Giuseppe Tortora
Con Lombroso il pregiudizio diventa scienza

Il centenario

Il Mattino, 19.10.2009 - p. 13

La tendenza a delinquere ha radice nella costituzione fisica d'un individuo? Si può considerarla ereditaria? Si può ricondurre l'atto criminale a una condizione patologica dell'organismo? Cesare Lombroso, di cui oggi ricorre il centenario della morte, credeva proprio di sì. Medico, direttore d'ospedale, docente di clinica psichiatrica all'Università di Torino, fondò una nuova scienza: l'antropologia criminale. La sua idea: ancorare il comportamento delinquente a elementi oggettivi. Tale idea veniva dalla sua formazione positivistica.
Discepolo di Roberto Ardigò, il maggior esponente del positivismo in Italia, pensò di applicare i principi della «verità positiva» anche alla medicina sociale. Per lui solo la metodologia delle scienze empiriche - con le loro procedure di osservazione, misurazione, descrizione, elaborazione matematica, classificazione - assicura vera certezza anche nello studio dei comportamenti umani, individuali e sociali. Quella metodologia consente di condurre con rigore razionale lo studio di un fenomeno e d'individuare quelle relazioni tra fenomeni che possano poi essere assunte come legge. In Italia il positivismo trovò decisi oppositori, non solo con l'idealismo di Croce e Gentile. E contestatori trovò pure Lombroso che, autore di famosi trattati - come L'uomo delinquente del 1876 - ebbe però un suo innegabile successo: i suoi scritti furono tradotti in più lingue e studiati in tutto il mondo civile. Il suo progetto era scientificamente ambizioso: integrare anatomia, fisiologia, psicologia, patologia ed evoluzionismo, nell'ipotesi cha la medicina potesse offrire rigore e modernità alla legislazione criminale. Nel corso della sua vita raccolse scheletri e maschere mortuarie, studiò crani e cervelli di delinquenti, collezionò fotografie e impronte. Tutto il materiale fu poi da lui stesso sistemato in un Museo di antropologia criminale che, dopo varie peripezie, a breve sarà finalmente aperto al pubblico a Torino.
Le tesi di Lombroso erano percepite come rassicuranti, ma sullo sfondo c'era una grave ambiguità circa i concetti di normalità e anormalità. Il criterio distintivo non derivava dai suoi studi, piuttosto derivava dai valori condivisi nella società del suo tempo. Di qui l'esagerazione di considerare patologico il comportamento di un individuo geniale o il ritenere la prostituzione femminile come un fenomeno psichiatrico-delinquenziale, complici anche i pregiudizi dell'epoca decisamente anti-femminili. Per Lombroso l'uomo normale è onesto e lavoratore, fedele a patria e famiglia, attento a non oltrepassare i confini di casta e razza. Insomma, l'uomo che, proprio in quei tempi, Nietzsche disprezzava. Ma si sa, Nietzsche era un genio, un folle.

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