Giuseppe Tortora

Antico e moderno Trasposizione o pecorrimento?


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Ci sono stati e ci sono uomini in cui la scelta religiosa dà il segno alla ricerca filosofica, la quale si muove lungo le linee tracciate dalla visione di fede e - sulla spinta dell'attenzione intellettuale all'assoluto - si orienta fondamentalmente all'esplorazione del rapporto creatore-creatura. E parimenti ci sono stati e ci sono uomini in cui la scelta filosofica, nel suo autonomo percorso, sfocia, come in una sorta di naturale completamento, in un orizzonte di fede, e, a partire dall'esigenza di comprendere l'uomo nella finitezza della sua esistenza, e dunque la sua vita e la sua vicenda storica, si mena poi ad indagare, analogamente, il rapporto finito-infinito, tempo-eternità, contingente-assoluto.

Difficile dire quel che, in merito, è avvenuto nella vicenda intellettuale di Padre Cilento, di cui proprio recentemente, a Napoli, è stato ricordato l'itinerario intellettuale in una giornata di studio - «Vincenzo Cilento. Un esempio di paideia classica e cristiana» - indetta per celebrare il centenario della nascita.

Barnabita, uomo di grande cultura e d'intelligenza raffinata, fu, tra l'altro, storico delle religioni classiche, traduttore delle Enneadi di Plotino e cultore di ricerche su Plutarco. Marisa Tortorelli - sua discepola e sua "erede" accademica - ha visto in lui, ammiratore di Erasmo da Rotterdam, la moderna incarnazione degli ideali dell'Umanesimo rinascimentale. Peraltro fu anche sincero ammiratore del «Modernismo» religioso - o meglio delle tesi esposte da Lucien Laberthonnière in Saggi di filosofia religiosa - per l'aria nuova che aveva immesso nell'area cattolica, e convinto critico del fascismo, cosí irrispettoso della libertà dell'uomo. Certo è che, a parlargli, non solo non si riusciva a separare, nelle sue parole, la dimensione religiosa da quella teoretica, ma sembrava che ognuna delle due si rispecchiasse nell'altra. E poiché si trattava di un intellettuale, in cui la visione religiosa assumeva naturalmente anche la forma culturale della elaborazione teologica, allora filosofia e teologia finivano con l'alimentarsi reciprocamente, pur nel rispetto dei limiti di dominio e della specificità di metodi e procedure. Qualche trasgressione, sul piano della terminologia, aveva solo il sapore del vezzo intellettuale, e spesso rispondeva all'esigenza di rendere piú facilmente intelligibile, all'uomo della nostra civiltà segnata profondamente dal cristianesimo, la pregnanza di un concetto antico; o, al contrario, d'indicare
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in un concetto moderno tutta la ricchezza di una sedimentazione storica che ha origine nel mondo antico, in un termine delle lingue "classiche".
Stagione fortunata, quindi, per coloro che, frequentando le aule della Facoltà di Lettere dell'Università di Napoli nel pieno degli anni Sessanta, hanno incrociato Vincenzo Cilento. Il rispetto dell'uomo fu in lui il segno distintivo della sua scelta di fede e della sua scelta teoretica. Egli vedeva l'uomo al centro della vicenda storica e, insieme, al centro del grande mistero religioso.
In questo senso egli fu, allo stesso tempo, e in pari misura, pensatore autentico e uomo di fede pienamente consapevole. E lo fu in termini particolari. Nel senso che questi due aspetti costituivano, in lui, due facce della stessa personalità. Esprimevano due percorsi della stessa ricerca.

Negli stessi anni in cui Vincenzo Cilento esercitava il suo appassionato magistero nell'insegnamento di «Religioni del mondo classico», Giuseppe Martano, dalla sua Cattedra di nuova istituzione, creava entusiasmi per la «Storia della Filosofia antica». E dunque stagione fortunata soprattutto per quelli come noi - e non eravamo certo pochi - che, freschi di seri studi classici al liceo, desideravano di veder soddisfatta, nel percorso di formazione accademica, l'esigenza di una seria e autentica iniziazione, insieme, alla ricerca "filosofica" e alla comprensione "storica" del rapporto antico-contemporaneo.
Fortunata per la presenza, nel nostro ateneo, di due personalità intellettuali che, pur diversissime tra loro, in qualche modo esercitavano sulle nostre menti un'azione complementare.
Caratterizzati da una notevole capacità di pensiero critico, e da un interiore equilibrio, che spesso diventava canone morale, Cilento e Martano avevano avuto gli stessi illustri maestri nella loro formazione giovanile all'università di Napoli: il teoreta Antonio Aliotta, il filologo classico Alessandro Olivieri, e lo storico del pensiero antico Aurelio Covotti. Entrambi poi nutrivano, ed esprimevano, un sincero interesse per tutte le forme culturali in cui poteva trovar manifestazione quanto ha luogo nella vita interiore dell'uomo. E soprattutto - direi - quella «libertà della mente» che si traduceva in apertura sinceramente interessata nei confronti di ogni avventura dello spirito. Quel che li accomunava, poi, come studiosi era l'amore per il mondo antico. Anzi, il loro tratto comune era quell'amorosa curiosità intellettuale per quanto la cultura classica, e in specie quella greca, ha lasciato in eredità alla civiltà occidentale, e, insieme, per quanto andava agitando le menti pensanti degli uomini nell'età contemporanea.
Diversissimi tuttavia, si diceva. Cilento testimone convinto di una fede cristiana forte e intensa. Martano orgoglioso paladino di una posizione deliberatamente "laica". Eppure, a ripensarci, chissà quanta "laicità" c'era sotto
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una scelta di fede che non ha mai assunto forme d'integralismo esclusivizzante e che è stata sempre rispettosa di tutti, ma proprio di tutti, i percorsi intellettuali; e chissà quanto di religioso si nascondeva dietro un atteggiamento "laico" che spesso ha avvertito il limite intrinseco al potere della ragione calcolante e che non ha assunto mai quel tono arrogante, sprezzante, non infrequente in certi intellettuali del tempo.
In entrambi, il profondo rispetto della vicenda esistenziale di ogni individuo era, allo stesso tempo, un sentimento ed una scelta di vita; e fu proprio questo rispetto che portò i due intellettuali a sforzarsi di capire, ognuno, le ragioni dell'altro.
Dunque Cilento e Martano affini e diversi. Anche per certi aspetti della loro formazione culturale. Lo sottolineava pure Aniello Montano nella giornata di studio a cui s'è fatto riferimento.
Avevano tesaurizzato entrambi la lezione del neo-idealismo, che, com'è noto, ha avuto in Italia due grandi maestri, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Quell'orientamento filosofico aveva lasciato in entrambi non delle superficiali simpatie, non entusiasmi fragili e destinati a dissolversi al primo mutar del vento, ma un'impronta forte. Esso divenne orizzonte teoretico e principio ispiratore di ricerche e studi soprattutto nel campo della storia della cultura. E la sua metodologia filosofica divenne privilegiato strumento euristico ed ermeneutico. E tuttavia l’ "atteggiamento" idealistico non fu lo stesso in entrambi. Ciò in cui teoreticamente si distinguevano era la scelta intellettuale del sistema di riferimento. Per Cilento lo storicismo di Croce, per Martano l'attualismo di Gentile. E la cosa non era di poco rilievo. Perché il diverso modo d'intendere filosoficamente lo "spirito" non poteva non implicare un diverso modo d'intendere il rapporto tra passato e presente, tra antico e moderno.
L'uno e l'altro vedevano, addirittura "sentivano", una continuità tra antico e moderno. Cilento ricordava che il passato è legato al presente e al futuro con i vincoli di "una catena che non s'infrange". Ma era il senso di questa continuità che li distingueva.

Cilento trovò in Croce una vera e propria guida. Lo spirito, di cui parlava il filosofo napoletano, circola nella storia assumendo di continuo la molteplicità delle forme dei distinti. Distinti in cui, categorie eterne, lo stesso spirito si ripresenta sempre rinnovato e sempre piú arricchito nella successione del tempo.
Quello che sta a cuore, a Cilento, è il Croce che afferma:

«Questa relazione dei distinti nell'unità, che essi costituiscono, si può paragonare allo spettacolo della vita, in cui ogni fatto è in relazione con tutti gli altri, e il fatto, che viene dopo, è diverso, si, da quello che antecede, ma è anche lo stesso; giacché il fatto susseguente contiene in
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sé il precedente, come, in certo senso, il precedente conteneva virtualmente in sé il susseguente, ed era quello che era, appunto perché fornito della virtú di produrre il susseguente». (Logica come scienza del concetto puro).

Sicché, nella prospettiva di Croce, l'umanità si rinnova di continuo e, al tempo stesso, celebra in ogni nuovo momento la sua identità, la sua ricchezza. Di qui la "trasposizione dell'antico" di cui parla il Cilento in, appunto, Trasposizioni dell'Antico, Milano-Napoli 1961. L'antico, che aveva celebrato i suoi fasti nella cultura greco-classica, ha sempre riproposto i suoi tesori nelle epoche successive, nelle aree geografiche dove lo stesso spirito ha ben "curato" se stesso. Il passato - come vien detto anche in Premessa storica al pensiero antico, Bari 1963 - diventa l' "antico" per l'uomo che, accogliendolo nel presente, lo fa rivivere nella sua vicenda personale e nella sua dimensione civile. Sul piano storico il "passato", divenuto 1' "antico", si ripropone dunque nelle varie fasi del percorso di civilizzazione dell'umanità, ed ogni volta si fa "contemporaneo" nella coscienza presente, individuale e collettiva.
"Trasposizione" - spiega lo stesso Cilento - non è restaurazione e ringiovanimento; è una rinascita, una nuova nascita, "una vita novella". Essa esclude "fratture o catastrofi" nella storia, ma esclude pure la piatta e uniforme continuità. Nella prospettiva della trasposizione, il "passato" è la materia, è il contenuto identico e permanente, il patrimonio delle verità eterne; il "presente" è la forma, la modalità effimera in cui ha luogo la reviviscenza, ciò che segna la differenza rispetto al passato.
E, d'altro canto, è proprio grazie alla trasposizione che il patrimonio della civiltà passata si rende accessibile alla comprensione delle generazioni successive. Cilento ricordava, in Comprensione della religione antica, Napoli 1967, che proprio in forza della sua attualità, proprio in quanto esso si trova trasposto nella coscienza presente, l'Antico si può comprendere, ossia il passato, che in ogni caso non può ritornare, si rende accessibile all'intelligenza dell'uomo.
È in questo senso, dunque, che la cultura greca si traspone nella cultura della civiltà occidentale; che alcune forme proprie del pensiero greco rivivono in alcune forme del Cristianesimo.
E dunque, per fare qualche esempio, Platone e Plotino «rinascono» nello agostinismo; Aristotele trova nuova voce nel tomismo; Virgilio diventa guida nel percorso di Dante. Ed anche l'antica Stoa si traspone nel cristianesimo in forza del passaggio della sympatheia nella caritas; e il vecchio daimon, di cui parla il Socrate platonico, diventa il genius di Alano di Lilla. E addirittura il nucleo essenziale del pensiero di Plotino si trova trasposto nella fenomenologia di Husserl, nel vitalismo di Bergson, e nelle filosofie dell'esistenza di Heidegger e Sartre.
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Ciò ch'è morto nell'ordine del tempo torna a nascere, e ripetutamente, nel percorso della civiltà; e si esplicita in sempre nuove concrezioni, diventa principio vitale di nuove idee, di nuovi costumi. Sicché - per dirla con espressione cara allo stesso Cilento - in ogni momento si celebra "l'endiadi dialettica" dell’ "alius et idem".
La nozione di "trasposizione dell'antico" era, insomma, la versione, offerta da Cilento, della famosa tesi della "contemporaneità del passato", punto-forza del neo-idealismo italiano. Croce ne fa riferimento parlando dell'attività storiografica (La storia come pensiero e come azione). Una versione supportata da tanti riscontri ottenuti da Cilento non solo come storico della civiltà antica ma anche come filologo classico che sa che l'aspetto prezioso del lavoro filologico non sta nella mera restituzione del testo alla forma originaria, ma in quell'interpretazione dello studioso che, con la sua ricostruzione, rimette in circolo contenuti antichi, fa rivivere quei contenuti nella coscienza dei contemporanei in modo che diventino fermento di nuove forme.
La nozione di "trasposizione dell'antico", pertanto, era l'interpretazione che, di quel principio idealistico, poteva dare chi, come appunto Cilento, aveva colto nella Grecia classica quei tesori che non potevano andar perduti e di fatto non sono andati perduti, perché lo spirito, nel suo ininterrotto percorso, li ha portati con sé riproponendoli ad ogni svolta storica.

Per Cilento dunque l'antico si fa moderno.
Diverso esito teoretico ebbe invece la "contemporaneità del passato" in Martano. Potremmo dire che per lui il moderno si fa antico.
Martano avvertiva forte il fascino dell"idealismo soggettivo" di Gentile. Ai suoi occhi, il soggetto, come "pensiero in atto", ha una sua "pienezza" e un suo perenne rigoglio che caratterizza la sua libertà. L"attualismo", con la tesi dell'inoggettivabilità dell'io, concepiva il pensiero come in un continuo presente. Per Gentile, nell'atto del pensare, il pensiero pone se stesso e allo stesso momento pone, esso stesso, i suoi contenuti. Tutto assume esistenza e senso nell'inesauribile processo del pensiero in atto, di un pensiero che "è" perché "si fa", e che, per essere sempre presente, rinasce continuamente a se stesso (La teoria generale dello spirito come atto puro). E come la natura, anche l'alterità deIl'«altro» assume un senso nell'intrascendibile attività pensante del soggetto che pensa. Ed anche il passato vive nella soggettività spirituale. Il passato acquista una sua esistenza e assume un suo valore nell'atto presente del pensiero pensante.
La storia - dice Gentile - «confluisce tutta e sbocca nell'attualità del pensiero pensante». La storiografia pertanto è "coscienza attuale" di ciò che lo spirito ha operato nel passato. Ogni opera storiografica infatti «riflette attraverso la rappresentazione degli eventi e passioni passate i problemi, gli interessi e la
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mentalità dello storico e del suo tempo». Del resto, «i morti sarebbero ben morti e verrebbero cancellati dal quadro della realtà, che è la divina realtà, se non ci fossero i vivi, che ne parlano rievocandoli nel loro cuore e risuscitandoli nel vivo aere del loro stesso spirito» (Introduzione alla filosofia. Concetti fondamentali dell'attualismo).
Pertanto il tema, tipicamente idealistico, della «contemporaneità del passato» viene interpretato da Martano, sulle orme di Gentile, come lo sforzo, ad opera della coscienza dell'uomo, della costante ricerca - nel passato, nel "suo" passato - della propria origine, ovvero come il tentativo di scovare nell'antico le occulte radici del "suo" presente, i segni primordiali e premonitori di quanto poi è divenuto atto.
Nell'indagine storiografica, in particolare, il soggetto pensante non mira al passato in quanto tale. Nella considerazione gentiliana, il passato, considerato in sé - ovvero fuori e indipendentemente dal pensiero che lo pensa -, non è niente, è "irrealtà", è "astrazione". Esso, in quanto irreparabilmente "passato", non può rientrare nei suoi interessi "attuali". E allora, che senso ha il "volgersi indietro"? Martano aveva un'idea precisa. Lo spirito cerca nell'antico i preludi, i primi bagliori, le prefigurazioni. Ossia cerca le anticipazioni di quel che poi sarà, i primi abbozzi del presente, i conati di quel che solo in seguito - in altre circostanze, in altri contesti, magari in altri luoghi - ha trovato compimento.
Dunque non meraviglia che in L'uomo e Dio in Proclo, Napoli 1952, Martano già coglieva, nel pensiero appunto del neo-platonico Proclo, la prima formulazione della dialettica triadica che fu caratteristica di Hegel. E quest'intuizione egli ribadí piú tardi, in Il concetto di materia nelle aphormai porfiriane, quando, attuando una generalizzazione, segnalava che «il principio dialettico è stato scoperto dai greci», i quali lo hanno colto «sul piano dell'essere oggettivo», e asseriva che «la dialettica dell'Ente che si nega (dialettica che assumerà con Proclo addirittura la forma triadica) è la lontana anticipazione della dialettica degli idealisti: avveniva nel reale, pei neo-platonici, ciò che per gli idealisti avviene nel pensiero assoluto (Hegel) o nell'atto (Gentile)».
Alcuni saggi di Martano poi portano addirittura nel titolo stesso quest'idea del precorrimento. In uno scritto del 1963, egli, seguendo un'indicazione data da Theodor Gomperz in Griechische Denker, coglie «Bagliori della chimica moderna in Empedocle d'Agrigento». In altro scritto, del 1965, intravede nell'antico Saggio sul sublime, d'ignoto autore, «I primissimi albori dell'estetica romantica».
Ma questa modalità di lettura dei testi antichi contraddistinse tutta la sua attività di studioso della cultura classica, com'è rilevabile dal volume Studi di storia del pensiero antico, Napoli 1968, che raccoglie saggi redatti dal 1950 fino alla data della pubblicazione, e dal volume Contrarietà e dialettica nel pensiero antico, Napoli-Firenze 1972, in cui egli ripercorre, alla luce di queste categorie, la ricerca filosofica dai Milesii fino ad Antifonte.
E pertanto Martano sottoscrive con decisione il riconoscimento, fatto da Hegel, della prima «prefigurazione» della sua «dialettica degli opposti» nella «enantiodromia» di Eraclito (La dualità nel pensiero di Alcmeone di Crotone); ma, vede anche nella visione delle cose offerta da Anassagora «l'accoglimento di opposti in quella direzione che noi moderni chiamiamo dialettica» (Il tutto-in-tutto di Anassagora).
A suo giudizio, insomma, in ogni momento del percorso di civilizzazione appaiono - per istinto e in forma embrionale - ispirazioni, suggestioni, fermenti intellettuali, che poi nei tempi a seguire troveranno consapevole tematizzazione e magari piena e razionale teorizzazione. E perciò, in un breve ma intenso saggio (Prodico e Ippia, teorie di "valori") egli vede in Ippia, che parla della natura come giusta e buona, e in Licofrone, che sottolinea il valore convenzionale delle istituzioni umane, «due precursori di Rousseau nell'antichità». In altro saggio, di maggiore estensione (Il rapporto "physis-logos" in Antifonte), egli coglie nel movimento sofistico, in particolare in Ippia e Antifonte, l'abbozzo del tema de «la contrapposizione di un diritto naturale valido contro le spesso innaturali formulazioni del diritto positivo», tema che sarà sviluppato successivamente nell'ambito del giusnaturalismo. E, ancora, individua «nell'Aufklärung greca del V sec.», o meglio nella identificazione - delineata proprio dagli stessi Ippia e Antifonte - dell'essenziale col naturale, e sul piano umano, del naturale col razionale, significative anticipazioni delle dottrine di Grozio, di Hobbes, di Spinoza, di Pufendorf, di Thomasio. Peraltro, sempre nello stesso saggio, indica in Antifonte l'emergenza del tema della «naturale esigenza utilitaristica» che assume, nel sofista, l'aspetto di un interessante precorrimento delle dottrine di Bentham e di Stuart Mill: Antifonte, nell'interpretazione di Martano, delinea «una razionale aritmetica dell'utile» nella convinzione che «il massimo utile individuale si identifica con la concordia collettiva».
Nel suo lavoro di "storico del pensiero filosofico" Martano non dissimula mai il compiacimento della scoperta nell'antico di incredibili anticipazioni di tematiche proprie del moderno. Come quando, su suggerimento di De Santillana, coglie nell'atomo democriteo le caratteristiche del quantum elementare di azione di cui parla la moderna fisica di Planck (Opposizione e continuità nelle dottrine di Leucippo e Democrito).
Ma in alcuni casi l'indicazione di una sorprendente corrispondenza viene da lui offerta con una "partecipazione" personale che conferisce particolare rilievo e valore alla sua "scoperta". Parlando del pitagorico Alcmeone, egli segnala con indubbio coinvolgimento che il crotoniate «dovette
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proprio presentire quello che oggi chiamiamo il paradosso esistenziale», quel paradosso che «feriva il senso speculativo di Cicerone», e che «oggi è l'espressione angosciata della problematica contemporanea» (I contrari nella dottrina degli Ionici e dei Pitagorici). E, discutendo del sofista Gorgia, che a lui appare il teorico dell' "isostenia dei contrari", sul piano intellettuale ma soprattutto su quello morale, egli, con malcelato pathos, scrive:

«La scelta comporta un rischio. Nessuno potrà mai dire se la scelta di un avviso del tutto opposto non avesse lo stesso valore. Ma tant'è: si deve scegliere, rischiare assumendo la piena responsabilità dell'azione. Gorgia appare davvero il padre dell'antintellettualismo moderno e l'irradiatore lontano di una metodologia filosofica comune, almeno per certi aspetti, alla fenomenologia e all'esistenzialismo contemporanei, aliena (per lo meno nelle premesse coscienzialistiche, piú o meno mantenute ferme in tutto lo sviluppo delle tesi dottrinarie) da metafisiche ontologiche, e tuffata in una indagine decisamente personalistica» (L'antinomia gorgiana).

E allora, trasposizione o precorrimento? Per noi, che intanto abbiamo compiuto, e ancora stiamo compiendo, il nostro personale percorso, si tratta di interessanti prospettive interpretative che però non esercitano piú quel potere attrattivo che le ha rese affascinanti in altra temperie culturale. Non tesori antichi che si ripropongono nel tempo, né tesori attuali di cui è possibile ritrovare nel passato ignare espressioni embrionali. Come nel lavoro a cui è condannato Sisifo, l'uomo ci appare costretto a ritentare sempre daccapo la sua avventura filosofica, a reiterare sempre lo stesso sforzo di dare, ai ricorrenti problemi di rilevanza teoretica, che gli si ripropongono con ininterrotta costanza e con la consueta imperiosità, una risposta "attuale", ovvero una risposta che tenga conto delle circostanze reali e concrete in cui si pone la questione del senso di se stesso e delle cose. E ora piú che mai appare necessario abbandonare, nel lavoro filosofico, ogni velleità di soluzioni esaustive ed onnicomprensive, e di procedere quindi con doverosa umiltà al reperimento di una risposta che abbia almeno il carattere di attendibilità, ovvero che sia formulata sulla base di una fiducia necessariamente limitata nel potere comprensivo ed esplicativo del nostro intelletto e della nostra ragione. La verità è un obiettivo verso cui ci dirigiamo "per tentativi ed errori". Il percorso da compiere non può avere un approdo definitivo.
In ogni caso, per tornare a Martano e Cilento, vale per entrambi quel che dice quest'ultimo: la storia oscilla tutta tra antico e nuovo, tra tradizione e progresso; o meglio tra le "sopravvivenze dell'antico" e le "sopravvenienze del nuovo".
Tuttavia, in Cilento la "sopravvenienza" si riempie della "sopravvivenza". Il presente acquista spessore con la reviviscenza delle ricchezze del passato. Il passato, coi suoi tesori, ritorna nelle epoche successive
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acquistando varietà e diversità nelle forme sopravvenienti, e dunque nei costumi e nella cultura dei popoli: perfino nei loro linguaggi. Detto in breve, l'antico rinasce nelle civiltà che lo lasciano rivivere.
Per Martano è la "sopravvenienza" che dà corpo e senso alla "sopravvivenza". Lo spirito pensante trae dai buio del passato i segni antichi rendendoli presenti nell'attualità del suo pensiero e stabilendo una continuità psicologica con i momenti che nel passato hanno segnato la grandezza dell'uomo. Avviene alla coscienza attuale, nei suoi rapporti con l'antico, quel che Novalis dice in I discepoli a Sais: «Uno riuscí ad alzare il velo della dea a Sais. Ma che cosa vide? Meraviglia delle meraviglie: vide se stesso».

Giuseppe Tortora