Giuseppe Tortora
Torna Longano l'illuminista dimenticato

Il Mattino, 02/11/2005 - p. 42

La riedizione

Nell'ottobre del 1786, comprato un cavallo, Francesco Longano s'avviò per il Contado del Molise. Non era una persona qualunque. Era stato allievo di Antonio Genovesi. I suoi interessi quindi: la filosofia e l'economia. L'obiettivo del viaggio: fare il punto sulle reali condizioni economico-sociali degli abitanti della terra in cui era nato. La «relazione» fu pubblicata col titolo Viaggio per lo Contado del Molise. Terminato il viaggio per il Molise, Longano intraprende quello per le terre pugliesi. Osserva con attenzione, annota, riflette. Ne vien fuori il Viaggio per la Capitanata, pubblicato poi nel 1790.
Dei due scritti Giulio Gentile di recente ha curato la ripubblicazione. O meglio la ristampa dell'edizione integrale che accorpa i due resoconti sotto il titolo Viaggi per lo Regno di Napoli (Bibliopolis, 2005, pagg. 202, euro 25). Nell'ampia introduzione il curatore segnala che Longano «annota scrupolosamente ogni possibile particolare, dalla natura dei luoghi, alla produttività dei suoli, alla condizione della pastorale, allo status della popolazione»; e sulla base delle considerazioni scientifiche su quanto ha osservato, esprime poi, con semplicità pari al rigore intellettuale, una forte critica alla politica economica attuata nel Regno di Napoli.
Pur non essendo figura secondaria nell'ambito dei pensiero politico meridionale, il Longano - ricorda il curatore - non ha riscosso tuttavia, presso la critica più autorevole, il credito che avrebbe meritato. Nella Storia del Regno di Napoli Benedetto Croce lo considera un pensatore scarsamente originale. Definisce i suoi scritti: «opere di mera compilazione». Il Viaggio per lo Contado di Molise non sarebbe altro che un'esortazione rivolta al re di buttar giù l'ordinamento feudale ormai logoro e cadente. E quanto alla nuova metodologia d'indagine, Longano è secondo a Giuseppe Maria Galanti: il quale l'ha inaugurata nella Descrizione delle Sicilie.
Questo giudizio negativo, alquanto frettoloso, ha finito poi col condizionare gli studiosi del pensiero politico meridionale. V. Ferrone, autore de I profeti dell'illuminismo, non si sofferma mai sul Viaggio; l'abate molisano gli appare come una sorta di corpo estraneo, isolato e lontano dalla Napoli che produce cultura. Ma soprattutto, Franco Venturi, in Riformatori napoletani, pur dedicando a Longano maggiore attenzione che non Croce, non gli concede certo la considerazione che invece riserva ad altri pensatori: nella sua rappresentazione dominano Galanti, Genovesi, Filangieri. E la produzione intellettuale dell'abate molisano vien forse considerata inferiore anche a quella di Grimaldi, Palmieri o Delfico.
Gentile non si limita a contestare le valutazioni del Venturi, ma ne mette in discussione anche la stessa linea interpretativa. A suo giudizio, insomma, non si possono equiparare illuminismo e riforme. Longano non è un riformista: non può essere un caso che Longano esprime una valutazione positiva del sistema feudale relativamente all'autonomia territoriale su cui costruire le municipalità. Longano, con qualche anno di anticipo rispetto a Galanti, segnala con rigore lo stato di miseria, abbandono, sottosviluppo del Mezzogiorno e da acuto osservatore politico indica le ragioni che lo hanno determinato. Ma dalla lettura dei suoi due rapporti emerge con chiarezza la sua convinzione che la pratica riformatrice è del tutto inadeguata a risolvere i problemi della realtà meridionale così complessa e disarticolata. Al sovrano occorre piuttosto fornire strumenti più idonei per governare, ossia quei saperi effettivamente utili a pianificare la sua azione. Quel che manca insomma è la «scienza di governo» senza cui non si riesce a promuovere davvero l'utile della nazione.

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