Quel rossore segno di colpa
In un saggio di Tagliapietra la storia e la geografia di un sentimento umano dalla Grecia antica a oggi
Uno sguardo indiscreto, un complimento impertinente, un'inopportuna allusione. Sul viso affiora quel rossore che non si può celare né dissimulare. Ma quello di pudore non è concetto univoco. Se la casistica è ricca, il fenomeno si sottrae a una rigorosa categorizzazione. Come mostra Andrea Tagliapietra in La forza del pudore (Rizzoli, pagg. 254, Euro 11) c'è una storia ed anche una geografia del pudore. Secondo Anne Cheng esso in Cina non è un impulso o un semplice sentimento, e neppure un valore morale; è un modo spontaneo di essere al mondo; e le sue espressioni nulla hanno a che fare con la buona educazione. Per Jun'ichiro Tanizaki in Giappone esso nasce dal gusto dell'ombra, dalla disposizione immediata alla riservatezza. Nelle culture orientali - sottolinea Tagliapietra - il pudore è molto più che una virtù morale; si tratta d'una visione del mondo.
Nella civiltà occidentale questo concetto assume caratteristiche e tonalità diverse nel corso del tempo. Indica insieme un sentimento e un atteggiamento morale; una passione e una virtù. Certo è che il pudore appartiene solo agli esseri umani: gli animali ne sono privi. Per Friedrich Nietzsche l'uomo è «la bestia dalle guance rosse». E Charles Darwin, mettendo a confronto uomini e bestie, parla del rossore come la più umana di tutte le espressioni di sentimento. Nella tradizione cristiana il pudore è connesso alla "caduta" dell'uomo e pertanto implica la cognizione del bene e del male. Ed il rossore in fondo è l'implicita ammissione della propria condizione di errore o di manchevolezza. O di colpa.
Ben altra cosa era il pudore nella Grecia classica. Platone ne parla come di un dono divino. Lo interpreta in senso etico-politico. Racconta che Prometeo donò agli uomini, i più deboli tra gli animali, l'arte politica, aggiungendovi il pudore e la giustizia quali condizioni della amicizia reciproca e fondamenti della convivenza civile nella polis. Aristotele ne evidenzia invece l'origine passionale: il pudore non ha la stabilità e la costanza della virtù; esso è il caratteristico turbamento per atteggiamenti e comportamenti che possono provocare l'altrui disistima.
C'è una prossimità tra pudore, vergogna e paura. Esemplare il dipinto "La cacciata dal Paradiso" del Masaccio in cui non è rappresentata solo la vergogna. Il sentimento di colpa di Adamo ed Eva vien rappresentato con la vergogna della propria nudità. Ma il pudore si esprime in Adamo con la copertura del volto e in Eva con quella del seno e del pube; esso in fondo non è l'inquieto smarrimento prodotto dal disvelamento della colpa, né il disagio della riprovazione, ma è la paura del futuro. La vergogna - come dice Kant - è il timore della disistima di una persona presente. Il pudore implica invece la proiezione nei tempi a venire. Ci si vergogna - asserisce Tagliapietra - di qualcosa che è già accaduto o che sta accadendo, mentre il pudore sorge quando s'intravede qualcosa di spiacevole che può accadere. È una paura senza cause, come afferma Vladimir Jankélévitch.
Anche l'"Annunciazione" di Simone Martini è emblematica. Il pudore della Vergine è espresso tutto nel suo tentativo di ritrarsi: ella vorrebbe sottrarsi ad un futuro che, nella prospettazione, genera il timore d'inadeguatezza. A differenza della vergogna, che - nota Claude Habib - "colpisce", il pudore invece "trattiene": da un pericolo impalpabile.
Il pudore è legato alla singolarità dell'io. Questa sua dimensione individuale è stata particolarmente avvertita e ampiamente illustrata in epoca moderna. A partire dal Rinascimento. Hegel poi ne indica l'origine nel destarsi della coscienza, ovvero nel distacco dell'individuo dalla sua naturalità. Scoprendosi spirito l'uomo avverte il bisogno di nascondere quanto di naturale c'è in lui. A cominciare dal suo corpo. «La scimmia nuda», come lo definiva Desmond Morris, tende a coprirsi per celare la propria animalità. Jean-Pierre Vernant ricorda che non c'è tribù primitiva in cui l'individuo non vesta o dipinga il suo corpo, o non lo trasformi con tatuaggi e cicatrici: segni di appartenenza ad una comunità. E pertanto ha le sue ragioni George Bataille nel sostenere che l'animalità dell'uomo è una menzogna poetica. L'uomo è una realtà culturale. E tutto ciò ch'è legato alla sua fisicità - secrezioni e deiezioni - va occultato. Gli appartiene, ma ne ha pudore. Ha pudore anche di mostrarsi nell'esercizio delle funzioni animali: talvolta persino in quella del cibarsi.
Naturale per la società moderna servirsi del pudore per produrre uniformità e garantire ordine. Diventando valore sociale e strumento di disciplinamento, esso produce l'esclusione di chi non si omologa. Ma in chi ne pratica le forme diventa anche modalità dell'occultamento e protocollo di simulazione della virtù. E persino una tecnica d'inganno. C'è tanto da dire sul naturale pudore del carattere femminile di cui parlava Jane Austen; con la ferocia con cui le donne parlano delle donne, Madame d'Épinay, protettrice di Jean-Jacques Rousseau, lo definiva: la bella virtù che si attacca al mattino con gli spilli; e lo stesso Rousseau lo concepiva nella donna non solo come tecnica di distanziamento ma anche come catalizzatore di passione: strumento insieme di attacco e di difesa.
Erasmo da Rotterdam segnalava che è molto più verecondo essere nudi che indossare abiti trasparenti. Il pensiero va alla statua della Pudicizia del Corradini: una pudicizia impudica. E in un suo famoso dipinto Tiziano rappresenta l'Amor Profano in forma di donna vestita e l'Amor Sacro nella figura nuda di Venere Urania. C'è insomma una falsa pudicizia che mira a sollecitare il desiderio erotico, e un'apparente impudicizia che è a servizio della virtù.
Non ha avuto fortuna l'idea che il pudore sia fenomeno tutto naturale. Stendhal è esplicito: tre quarti del pudore sono una cosa imparata. Di qui la pruderie, definita da La Bruyère come la falsa saggezza espressa nelle forme del pudore. Del pudore oggi si tende a separare l'aspetto fisico-antropologico dalle manifestazioni socio-culturali. Qualcuno poi sulle orme di Jean-Paul Sartre identifica la sincerità con la spudoratezza. Ma sincerità è anch'essa nozione ambigua. Se s'intende autenticità, allora - asserisce Tagliapietra - è più adeguato dire che è proprio nel pudore che l'autenticità trova il suo spazio.
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