Giuseppe Tortora
La parola fraintesa di Gadamer

Il Mattino, 15/04/2005 - p. 20

Studi sul linguaggio. raccolti i saggi scritti nell'arco di trent'anni dal filosofo tedesco
che chiarisce così la sua posizione sul primato dell'ascolto e del dialogo
per superare i confini del dicibile

Oltre «Verità e metodo». Sul ruolo del gioco è molto vicino alle posizioni di Wittgenstein.
Centrale l'analisi sul grande divario tra la comunicazione verbale e quella che prescinde la lingua


Attraverso dodici saggi redatti nell'arco di trent'anni (dal 1968 al 1998) e raccolti in Linguaggio (a cura di Donatella Di Cesare, Laterza, euro 20). Hans Georg Gadamer intende fare chiarezza sulla sua posizione in merito al linguaggio. La sua posizione fu enunciata, nel 1960, in Verità e metodo, ma, a suo avviso, sarebbe stata negli anni incompresa e forse fraintesa. No, egli non mai pensato né ha mai detto, che tutto è linguaggio. Certo - come segnala la Di Cesare - alla fine degli anni Cinquanta il pensatore tedesco «ha impresso all'ermeneutica una svolta scegliendo il linguaggio come filo conduttore». Ma il suo discorso è ancorato alla grande tradizione della filosofia del linguaggio dell'Ottocento tedesco: Hamann, Herder, Humboldt. E su quella scorta Gadamer sviluppa, come testimoniano questi contributi, una riflessione che spazia «dai limiti del linguaggio alla diversità delle lingue, dal primato dell'ascolto alla corporeità della voce, dal linguaggio della metafisica al confronto tra parola e immagine, dal nesso tra rituale e linguaggio fino al gioco linguistico».
Per la curatrice una posizione chiave, in questo volume, va riconosciuta al saggio «I limiti del linguaggio», che segna un vero punto di svolta nell'elaborazione di Gadamer. Per il filosofo il linguaggio non si compie negli enunciati, ma nel dialogo. E l'esperienza ermeneutica del linguaggio si configura come esperienza ermeneutica del limite del linguaggio. Certo, esso è il limite proprio della nostra esistenza, della nostra finitezza. Ma si dovrebbe dire, più propriamente, che nel linguaggio si avverte il limite dell'«ultralinguistico», ovvero «del non detto e forse dell'indicibile».
Sono molti i temi sottoposti ad approfondimento critico-teoretico: la mediazione tra l'individualità del singolo parlante e l'identità della lingua; il recupero della diversità delle lingue storiche in una unità culturalmente più ricca; il superamento del divario tra comunicazione verbale e non verbale; il potere rivelativo della parola poetica; il valore dell'apprendimento linguistico del bambino come tirocinio al dialogo linguistico. Gadamer, come nel suo stile, procede liberamente, dirigendo la sua attenzione sui più diversi orizzonti. Ma certi temi e certi problemi sono ricorrenti: la verità ermeneutica come verità legata al linguaggio; l'ascolto del non detto che c'è dietro ad ogni detto, del non compreso che c'è dietro ad ogni compreso; e soprattutto: come il linguaggio - che dischiude l'accesso al pensiero - offre accesso alle cose stesse.
Egli s'avvicina al Wittgenstein delle Ricerche filosofiche quando evidenzia la profonda affinità tra gioco e dialogo. Ma per lui, più che di regole e di grammatica dei giochi linguistici è importante la prospettiva comune del gioco, l'esperienza della «reciprocità» nella parola dialogica. Un'esperienza in cui ha parte centrale l'ascolto, un'arte difficile, indispensabile quanto rara.
Tra i diversi sensi, la tradizione filosofica ha privilegiato la vista; per Gadamer, su indicazione di Aristotele, la preminenza va attribuita all'udito che consente «la partecipazione immediata all'universalità dell'esperienza linguistica», e quindi introduce l'uomo alla comprensione del mondo.

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