I taccuini di Michelstaedter
Poesie e frammenti di vita del filosofo che si uccise a 23 anni anticipando i tormenti del Novecento
Ad appena ventitre anni, il 17 ottobre del 1910, Carlo Michelstaedter con un colpo di rivoltella mise fine ai suoi giorni.
A Gorizia - sua città natale -, nel primo pomeriggio di una giornata calda, quasi estiva. L'evento rappresenta l'esito tragico non solo del malessere esistenziale personale, ma anche del disagio intellettuale, morale e sociale di un'intera generazione. L'esito del generale disorientamento che segnò l'inizio del Novecento.
Una persona non comune, Michelstaedter. La sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, indusse Joachim Ranke ad indicarlo come una «tra le figure più notevoli della filosofia italiana della prima metà del XX secolo». Ma lui faceva anche dell'altro. Temperamento indocile, geniale ma permanentemente insoddisfatto, esigente nei rapporti con gli altri ma pure e soprattutto con se stesso, praticava anche il disegno, componeva poesie, scriveva articoli per giornali.
Sul piano filosofico segnò una rottura con la più recente tradizione speculativa italiana. Non era interessato né alla rilancio dello hegelismo, che aveva visto protagonista Betrando Spaventa, né alle rielaborazioni del pensiero positivista, che aveva avuto il suo massimo picco con Roberto Ardigò. Michelstaedter visse appieno l'instabilità, le ansie, le irrequietezze intellettuali di un'epoca che, nel bene e nel male, fu poi «normalizzata», non solo sul piano teoretico, dai due dominatori della scena culturale italiana del tempo: Croce e Gentile.
Il primo Novecento in Italia fu un periodo di grande vivacità intellettuale. Ampio il ventaglio degli orientamenti culturali. Molte le riviste. Molti fermenti. Molti spunti. Molta dialettica. Ma in questo panorama Michelstaedter occupa un posto a sé. Lo caratterizzarono l'ansia perenne dell'appropriazione di sé e un bisogno irrefrenabile e inappagabile di Assoluto. Due facce della stessa medaglia.
Del giovane pensatore sono state pubblicate di recente, a cura di Angela Michelis, le carte raccolte e conservate presso la Biblioteca civica di Gorizia: Sfugge la vita, Taccuini e appunti, (Aragno ed., 2004, pp. 293, 14 euro). Il materiale - annotazioni, promemoria, poesie, abbozzi, disegni, schizzi - è stato disposto in tre sezioni: «Taccuini», «Frammenti di vita», «Appunti filosofici». Si trovano affiancate cose già pubblicate in forma disarticolata e parziale, ed altre finora inedite che aprono ulteriori e notevoli squarci sulla personalità e sull'itinerario intellettuale di Michelstaedter. Il quale dice la curatrice manifesta sempre «la medesima tensione alla verità liberante» sia che si esprima nella forma logico-concettuale sia «nei movimenti del pennello e nel colore sulle tele»; sia nella scrittura aforismatica che «nei tratti della matita, degli schizzi e dei disegni».
In lui confluiscono l'antico e il moderno. Si sentono echi dell'Ottocento: anzitutto di Schopenhauer; ma anche di Nietzsche. Ma s'affacciano anche temi che saranno sviluppati dalle contemporanee filosofie dell'esistenza. Lui sì: del Novecento colse precocemente le tendenze, l'essenza, gli umori. E tuttavia in lui ritornano anche voci lontane: di Parmenide, Eraclito, Empedocle, Socrate, Eschilo, Sofocle. Voci antiche che invitano alla «persuasione», - come del resto quelle di Cristo e di Buddha - a cui Michelstaedter vede contrapposte le voci di Platone, Aristotele e Hegel, veri campioni della «rettorica».
«Rettorica» e «persuasione» convivono già alla radice della civiltà. Modi diversi d'intendere realtà. Ma anche due modalità opposte di esistenza: come l'essere e il non-essere, vita autentica e vita inautentica. Da una parte la «persuasione», : l'atteggiamento di rifiuto assoluto degl'inganni, che solo garantisce all'uomo la riappropriazione di sé. Agli antipodi la «rettorica», quello con cui si dà valore assoluto alle cose contingenti, si dà un spessore profondo alle ingannevoli quanto evanescenti illusioni. L'amore della vita inganna l'uomo spingendolo a cercarsi fuori di sé. Ma così egli «sfugge sempre a se stesso» alienandosi nelle illusioni. Illusione è il piacere. Illusione la felicità, che si crede di conquistare con il soddisfacimento dei bisogni. È sempre «il dio del piacere» che ci spinge al conseguimento del sapere e finanche al perseguimento degl'ideali. Ma quel dio assicura la sopravvivenza, non la realizzazzione dell'uomo. Per questa occorre invece la «persuasione».
Nella vita e dalla vita non c'è niente da aspettarsi: né dalle cose né dai propri simili. Come del resto non c'è niente da temere. Ricchezza, successo, potere: nulla di tutto questo darà senso alle nostre giornate. Solo con il «possesso di sé», solo svincolata dal desiderio, l'anima «vive libera nell'assoluto». L'uomo «persuaso», che non cede a compromessi e non patteggia per un piatto di lenticchie, non può essere che diverso, lontano. La sua saggezza sta nell'assumere il suo destino di solitudine.
Argomenti analoghi ricorrono anche in Dialogo della salute. Vita e morte? Stessa cosa. Proprio come la vita, anche la morte nulla toglie, e nulla dà. Michelstaedter non teorizza la preferibilità della morte. Anzi, come Schopenhauer, critica la scelta suicida come espressione di impotenza. E alla maniera di Heidegger, è convinto che la morte bisogna semplicemente assumerla come la più propria possibilità dell'uomo. Occorre piuttosto liberarsi dal timore della morte. Per l'individuo la vita è lotta da affrontare senza posa e con determinazione consapevole. Il premio è il possesso di sé, da conquistare, tra alterne vicende, attimo per attimo. Senza cedere alle lusinghe della vita: vivere è sottarsi alla dittatura della vita. E senza cedere alla paura della morte, chè l'altra faccia della paura della vita, della paura del tempo.
L'uomo persuaso ha cancellato dalla mente la perversa logica dell' «occorre andare avanti». La cura del futuro contamina il presente, lo svuota di senso. Egli assume l'irriducibile alterità delle cose e degli altri, in una sorta di autosufficienza stoica. E procede - segnala la Michelis riprendendo la nota metafora di Nietzsche - come un viandande, «con la lucida consapevolezza della natura iperbolica, della perenne incompiutezza della condizione umana e del proprio percorso». Non si può sperar aiuto se non da se stessi. Neppure un dio può salvare l'individuo. Neppure un dio può riempire la deficienza ontologica, la radicale insufficienza dell'uomo. Il quale dovrà fare sue le parole di Cristo: «io sono l'alfa e l'omega». Ogni uomo in fondo non può essere se non il primo e l'ultimo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA