Giuseppe Tortora
Non bisogna avere paura della tecnologia

Il Mattino, 30/05/2010 - p. 22

Il saggio di Boncinelli

Sono in molti a pensarlo: la tecnica sottrae l'individuo al mondo, alla vita, e persino a se stesso. Discorsi, questi, maturati all'ombra della nostra cultura umanistica e sostenuti nella vecchia Europa da pensatori anche molto autorevoli. Heidegger, ad esempio. Evocando il temibile mostro della disumanizzazione, tali idee fanno presa specialmente laddove manca una vera conoscenza delle cose. E trovano terreno fertile nelle situazioni in cui domina quella tendenziale sfiducia rispetto al futuro che si esprime in un atteggiamento di miope conservatorismo. Sicché il principale effetto di questi discorsi è di acuire i sospetti e sollecitare un'opposizione viscerale ad ogni forma d'innovazione tecnologica. Lasciando però la percezione di una permanente sconfitta. Perché l'innovazione tecnologica, a dispetto dei più fieri detrattori, riesce sempre a travolgere ogni resistenza e ad affermare le sue buone ragioni.
Con L'anima della tecnica (Rizzoli, pagg. 172, euro 10), Edoardo Boncinelli tenta di spazzar via ingiustificati sospetti e di porre un argine al pessimismo. La sua idea è che, se si osserva con attenzione l'impatto che le macchine hanno esercitato nella storia dell'uomo, ci si accorge che esse hanno offerto un contributo indispensabile allo sviluppo della civiltà. Hanno umanizzato la natura ed hanno contribuito a rendere più umano l'uomo stesso. La tecnica è frutto dell'intelligenza dell'uomo: nessun animale ha costruito mai una macchina.
La tecnica ha trasformato e trasforma anche il sapere. Fino al Seicento essa nasceva prevalentemente dall'esperienza pratica. Poi comincia ad avvalersi delle scoperte scientifiche e a sua volta promuove l'attenzione al modo di funzionare della natura, intesa appunto come macchina. Sicché «le conoscenze tecniche ci hanno aiutato a capire più a fondo i meccanismi biologici e questi hanno a loro volta messo in luce la convenienza e l'efficienza di certe scelte tecnologiche». Ed è noto che lo studio dei calcolatori «ha aiutato ad identificare le diverse modalità di trattamento dell'informazione nervosa», e parallelamente lo studio della neurologia è uno stimolo all'ottimizzazione dei calcolatori. Si apre così un'era di simbiosi che nel Novecento raggiunge il culmine con l'informatica: «La più tecnica delle scienze e la più scientifica delle tecnologie». Con la quale si riduce sempre più la distanza tra tecnica e biologia. Sulla base dell'informatica, la tecnica può realizzare per l'uomo surrogati per funzioni mancanti o insufficienti; oppure può predisporre dispositivi per il potenziamento e l'affinamento di facoltà presenti in ogni individuo sano; infine può realizzare congegni tali da dotare l'individuo umano di facoltà totalmente nuove, di capacità e di funzioni che di per sé non possiede e non ha mai posseduto. Sembra fantascientifico ma non lo è: «Possiamo creare, visualizzare e sfruttare realtà totalmente fuori della portata dei nostri sensi e a volte anche della nostra capacità di concepirle e immaginarle. In questo frangente la tecnica opera trasformazioni talmente ardite di stimoli e di segnali da rasentare la creazione ex novo».

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