Nell'esprimere le proprie valutazioni Benedetto Croce non faceva troppi giri di parole. E così pure Sossio Giametta. Il quale nel recente volume Eterodossie crociane (Bibliopolis, pag. 210, € 20,00) esamina i giudizi elaborati dal filosofo sui molti autori da lui incontrati nelle sue ricerche. Di ogni giudizio esplora i contesti, descrive le circostanze, considera e commenta le ragioni, illustra la struttura e la forma dell'argomentazione. E quando occorre non solo evidenzia inopportune enfatizzazioni o eccessivi ridimensionamenti, ma manifesta con franchezza il proprio argomentato dissenso: di tipo sia storiografico, che teoretico. Talvolta lascia intravedere il ruolo della passionalità in Croce: il quale non nascondeva affinità e incompatibilità teoretiche e temperamentali. Insomma quello che esce da queste pagine è un Croce diverso.
Qualche esempio. Dell'abate Ferdinando Galiani, grande economista italiano del Settecento, offre un'immagine sconcertante: fu l'uomo più profondo e acuto del suo secolo; superiore anche a Voltaire; ma non è diventato un grande perché aveva i sentimenti di un animo piccolo. Insomma un ingegno brillante ma sprecato. Con Goethe invece avvertì forte affinità: di carattere e di gusto. Ma non digeriva la sua pretesa di fare della propria vita il modello supremo d'umanità. Non era in grado. E poi, tutto teso alla propria elevazione morale, Goethe restò poco sensibile alla storia ed estraneo alle vicende sociali e politiche del suo tempo. Bravo letterato, sì, ma senza profondità filosofica: non a caso egli stesso ammetteva di non possedere l'organo della filosofia. Gli mancava il furore speculativo ed anche la capacità argomentativa.
Per la sua concezione troppo rigida di poesia e non-poesia - segnala ancora Giametta - Croce tende poi ad impicciolire anche i grandi poeti. Gli pare esagerato l'entusiasmo che ha sempre circondato Friedrich Hölderlin. Lo ritiene sopravvalutato. Certo, Hölderlin, insofferente alla piattezza e ai guasti dei suoi tempi, era un'anima tenera e eroica, dominata dall'ansia religiosa; ma in fondo era solo un poeta del vissuto. Per l'avvicendarsi di speranza e timore, di gioia e desolazione, di esaltazione e smarrimento, la sua non è "poesia contemplatrice e superatrice".
Croce inoltre s'ostina a non considerare "filosofia" le posizioni espresse fuori dai suoi canoni tecnico-formali. Toni duri verso Arthur Schopenhauer. Gli fa accusa d'essere insensibile al dramma della storia, e di non nutrire alcuna stima per l'impegno civile e politico. Gli contesta soprattutto il suo rigido naturalismo, che finisce col produrre solo una sterile negazione della vita, e col fornire alla fine una debole etica della compassione. Niente di memorabile Schopenhauer ha lasciato in filosofia. È stato solo un predicatore di pessimismo e di rinunzia. Indebitamente occupa uno spazio nella storia del pensiero speculativo.
Quanto a Nietzsche, Croce ne apprezza il profondo senso della vita. Ma non gli perdona d'essere approdato ad un'antropologia naturalistica e alle fantasie del superomismo. Vede nelle sue opere un miscuglio di vero e di falso, di scienza e arte. Nel suo pensiero c'è moralismo e ispirazione poetica; ma va da sé: una filosofia poetica non è vera filosofia. Certo, ha evidenziato il contrasto tragico della vita senza cadere nel pessimismo, e guardandosi dal proporre l'ascesi, come suggerisce banalmente Schopenhauer. Ma l'ansia di un'autentica e profonda ricerca morale, condotta in ostilità all'utilitarismo e all'edonismo, non basta a dare carattere speculativo al suo pensiero.
Schopenhauer e Nietzsche - dice Giametta - sono per Croce niente più che espressioni della crisi e del tramonto della civiltà cristiano-europea: come lo sono pure Max Stirner, Oswald Spengler e pure Giacomo Leopardi. Un tramonto che Croce non voleva né poteva ammettere. Glielo impediva il suo idealismo.
Per il suo sistema non gli piaceva la dizione: neoidealismo. Per lui si trattava di storicismo assoluto. Ma nessuno gli ha dato credito. Per lui tutta la realtà si riduce a Spirito che si fa Storia. E così, nella concezione dell'uomo non c'è posto per la fisicità. E dalla scena del mondo scompaiono il male e il dolore. Pur dichiarandogli il suo debito culturale, Giametta contesta a Croce che, riportando la Natura all'interno dello Logos, egli riporta il male all'interno del bene, l'irrazionalità all'interno della ragione che governa la storia. E così il bene vince sempre e il male perde la sua oscurità. E la verità filosofica finisce con l'asserragliarsi in una torre eburnea, indifferente alla sensibilità e aliena rispetto alla passione. Sicché, nonostante le distanze prese rispetto a Hegel, Croce rimane pur sempre nel sistema hegeliano. Condividendone non solo l'ottimismo ma anche la convinzione che il vero sapere è appannaggio esclusivo della filosofia. Ma possibile che il pensiero dica la verità solo nella forma canonica della filosofia? Possibile che il moralismo, quel pensiero reso illustre da autori come Montaigne e Rochefoucauld, debba restare al margine della filosofia?
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