Si può conoscere il mondo? Questa la
domanda al centro del volume di Sossio
Giametta Tre conferenze (Palomar,
pagg. 71, Euro 8).
Sì, tutti crediamo sia possibile. Ma è un'ingenuità. Come mostra Immanuel Kant,
ad ogni tentativo la ragione cade in affermazioni contraddittorie. Dunque, è impossibile conoscere il mondo come totalità, o tentar di
coglierne razionalmente l'interna struttura.
Come del resto è impossibile rispondere con
ragionevole attendibilità al duplice quesito
sulla sua origine e su quel che ne sarà alla fine
dei tempi. Quel che "sappiamo" del mondo è
sempre una nostra rappresentazione. Anche
Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche
concordano nella conclusione che il mondo è
e resterà una grande incognita. L'uomo immagina se stesso come un microcosmo. L'uomo a
misura del mondo! Errore di prospettiva: è
l'uomo la misura di tutte le cose. Conoscere il
mondo significa solo decifrarlo attraverso i
nostri strumenti rappresentativi, in modo da
ottenere risposta ai nostri interrogativi.
Schopenhauer lo afferma a chiare lettere: il
mondo è rappresentazione. E quando tentiamo di andare al di là della rappresentazione,
non riusciamo a scorgervi se non quello che
l'uomo stesso è: volontà. Insomma possiamo
immaginarlo solo in termini umani.
Alla domanda su che cosa sia il mondo
possiamo rispondere solo, con Schopenhauer:
è volontà di vivere; o con Nietzsche: è volontà
creatrice. E allora: il mondo è caos o kosmos?
finito o infinito? Nessuno può dirlo.
Anche la quantità, su cui si
fonda la moderna scienza, ha
senso solo per l'uomo: niente
dice della realtà naturale. Mai
riusciremo a infrangere la radicale alterità del mondo.
Nulla si può dire della realtà come stabile costituzione
delle cose. E conviene abbandonare l'idea di verità come
corrispondenza a questa realtà. L'uomo può conoscere solo se tesso.
Nietzsche è perentorio: la
filosofia non può parlare che
dell'uomo. Anzi: degli uomini. E aggiunge che essa deve
diventare psicologia. Una psicologia come «teoria evolutiva della volontà di
potenza» diventerà la via attraverso la quale si
porteranno a chiarimento questioni millenarie
e oscuri misteri.
Sicché «la storia della riflessione sul mondo
- dice Giametta - è la storia di un sempre più
approfondito e circostanziato scetticismo».
Evidentemente «di più gli uomini non sanno e
non possono fare». Certo questa incapacità «ci
lascia nella scomoda, per non dire angosciosa,
problematicità che avvolge tutta la nostra
esistenza».
Ci sentiamo sconfitti nella nostra titanica
presunzione di impadronirci del mondo attraverso la conoscenza. Ma non è un male.
«Quando urta contro i limiti della conoscenza,
l'uomo è sanamente rinviato a se stesso e,
diciamolo, al suo coraggio».
E dunque potrà andare più libero. Spostando dall'esterno all'interno il proprio baricentro, abbandonati ingiustificabili pre-giudizi e insopportabili condizionamenti, attingerà, ricavandola da se stesso, dalla sua propria
natura, «quella misura dell'essere e dell'agire
che gli compete».
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