Giuseppe Tortora
L'era della mente liquida

Il Mattino, 27/07/2006 - p. 23

Bauman e la precarietà della vita
Nel suo nuovo saggio il grande sociologo approfondisce l'analisi della modernità globale

Da tempo l'ultraottantenne Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi viventi, ha indicato col termine «liquido» il carattere della nostra epoca. Rappresenta ormai l'interprete più acuto delle nostre società occidentali. Da quel che sostiene, certo, si può dissentire. Ma quel che dice non è mai banale. Col suo ultimo libro, Vita liquida (Laterza, pagg. 189, euro 15.00) segna un'altra tappa di un percorso segnato da un considerevole numero di pubblicazioni.
La nostra è una modernità liquida: «le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure». È un'epoca di nuovi miti, come quello della felicità concepita come disponibilità di beni di consumo. O quello della libertà individuale intesa come rifiuto programmatico della stabilità e della durata. Poco importa all'individuo liquido, poi, se quella libertà si riduce alla semplice possibilità di scelta consentitagli al supermercato come consumatore. O se quella libertà celebra i suoi fasti con lo zapping tra programmi televisivi tutti uguali. Epoca di nuove manie: si pensi al culto frenetico del proprio corpo, dal salutismo alla fitness. Epoca d'incertezza: allentati i tradizionali legami sociali, avvertiti come vincoli coercitivi, il singolo vive la pena della solitudine del cittadino globale. Soprattutto epoca di contraddizioni. La paura della comunità, che gli pare minacciare la sua possibilità di autodeterminazione, non riesce ad estinguere la sotterranea paura dell'abbandono a se stesso. E così contestualmente al rifiuto di legami sociali forti e duraturi cresce paradossalmente il bisogno di una vita comunitaria stabile e rassicurante.
Le nostre società sono un meccanismo che produce nuovi disagi e nuove sofferenze. E nuove forme d'ingiustizia, che nel caso migliore creano un «sottoproletariato dello spirito» che si consola coi misteri del sufismo, della cabala o del sunnismo. Certo, c'è meno costrizione sociale; è stata dismessa la logica della repressione; domina la persuasione che assume la forma obliqua della retorica e la subdola forza della seduzione.
Entrate in crisi la fissità e la stabilità dei rapporti interpersonali, il nostro è un mondo umano senza relazioni. Dominano i rapporti mobili, fluidi: appunto liquidi. Anche l'amore è liquido. Anche i rapporti familiari e amicali. E persino quelli professionali. Effetti di una mente liquida: aperta alla varietà e disposta al cambiamento. Ma afflitta da assurde contraddizioni. Ci sentiamo prigionieri in legami solidi, ma aspiriamo ugualmente a vincoli in qualche modo stabili. La nostra mente insegue la varietà, ma si sente davvero appagata solo con la stabilità.
In ciò stanno svolgendo un loro ruolo importante le tecnologie della comunicazione on-line, che stanno producendo una vera trasformazione antropologica. Profondo il loro impatto: non solo sulla vita dell'uomo ma anche sull'immagine che egli ha di sé e della realtà. Niente di strano quindi che anche nella vita «reale» le connessioni prendono il posto delle relazioni. Con le connessioni crescono le opportunità di rapporti; ma questi, mediati dallo strumento tecnologico, si configurano come legami deboli, precari. E la loro durata è limitata al tempo di connessione.
Epoca di globalizzazione. Con la tecnologia informatica di rete si sviluppa sempre più il senso di una co-appartenenza planetaria. Si può conoscere in tempo reale tutto ciò che accade in ogni area del mondo. È possibile condividere velocemente notizie e conoscenze con interlocutori in ogni parte del pianeta. Siamo tutti più vicini, ma tutti più estranei tra noi. Sappiamo di più degli altri, vicini o lontani che siano; ma delle loro vicende in fondo non c'importa granché. C'è più prossimità tra gli uomini, ma non più corresponsabilità. E dunque la tecnologia razionalizza l'esistenza degl'individui, ma non migliora la condizione umana.
In queste condizioni la nostra vita attuale non ha alcun termine di paragone neppure nel nostro recente passato. Nelle nostre società, come nelle nostre esistenze - dice ora Bauman - è difficile mantenere a lungo una propria forma. Tutto cambia rapidamente. «In un attimo le attività si traducono in passività e le capacità in incapacità». Tutto invecchia senza avere il tempo di consolidarsi. Inutile l'esperienza: non insegna più nulla, anzi vincola pericolosamente a modelli desueti. Impossibile fare anche attendibili previsioni: ci stiamo abituando all'inatteso, all'imprevedibile.
Scomparso il concetto stesso di eternità, ciò che conta è il presente. L'unica preoccupazione è tenersi al passo, non perdere battute. Soprattutto - come cantava Mina - l'importante è finire. Liberarsi rapidamente del vecchio per far posto al nuovo.
La nuova parola d'ordine è modernizzazione: senza aspettare la data di scadenza. Certo, ci sono costi umani da sopportare: ma si tratta di effetti secondari del tutto trascurabili rispetto alla vera posta in gioco: «la salvezza (temporanea) dall'eliminazione». Il nuovo ideale è la leggerezza: vivere in base a valori volatili, incuranti dell'avvenire ed anche della morte, praticando un sano egoismo e un convinto edonismo. Considerare il nuovo come buona novella, la precarietà come valore, l'instabilità come imperativo, la speranza in termini di probabilità.
Bauman analizza. Descrive uno stato di cose. Indica tendenze reali. Ma esprime anche il giudizio morale. E talvolta dà anche qualche rassegnato avvertimento già nell'introduzione. Dove offre una significativa citazione del filosofo Ralph Waldo Emerson. «Pattinando sopra il ghiaccio sottile, la nostra speranza sta nella velocità». Insomma, come stanno oggi le cose, o si corre o si sprofonda. Purtroppo. © RIPRODUZIONE RISERVATA