Giuseppe Tortora
Newman sospeso tra ragione e fede


I temi di «Una grammatica dell'assenso»

Il Mattino, 16/06/2006 - p. 18

Che cosa deve intendersi per ragione? Se lo chiedeva John Henry Newman (1801-1890) per venire a capo del problema della certezza della fede. Convertitosi al cattolicesimo e divenuto poi cardinale, Newman rifiutava la ragione del razionalismo insolente: quella che, dichiarandosi detentrice dell'unica possibile certezza, si pone come radicale alternativa alla fede. E naturalmente rifiutava che la fede fosse ristretta nell'ambito del sentimento. Come se la fede non si alimentasse di conoscenze e non ne producesse. Come se le sue radici affondassero nella più profonda irrazionalità. Di qui l'esigenza di risalire ai presupposti di ogni conoscere. C'è una ragione «diversa», molto prossima all'archetipo «naturale» della ragione. È questa ragione «originaria», legata alle evidenze fondamentali, che dà sostegno alla fede.
In Una grammatica dell'assenso, ora riedita da Jaca Book (pagg. 415, euro 38) Newman spiegava perché non tutte le teorie diventano vitali, non tutte si trasformano in criteri pratici e in attività. E risaliva appunto ai fondamenti della conoscenza. Nell'Introduzione Luca Obertello ricorda le discussioni che l'opera ha suscitato. Quella di Newman appariva come una riflessione filosofica sulla fede disancorata dal realismo metafisico della tradizione scolastica. La prospettiva coscienzialistica veniva ricondotta ad un implicito idealismo, se non ad un discutibile psicologismo. Obertello non condivide questa interpretazione. Ritiene anzi che correttamente Newman sia risalito con l'indagine alla dimensione pre-razionale, ovvero alle regole del pensiero naturale e alle condizioni originarie della certezza religiosa e morale. Certo, uno scarto rispetto alla tradizione: ma perfettamente coerente con l'atteggiamento di un intellettuale libero da rigide metodologie e dai condizionamenti di scuola.
Interessante la posizione di Newman. Ma nella prospettiva della storiografia filosofica. Resta infatti il problema del perché la certezza della fede debba cercare l'accredito teoretico. Perché insegua la dimostrazione filosofica della sua ragionevolezza. Tanto più oggi che la ragione dimostrativa avverte, con più chiarezza che nel passato, i suoi limiti.

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