ammette come di «lumière naturelle» verità come dire? di diverso peso specifico. Di per sé questo potrebbe non aver nessun significato. Ma si aggiunga che qualcuna di tali verità, se considerata in altra prospettiva, potrebbe non risultare dotata del potere vincolante che Descartes crede si debba riconoscerle. E infine, si consideri che, a sentire "questo" Descartes, si dovrebbe concludere che le posizioni difformi rispetto alla sua, come appunto quella sostenuta da Feuerbach, sarebbero segnate da un grave peccato originale che ne determina fatalmente linstabilità strutturale, ovvero dallirrimediabile difetto di «lumen naturale».
Allora è il momento di riproporre la questione la credenza nelle verità di fede non gioca alcun ruolo nella gestione cartesiana della cosiddetta luce naturale?
Le «Méditations metaphysiques», comè noto, sono introdotte da una lettera dindirizzo «A Messieurs les Doyen et Docteurs de La Sacrée Faculté De Théologie de Paris». Lo scritto, dunque, è stato indirizzato ai massimi esponenti della cultura cattolica del suo paese. Forse Descartes, in tempi difficili per linnovazione culturale, come i suoi, per la forte censura esercitata dalla Chiesa Cattolica, voleva lipotesi è possibile e legittima porsi al riparo dalle conseguenze gravi che il suo scritto, per le cose ardite che avrebbe avanzato, avrebbe potuto procurargli. Ma, a leggere la lettera con attenzione, sintravede in essa un piano preciso che può collocare questo scritto nella tradizione della migliore apologetica. O meglio, questopera potrebbe rappresentare una forma moderna di difesa delle verità della fede cattolica, ovvero una "difesa" pensata allinterno di una strategia "offensiva", che prendesse avvio dalle certezze fondamentali proprie del soggetto pensante, che mantenesse larticolazione argomentativa nellambito delle possibilità offerte dal discorso razionale, e che evitasse quindi ogni esplicito e acritico ricorso allautorità del Vangelo, della tradizione religiosa, del magistero ecclesiastico e della elaborazione teologica.
Tuttavia la forma "moderna" non avrebbe mutato la natura dellopera, che è contraddistinta dallobiettivo che le viene esplicitamente assegnata, enunciato con mille distinzioni e precisazioni, consistente nel convincere anche lateo a credere allesistenza di Dio e allimmortalità dellanima. Si trattava, insomma, di dare rigorosa struttura razionale e capacità di persuasione logica, attraverso argomentazioni di comune ragionevolezza, a verità dorigine inequivocabilmente religiosa.
Certo, non va sottovalutato laspetto "moderno": «Jai toujours estimé que ces deux questions, de Dieu et de lâme, étaient les principales de celles qui doivent plutôt être démontrées par les raisons de la philosophie que de la théologie». Ma è il caso di segnalare che Descartes non vuole sottrarre alla teologia e riportare nel dominio della filosofia la questione della legittimità di queste due «verità», ma solo il compito di persuadere circa la validità di tali verità, perché, come dice esplicitamente, non si riuscirà mai a convincere chi non crede, con gli strumenti adatti a chi crede: «certainement il ne semble pas possible de pouvoir jamais persuader aux infidèles aucune religion, ni quasi même aucune vertu morale, si premièrement on ne leur prouve ces deux choses par raison naturelle»
(32). Peraltro Descartes non nasconde la sua certezza che il modo rigoroso con cui ha affrontato queste due questioni è tale che egli è riuscito ad approdare a «très évidentes et très certaines démonstrations»; e non dissimula il compiacimento di aver prodotto dimostrazioni tanto valide e convincenti che tutti, anche i piú resistenti, dovranno «se rendre», e che «il ny aura plus personne qui ose douter de lexistence de Dieu, et de la distinction réelle et véritable de lâme humaine davec le corps» (33).
Ma cè di piú. Nel corso dellopera Descartes tenta addirittura di portare a dignità filosofica un argomento che dogma di fede è stato sviluppato in sede teologica. Egli infatti non si ferma allaffermazione dellesistenza di Dio a partire dallidea di Dio che ogni spirito umano possiede. Egli asserisce che luomo è stato «creato» da Dio, e Dio, nel crearlo, ha messo in lui questa idea, perché fosse «comme la marque de louvrier empreinte sur son ouvrage». La creatura, dunque, espressione autentica del Creatore.
Anzi, la creatura è immagine del Creatore. Descartes è convinto che questa sia unaffermazione teoreticamente verisimile: «il est fort croyable quil ma en quelque façon produit à son image et semblance». In realtà egli vuol mostrare che questa convinzione non è solo una credenza. Lo si capisce da quel che segue. Dio stesso infatti dice ha voluto che cogliessi questa rassomiglianza «par la même faculté par laquelle je me conçois moi-même». E asserisce che nellatto della riflessione su me stesso, quando per cosí dire prendo consapevolmente possesso della certezza del mio "cogito", non solo conosco che «je suis une chose imparfaite, incomplète, et dépendante dautrui, qui tend et qui aspire sans cesse à quelque chose de meilleur et de plus grand que je ne suis», ma, allo stesso tempo, io conosco pure che «celui duquel je dépends, possède en soi toutes ces grandes choses auxquelles jaspire, et dont je trouve en moi les idées, non pas indéfiniment et seulement en puissance, mais quil en jouit en effet, actuellement et infiniment et, ainsi quil est Dieu».
E quindi non è un caso che questa «Meditation» si chiuda poi con lesaltazione dellattività contemplativa che poco ha a che fare con la riflessione razionale. Prima di passare alla considerazione di altre verità dice infatti , mi sembra opportuno, trattenendomi nella contemplazione di Dio, «de peser tout à loisir ses merveilleux attributs, de considérer, dadmirer et dadorer lincomparable beauté de cette immense lumière», almeno tanto quanto mi è consentito dalla forza del mio spirito, che in certo modo ne è stato abbagliato.
Di qui persino la considerazione morale: questa contemplazione, facendoci sperimentare «la souveraine félicité de lautre vie», che la fede cinsegna non consistere in altro «que dans cette contemplation de la Majesté divine», ci consentirà, allo stesso tempo, di godere della piú grande gioia di cui possiamo esser capaci in questa vita (34).
10. Descartes, comè noto, si propone di liberare il "cogito" dalla dipendenza dallessere, e di porlo a fondamento del discorso teoretico. Ma non riesce a liberarlo dal suo modo di concepire lessere. In effetti tiene ben distinti lordine del discorso dallordine dei fatti. Tuttavia, non può non farli interagire, e, nellinterazione, tutto quanto appartiene allordine metafisico della realtà viene costituito di fatto come fondamento remoto, non dichiarato, a quanto espresso nellordine del discorso; sicché lirrevocabile configurazione metafisica del "fatto" diventa limplicito, loggettivo e linalterabile elemento normativo del "discorso". E dunque, nel discorso su Dio, egli non si sottrae a quella sorta di ambiguità che pure gli era stata, a suo tempo, segnalata: mentre "dice" che dallidea di Dio si può arrivare alla certezza assoluta dellesistenza di Dio, di fatto "presuppone" quella certezza. E la pre-supposta esistenza reale di Dio costituisce fonte ontologicamente certa non solo della presenza nelluomo dellidea di Dio ma anche della legittimità razionale del procedimento che da quellidea porta, per dimostrazione, alla certezza allesistenza reale di Dio.
Insomma, nonostante lindiscutibile e celebratissimo salto dalloggetto al soggetto sul piano della metodologia del lavoro filosofico, Descartes tien fermo lo sfondo della metafisica che, nella tradizione filosofica occidentale, è connessa alla concezione cristiana. Il Cristianesimo, non solo come religione ma anche come elaborazione teologica, fa da inevitato sfondo della ricerca teoretica. Descartes dunque non mette non può mettere sotto esame la religione stessa come fa Feuerbach; tanto meno si preoccupa di sottoporre a verifica le certezze che la religione e la cultura cristiane hanno portato con sé e proposto costantemente nel corso dei secoli. Il dubbio metodologico non investe mai davvero il quadro delle certezze religiose, le quali restano oggettivamente salde e pre-poste ad ogni dubbio, in modo che leventuale fallimento dei tentativi di uscita teoretica dal dubbio non avrebbe mai compromesso limpianto delle verità a cui mena a credere la fede.
Diversa, naturalmente, limpostazione di Feuerbach. Il quale invece, maturatosi scientificamente nel filone idealistico, ha sviluppato una sensibilità per la dimensione del "tempo" e una notevole attenzione alla "storia", che lo inducono a considerare luomo come individuo e come umanità in una condizione di inarrestabile sviluppo secondo un movimento di progresso scandito nelle tappe del suo graduale arricchimento nel senso del sempre piú pieno compimento delle possibilità connesse alla sua natura "divina". Nella storia ogni evento, ogni fatto, ha un senso che può esser compreso solo con lindagine sulla sua origine e sulle modalità del suo sviluppo. Pure la religione, dunque, va sottoposta a questanalisi; la quale non va ridotta nei limiti angusti di un esame delle concrete religioni storiche, ma deve configurarsi come indagine razionale dellessenza stessa del fenomeno religioso da cui hanno tratto origine le varie religioni storiche. E dunque, nella prospettiva di Feuerbach, il lavoro teoretico sulla religione si configura come esame della sua origine umana, e quindi come momento lo si è detto di una complessa antropologia.
In questa antropologia la religione, pur intesa come emergente dal cuore (35) e dallintelligenza delluomo, si mostra anche, per altro verso, come il frutto dellerrore delluomo che non è riuscito ad appropriarsi compiutamente e consapevolmente delle sue reali possibilità. Delluomo alla ricerca del vero se stesso, alla ricerca di quellessenza chegli vede oggettivata nella natura divina, e che considera non come la propria essenza, bensí «als einem andern, aparten, von ihm unterschiedenen, ja entgegengesetzten Wesen» (36).
Per Feuerbach, nelle concezioni speculative che si tengono sostanzialmente fedeli alla tradizione culturale occidentale segnata dal Cristianesimo, Dio, sotto il profilo strettamente teoretico, non è altro che la risposta unica a tutti i quesiti propri dellarea insondabile dellorigine e del fondamento del reale; e dunque, per lui, Dio è la notte della teoria, «die Nacht der Theorie», è il non sapere che scioglie tutti i dubbi perché tutti li elimina, «das Nichtwissen, das alle Zweifel löst, weil es alle niederschlägt» (37).
Del resto, madre della religione è la notte (38).
Sicché un filosofo come Descartes pare a Feuerbach proprio come il pensatore che non è riuscito, neppure nellesercizio dellattività speculativa, a sottrarsi allincantesimo delloggettivazione religiosa, non è stato capace di scoprirne il trucco; non è riuscito a uscire dallillusione, conseguente alloggettivazione religiosa, di quella "dipendenza" giustificata poi col dogma della creazione, che, divenuta pure verità filosofica, sancisce lincolmabile abisso tra la creatura e il suo supposto creatore, e fissa luomo nella sua radicale finitudine, nella sua insuperabile precarietà.
Ma proprio ai filosofi come Descartes, e piú generalmente a tutti quelli che credono nelle "verità" della religione come se fossero verità di ragione, Feuerbach avrebbe ricordato volentieri che, quando si assume latteggiamento del vero rigoroso pensare, «auf den Standpunkt des Denkens, des Forschens, der Theorie», allora lente "miracoloso" scompare, «so verschwindet mir in nichts das wundertätige Wesen» (39), perché tutte le cose, tutti gli eventi, possono trovare una spiegazione in termini di relazione allinterno della stessa empirica realtà. Un atteggiamento, questo «teoretico», che trova esito in «eine freundenvolle, in sich befriedigte, selige Anschauung», frutto «der freien Intelligenz» (40).
Ma perché, allora, Dio è per luomo un bisogno, «ein Bedürfnis»? (41).
Perché il bisogno di Dio, della fede in Dio? Feuerbach, come sempre, è esplicito. Luomo sente che gli manca qualcosa, ma non sa che cosa: «es fehlt ihm etwas, ohne zu wissen, was ihm fehlt»; sente dessere incompiuto ma ignora che cosa possa portarlo a compimento. E Dio è questo qualcosa che gli manca: «Gott ist dieses fehlende Etwas». E infatti Dio appartiene alla sua essenza, «Gott gehört zu seinem Wesen», quellessenza, appunto, "divina" di cui luomo non avverte dessere in possesso (42).
Per Feuerbach la religione esprime, in fondo, il bisogno della salvezza, e al tempo stesso la fede nella certezza della possibilità della salvezza. Dio è limmagine della salvezza umana finalmente compiuta: «Gott ist das realisierte Seelenheil, oder die unbeschränkte Macht, das Heil, die Seligkeit des Menschen zu verwirklichen» (43).
Dio dunque è l«alter ego» dellindividuo, la sua metà perduta, la sua agognata integrazione: «Gott ist sein alter ego, seine andere verlorne Hälfte; in Gott ergänzt er sich; in Gott ist er erst vollkommner Mensch» (44).
Se il compito dellera moderna consiste nell«umanizzazione» di Dio (45), nello smascheramento teoretico della «Unwahrheit» della religione la religione non dice alcuna verità e niente ha a che fare con la verità (46) allora Descartes appartiene irrimediabilmente al passato. Dio è, a parlar propriamente, un oggetto soltanto del cuore ansioso, sofferente, bisognoso, non del libero pensiero: «Gott ist wesentlich nur ein Gegenstand ... der Herzensnot, nicht der Gedankenfreiheit» (47).
Note
1.
Ludwig Feuerbach, LEssenza del Cristianesimo, in Scritti filosofici, a cura di F. Cesa, Laterza, Roma-Bari 1976, p. 122.
2.
Cartesio, Meditazioni metafisiche sulla filosofia prima, a cura di A. Tilgher, in Opere, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1976, p. 226.