Una questione spinosa. Croce e le scienze.
«Discorsi», Ricerche di Storia della filosofia
Anno V, 1985, n. 1, pp. 28-69
1. Nel corso delle celebrazioni del trentesimo anniversario della morte di Croce è stato steso un velo di discrezione su un problema che pure il filosofo abruzzese ha affrontato in termini espliciti e la cui soluzione ha goduto, sí, di indubbia fortuna in ambito «filosofico», ma ha incontrato anche non poche opposizioni: quello del valore e della funzione delle scienze. Infatti la tesi del Croce -- che non è stata presa se non tangenzialmente in considerazione negli interventi che hanno animato il convegno sul filosofo tenutosi a Catania nel maggio dell'82 [1] -- è stata discussa, nell'ambito dell'analogo convegno svoltosi a Napoli-Sorrento nel febbraio dell'83, soltanto nella relazione svolta da Felice Ippolito, il quale, com'è noto, è un geologo che non ha fatto mai mistero della sua formazione crociana, e che già in passato ha puntualizzato, in un volume e in «memorie» [2], il suo debito rispetto a Croce per quanto attiene la fondazione «teoretica» del proprio lavoro scientifico.
L'argomento «spinoso» è stato però ripreso di recente in forma di studio organico e sistematico in un volume di Giuseppe Gembillo [3], uno studioso allevato in quell'Istituto di Filosofia della Facoltà di Lettere dell'Università di Messina, in cui il pensiero di Croce -- ormai è una tradizione -- viene costantemente ripreso, reinterpretato e diffuso.
Sia Ippolito che Gembillo naturalmente si propongono il generoso compito di liberare la tesi crociana dai fraintendimenti in cui sarebbero incorsi alcuni studiosi anche eminenti di filosofia. Ma l'uno svolge quel compito mostrando come il discorso crociano sulla natura delle scienze e la sua stessa definizione di esse quali «sistemi di finzioni» rivelino, in fondo, una straordinaria consonanza con la concezione che gli stessi scienziati contemporanei hanno delle loro rispettive discipline [4]; l'altro lo esegue ponendosi come oggetto di esame il rapporto filosofia-scienze, e mostrando non solo che il concetto crociano di scienza rappresenta il frutto di una rimeditazione personale dei termini del dibattito sull'attività scientifica che s'andava svolgendo nell'ambiente culturale europeo dei suoi tempi, ma evidenziando che quel rapporto, cosí com'è stato teorizzato da Croce, risponde allo scopo di operare una distinzione non equivoca e non superficiale, bensí concettualmente fondata, tra le diverse funzioni dello spirito; distinzione che non comporta né di diritto né di fatto alcuna svalutazione della ricerca scientifica.
Ciascuno dei due studiosi poi effettua il «recupero» della discussa tesi da un angolo prospettico proprio; Ippolito infatti intende evidenziare il contributo che quella concezione della scienza, coniugata con la tesi della «storicità» del reale, ha dato al rinnovamento metodologico di scienze particolari, come la geologia, nell'ambiente culturale italiano, e utilizza a tale scopo concezioni esposte dal Croce nel periodo della piena maturità [5]; Gembillo si propone di mostrare come quella teorizzazione sia il punto d'approdo di un travaglio speculativo che affonda le radici fin nelle opere giovanili del filosofo e che -- in quanto «ricerca» -- culmina intorno all'anno 1909.
2. La distinzione tra «concetto» e «pseudo-concetto» -- dice Ippolito -- nulla toglie al valore insieme conoscitivo e pratico delle scienze. Lo scienziato elabora e utilizza «finzioni» con le quali procede alla schematizzazione, catalogazione e classificazione del materiale empirico, ossia dei contenuti della sua esperienza e dei suoi esperimenti, in modo da fornire cognizioni organizzate in sistema che permettano all'uomo di dominare e sfruttare le forze naturali secondo i suoi fini e i suoi interessi. Il carattere pseudo-concettuale delle scienze viene in chiaro proprio se si considera che la conoscenza ulteriore di uno o piú casi singoli induce a modificare, perfezionare e arricchire gli strumenti logici utilizzati, e a rinnovare, talvolta anche radicalmente, un'intera disciplina. Per questi versi, dice Ippolito facendosi piú da presso a Croce, la «verità» che lo scienziato acquisisce in un dato momento non è che un'«illusoria chimera»; essa è «conoscenza storica» di una realtà che si muove secondo un «processo» di cui lo scienziato coglie solo aspetti parziali relativi a fenomeni «individuali», quelli che l'utilizzazione di prospetti e schemi di cui egli dispone in quel dato momento gli consente di esaminare in relazione alle sue esigenze «contemporanee». Ogni verità, dunque, è fatalmente legata all'epoca del ricercatore; nel momento in cui per esigenze oggettive, ossia sotto la spinta di nuove esperienze e di nuovi esperimenti, e per la dinamica evolutiva interna all'attività scientifica, divengono insufficienti o inadeguati gli schemi che l'hanno sostenuta, una verità mostra in pieno il suo carattere illusorio, perde validità per lasciare il posto a sintesi anche completamente diverse (ma non per questo piú «vere» delle precedenti). Sulla base di tali considerazioni non si può sostenere che Croce abbia disconosciuto l'importanza e il valore della scienza ed abbia denigrato il lavoro di scienziati e tecnologi; e non gli si può attribuire la responsabilità della crisi della ricerca scientifica in Italia; anzi egli ha colto con perspicuità i caratteri essenziali dell'attività scientifica, ha individuato con acume lo statuto proprio delle discipline «naturali», e, simultaneamente, ha offerto un contributo di chiarezza metodologica, contro le arroganti pretese del positivismo, proprio con la sua «rivoluzione» filosofica, ossia proponendo quello «storicismo» da cui la moderna scienza ha tratto inequivocabilmente i suoi maggiori successi, quello storicismo assimilato anche da uomini di scienza che non si sono mai riconosciuti nella filosofia crociana. Oggi, prosegue Ippolito, è piú chiara infatti la consapevolezza che in sede scientifica non si può andare alla ricerca di verità «oggettive» definitive ed immutabili, di certezze «assolute»; che la scienza non possiede la chiave per conoscere tutti i misteri dell'universo; che la natura -- secondo quanto il Croce asserisce -- non è se non creazione astratta, cangiante e autorinnovantesi, del nostro spirito.
Dati questi presupposti, la crociana distinzione tra scienza e filosofia, a giudizio di Ippolito, «tiene»; anzi la prima conserva piena autonomia di metodo e di fini rispetto alla seconda; di contro al carattere «teoretico» della filosofia, la scienza si distingue per la sua funzione «pratica» e «utilitaria»: essa parte da giudizi particolari per giungere, attraverso schemi generalizzanti rispondenti a bisogni di economia mentale, a nuovi giudizi particolari, cioè relativi all'individuale; per cui il suo valore «conoscitivo», che è indiscutibile, è vincolato a quello «pratico»; ed i suoi universali sono «astratte» generalizzazioni delle esperienze del reale, non quelli «concreti» della filosofia. Distinzione dunque che non implica una radicale scissione tra la ricerca filosofica e quella scientifica; anche questa è per Croce «attività dello spirito» che nella vita dell'uomo, nella sua concreta dinamica spirituale, può alternarsi ed integrarsi con quella speculativa, nell'unità del pensiero: lo spirito è uno, e, in fondo, la sua attività è unitaria. Né implica una subordinazione gerarchica della seconda rispetto alla prima; nell'unità dello spirito non c'è gerarchizzazione tra le varie forme, ma una viva autentica circolarità, tanto che dietro le grandi e piccole «costruzioni di finzioni» c'è pur sempre, piú o meno implicitamente, una «filosofia».
Rispetto a quell'unità, in definitiva, anche la categoria «scienza naturale» è un'astrazione; come astrazione è la scissione tra «storia» e «natura»: esse in effetti altro non sono che due modi gnoseologicamente diversi di elaborazione mentale dell'unica «vitale» realtà; sicché la ricerca naturalistica è analoga a quella storiografica in quanto lavora «nel basso mondo», quello degli eventi individuali. E in virtú di quell'unità, il carattere «pratico» della scienza non esclude il suo valore autenticamente «conoscitivo» nei termini accennati di «conoscenza storica».
Su che cosa si basa allora la convinzione che Croce abbia svalutato o sottostimato la scienza? Dalla «espressione infelice» che Croce ha adoperato per designare i suoi «universali»: «pseudo-concetti»; espressione che genera fastidio nell'uomo di scienza, perché dà la sensazione della sterilità conoscitiva e della subordinazione in termini di valore del suo lavoro rispetto a quello del filosofo.
3. E allora, si tratta davvero di un fraintendimento?
E' fatto di non poco conto che se fraintendimento c'è stato, esso s'è manifestato già al tempo in cui Croce andava diffondendo le sue tesi. Nel 1920 scriveva: «Non so perché il Ranzoli crede che la dottrina del carattere economico della scienza (empirica e astratta) suoni ingiuriosa. Quella dottrina lascia che la scienza continui ad essere ciò che è sempre stata, non l'offende, non la disturba, e anzi la rispetta e la riverisce» [6]. Inoltre, in una replica a Papini, riferendosi ad un articolo di G. Vacca dal titolo significativo In difesa della matematica -- nel quale si criticava la sua posizione --, Croce annotava: «In difesa? perché? Forse l'ho offesa? Io ho cercato semplicemente di comprendere l'indole logica della matematica; ma è ben chiaro che una spiegazione logica non può né togliere né accrescere valore ad una disciplina, che è indispensabile alla vita umana» [7].
A sentir Croce, dunque, egli non ha affatto svalutato la scienza. Nei Lineamenti di logica asserisce: «Investigando la vera natura di quelle cosiddette scienze, non intendiamo sconoscerne il loro diritto all'esistenza e la loro importanza, la quale è, e resta (sarebbe superfluo avvertirlo), intangibile e intatta» [8]. E in Conversazioni critiche è lo stesso Croce ad avanzare l'ipotesi del fraintendimento: «L'equivoco, nel quale spesso s'incorre, sta nel credere che ciò a cui si è negato pregio in un campo, sia stato senz'altro spregiato e condannato: laddove non si è fatto altro che compiere un atto di intelligenza per ritrovargli il suo vero posto e il suo vero pregio» [9].
Ma resta fatto sospetto che quel «fraintendimento» è sopravvissuto a Croce, nonostante le sue rassicurazioni e le sue repliche. Molti infatti sono gli studiosi che anche di recente hanno ripreso il tema della svalutazione crociana delle scienze [10]. Allora, è caduto in equivoco anche L. Geymonat, il quale com'è noto è stato sempre sensibile al problema del rapporto scienza-filosofia, e che già nel 1953 affermava senza mezzi termini che Croce ha privilegiato decisamente la filosofia, relegando le ricerche scientifiche al campo inferiore degli pseudo-concetti?[11].
Il discorso di Ippolito, oltre ad essere organico e coerente, è accattivante; ma il problema resta aperto. Perché -- questo è un fatto -- Croce ha effettivamente esercitato la mano pesante nei confronti delle scienze. Non quando, nei primissimi lavori -- riferendosi alle differenze di metodo e tenendo presente il problema della «natura» della storia --, distingue tra scienze di concetti, generalizzanti, e scienze descrittive, individualizzanti, riconoscendo solo alle prime, capaci di sollevarsi rispetto ai fatti particolari, e non alle seconde, che invece in essi s'immergono, vera dignità di scienza [12]; e neppure quando asserisce che non si possono imporre alla vivente, mobile realtà, i nostri schemi predeterminati [13]. Nell'uno e nell'altro caso, Croce, come avverte Gembillo, ha davanti a sé altri problemi che non quello delle scienze e dei rapporti scienza-filosofia. Egli lamenta solo gli abusi commessi in nome di una scienza che, ad esempio, si configura agli occhi di alcuni come una Sibilla o una Pitonessa [14]. Tuttavia già il pensatore introduce premesse «generali» che costituiscono di fatto la base di lancio per le «pesanti» affermazioni successive. L'astratto -- egli dice -- non è realtà, ma uno schema di pensiero, un nostro modo di pensare «abbreviato» [15]; esso non ci aiuta ad imbrigliare il reale: «dalle reti, a larghe maglie, delle astrazioni e delle ipotesi scivola fuori inafferrabile la realtà concreta, ossia il mondo stesso in cui viviamo e ci muoviamo» [16]. Qui evidentemente si parla di un «reale» che è la storia umana, e di un «astratto» che è la teoria della società delineata da Marx. A Croce in fondo interessa sottolineare che il socialismo, come il liberismo, è «scientifico» -- come dice -- solo per metafora o per iperbole [17]. Ma in questo orizzonte già viene affermando che la scienza, in senso proprio, è «conoscenza vera», e tali non possono essere né le «scienze» empiriche, né quelle matematiche [18]. Affermazione che troverà precisazione sulla base della distinzione tra «attività teoretica» e «attività pratica» dello spirito, introdotta in Tesi di estetica [19] ed elaborata in Estetica. In questa seconda opera egli dà deciso avvio -- sia pure nella prospettiva della messa a fuoco dell'«intuizione» -- a quelle affermazioni che anche Gembillo riconosce «urtanti» [20].
La scienza, dice qui Croce, è concetto, universalità; dunque scienza in senso proprio è la filosofia. Quelle naturali sono «scienze imperfette»; del resto esse stesse riconoscono di avere dei limiti invalicabili. Esse possono calcolare, misurare, porre eguaglianze, stabilire regolarità, fissare «leggi», individuare rapporti genetici; ma ciò che di veramente «scientifico» circola nelle scienze, è filosofia, e ciò che vi è di «naturale» è mero fatto; per essere scienze perfette dovrebbero saltar fuori dal proprio ambito [21]. Le forme pure di conoscenza sono due: l'«intuizione», che mira al fatto, e il «concetto», che mira al noumeno; le altre sono secondarie e miste [22]. Bisogna liberare la mente da questo culto superstizioso delle scienze naturali, che sta alla base persino delle «smancerie e tenerezze religiose dei razionalisti dei nostri tempi» [23].
Né Croce recede dall'uso di questo linguaggio, il quale anzi assume un fondamento teoretico piú preciso nelle opere seguenti. E' cosí che nei Lineamenti di logica Croce -- come anticipava al Gentile -- si propone di mostrare che quello scientifico è semplice imitazione del concetto filosofico, quindi pseudo-concetto, e che la «vera» logica è quella della filosofia, non certo quella delle scienze [24]. Il concetto delle scienze -- dice -- è prodotto dalla ragione al fine esclusivo dell'utilità e dell'economia mentale; è rappresentazione «sforzata» a funzionar da concetto, e quindi falsificazione di questo, «falsa moneta» rispetto a quella buona [25]. Le discipline naturali e positive quindi sono irrimediabilmente escluse dal circolo del vero conoscere; il loro fine non è la conoscenza, dal momento che le loro «costruzioni» arbitrarie sono destinate a compito pratico. A rigor di termini le loro «conoscenze» sono irrazionali; la loro razionalità sta solo nel fatto che esse sono congegni «utili»; esse quindi non vanno sottomesse al criterio del vero e del falso, ma a quello dell'utile e dell'inutile, perché aiutano a vivere, non a rischiarar la mente [26].
I prodotti delle scienze sono ambigui; considerati come «concetti» sono inconcepibili, impensabili; ma anche considerati come «rappresentazioni» sono irrappresentabili; dunque non ci permettono né di «contemplare» la realtà, né di «intenderne» la natura; ciò non di meno sono opportuni ed importanti perché ci consentono di maneggiare le nostre vere conoscenze [27]. Rispetto alle vere conoscenze sono come «etichette», «cartellini indicatori»; anzi come l'«indice» di un libro, che non ha valore se non si passa poi alla lettura del libro. Insomma come conoscenze valgono e sono zero [28]. In questo senso le scienze naturali sono «edifici di pseudo-concetti»: sono schemi in cui con atto d'arbitrio si procede a «semplificare» la realtà in modo che la si possa non conoscere bensí descrivere esteriormente al fine di manipolarla; schemi dunque «inadeguati» al reale, i quali solo «ordinano» artificiosamente i fenomeni, e quindi sono estranei del tutto alla verità [29]. E' l'opportunità pratica che ci spinge a vedere uniforme e costante ciò che uniforme e costante non è; assurda dunque è la pretesa di individuare indefettibili leggi nella natura; la realtà è massa in movimento che il naturalista raffredda e solidifica colandola nelle sue forme prestabilite [30].
La scienza dunque per Croce, intesa rigorosamente, non può essere scienza del particolare, bensí dell'universale; e poiché questo è attingibile solo dalla filosofia, vera scienza è la filosofia [31]. La quale pertanto non ha bisogno dell'empirismo, quello su cui fa leva l'attività scientifica, anzi l'aborre e gli fa guerra implacabile e distruttrice [32].
Né può esserlo quindi la matematica che, pur caratterizzandosi per «purità» degli elementi su cui si fonda, purità per la quale essa può apparire simile alla filosofia (è questa la ragione per la quale i filosofi vi si sentono attirati), non è neppure, a rigor di termini, un'autentica forma di conoscenza, ma si configura solo come «sussidio» (strumento calcolatorio) in funzione subordinata a quella della vera conoscenza; essa infatti è affetta
da un doppio limite costituzionale: i principi su cui si basa, restando pur sempre «finzioni», «convenzioni», non son veri bensí falsi; e i risultati cui approda non sono «verità» riferibili al reale concreto (carattere per il quale i filosofi ne sono disgustati). Sicché la matematica, pur simia philosophiae, non può neppur essa proporsi come mezzo di conoscenza del reale, ma solo come strumento d'intervento su di esso; pertanto anche di essa il filosofo deve liberarsi, guardandosi bene dal farsene irretire [33].
E' su questa base che Croce esprime la sua intolleranza verso ... la tolleranza di Hegel nei confronti delle scienze. Gli rimprovera infatti -- in Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel -- di non aver mai osato risolversi a dichiarare del tutto «errato» il metodo empirico e positivo pur avendo scoperto la vera logica della filosofia e individuato i limiti propri delle scienze; cioè lo rimprovera di essersi illuso che le scienze «positive» possano favorire in qualche misura il lavoro del filosofo, offrendogli materiale semilavorato [34].
Su questa stessa linea procede ancora in Logica come scienza del concetto puro. Il discorso sulle scienze qui acquista un contesto teoretico piú ricco e un'articolazione piú completa e matura. Croce introduce il concetto di «sintesi a priori» [35], che gli consente di distinguere l'attività «logica» da quella «estetica» (la sintesi a priori estetica è solo il presupposto di quella logica) [36]; di isolare appieno il «concetto puro» definito come «universale concreto» [37], totalmente eterogeneo rispetto alla «rappresentazione» (il concetto non è in alcun modo rappresentazione, né si riferisce ad essa) [38] e da contrapporre con decisione allo «pseudoconcetto» [39]; e gli permette anche di distinguere gli pseudo-concetti matematici da quelli delle scienze naturali: i primi -- dice -- sono universali ma non concreti, gli altri concreti ma non universali, i primi ottenuti «a priori», i secondi «a posteriori», e cosí via [40]. Questa distinzione in ogni caso non giova né ai primi né ai secondi; quelli matematici, sí, hanno il pregio di svincolarsi dalla rappresentazione, ma «salgono in una zona senz'aria, dove non si vive» (un pensiero che non abbia per oggetto niente di reale, insiste Croce, non è pensiero) [41]; gli altri, certo, hanno il pregio della concretezza, ma restano vincolati all'individuale della rappresentazione, senza potersi elevare al puro pensiero [42]. Inoltre, gli uni e gli altri, per il loro carattere di «finzioni», sono sempre ugualmente d'ostacolo al pensare rigoroso, il quale, per potersi esercitare, deve combatterli e distruggerli, e deve farlo di continuo, perché lo spirito li conserva senza correggerli, pur avendone riconosciuta la falsità [43]. Insomma gli pseudo-concetti, per Croce, non sono in alcun modo di giovamento alla conoscenza del vero: «che l'opera dello spirito pratico dia luogo a nuove conoscenze, è da escludere risolutamente»; dal suo punto di vista, la distinzione-separazione tra spirito teoretico e spirito pratico induce senz'altro ad affermare che il secondo «in fatto di conoscenza è del tutto sterile» [44]. E infatti -- ribadisce -- il foggiar finzioni non ha niente a che vedere con la conoscenza (non è atto di conoscenza, e neppure di anticonoscenza), serve solo per conservare le conoscenze, per facilitarne il ricordo [45]; i giudizi a cui dà luogo sono «pseudo-giudizi»: sono giudizi di classificazione, o di pura ed estrinseca definizione o di numerazione, e, come si sa, classificare e numerare non significa «intelligere», non comporta l'assegnare un valore alle cose [46]. Pertanto il filosofo deve star bene attento a non scendere dal piano «formale» del concetto puro a quello degli pseudo-concetti, i quali non hanno alcuna diretta connessione con la funzione propria del filosofare, e presentano la natura come uno «scheletro», immobile, esterna, meccanica[47]: un'immagine della natura che non solo non corrisponde alla realtà [48] ma che è un insieme di -- come dirà piú tardi -- falsità confessate [49], frutto arbitrario insomma di un «non conoscere».
Croce quindi ce la mette tutta per isolare -- come si accennava -- la filosofia dalle scienze [50]; l'eterogeneità dei due modi di pensare non consente commistioni [51]; tuttavia non resiste alla tentazione d'invitare indirettamente gli scienziati a farsi un po' filosofi, convinto che i naturalisti che hanno cultura filosofica evitano pregiudizi, errori, tentativi assurdi che nascono da cattive filosofie [52]. Ma l'eterogeneità rimane; e non implica -- dice Croce -- antitesi; non l'implica non nel senso che entrambe le attività possono cooperare al disegno comune della conoscenza, bensí, si noti, sul piano formale-metodologico, nel senso che antitesi può sussistere solo tra filosofie [53]. E se non c'è antitesi, non c'è lotta. Per cui né la filosofia può distruggere le scienze, né queste eliminare quella [54]: le scienze dunque conservano una loro autonomia, un loro metodo, ma anche la loro peculiare indole pratica; la filosofia conserva il ruolo di protagonista del sapere; vale a dire, le scienze, rispetto al vero, restano sul piano dell'errore, anche se questo errore ha una sua necessità e una sua razionalità pratica; e la filosofia detiene l'esclusiva della verità [55].
4. Il discorso fatto da Croce nell'area cronologica presa in considerazione dal Gembillo (ma successivamente al 1909 il pensatore, in fondo, non farà che ribadire queste tesi, sia pure in un ancor piú ampio contesto teoretico) non sembra consentire di ricavare altro che una sostanziale svalutazione delle scienze. Opportunamente quindi Gembillo, difendendo queste tesi, non tenta di mostrare come gli oppositori le abbiano fraintese, ma -- oltre ad indicare qua e là, come l'Ippolito, come esse fossero in consonanza (ma, come si dirà piú avanti, lo erano solo formaliter spectatae) con le teorizzazioni di scienziati ed epistemologi contemporanei [56] -- evidenzia come ogni singola espressione «urtante» sia da leggere nel suo contesto discorsivo, che è di tutta serietà teoretica, e soprattutto come il filosofo non perseguisse certo lo scopo di combattere le scienze, bensí un modo specifico, quello positivistico, di fare scienza, o meglio le cattive filosofie che ai vari metodi scientifici s'ispirano e di cui tentano indebite estensioni [57]. La tesi di Gembillo peraltro è stata accolta nelle sue linee fondamentali anche da Antimo Negri, il quale, nella sua relazione al recente convegno su «La tradizione kantiana in Italia» (Messina 15-17 novembre 1984), ha sostenuto che quella che appariva la reazione neoidealistica contro la scienza altro non era che una tranquilla rivoluzione filosofica; la polemica crociana, in effetti, non era contro la scienza ma contro il modo di concepire la scienza quale campo di dominio dell'intelletto (in senso hegeliano) sulle res.
Sicché per Gembillo, dunque, le affermazioni crociane circa le scienze vanno ricondotte nell'ambito della distinzione, tutta filosofica, tra attività teoretica e attività pratica; e ciascuna va riportata alla specifica fase di sviluppo della teorizzazione di quella distinzione.
Ma pur seguendo le indicazioni di metodologia storiografica offerte dallo studioso, non ci pare di poter conseguire esiti diversi da quelli già acquisiti.
Certamente, nei primi scritti, Croce ha a cuore, come si è accennato, altri problemi, non quello della scienza; quando l'affronta, lo fa en passant, in modo poco sistematico e peraltro condividendo le opinioni dominanti nella cultura del tempo, ossia senza un'autonoma impostazione teoretica [58]; ma già dal 1885 egli, senza esserne cosciente -- dice Gembillo --, sta portando a compimento quel processo di opposizione al monismo metodologico -- sia di tipo hegeliano che positivistico -- con l'introduzione della differenziazione non di oggetto ma di metodo nell'ambito del sapere [59], e, parallelamente, partecipa al passaggio in atto nella cultura europea dalla concezione deterministica e obiettivistica ad una convenzionalistica e pragmatistica della scienza [60]. Arte e scienza dunque «coesistono», ma come due forme conoscitive metodologicamente autonome, le quali s'integrano, completandosi reciprocamente, nel progetto umano di rendersi piú chiara e distinta la coscienza di sé [61]; entrambe quindi ci danno la verità; e la scienza -- nel cui ambito è inclusa la filosofia, somma tra le scienze -- ce la dà per concettuali generalizzazioni [62]. E' ancora lontana la considerazione della scienza quale attività specifica o come complesso di discipline caratterizzate da un proprio oggetto; né emerge ancora la distinzione tra concetto e pseudo-concetto. Sicché Croce dà testimonianza, in questa fase, di quanto egli ebbe ad affermare: «mi sono legittimamente ammogliato con gli studi d'erudizione e vivo in ispirituale adulterio con gli studi di filosofia» [63]. Un adulterio destinato a terminare presto, e concluso dal pensatore, di lí a poco, sposando l'amante. Già nel 1894 egli infatti comincia a riflettere sul rapporto tra filosofia e altre attività dello spirito; il suo problema attuale è quello della critica letteraria, ma la riflessione sui suoi metodi e sui suoi fini lo induce a meditazioni piú generali su «questioni di metodo» del sapere, nel cui ambito l'asserita distinzione tra metodo generalizzante e metodo individuante s'arricchisce con la precisazione che ogni disciplina ha il suo metodo peculiare che caratterizza e specifica l'atteggiamento del cultore di fronte anche ad un oggetto comune ad altre discipline [64]. In questo stesso ambito Croce conserva l'identità, o meglio l'indistinzione, tra operazione scientifica e riflessione teoretica, caratterizzate entrambe dalla procedura di generalizzazione, ma sostiene che la filosofia non è la regina delle scienze, risolvendo essa, non diversamente dalle altre, solo problemi «speciali» [65]; e soprattutto, pur mettendo in luce la differenza tra l'immediato contatto col fatto e la successiva riflessione teorica su esso, parlando specificamente dei «generi letterari» distingue con decisione tra considerazione concreta delle varie opere -- che inaspettatamente egli definisce «scientifica» -- e considerazione astratta e generalizzante su di esse -- a cui non riconosce carattere di scientificità --. Con la qual cosa Croce opera -- segnala il Gembillo -- «un singolare capovolgimento del significato fin qui dato al termine scienza» [66]; capovolgimento che lo studioso attribuisce ad inadeguata consapevolezza teoretica (ma perché non ad inadeguata consapevolezza scientifica?). Ma quella consapevolezza tuttavia maturerà ulteriormente nel saggio relativo alla classificazione generale dello scibile. E' in questa fase che Croce esegue un primo svincolamento della filosofia dalla scienza, lamentando che da quando essa è stata ridotta a scienza ha perduto -- si noti -- «la sua indipendenza, e quel posto solitario che prima le si assegnava nello scibile» [67]. Per Croce ora la scienza non si caratterizza piú per l'attività «generalizzante», dal momento che nel suo ambito vengono incluse, accanto alle discipline teoretiche, o di concetti, anche quelle storiche, o di fatti, che conservano il loro carattere «individuante»; egli le include perché «la scienza, come scienza, non apprezza, non agisce: conosce», e le discipline storiche (quali le scienze naturali, la geologia, la storia dell'uomo) una conoscenza, per quanto diversa da quella consentita dalle teoretiche, pur sempre la offrono [68].
Quest'ultima affermazione comunque è molto interessante, perché con essa il pensatore getta le basi di quella distinzione tra attività teoretica e attività pratica che permetterà, quando egli sposterà le scienze dalla sfera teoretica a quella pratica dell'attività dello spirito, di considerare la scienza -- con un nuovo grave capovolgimento -- errore, o meglio «non-conoscenza». In ogni caso, nel saggio sullo scibile Croce ancora non sottostima la descrizione e la classificazione a cui approdano certe discipline; «c'è un descrivere -- dice -- ch'è un classificare, ch'è cercare il generale nel particolare, ch'è oltrepassare l'oggetto su cui si esercita; e questo genere di descrizione (impropriamente detta) è quello della zoologia e delle altre discipline simili, che perciò sono scienze di concetti» [69]; egli esclude dal novero delle scienze solo quelle che ricorrono a descrizioni-narrazioni, come la geografia. E' questa una posizione ben diversa da quella che assumerà in seguito il Croce, il quale tuttavia, in questa fase, ancora lascia trasparire ambiguità ed incertezze, come nelle oscillazioni tra un significato ristretto del termine «scienza», intesa come metodo generalizzante e come parte della conoscenza, ed un significato piú ampio, per cui essa viene a coprire tutta l'area dello scibile; anche se, come avverte Gembillo, distinguendo metodologicamente le «scienze dei concetti» dalle «scienze dei fatti», non cade comunque in contraddizione dal punto di vista teorico con quanto prima asserito [70], dal momento che le prime definisce «scienze proprie» e le seconde «scienze improprie» da includersi sotto il concetto generale di «arte», attribuendo cosí alle prime, generalizzanti, la funzione della «intelligenza perfetta», e alle seconde, individuanti, quella della «visione perfetta» dell'oggetto [71].
5. Fin qui, è vero, non c'è polemica contro la scienza, né la sua svalutazione. Lo scenario però comincia a mutare quando Croce affronta i saggi di argomento «economico». Pur senza voler svalutare la scienza come tale, opera la riconduzione della disciplina economica alla sfera dell'utilità, che è il preludio alla successiva riconduzione in ambito pratico di tutte le scienze in senso stretto, sia quelle naturali che quelle matematiche, e al connesso svuotamento della loro funzione conoscitiva. L'oggetto della sua attenzione, il marxismo, lo induce a porsi il problema del rapporto tra «astratto» e «concreto»; e già in Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo rettifica le sue convinzioni avanzando dubbi sulla scientificità di certe astrazioni; egli asserisce che pur adottando un procedimento logicamente corretto si può pervenire a risultati senza significato e importanza, o addirittura a compiere semplici giochetti di pensiero [72]; rischio che a suo avviso si corre piú frequentemente quando si vuol analizzare scientificamente la «concretezza storica»; in tal caso, piú che mai, «spariscono le cose»; la storia e il progresso -- dice -- sono estranei alla considerazione dell'astratta economia; per cui le elaborazioni appunto astratte che se ne compiono non sono, a rigor di termini, «scientifiche» [73], servono ad altri scopi, ad esempio per i «programmi sociali», pur conservando uno scarto con la realtà in movimento che esse intendono rappresentare, scarto che fa sí che quelle elaborazioni vengano poi abbandonate di fronte all'urgere dei fatti. La realtà fluente, vivente e varia della storia mal s'adatta agli schemi predeterminati della scienza economica; pertanto socialismo e liberismo sono scientifici solo per modo di dire [74]; in realtà essi sono soltanto «tecniche» economiche che hanno di mira il «desiderabile» e il «fattibile» individuati non certo su basi scientifiche perché appartengono al «futuro», rispetto a cui non si fa scienza. L'utilità della scienza è fuori discussione, ma non si possono ricavare con rigore programmi pratici da posizioni scientifiche, e tanto meno trattando le scienze sociali e politiche con i metodi delle scienze naturali [75].
Il discorso sul marxismo e sull'economia prende la mano allo stesso Croce; egli scivola lentamente sul piano di quello della scienza in quanto tale, sul quale evidentemente deve esprimersi in maggiore conformità possibile con ciò che ha sostenuto per l'economia. Sicché afferma che le leggi scientifiche, tutte quante, sono astratti schemi di pensiero, modi di pensare, e fra astratto e concreto non c'è ponte di passaggio [76]. Tuttavia ancora non ha ricondotto l'attività scientifica in quanto tale al piano pratico, dal momento che la scienza pura e le astrazioni -- di cui, dice, alcuni nutrono un assurdo aborrimento -- sono, si badi, indispensabili per la conoscenza stessa della realtà concreta.
La posizione crociana, nelle sue sfumature, resta ambigua: infatti egli aggiunge ancora -- e l'affermazione, per quanto riferita all'economia, ha già una consistenza piú generale -- che dalle reti a larghe maglie delle astrazioni scivola fuori la realtà concreta [77]; perciò Marx, astraendo il «tipo», ha allontanato il pensiero dal reale, non essendo altro, il tipo, che una «costruzione» per scopi esclusivamente «scientifici», che nessuna presa ha sul reale [78]. In effetti, in tutti gli scritti, compresi grosso modo nel periodo 1897-1900, in cui Croce affronta il problema del marxismo, egli adotta (lo riconosce anche Gembillo) [79] il concetto di scienza in significati diversi a seconda del contesto: in certi casi è la «legge», ricavata con rigore logico, in altri è l'«arbitrario» ricavato dalle classificazioni empiriche; sicché nel naufragio scientifico dell'economia, presunta scienza del mondo storico-sociale, vengono coinvolte, in virtú del concetto di «arbitrario», anche la zoologia e la botanica, scienze del reale naturale, le cui classificazioni -- dice Croce -- non sono operazioni scientifiche ma semplici prospetti [80]. Si sta compiendo cosí quel processo per cui Croce, svuotando l'economia di ogni potere conoscitivo, perviene alla svalutazione, proprio sul piano conoscitivo, di ogni possibile scienza. Ora è la «storia» che appare inafferrabile realtà vivente e fluente, rispetto a cui ogni operazione di astrazione non ha portata cognitiva; ma quando anche la «natura» gli si rivelerà con maggiore chiarezza tale, anche le altre scienze saranno considerate inadeguate a «comprendere» il reale. E' vero, in questa fase Croce non muove contro la scienza, ma vuol solo avvertire che essa non ci aiuta a prevedere il futuro e a formulare programmi pratici, in quanto ha di mira la conoscenza delle leggi dei fatti [81]; ma l'affermazione che le leggi ricavate dai fatti sono sempre astratte, e che tra esse e il concreto c'è abisso invalicabile [82], pur se riferita ora al problema delle scienze sociali, è un precedente importante che non mancherà di coinvolgere nella sterilità conoscitiva anche le scienze naturali. Su questa base infatti affermerà poco piú tardi che le scienze restano alla superficie delle cose, lasciando fuor di sé quel noumeno che non è inconoscibile, come per Kant, ma conoscibile ed oggetto dell'unica conoscenza vera, quella riservata al filosofo. Siamo già dunque sulla strada che porta all'individuazione della filosofia come unica e sola attività logica capace di penetrare i segreti del reale, a cui le scienze non hanno accesso, vincolate come sono alle costruzioni arbitrarie delle loro classificazioni empiriche. Del resto è proprio in questo periodo che inizia a configurarsi il divario tra filosofia e scienze. In una lettera del Croce al Gentile, il pensatore abruzzese introduce l'idea che la filosofia non debba comparire nel novero delle scienze: il filosofare -- dice -- è, certo, «un grado alto di elaborazione scientifica», ma non per questo si può dire che la filosofia sia una scienza, come non è religione e tanto meno illusione; essa è «coscienza», un memento homo, un recarci alla coscienza ciò che è il presupposto di ogni attività razionale dell'uomo, di ogni attività teoretica e pratica; in tal senso non è neppure «conoscenza» [83]. Considerazioni, queste, che, come Gembillo annota [84], sono estemporanee, generiche, non adeguatamente motivate; ma soprattutto segno del disorientamento proprio sui concetti di scienza, di conoscenza, e finanche di filosofia; da esse tuttavia sembra di poter desumere l'esigenza di «isolare» ruolo e funzione della filosofia da quelli della scienza. La febbre filosofica sale, come d'altra parte è testimoniato da una successiva lettera del Croce allo stesso Gentile, in cui il pensatore annuncia l'intenzione di studiar filosofia (abbandonando finalmente la condizione di «adulterio spirituale») per la fondazione teoretica dell'Estetica [85].
6. Nelle Tesi di estetica, come è noto, Croce delinea le strutture portanti del suo sistema. Egli introduce la distinzione tra attività teoretica (che in quanto «estetica» mira alla «visione» del particolare, e in quanto «logica» alla «conoscenza» in termini universali), e attività pratica dello spirito, che non può sorgere se non sulla base della precedente [86]. Tra i due momenti conoscitivi, connessi ma non giustapponibili, egli par dichiarare ora la sua preferenza per le creature vive dell'arte rispetto ai pallidi ed esangui schemi dei filosofi [87], i quali tuttavia colgono quell' «interno» della realtà non afferrabile con quelli degli scienziati. Compare dunque il tema della scienza, sia pure in funzione di altre cose; e compare proprio con la denuncia della sua insufficienza, tanto che Croce aggiunge che vera «scienza», scienza in senso proprio, è proprio questo penetrare nell'«interno» che è solo del filosofo [88]. Inizia, come si vede, la supervalutazione della filosofia rispetto all'indagine scientifica, la quale non può uscir fuori dall'orizzonte dell'osservazione e classificazione «esterne» della molteplicità dei fatti, dell'individuazione delle loro concomitanze, e della loro misurazione [89]. La scienza -- aggiunge Croce -- vive l'assurda presunzione di poter ricondurre ad unità l'aspetto fisico e quello spirituale del reale attraverso la riduzione del secondo al primo; in effetti l'aspirazione all'unità resta per lei una mera velleità; per attingere quell'unità bisogna superare in qualche modo i principi ultimi delle scienze, adottando un procedimento inverso a quello da loro tentato, cioè spiritualizzando la natura [90] con l'attività filosofica.
E' nell'Estetica però che finalmente emerge il problema filosofia-scienza, a cui ora il pensatore offre una soluzione articolata. Se la scienza è logica, a differenza dell'estetica che è intuizione, la scienza vera, quella che attinge l'universale, non può essere se non scienza dello spirito, perché è lo spirito l'autentico «universale» del reale; pertanto le scienze naturali, non potendo affondare la loro indagine nello spirito, sono scienze imperfette [91]. E' vero, Croce riconosce ancora alle scienze potere conoscitivo [92], ma la loro «conoscenza» non gode della pienezza di quella filosofica, restando esse vincolate ai limiti costituiti dai «dati storici», cioè ai dati intuitivi [93]; esse, misurando, individuando relazioni e connessioni genetiche o di causalità, possono offrire del reale una immagine complessiva soltanto ipotetica; ciò che di scientifico -- dice -- c'è nelle scienze è filosofico; pertanto le discipline naturalistiche, per essere vera scienza, dovrebbero operare un salto sul piano «superiore» della filosofia [94]: vale a dire, dovrebbero snaturare se stesse.
Il problema che a Croce preme non è quello delle scienze, bensí quello della filosofia, della sua legittimazione, della sua costituzione come vera, piena forma di sapere; lo mostra l'asserzione che la limitatezza delle scienze naturali postula l'illimitatezza della filosofia [95]; sicché Croce, con operazione di dialettica squisitamente filosofica, non solo deriva la necessità del filosofare, ma attribuisce a questo un ruolo prioritario e privilegiato rispetto a tutte le altre attività spirituali, in primo luogo rispetto proprio a quella scientifica [96]. Inoltre l'asserzione, coniugata con la riduzione delle forme pure di conoscenza all' «intuizione» e al «concetto», e con l'attribuzione solo a questo secondo del potere di conoscenza del noumeno [97], di quello spirito che è essenza vera della realtà, gli permette di derivare in tutta tranquillità non solo che la filosofia è l'unica vera scienza, ma che questa non può essere «stortamente» né identificata né assimilata in alcun modo con le scienze naturali [98], e soprattutto che il vero «concetto» è solo ed esclusivamente quello filosofico, rispetto al quale gli altri non sono se non «secondari» e «misti» [99], definizioni queste che evidentemente preludono a quella di «pseudo-concetti».
Sarà pur vero quel che dice Gembillo, che la filosofia, in questa fase, ha in comune con le scienze il «regno della conoscenza», e che le due forme conoscitive si distinguono solo per il diverso grado di sistematicità, non per i metodi e il fine che perseguono [100]; sta di fatto che dal momento che per Croce alle scienze non resta che contare, misurare e relazionare estrinsecamente i dati osservati, la generalità da esse conseguita non avrà mai il carattere del concetto vero, ma, anche se ancora non lo ha detto, di «pseudo-concetto», il che comunque configura già una qualche «svalutazione» delle scienze, sia pure relativamente alla filosofia; il loro posto è secondario, subordinato rispetto alla vera conoscenza.
La via, insomma, è tracciata: non rimaneva a Croce che dichiarare e teorizzare che quello scientifico è pseudo-concetto, e che la scienza, con l'autentica conoscenza, non ha nulla a che fare; il suo valore sta esclusivamente nella utilità che comunque ci arreca. Ed è quanto il pensatore farà con gli studi di logica, condotti -- è bene ricordarlo -- nell'ambito di un piú vasto programma, che è quello di delineare un'organica «filosofia dello spirito», non certo il rapporto scienza-filosofia [101]. Anche qui, se si lascia trascinare a riflettere sulle scienze, lo fa solo per illustrare l'eccellenza del filosofare proprio attraverso quell'analisi dell'«indole» delle scienze che avrebbe sancito la loro radicale eterogeneità, e si dica pure inferiorità rispetto al sapere filosofico.
Del resto già dall'inizio di questi studi proclama che la vera logica è quella filosofica e che i concetti scientifici non possono essere riguardati se non come rappresentazioni piú ampie o come aggregati di rappresentazioni [102]; si tratta pur sempre di forme di astrazione, ma -- qui lo dice finalmente apertis verbis -- finalizzata all'attività pratica o ad economia mentale [103] (in altro luogo tuttavia distinguerà tra carattere pratico e fine pratico, asserendo con piú decisione che le scienze non sono solo «ordinate» alla vita pratica, ma sono esse stesse «vita pratica») [104]; in fondo sono rappresentazioni sforzate a funzionar da concetti, quindi «pseudo-concetti» [105], «false monete», «concetti impuri», debitori come sono (a differenza dei concetti filosofici) all'individuale intuito [106]. La portata teoretica di queste affermazioni non è riducibile o mimetizzabile: quella scientifica non è conoscenza «altra», «di diverso tipo», ma conoscenza «falsa» del reale; l'universale filosofico è la prima ed unica forma logica [107]; il concetto scientifico è pensiero impreciso ed erroneo, di nessuna validità sul piano gnoseologico, e la cui legittimità è fondata solo sulla sua utilità a livello pratico. Certamente, il discorso fatto da Croce sui presunti «concetti», per il suo stesso andamento generale, non sembra aver di mira direttamente il rapporto filosofia-scienza; non di meno, dal momento che quello scientifico è «universale» forzato a funger da concetto, il discorso coinvolge di fatto quel rapporto, e investe in pieno il valore del concetto scientifico, tanto piú se si considera che per il Croce il pensiero piú altamente «scientifico», quello che unicamente consente di «conoscere», è quello filosofico, e che ora per Croce tutta la possibilità di conoscenza è chiusa nell'ambito arte-storia -filosofia; una totalità dunque da cui resta esclusa comunque la scienza, come lo stesso Croce non manca di enunciare, sia pure in modo elegante, ossia attribuendo l'esclusione di «quella che oggi passa per vera, solida ed unica scienza» non a sé, ma alle stesse scienze, a ragione della loro specifica natura: le discipline positive o naturali -- dice infatti -- si son già escluse da se stesse per le teorie che insistono sul carattere convenzionale, di comodo, pratico, economico, delle costruzioni cui lavorano [108]. Col che il pensatore assume a favore della sua tesi proprio la consapevolezza dei limiti che ogni scienza ha delle sue possibilità conoscitive e della sua destinazione finale; la assume cioè per affermare quanto gli scienziati non avrebbero mai asserito (come infatti si potrebbe «dominare» la natura senza «conoscerla»?), cioè che il loro fine proprio non è conoscere, e che le loro «conoscenze» sono «irrazionali», per quanto «razionali» come «fatti pratici»[109]. Aperto il varco in tal modo, bisognava solo tirar le conseguenze: i concetti scientifici non sono che congegni strumentali, pertanto non sono sottomettibili al criterio del vero, ma a quello dell'utilità; non servono a rischiarar la mente, ma a risparmiare tempo ed energia spirituale, non consentono di intendere la realtà, ma di utilizzare razionalmente le nostre conoscenze[110]. Una svalutazione del ruolo conoscitivo delle scienze non poteva essere piú decisa. Anzi Croce aggiunge che quanto meno le «conoscenze scientifiche» valgono sul piano conoscitivo, tanto meglio funzionano per fini pratici [111]. Che cosa cambia ammettendo, come vuole Gembillo, che qui Croce sta polemizzando contro un determinato modo di manipolare la realtà, contro la pretesa positivistica di far passare tale manipolazione astratta come una fedele reduplicazione del reale, contro la presunzione che essa costituisca l'unica via per coglierlo e comprenderlo nella sua interna struttura?[112]. Cambia ben poco. Croce avrà certo ragione di ribellarsi al rifiuto positivistico della filosofia e alla esaltazione acritica dei poteri della scienza; ma la sua reazione non è meno sproporzionata: la portata delle sue affermazioni, per il modo in cui sono state ricavate, articolate ed esposte, non investe soltanto un modo particolare di far zoologia o botanica, o altra scienza speciale, ma investe la stessa natura dell'attività scientifica: le scienze naturali, per sé, non sono che edifici di pseudo-concetti[113]; e alla esaltazione acritica della scienza a danno della filosofia risponde con una esaltazione ugualmente acritica della filosofia a danno dell'attività scientifica. Come interpretare infatti la tesi che le scienze naturali non son che scienze di fenomeni, cioè scienza di ciò che non è oggetto di scienza? [114]. E' questa un'affermazione che solo un filosofo, e un filosofo «idealista», poteva fare, non certo uno scienziato o un cultore di scienza, ben consapevole che la ricerca scientifica non attinge l'«assoluto» e non punta ad altra conoscenza che non sia quella dei «fenomeni», e che non vede altra «natura» che non quella che egli «costruisce», come dice Croce, col suo «edificio di pseudo-concetti» [115]. E come interpretare l'altra tesi che lo scienziato distrugge per i suoi fini l'individualità e l'universalità della realtà? [116]. Infatti quell'individualità-universalità lo scienziato tenta con i suoi propri strumenti di ricostruire non meno che il filosofo, appunto in quella che Croce sprezzantemente definisce «naturalizzazione del reale».
Forse Croce temeva la «naturalizzazione» del mondo umano, del mondo che da sempre è stato riserva di caccia dei filosofi: non a caso guarda con sospetto il tentativo di trattare le «scienze morali» col metodo delle «scienze naturali» [117], quel sospetto che ha di fatto limitato la diffusione in Italia della psicologia, della sociologia, della linguistica ecc., che pure hanno approfondito e messo a fuoco l'immagine complessiva dell'uomo, un'immagine non meno dignitosa e non meno veridica di quella presentata filosoficamente in termini di «spirito» che si esprime per distinti gradi di attività. E' dunque solo frutto di pre-giudizio filosofico la convinzione che persino l'utilità delle scienze naturali decresce via via che ci si avvicini a quelle che concernono la vita dell'uomo e della società umana [118].
E forse è per questa «cattiva coscienza» che Croce mantiene il discorso sulle scienze umane sul terreno del metodo, conducendolo con una cautela che non adottò invece nei confronti della matematica.
A proposito della matematica, confortato forse dalla definizione vichiana «scienza delle finzioni», va ben oltre: come mai -- si chiede -- una produzione siffatta ardisce chiamarsi scienza?[119]. Gembillo si preoccupa di giustificare: non lo è -- ricorda -- nel senso kantiano ed hegeliano di «sintesi» tra universale e particolare [120]. E' vero; ma il linguaggio crociano qui non conosce sottigliezze: la matematica non è scienza, è tecnica; e specifica: non sapere, ma strumento, sussidio [121]. Certo a partire dalla nozione di sintesi non a torto Croce si chiede: che cosa impariamo dalle eguaglianze elementari intorno alla realtà fenomenica e assoluta? Ma basta quella nozione a disconoscere ogni potere conoscitivo alla matematica? Ed è giusto ridurla alle quattro operazioni fondamentali? Formule e principi matematici sono «falsi» non perché, o non solo perché sono «convenzionali», ma lo sono rispetto a ciò che il «filosofo» Croce ha assunto come realtà e verità [122], rispetto al suo disegno di subordinare in termini di valore ogni forma di sapere a quella superiore del sapere filosofico unico capace di cogliere appieno la «verità» come sintesi a priori di universale e individuale. Cosí si giustifica il riconoscimento crociano che le matematiche hanno, oltre che una propria indole, una loro autonomia metodologica e un'incontestabile legittimità, e la sua difesa contro quelle «accuse che non sono accuse» da parte di certi filosofi; le quali accuse non aggiungono credito ad un sapere ritenuto astratto e tautologico, e quindi un «non sapere», che non appare un puro e gratuito gioco solo perché è comunque utile cioè perché in ogni caso «rende servigi» [123].
D'accordo, il punto di riferimento polemico del Croce è il positivismo [124]; ma il suo discorso diviene inevitabilmente piú generale quando fa carico alle scienze naturali addirittura del fatto che proprio da esse sorgono in massima parte gli errori filosofici sempre rinascenti; con procedure del tutto «naturalistiche» esse propongono -- operando un'indebita estensione dei loro poteri -- universali «falsi» che talvolta i filosofi assumono per «veri» concetti [125]. Gli scienziati -- sembra dire Croce -- facciano gli scienziati con la consapevolezza dei limiti della loro attività, e i filosofi riprendano il loro posto di bocche della verità (la filosofia è il pensiero, il solo pensiero, di fronte a ciò che non è pensiero) [126] senza cedere alle tentazioni delle finzioni scientifiche [127]. E allora, non il positivismo è nemico dell'autentico sapere, se Croce afferma che la scienza in quanto tale è avversaria della vera filosofia, di quella filosofia che non può esser che idealismo, perché un pensiero che approdi al concetto puro, getti lo sguardo nel noumeno, colga l'eterno nel transeunte, è solo idealismo [128]. Contro la scienza, contro i suoi ricorrenti attentati alla purezza del filosofare, l'idealismo non deve por tregua, né esercitar tolleranza: per filosofare bisogna saltare a pie' pari le forme di presunta conoscenza, non recuperarle sinteticamente, come ha fatto Hegel, quali «conati filosofici» da «inverare» [129]; gli pseudo-concetti «non sono buoni passaggi ai concetti rigorosi» [130], anzi sono appigli per errori teoretici; metodo naturalistico e metodo filosofico sono a tal punto eterogenei da escludersi nel modo piú completo [131]: essi pertanto sono incompatibili e i loro risultati incomponibili [132]; il primo non potrà neppure per abbozzo arrivare a quella che è la destinazione naturale e finale del secondo: la verità; né quindi può aiutare il secondo a raggiungerla [133], perché la verità è la realtà nella sua «totalità», quell'«universale-concreto» che la scienza invece «disseziona» riducendolo a mero schema [134].
Non pare dunque possano sussistere perplessità sul fatto che per Croce le scienze non possono uscir fuori dall'orizzonte pratico, dall'elaborazione «pratica» della conoscenza filosofico-storica del reale [135]; trasformando in pratico il teoretico e, come fanno le scienze naturali, uccidendone la vita teoretica, rendono il reale morto, materiale, meccanico [136].
Se un aspetto di verità sussiste nelle scienze, esso per Croce sta tutto nel loro oggetto, nei fatti particolari nel loro divenire, ossia in quella «storia» che però esse immobilizzano in astratti e arbitrari «tipi», e quindi ineluttabilmente «falsificano» [137]. Il che permette a Croce, a dispetto del suo stesso progetto di fissare la eterogeneità dei due procedimenti mentali, quello scientifico e quello filosofico, di sostenere che una scienza che voglia essere veramente tale deve avere a suo fondamento una filosofia [138]; anzi una filosofia idealistica; e deve giovarsi del contributo di questa. Pertanto se uno scienziato vuol attingere la verità circa la stessa realtà che è oggetto della sua indagine, deve tralasciare l'immagine del mondo costruita con la sua attività (che in quanto prodotta dallo «spirito» è sí «positiva», ma resta pur sempre inevitabilmente «privazione di verità») [139] e deve far un salto nel mondo puro del filosofo; non esistono infatti due metodi di verità [140].
7. Non è pura impressione che Croce parli delle scienze senza essersi, per cosí dire, calato nell'universo scientifico; esse vengono da lui indagate dall'esterno, da un punto di vista che il filosofo ha già preventivamente assunto e teoreticamente legittimato come «superiore».
Non è questa la via seguita da Antonio Aliotta, contemporaneo e, dal 1919, concittadino di Croce (ma i due s'ignorarono ostentatamente), di cui conviene ricordare quanto ha scritto a proposito di queste tesi crociane in alcune tra le piú belle pagine de La reazione idealistica contro la scienza [141].
Già prima di affrontare il discorso su Croce, l'Aliotta ricorda, riferendosi al Le Roy, che lo scienziato non crea a suo arbitrio il fatto scientifico cosí come l'artista crea la sua opera; egli, sí, seleziona e presceglie i fatti che meritano d'essere indagati, ma nel procedere della ricerca si lascia guidare dai suggerimenti che il fatto bruto gli offre; e, sulla scorta di Poincaré, asserisce che i fatti sono fatti, e se si conformano alle nostre previsioni, ciò non dipende certo dalla nostra libera attività.
Successivamente egli non esita a dar atto al Croce che alcuni scienziati hanno effettivamente commesso l'errore di scindere la loro elaborazione dal reale intuìto; ma si domanda: una tale scissione è veramente necessaria al conoscere scientifico? E risponde, contro Croce: che taluni abbiano commesso questo abuso, non è buona ragione per ritenere che la funzione del concetto scientifico sia quella di «sostituire» il fatto individuale immediatamente vissuto. Ma, secondo l'Aliotta, come non lo ripudia, cosí lo scienziato non corre certo dietro al fatto individuale concreto in quanto tale: vuole piuttosto intenderlo, e per intenderlo deve tradurlo in concetto; non lo considera «nel suo aspetto che non si ripete», ma lo pensa sub specie aeterni; la scienza pertanto per lui è «attività sintetica a priori» non meno di come lo deve essere -- e per Croce lo è -- la filosofia. A suo giudizio dunque non ha torto Croce: se il concetto, fisico o matematico, pretende una esistenza autonoma staccandosi da quelle rappresentazioni che costituiscono la sua origine, esso non corrisponde piú a nulla di reale, e diviene una pura, astratta finzione che non si può poi credere di poter erigere a realtà. Ma, appunto, «se»: perché il vero ufficio del concetto non è quello di soppiantare l'esperienza diretta, ma d'integrarla ed «elevarla ad una superiore potenza», d'includerla in un contesto piú largo di relazioni; in tal caso -- chiarisce l'Aliotta -- esso si mantiene in intimo rapporto col fatto vissuto, e pertanto conserva integro tutto il suo potere conoscitivo.
Come si vede Aliotta rivendica con decisione la funzione conoscitiva delle «finzioni» scientifiche quando sottolinea il valore teoretico della sintesi tra l'individuo intuìto e le determinazioni universali formulate dalla scienza. Non solo; egli riconosce che il concetto scientifico separato dalla concretezza dell'individuale è un vizio; ma aggiunge che tale vizio non è esclusivo del concetto scientifico, bensí -- e l'affermazione è estremamente significativa -- è un male comune a tutti i concetti, anche agli universali della filosofia; anche questi, separandosi dal reale, finiscono col diventare pure e astratte «finzioni». Affermazione significativa, dicevamo, perché in tal senso l'idealismo, nelle forme vecchie e nuove, corre pericoli analoghi a quelli della ricerca scientifica, se non addirittura piú gravi.
Se -- prosegue Aliotta -- non è lecito disconoscere il valore del concetto filosofico a causa degli abusi della dialettica, allo stesso modo non si può e non si deve negare valore teoretico al concetto scientifico per l'abuso fattone da quelli ch'egli chiama «gl'intellettualisti». La verità per lui sta dunque nella sintesi a priori, e a tale sintesi pervengono e devono pervenire sia l'autentica filosofia che la vera scienza; fuor della sintesi non ha realtà, certo, il triangolo perfetto dei geometri, ma neppure quello «spirito» indeterminato di certi filosofi, quello che non è questa o altra coscienza individuale; nella sintesi invece il concetto non sarà «vuoto», bensí pieno di quella vita che caratterizza la realtà concreta dell'individuo, anche nella sintesi scientifica. Non c'è dubbio, per Aliotta: nella conoscenza «sintetica» della scienza la vita dell'individuo esperito viene arricchita di nuovi aspetti, caratteri, rapporti, non visti a livello gnoseologico immediato, e rivelati proprio dalle finzioni scientifiche; l'individuo, quindi, non viene distrutto né abbandonato, bensí conservato, elevato e arricchito conoscitivamente, e riconosciuto nella sua propria collocazione nell'ambito del «sistema della realtà».
Concepita in questi termini, la scienza è per Aliotta un «progresso verso una maggiore concretezza». L'espressione appare paradossale; ma lo studioso non si sottrae all'obbligo di spiegarla: il massimo di concretezza -- dice -- non c'è nell'esperienza immediata, che è fugace e che, del reale, dà una visione -- questa, sí -- frammentaria e astratta; esso risiede invece nell'individuale «determinato» dalle sue relazioni col resto dell'universo; in tal senso esso è l'obiettivo comune e finale sia del ricercatore scientifico che del filosofo; infatti tali relazioni non sono costituite esclusivamente dagli universali della filosofia, ma anche dai concetti scientifici che, si voglia ammetterlo o non, quando sono elaborati in modo corretto, «corrispondono a sistemi piú o meno estesi e persistenti di rapporti reali». Forse che -- si chiede polemicamente lo studioso -- la realtà, liberata da quegli che sdegnosamente vengono chiamati «pseudo-concetti» e colta solo nella trama dei «concetti puri», risulti meglio conosciuta? Non se ne avrebbe piuttosto una visione piú povera e indeterminata? Certo, c'è differenza tra scienza e filosofia. Ciò nonostante, se l'universale scientifico è «limitato» perché non applicabile a «tutte» le possibili rappresentazioni, ciò non toglie che sussistono caratteri e rapporti, quelli individuati dalle scienze, che, pur non applicandosi a tutta la sfera dell'essere, sono «costitutivi» di un certo ordine di realtà, e pertanto sono necessari non meno delle categorie filosofiche alla sua completa determinazione. Anzi, i concetti scientifici ci possono far «conoscere» di un settore della realtà molto piú di quanto non consentono le filosofiche «categorie». E' nella cooperazione del sapere filosofico e di quello scientifico che è possibile individuare il significato e il valore di ciascun fatto o gruppo di fatti nel divenire del sistema totale dell'universo.
La conoscenza scientifica pertanto integra la mera rappresentazione dell'individuale e simultaneamente dà corpo alla categoria filosofica; essa è l'anello indispensabile tra l'una e l'altra forma di conoscenza; è il mezzo necessario per giungere correttamente -- cioè conferendogli concretezza -- al concetto filosofico. L'universale concreto è, sí, l'obiettivo, l'eterna aspirazione della conoscenza filosofica, ma alla sua formazione può e deve concorrere anche la scienza, la quale è ineludibile presupposto della «pienezza» di quella sintesi, perché essa solo può portare ad «atto» conoscitivamente quel residuo «potenziale» del reale non afferrabile con metodologia filosofica, in quanto ci son proprietà e leggi del reale che sfuggono alla mera intuizione e che non son pensabili con le pure categorie, All'individuum omnino determinatum, pertanto, non si giunge né con la sola scienza, né con la sola filosofia; esso è un ideale a cui ci si approssima solo con la collaborazione dell'una con l'altra. Non s'illuda il Croce: ad un'autentica visione speculativa del reale non si perviene d'un botto e «saltando» al di là delle formazioni scientifiche, ma organizzandole in una superiore armonia.
Aliotta non esita neppure a ricordare a Croce che un «concetto» che non si alimenti di «pseudoconcetti» altro non è che, esso stesso, pseudo-concetto, arbitraria «finzione» di realtà. E alla tesi dell'esclusivo valore pratico-economico degli «pseudo-concetti», della loro inadeguatezza a «comprendere» il reale, della loro presunzione di cogliere aspetti costanti e uniformi della realtà, di quella realtà che costante e uniforme non è, egli ribatte con decisione: se ogni «intuizione» fosse del tutto diversa dall'altra, «lo spirito pratico avrebbe un bell'affaticarsi a manipolare gli avvenimenti concreti, a rivoltarli e a considerarli da tutti i lati, non si troverebbe mai nulla che lo autorizzasse a porne due nella stessa vetrina!». Egli infatti si dichiara convinto che la realtà, pur evolvendosi, conserva sempre, settorialmente, qualcosa di costante; ed e ciò che legittima sul piano conoscitivo la ricerca scientifica; l'uniformità dunque non esclude, per sé, l'evoluzione del reale, e viceversa. E aggiunge: se, come Croce sostiene, lo pseudo-concetto risulta utile, allora significa che la realtà ch'esso presenta non gli è poi tanto ribelle.
8. Checché ne dica Ippolito, la distinzione tra concetto e pseudo-concetto mina alle radici il valore di conoscenza delle scienze. Del resto Croce lo dice in termini espliciti, e anche il solo sminuire la portata delle sue affermazioni significa non rendere giustizia al pensatore, perché in qualche modo si compromette l'unità e l'organicità del suo pensiero. Per cui, nello stabilire se Croce abbia o no svalutato le scienze, non bisogna lasciarsi irretire dalle sue assicurazioni circa la loro utilità, necessità, indispensabilità, bensí considerare che, nel momento stesso in cui egli le svuota di funzione conoscitiva, le colpisce -- per cosí dire -- al cuore. E non solo perché le scienze quella funzione hanno sempre rivendicato formalmente, ma soprattutto perché è ragione stessa del loro esistere gettare un fascio di luce che consenta al pensiero di «intendere» in qualche modo e in qualche misura il reale, e rappresentare questa conoscenza in un «modello».
Certamente il potere rivelativo di queste «finzioni» è limitato; e non solo per il fatto che esse sono «relative» a settori delimitati della realtà, ma anche nel senso che esse sono costruzioni adeguate al limitato potere conoscitivo che gli strumenti d'indagine disponibili in un dato momento effettivamente consentono; ma non per questo esse sono «errori» sul piano gnoseologico, «falsità» a livello conoscitivo; né per questo la finzione ulteriore scaccia come erronea quella ch'essa ha superato: anche in regime di fisica einsteiniana, quanto è stato acquisito da quella newtoniana conserva la sua validità quando se ne accettino le condizioni, conserva un suo livello di verità quando se ne assumano i presupposti, i punti di riferimento [142].
Di questo «potere limitato» gli scienziati son ben consapevoli. M. Planck [143] (che pure vien citato da Ippolito e da Gembillo) mentre affermava -- e l'affermazione può suonare da risposta a Croce -- : «non siamo noi che creiamo il mondo esterno perché ci fa comodo, ma è il mondo esterno che ci si impone con violenza elementare», riconosceva senza esitazioni che c'è uno scarto tra «mondo reale» e «immagine fisica del mondo» per il quale lo scienziato è indotto a non ritenere mai -- come invece il Croce pensava che gli scienziati facessero -- che la loro «immagine» sia espressione compiuta della realtà. Non di meno, proprio quello scarto, lungi dal ridurre al riposo lo scienziato, o dal condurlo alla convinzione del valore esclusivamente pratico-utilitario delle sue scoperte, gli dà la consapevolezza che ogni sua elaborazione debba esser considerata come un tentativo d'approssimarsi sempre piú alla «conoscenza» di quel mondo reale. La convinzione che la descrizione totale ed esatta del mondo fisico sia un'utopia [144] non lo induce a desistere dal perseguire il fine possibile della sua attività, che è quello di «migliorare l'immagine del mondo», di darne «una forma sempre piú chiara e definita» sulla base delle informazioni che il mondo stesso gli offre e che egli è in grado di recepire. Sicché quello scarto lascia lo spazio per il «progresso scientifico», cioè -- si badi -- per il progresso della conoscenza; un progresso in cui l'immagine che sopravviene e sostituisce quella precedente, non è certo dettata dal capriccio né determinata dallo scopo utilitario, ma dall'imporsi allo studioso della realtà fisica di «un fatto nuovo della natura che l'immagine del mondo correntemente accettata non può spiegare»; e conserva quella precedente come «sezione particolare di un'immagine ancora piú vasta, ancora piú comprensiva, e al tempo stesso piú omogenea». E' sempre la natura a svelare i suoi misteri; e lo scienziato, grado a grado, con progressivo sforzo e attrezzandosi in modo sempre piú adeguato, ricostruisce, ogni volta il piú possibile, il significato unitario dei suoi messaggi frammentariamente raccolti, rispettandoli, ossia senza manipolare concettualmente proprietà e nessi, e senza interferire preventivamente sul decorso degli eventi osservati magari per piegarli ad una forzosa conferma delle proprie ipotesi. E' cosí che la nuova immagine del mondo completa e arricchisce di contenuto quella che precede mediante un differente modo di considerare i fatti, un modo che ora consente di vedere -- cioè di «conoscere» --, del reale, cose non viste prima, o cose che con la precedente costruzione fisica rimanevano ancora allo stato di «incognite». E se l'evoluzione della scienza mostra un suo crescente allontanamento dal mondo sensibile, dal mondo quale «appare» ai nostri sensi, sicché l'immagine fisica del mondo va assumendo forme sempre piú «astratte», invero proprio grazie a questa maggiore astrazione essa riesce a progredire nel conseguimento del suo scopo prossimo, ossia nella «scoperta di relazioni rigorose tra i fenomeni naturali osservati», o, detto in altri termini, nella «risposta» alle questioni fisiche che la realtà stessa sottopone alla nostra attenzione. La scienza dunque ha un suo posto specifico tra la natura e l'uomo [145]; e la ricerca scientifica si configura come il tentativo costante dell'uomo di avvicinarsi sempre piú alla intima razionalità della natura, severa custode dei suoi segreti.
Non son dunque gli scienziati -- come pensava Croce -- che credono che il reale sia quale lo presentano le loro finzioni. Ad attribuire loro questa convinzione è chi, come Croce, pensa che la struttura razionale dell'universo sia attingibile e delineabile in sistema solo con mezzi della conoscenza filosofica, e vede negli scienziati degli sprovveduti e velleitari concorrenti; chi, dimenticando che anche il lavoro filosofico è tentativo dell'umana intelligenza di avvicinamento strategico ai segreti del mondo, alimenta la fiducia, tutta idealistica, di imbrigliamento in sistema di una realtà che, al contrario, come la stessa storia della civiltà mostra, nonostante tutto recalcitra al pur sempre limitato potere razionale dell'uomo; chi sogna di segnare, con la messa a punto di una compiuta concezione speculativa, la fine del travaglio scientifico e filosofico insieme; chi crede che il filosofo può e debba partorire, in regime di pensoso isolamento, una verità assoluta, non bisognosa d'essere arricchita da apporti offerti da altri campi del sapere.
9. Posto che, quando Croce parla delle scienze, il suo vero problema è quello della fondazione dell'autonomia del filosofare e della sua superiorità rispetto alle altre forme del sapere, allora, se si considera che tale autonomia e tale superiorità erano minacciate dal positivismo, è legittimo assumere, come vuole Gembillo, che la polemica crociana è diretta contro questo movimento. Ma è pur vero che, come abbiamo cercato di mostrare, tale polemica, per il modo in cui è stata condotta, investe i fondamenti stessi della scienza, la quale ne esce non semplicemente sottostimata, ma -- non è il caso di esitare -- svalutata. Il minimo che si possa pensare -- se non si vuol giungere ad asserire che, quando Croce parla di scienza, blateri di un oggetto sconosciuto -- è che Croce attribuiva fin troppo credito a «quel» tipo di scienza, se in essa ravvisava il carattere essenziale, il «modello» della ricerca scientifica.
Il minimo, si diceva; perché appare incredibile che in una epoca in cui si registrano, ad esempio, grandi «rivoluzioni» nella fisica (si tenga presente che nel 1900 M. Planck introduceva la teoria dei «quanti»; nel 1905 Einstein proponeva la teoria della «relatività speciale», seguita, nel 1916, da quella della «relatività generale», e quindi nel 1921 conseguiva il Nobel; inoltre dal 1900 cominciano, ad opera di J. J. Thomson e H. Nagaoka, quei tentativi di delineazione della struttura atomica che, attraverso l'elaborazione del Rutherford, del 1911, troveranno compimento, nel 1913, nel modello di N. Bohr), per il pensatore abruzzese la ricerca «fisica» si limitasse ad osservare il molteplice empirico, a misurarlo e a classificarlo in prospetti descrittivi di proprietà esteriori e superficiali (ma ha ragione Aliotta quando ricorda che le classificazioni tanto disprezzate dal Croce pure hanno avuto ed hanno il merito -- allorché eseguite correttamente, ossia quando non si risolvono in esteriori aggregazioni -- di cogliere proprietà e relazioni effettive); e che la matematica non sia altro che un tautologico calcolare.
Il discorso sulla scienza è e resta sempre per Croce soltanto marginale; egli lo conduce solo al fine ed in funzione dell'assetto concettuale da dare a ciò che con la scienza nulla ha a che fare. Dal momento in cui ha posto fine allo stato d'adulterio con la filosofia, Croce ha dato inizio proprio con la scienza ad un nuovo rapporto adulterino; rapporto però che, a differenza del precedente, si alimenta di diffidenze, di sospetti, che non solo non consentono al pensatore di vedere negli «edifici di pseudo-concetti» la loro funzione euristica e il loro potere rivelativo, ma che addirittura lo inducono a scorgere in essi una permanente minaccia alla pienezza ed alla purezza del conoscere teoretico. Detto altrimenti, la svalutazione della scienza è il necessario correlativo dialettico della supervalutazione della filosofia, di quella conoscenza che, per il filosofo Croce, in nessun modo può esser sospettata di «postulazione di realtà». L'unità ontologica di «interno» e «esterno», cosí familiare all'idealista, resterà secondo Croce sempre fuori della portata dello scienziato, il quale, impossibilitato a coglierla persino nel settore limitato preso a suo oggetto d'indagine, non può che aggirarsi smarrito alla superficie delle res; incapace di cogliere il rapporto «reale» tra le cose e, a maggior ragione, d'intenderne il senso, lo scienziato non può -- per dare un ordine al vario e molteplice materiale empirico -- se non costringere la realtà, cristallizzandola, nella rete improbabile dei suoi schemi arbitrari; quella realtà fluente che mai, per il filosofo idealista, si troverà imprigionata e consolidata nelle leggi della dialettica triadica o in quella del movimento per «distinti».
Insomma era inevitabile che la svalutazione della scienza positivistica si configurasse come svalutazione d'ogni possibile scienza: solo a questa condizione la filosofia poteva celebrarsi come avventura conoscitiva unica e privilegiata, possibile solo quando e in quanto il pensiero, libero da impegni e doveri, si chiude a richiami, suggerimenti e suggestioni esterni, e riposa, disteso, nella contemplazione teoretica della realtà.
Una tal filosofia non può essere la somma tra le scienze né il loro coronamento, né il loro superamento; essa è semplicemente estranea a quelle e lo è per indole, non solo per metodo; rispetto alle scienze vanta qualche diritto ma nessuna obbligazione.
L'unità del sapere dunque non può compiersi nell'armoniosa coordinazione degli apporti scientifici e filosofici, ma sta solo nel vero «sistema» filosofico, che, per ogni buon idealista, è sempre il proprio; e non si compie progressivamente, nell'interazione a livelli sempre piú profondi delle varie forme di sapere relative all'unica realtà, ma è già bell'e compiuta in «quel» sistema uscito dalla mente del pensatore come Minerva dalla testa di Giove.
Questa è la convinzione di Croce, che è ingiusto sottacere; egli non ha disconosciuto l'importanza delle scienze, non le ha denigrate, ma neppure ha attribuito loro credito come forme di comprensione della realtà. Neppure negli anni successivi al l909, neppure quando ha teorizzato la «circolarità dello spirito»: il vero resta patrimonio della filosofia, e alle scienze rimane solo il compito di perseguire l'utile; esse sono certamente «attività dello spirito», momento ineludibile della sua dinamica, ma restano pur sempre alternative «pratiche» mai integrabili nel progetto «conoscitivo» dell'uomo. Non è come pensa Ippolito: l'unità e la circolarità dello spirito non riduce né annulla la subordinazione del «conoscere» scientifico rispetto al «vero» conoscere: la scissione è netta; il sapere scientifico resta «non-conoscenza». E se Croce dichiara che dietro le grandi e piccole «costruzioni di finzioni» c'è sempre, esplicitamente o implicitamente, una filosofia, mai ha ammesso, e mai avrebbe potuto ammettere, che dietro una filosofia, e specialmente dietro una di tipo idealistico, possa esserci in qualche modo e in qualche misura il contributo del sapere scientifico: una circolarità anomala, dunque. Il carattere pratico della scienza, nella concezione dei distinti crociani, esclude in linea di principio il suo potere conoscitivo; il lavoro dello scienziato, anche quando questi è guidato dallo «storicismo» filosofico, resta subordinato in termini di valore rispetto a quello del filosofo.
Ogni tentativo di attenuare questa posizione del Croce per renderla accettabile alla sensibilità dell'uomo moderno risulta in fondo generico quanto generoso. L'impresa di Gembillo rende merito al Gembillo stesso, ma non indebolisce la ragionevolezza delle opposizioni alle tesi del Croce. Peraltro il mostrare che ogni obiezione a quelle tesi trova già in Croce stesso una risposta articolata finisce col suonare artificioso: le parole, anche quelle del Croce, hanno una loro consistenza, una loro durezza, e talvolta feriscono comunque, qualunque sia l'intenzione che sta al loro fondamento. L'analisi dei contesti, l'accertamento delle intenzioni -- cosa utilissima sul piano storiografico --, quando perseguiti con rigore indefettibile e all'interno di un disegno «apologetico», non consentono di uscire dalla logica del pensatore in esame, ed espongono al rischio di un pertinace giustificazionismo e della chiusura all'intelligenza di ogni voce alternativa. Né l'individuazione delle consonanze di quelle tesi con le elaborazioni epistemologiche coeve o a noi contemporanee aggiunge credito alla posizione del Croce; diverso è l'uso, perché diverso è lo scopo, del tema della «convenzionalità» della scienza nel discorso di Croce e in quello degli epistemologi; a Croce serve per mostrare l'inconsistenza conoscitiva della scienza; a scienziati e a teorici della scienza serve per l'individuazione delle esatte condizioni di validità dell'attività scientifica attraverso la rimeditazione della metodologia della ricerca, vale a dire per migliorare l'approccio conoscitivo alla realtà con i mezzi e gli strumenti propri delle discipline «naturali», non certo per spezzare una lancia a favore del sapere filosofico. E infatti per questi i «modelli» sono sí «convenzionali», ma non «arbitrari»; essi sono pur sempre strumenti che, grazie alla loro astrattezza, consentono di liberarsi dai vincoli dell'esperienza immediata e di procedere nella continua approssimazione alle strutture proprie del mondo fisico; essi insomma sono funzionali -- lo voglia o no ammettere il Croce -- alla conoscenza di quell'incognita che è la realtà; e al reale stesso è affidato il compito, in ultima istanza, di rigettarli o di convalidarli come «adeguati» o anche solo come «probabili». Essi son «relativi» ma ciò non ne depaupera il valore cognitivo; la verità assoluta è per lo scienziato un'idea-limite, anzi un mito che lascia volentieri alla fantasia orgogliosa di quei pensatori «speculativi» ostinatamente convinti che la filosofia costituisca l'ultimo approdo e il pieno compimento dell'iter conoscitivo dell'uomo.
Note
[1] Tali interventi si trovano ora pubblicati nel volume Benedetto Croce trent'anni dopo, Bari 1983.
[2] Ricordiamo, ad es., Storicità della natura, «Memorie e Note dell'Istituto di Geologia applicata dell'Università di Napoli», vol. IX, 1964-65; L'unità del reale, «Nord e Sud», fasc. 129, 1965; Considerazioni sull'unificazione del sapere, «Rivista di Studi crociani», II, fasc. IV, 1965, La natura e la storia, Milano 1968; Il pensiero di Croce di fronte alle scienze naturali, «Atti dell'Accademia Pontaniana», n.s., XX, Napoli 1971.
[3] Filosofia e scienze nel pensiero di Croce. Genesi di una distinzione, Napoli 1984.
[4] Si riferisce infatti a A. EDDINGTON, La natura del mondo fisico, Bari 1938; M. PLANCK, La conoscenza del mondo fisico, Torino 1942; AA.VV., Discussione sulla fisica moderna, Torino 1960; A. EINSTEIN, Pensieri degli anni difficili, Torino 1965; AA.VV., Teorie cosmogoniche rivali, Torino 1965; ma soprattutto a W. HEISENBERG, Mutamenti nelle basi della scienza, Torino 1960, Fisica e filosofia, Milano 1964, e La tradizione nella scienza, Milano 1982.
[5] Utilizza infatti Nuove pagine sparse, II s., Napoli 1949, pp. 147-148; Saggio sullo Hegel, IV ed., Bari 1948, p. 190; Ultimi saggi, II ed., Bari 1928, pp. 213-221; La storia come pensiero e come azione, Bari 1939, III ed., pp. 21 e 287-292; Conversazioni critiche, IV s., Bari 1932, pp. 162, 188-189, 193-194; Teoria e storia della storiografia, IV ed., Bari 1941, cap. IX, p. 118.
[6] Conversazioni critiche, cit., pp. 147-148.
[7] G. Vacca, col suo scritto -- reperibile in La cultura italiana del '900 attraverso le riviste. «Leonardo », «Hermes», «Il Regno», Torino 1977 -- contestava, pp. 267-268, le illazioni prodotte da Croce sulla base di un noto giudizio di B. Russell, per il quale la matematica è una scienza in cui non si sa mai di che cosa si parli, né se ciò di cui si parla sia vero; Croce infatti, nei Lineamenti di una Logica come scienza del concetto puro, «Atti dell'Accademia Pontaniana» Napoli 1905, pp. 77-78, commentava l'espressione in questi termini: «Una scienza che non afferma verità, non solo non è scienza, ma non è forma alcuna di conoscenza ... ». G. Vacca ribatteva a Croce fornendo una spiegazione dell'espressione di Russell; Croce, in Intorno alla «Logica», ora in La cultura italiana, cit., replicava dichiarandosi d'accordo con il chiarimento del Vacca, e affermava che proprio quel chiarimento lo confermava nella tesi che «la matematica non possedendo né verità storica né (poiché riposa su postulati arbitrari) verità filosofica non è scienza ma strumento e costruzione pratica» (pp. 297-298).
[8] Lineamenti, cit., p. 62.
[9] Conversazioni critiche, III, Bari 1950, p. 324.
[10] Gembillo ne fa un cenno alle pp. 155-156, n. 2, dell'op. cit.; sul tema della svalutazione crociana delle scienze -- dice -- «c'è una letteratura molto vasta ma assai poco ' ragionata '».
[11] L. GEYMONAT, Saggi di filosofia neorealistica, Torino 1953, p. 28. Il giudizio poi viene ribadito con forza anche nella sua Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. VI, Milano 1972. Qui si dice che Croce sostenne per tutto l'arco della sua vita «la negazione piú completa del valore conoscitivo delle scienze»; infatti già nella memoria del 1893 egli assegnava «la superiorità conoscitiva» alla conoscenza estetica e storica, «in contrapposizione al conoscere scientifico»; successivamente l'assegnerà alla filosofia, sancendola in quella Logica del 1908 la cui inutilità -- dice Geymonat -- è totale. A fondamento della convinzione di Croce ci son Vico ed Hegel; il riferimento a Mach e ad Avenarius ha luogo, infatti, «dopo che ... aveva raggiunto una sistemazione del suo pensiero, e in particolare dopo che era pervenuto all'esclusione del valore conoscitivo delle scienze»; sicché Croce stravolge il senso del discorso dei due pensatori, sottraendo le loro parole al loro fine naturale e piegandole alla dimostrazione della sua tesi precostituita; egli resta fondamentalmente «estraneo al travaglio critico del pensiero scientifico di quel periodo» (pp. 342-347). Pertanto Croce è esponente e a sua volta promotore della chiusura della cultura italiana «in un provincialismo masochistico senza respiro e senza sbocchi» (p. 529).
[12] Cfr., ad es., Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto delI'arte, Roma 1896, pp. 123-128.
[13] Cfr. Per l'interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, «Atti dell'Accademia Pontaniana», Napoli 1897, pp. 38 e 45.
[14] Come dice in Per la interpretazione, cit., p. 35.
[15] Ibidem, p. 37.
[16] Ibidem, p. 45.
[17] Ibidem, p. 30
[18] Cfr. Sul principio economico. Replica all'articolo del prof. Pareto, «Giornale degli economisti», 1901, pp. 121-123.
[19] Tesi fondamentali di un'Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, «Atti dell'Accademia Pontaniana», Napoli 1900, p. 17.
[20] Filosofia, cit., p. XII.
[21]Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Palermo 1902, p. 33.
[22] Ibidem, p. 34.
[23] Ibidem, p. 66.
[24] Lettere a G. Gentile, Milano 1981, p. 153.
[25] Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro, cit., pp. 18-19.
[26] Ibidem, p. 63.
[27] Ibidem, p. 65.
[28] Ibidem, pp. 65-66.
[29] Cfr. ibidem, pp. 68-69 e p. 82.
[30] Ibidem, pp. 74-76.
[31] Cfr. ibidem, pp. 82-84.
[32] Ibidem, p. 72.
[33] Ibidem, pp. 77-81.
[34] Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, Bari 1907, p. 163; cfr. pp. 147-148, 155-158, 164.
[35] Logica come scienza del concetto puro, Bari 1909, p. 153.
[36] Ibidem, pp. 154-155 e 157.
[37] Ibidem, pp. 16 e 35; cfr. p. 160.
[38] Ibidem, p. 35.
[39] Cfr. ibidem, pp. 22, 26, 155-156.
[40] Ibidem, pp. 33, 44.
[41] Ibidem, pp. 19-20.
[42] Cfr. ibidem, pp. 35, 44.
[43] Ibidem, p. 22.
[44] Ibidem, p. 24.
[45] Ibidem, pp. 24-25.
[46] Ibidem, pp. 131-135.
[47] Cosí Croce si esprimerà in seguito, in Filosofia della pratica, Bari 1909, pp. 173-174.
[48] Cfr. anche Ciò che è vivo, cit., p. 154.
[49] Filosofia della pratica, cit., p. 353.
[50] Cfr. Logica, cit., pp. 173, 178-179, 183, 217.
[51] Cfr. pure Il risveglio filosofico e la cultura italiana, «La Critica», 1908.
[52] Logica, cit., p. 245.
[53] Ibidem, pp. 245-246.
[54] Ibidem, p. 249.
[55] Cfr. ibidem, pp. 274-275.
[56] Queste consonanze Gembillo cerca di evidenziare -- oltre che, naturalmente, citando abbondantemente da E. MACH, La meccanica nel suo sviluppo storico critico, Torino 1977; Conoscenza ed errore, Torino 1982; Analisi delle sensazioni, Torino 1903 -- accostando a passi di Croce brevi brani di H. POINCARÉ La science et l'hypothèse, Paris 1902; R. CARNAP, I fondamenti filosofici della fisica, Milano 1971; P. W. BRIDGMAN, La logica della fisica moderna, Torino 1965; N. BOHR, I quanti e la vita, Torino 1974; E. H. HUTTEN, La scienza contemporanea. Informazione spiegazione e significato, Roma 1975; A. CARRELLI Limiti e possibilità della scienza. Considerazioni filosofiche di un fisico, Bari 1941; F. IPPOLITO, La natura e la storia, cit.; e soprattutto -- in termini quantitativi -- di W. HEISENBERG, Fisica e filosofia, cit., La tradizione nella scienza, cit., Mutamenti nelle basi della scienza, cit., La scoperta di Planck e i problemi filosofici della fisica atomica, in AA.VV., Discussione sulla fisica moderna, cit. Lo studioso, inoltre, chiama al confronto con: P. DUHEM, La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura, Bologna 1978; R. A. MURRAY, Il valore come concetto puro e i principi economici come pseudo-concetti, Firenze 1909, Le scienze sociali e il metodo sperimentale, «Riv. ital. di sociologia», 1911; M. BUNGE, La causalità, Torino 1970; AA.VV., Le teorie della causalità, Torino 1974; E. NAGEL, La struttura della scienza, Milano 1978; G. VAILATI, Scritti, Firenze 1911; G. PEANO, Opere scelte; A. J. AYER, Il problema della conoscenza, Firenze 1967; K. R. POPPER, La logica della scoperta scientifica, Torino 1978, Congetture e confutazioni, Bologna 1972. Il Gembillo comunque segnala anche posizioni discordanti con alcuni punti delle tesi crociane, come quelle di O. NEURATH, La concezione scientifica del mondo, Bari 1979, e di H. REICHENBACH, nel suo intervento al «Congrès international de philosophie scientifique», «Actes», Paris 1936.
[57] Cfr. Filosofia, cit., p. 358.
[58] Ibidem, p. 2.
[59] Ibidem, pp. 16-17.
[60] Ibidem, p. 2.
[61] B, CROCE (ps. Gustave Colline), Una vecchia quistione, «Rassegna pugliese», III, 1886, p. 52.
[62] B. CROCE, La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, «Atti dell'Accademia Pontaniana», Napoli 1893, pp. 11-16.
[63] Di alcune obiezioni mosse a una mia memoria sul concetto della storia, «Atti dell'Accademia Pontaniana», Napoli 1894, p. 1.
[64] Cfr. G. GEMBILLO, Filosofia, cit., p. 32.
[65] La critica letteraria. Questioni teoriche, Roma 1896, pp. 14-15.
[66] G. GEMBILLO, Filosofia, cit., p. 42.
[67] Recensione a C. TRIVERO, La storia dell'educazione, in «Fanfulla della domenica», 12-4-1896.
[68] Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto dell'arte, Roma 1896, pp. 121-123.
[69] Ibidem, p. 124.
[70] Cfr. Filosofia, cit., pp. 53-54 e 55.
[71] Il concetto della storia, cit., pp. 129-130.
[72] Per la interpretazione, cit., p. 7.
[73] Ibidem, p. 19.
[74] Ibidem, pp. 26-30; cfr. pure GEMBILLO, Filosofia, pp. 62-65.
[75] Ibidem, pp. 35-36.
[76] Ibidem, p. 37.
[77] Ibidem, p. 45.
[78] Marxismo ed economia pura, «Rivista italiana di sociologia, 1899, VI, p. 742.
[79] Filosofia, cit., p. 78.
[80] Sul principio economico, Replica, cit., p. 122.
[81] Cosí in Per la interpretazione, cit., pp. 35-36.
[82] Ibidem, p. 37.
[83] Lettere a G. Gentile, cit., pp. 28-29.
[84] Filosofia, cit., p. 83.
[85] Lettere a Gentile, cit., p. 37.
[86] Tesi fondamentali di un'Estetica, cit., pp. 18-26.
[87] Cfr. ibidem, p. 26.
[88] Ibidem, p. 46.
[89] Ibidem, pp. 46-47.
[90] Ibidem, pp. 47, 49, 88.
[91] Estetica, cit., p. 33.
[92] Ibidem, p. 67.
[93] Ibidem, p. 33.
[94] Ibidem.
[95] Cfr. ibidem, pp. 33-34.
[96] Cfr. ibidem, p. 34.
[97] Di cui ancora a p. 34, ibidem.
[98] Ibidem, p. 67.
[99] Ibidem, p. 34.
[100] Filosofia, cit., p. 121.
[101] Cfr. Lettere a G. Gentile, cit., p. 124.
[102] Ibidem, pp. 153-154.
[103] Lineamenti di logica, cit., pp. 18-19.
[104] Ibidem, p. 69.
[105] Ibidem, p. 66.
[106] Ibidem, p. 19.
[107] Ibidem, p. 21.
[108] Ibidem, p. 62.
[109] Ibidem.
[110] Ibidem, pp. 63-65, 69.
[111] Ibidem, p. 66.
[112] Filosofia, cit., p. 163.
[113] Lineamenti di logica, cit., p. 68.
[114] Ibidem, p. 69.
[115] Ibidem, p. 70.
[116] Ibidem.
[117] Ibidem, pp. 70-71.
[118] Ibidem, p. 83.
[119] Ibidem, pp. 77-78.
[120] Filosofia, cit., p. 19O.
[121] Lineamenti di logica, cit., p. 78; Logica come scienza del concetto puro, cit., p. 256.
[122] Lineamenti di logica, cit., p. 80.
[123] Cfr ibidem, p. 81; e Logica, cit., pp. 257-259.
[124] G. GEMBILLO, Filosofia, cit., p. 210.
[125] Lineamenti di logica, cit., pp. 101, 84, 102.
[126] Ibidem, p. 84.
[127] Ibidem, p. 102.
[128] Ibidem, pp. 103-104; Logica, cit., p. 186.
[129] Ciò che è vivo, cit., pp. 156-157.
[130] Logica, cit., p. 22.
[131] Ciò che è vivo, cit., pp. 148-149.
[132] Cfr. pure Logica, cit., p. 217.
[133] Il risveglio filosofico e la cultura italiana, «La Critica», 1908, pp. 164-165.
[134] Cfr. Logica, cit., p. 245.
[135] Ibidem, pp. 237-238, 240.
[136] Cfr. ibidem, p. 238; e Filosofia della pratica, cit., pp. 353, 173-174.
[137] Cfr. pure Ultimi saggi, cit., pp. 222-223.
[138] Cfr. Logica, cit., p. 245.
[139] Cfr. ibidem, pp. 274-275
[140]Ibidem, p. 313.
[141] A. ALIOTTA, La reazione idealistica contro la scienza, Napoli 1970, pp. 288-300.
[142] Sul rapporto tra «fisica classica» e «nuova fisica» si veda M. PLANCK, La conoscenza del mondo fisico, Torino 1964, pp. 213-225. Lo scienziato sostiene, infatti, che con le innovazioni, notevolissime, introdotte dalla seconda si è operata non una demolizione, ma una profondissima trasformazione, o, per meglio dire, una generalizzazione della prima.
[143] Per quanto di seguito si dirà di M. PLANCK, si confronti La conoscenza del mondo fisico, cit., pp. 173; 244-245; 364-366; 130-135; 232-233; 243.
[144] Cfr. M. PLANCK, La conoscenza, cit., p. 173, il quale specifica: «possiamo esser sicuri che l'assoluto vero e proprio non sarà mai afferrato. L'assoluto è una meta ideale che abbiamo sempre davanti a noi senza poterla mai raggiungere»; e parla di quell'assoluto «posto nel mondo esterno». Analoga convinzione esprime anche L. DE BROGLIE, Sui sentieri della scienza, Torino 1960, pp. 300-304, il quale nota che una volta ammesso il postulato della razionalità dell'universo, si sarebbe portati ad affermare che, con una concatenazione rigorosa di ragionamenti poggiati su fatti ben certi, si dovrebbe giungere ad una descrizione totale ed esatta dell'universo; ma -- aggiunge -- «questa è soltanto un'utopia» che può alimentare in sé solo «chi vive lontano dalla scienza».
[145] L'espressione è di quel W. HEISENBERG spesso chiamato in gioco per sottolineare il momento «soggettivo» dell'attività scientifica; il quale però, in La scoperta di Planck e i problemi filosofici della fisica atomica, AA.VV., Discussione sulla fisica moderna, cit., pp. 3-21, ma cfr. specialmente pgf. 2, dopo aver, sí, detto che nella scienza della natura «non si tratta della natura stessa, ma appunto della scienza della natura, cioè della natura come un uomo la pensa e la descrive», specifica: «non intendiamo dire che con ciò si introduce un elemento di soggettività nella scienza della natura; non pretendiamo affatto che ciò che succede nell'universo dipenda dalla nostra osservazione, ma accenniamo al fatto che la scienza sta tra la natura e l'uomo, e che noi non possiamo rinunciare all'uso delle rappresentazioni date dall'intuizione o innate nell'uomo».