Giuseppe Tortora
I filosofi, che provinciali

Nel saggio di Rossi si salva solo Torino. Tutto il resto, Napoli compresa, è palude.

Il Mattino, 14.09.2009 - p. 19

I silenzi parlano. Anche nel volume di Pietro Rossi Avventure e disavventure della filosofia (Il Mulino, p. 378, Euro 29). Una raccolta di studi già pubblicati. In esame la filosofia italiana della seconda metà del Novecento, quella seguita alla fine dell'egemonia di Croce e Gentile. Un periodo di massiccia importazione di elaborazioni teoretiche maturate in altri paesi e altre culture. Importazioni che sono un segno d'apertura ma anche la confessione di un limite.
Ma perché Rossi, professore emerito dell'Università di Torino, ha ripubblicato materiale già noto? Alla base una doppia esigenza. La prima: dare un ordine concettuale a riflessioni nate e diffuse per motivi e circostanze diverse. I saggi ora sono distribuiti in tre griglie tematiche. La prima raccoglie scritti relativi al dibattito sullo storicismo. La seconda quelli sul «nuovo illuminismo» promosso e sviluppato a Torino da Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat e Luigi Preti. La terza riguarda da una parte la lotta tra marxismo e spiritualismo cristiano per il predominio sulla nostra cultura filosofica; dall'altra le discussioni su pensiero «forte» o «debole» sfociate - dice Rossi - in un inopportuno discredito gettato sulla scienza. La seconda esigenza: interpretare quanto è avvenuto sulla scena filosofica al dissolversi del neoidealismo, prendendo spunto dalla tesi ottocentesca, di Bernardo Spaventa, della circolarità tra pensiero italiano e europeo. No, per Rossi in epoca contemporanea nessuna circolarità. Il bilancio dell'import-export non ci giova: l'importazione di temi e metodi supera di molto la ben modesta esportazione. Di qui il referto-denuncia: altro che precorritore di tendenze, come in epoca rinascimentale; altro che attività fecondatrice; da tempo il pensiero italiano, incapace di produrre, vive in una quasi-dipendenza da quello europeo.
Impossibile ragguagliare adeguatamente sulla ricostruzione fatta dall'autore. Tanto meno sulle valutazioni, sempre trancianti, spesso severe al punto che dire ingenerose è un eufemismo. Ma è difficile contestare la tesi che nel Novecento la filosofia italiana, rielaborando filoni di pensiero allogeni, altro non è stata che un luogo di incontro, di scambio, talvolta di sintesi. L'«industria filosofica» italiana, dice Rossi, «è stata soprattutto un'industria di trasformazione. Di esportazione ben poca: fa eccezione solo l'estetica di Croce e il pensiero di Gramsci. Quest'ultimo rappresentò una novità rispetto alle correnti marxistiche dominanti in Europa, e una vera alternativa a quella hegelianizzante sviluppata in Francia. Quanto all'import l'autore ridimensiona l'affermazione di Lucio Colletti che nel Novecento la filosofia italiana è stata "una provincia del Reich filosofico germanico": per Rossi s'è attinto a piene mani anche dal pensiero francese.
Dunque, da metà Novecento l'attenzione italiana alla cultura tedesca, oltre che sulla fenomenologia di Edmund Husserl, introdotta da Antonio Banfi, s'è appuntata sulla filosofia dell'esistenza di Karl Jaspers e soprattutto di Martin Heidegger, che ha trovato da noi tantissimi cultori, a partire da Emanuele Severino. Ma buon interesse ci fu anche per lo storicismo tedesco: Wilhelm Dilthey, Friedrich Meinecke e Ernst Troeltsch; e dopo il '68 pure per il pensiero sociologico della scuola di Francoforte: ma Herbert Marcuse fu preferito a Max Horkheimer e Theodor Adorno. Un dilagante successo ha avuto invece il pensiero di Nietzsche, la cui interpretazione più rilevante si deve a Massimo Cacciari; mentre molto al margine sono rimaste la filosofia pratica di Hannah Arendt, la riflessione sull'etica nella scienza proposta da Hans Jonas, e l'ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, per Rossi fin troppo sopravvalutata dai suoi fans napoletani.
Molti preferiscono invece aprirsi al pensiero francese. Il mondo cattolico continua a ispirarsi a Maurice Blondel, Jacques Maritain, Gabriel Marcel e Emmanuel Mounier; quello laico tiene sempre in considerazione il vitalismo di Henri Bergson. Ma in effetti è l'ora dell'esistenzialismo di Sartre, assunto a modello di filosofia "impegnata". Al seguito le varie versioni dello strutturalismo: quello marxiano di Louis Althusser, quello antropologico di Claude Lévi-Strauss, quello psicanalitico di Jacques Lacan; e s'affacciano anche le riflessioni su sapere e società di Michel Foucault e la teoria della post-modernità di Jean-François Lyotard, Gilles Deleuze e Jacques Derrida. Per Rossi l'influsso francese fu però decisamente minoritario: quasi sempre queste filosofie rappresentavano il versante stilisticamente più brillante di idee nate nella cultura tedesca.
Buona l'apertura al pensiero anglosassone. Non tanto a quello inglese, da sempre considerato un po' debole. Un vero interesse s'è sviluppato soprattutto per quello americano. Dalla metà del Novecento il pragmatismo trovò facilmente un suo posto al sole: accanto a quello politico di John Dewey presero posto pure quello psicologico di William James e quello epistemologico-logico di Charles S. Peirce. Ma a conti fatti l'apporto di questo pensiero americano fu effimero e di debole portata.
Per Rossi il vero limite della filosofia italiana però è stata l'ottusa resistenza all'epistemologia, all'analisi del linguaggio scientifico e alla filosofia della scienza. Bertrand Russell e G. E. Moore, come del resto Ludwig Wittgenstein e gli esponenti del Circolo di Vienna, sono stati mal conosciuti fino a che non sono stati immessi nel circuito culturale da Geymonat e Preti. Certo, un epistemologo come Karl R. Popper ha avuto una certa fortuna da noi. Ma più che per la sua epistemologia, l'ha avuta per il suo pensiero politico: con un moderno liberalismo occupava il vuoto lasciato dalla crisi del marxismo. Un vuoto che ha permesso anche all'americano John Rawls di far sentire la sua voce: la sua teoria della giustizia ha fatto da apripista a pensatori minori che hanno hanno portato su nuovi binari il dibattito etico-politico in Italia.
L'autore insomma parla di coloro con cui ha condiviso la presenza sulla scena filosofica nazionale e nel sistema accademico di settore. Traccia un quadro storiografico accurato e plausibile. Descrive con rigore. Ma lascia aperti molti perché. Per quali ragioni ciò che di buono c'è stato in Italia secondo Rossi è stato prodotto al Nord, e in particolare a Torino, mentre tutto il resto in fondo è palude? Come si spiega che lo storicismo - che lo stesso Rossi, a partire dal 1956, ha contribuito a diffondere in Italia, e per il quale ora intona il De profundis - gode ancora d'inaspettata sopravvivenza? Per quali ragioni s'è dato fin troppo spazio al pensiero postmoderno con la sua programmatica avversione al sapere scientifico e la sua velleitaria esigenza profetizzante? Perché mai pensatori di talento - come Emanuele Severino, Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Giorgio Agamben - sono diventati, sì, autori alla moda ma in fondo "dicono più o meno le stesse cose dei loro colleghi d'oltralpe"?

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