Giuseppe Tortora
Quando vecchiaia fa rima con energia

Il Mattino, 30/05/2010 - p. 22

Il fenomeno: Elogio dell'età.
Ma le politiche sociali sono ancora inadeguate


Nelle nostre società circola inespresso l'incubo della vecchiaia. A cui fa da contrappunto il mito della giovinezza. La parola d'ordine è: largo ai giovani. Eppure ce ne sono di grandi vecchi. Nei campi più diversi. Dalla medicina alle scienze, al cinema, alla filosofia (dove, tanto per citarne uno, Zygmunt Bauman, l'ultraottantenne sociologo inglese di origini polacche, ha offerto straordinarie chiavi d'interpretazione dell'assetto delle attuali società occidentali, spiegando la nostra epoca globalizzata attraverso la metafora della «modernità liquida»). Gente la cui senilità è nobile. Una vecchiaia che, come dice Cicerone, sa difendersi da sola e sa tutelare i propri diritti senza rendersi schiava di nessuno.
Sarebbe un errore pensare alla vecchiaia come un disvalore. Nelle famiglie e nella vita civile delle nostre società avanzate, molti sono i vecchi che costituiscono dei veri e propri punti di riferimento sul piano intellettuale, morale, culturale. Gente invecchiata bene, che rappresenta talvolta una risorsa irrinunciabile in certi campi. Di anziani ce ne sono sempre di più, e sempre più consapevoli dell'importanza della loro esperienza e delle loro competenze, per lo sviluppo della società. Siamo sempre più longevi e intellettualmente lucidi, eppure, il nostro, non è un paese per vecchi. E non solo il nostro. Fatta eccezione in Europa per alcuni Stati, le politiche sociali per il sostegno degli anziani non sono all'altezza dei oggettivi bisogni. Perché la vecchiaia è comunque una condizione di precarietà. Più che un fatto d'età la vecchiaia è una condizione esistenziale: individuale e sociale. C'è chi ci arriva ad età molto avanzata, e chi invece molto precocemente. Ma quasi sempre vien vissuta come condizione di umiliante emarginazione sociale.
Terminato il ciclo dell'attività produttiva, l'esperienza degli anziani non ha più corso legale. Nel nostro supereccitato modo di vivere, la loro celebrata saggezza rischia di non servire, e sarebbe un peccato. Mai come oggi è vero quel che diceva un moralista settecentesco: i consigli dei vecchi illuminano senza riscaldare, come il sole d'inverno. Neppure nelle famiglie la loro presenza è considerata una risorsa: piuttosto un limite, un peso. Sicché la loro sensazione di inutilità sociale, va ad aggiungersi all'esperienza, dolorosa e progressiva, dell'inesorabile decadimento del corpo, della perdita di capacità fisiche e mentali. Spesso soli, lo sguardo dei vecchi si muove estraneo a quel che accade intorno. Sempre più rare le gioie del corpo: impietosa, la vecchiaia toglie loro ogni piacere; ma, perfida, ne lascia intatta la voglia, inestinto il desiderio, se non assoggettati da depressione o Alzheimer. Sempre più sbiaditi i loro ricordi. E più deboli gli interessi, gli entusiasmi e le passioni. Finché non perdono pure la voglia di litigare: «La mia vecchiaia - diceva André Gide - avrà inizio quando cesserò d'indignarmi». Ossessionati dalla paura, dalla noia, ma soprattutto assediati dal terribile senso d'angoscia innescato dalla percezione dell'imminenza della fine, timorosi di dover affrontare i momenti di verità circa se stessi, essi rimuovono dalla coscienza non solo vecchie gioie ma anche antichi dolori, scivolando frequentemente in un inaspettato cinismo. Si tratta, in definitiva, di un progressivo sottrarsi alla realtà, di un rassegnato prender le distanze dalla vita. Di una forzata accettazione della minorità sociale. «Il vero male della vecchiaia - ha detto André Maurois - è l'indifferenza dell'anima». «Più che nel viso - ricordava Montaigne - è nell'anima che la vecchiaia produce le rughe».
Ma è proprio ineluttabile viverla come anticamera della morte? È vero: quasi tutti, arrivati ad una certa età, la temono, la maledicono, la odiano. Ma occorre reagire alla tentazione della resa. Con tecniche operatorie riparative e sostitutive, con interventi farmacologici idonei a tutelare e rafforzare organi, apparati e funzioni, le scienze mediche non solo stanno allungando la vita, ma anche migliorando le condizioni di vita. Assicurano sostegni efficaci all'autoconsapevolezza, all'autogestione e alle attività emotive e intellettive. Il vero problema da affrontare è piuttosto il malessere sociale. Un problema che sarà sempre più difficile disconoscere o accantonare. Intanto nel mondo occidentale diventano sempre più numerosi i grandi vecchi. Con tanta voglia di dire e di fare. Per loro la senilità non è inerte attesa dell'evento fatale. Quale il segreto? Per la scrittrice Anaïs Nin, contro vecchiaia e morte l'unico sortilegio è l'amore. Retorica? Più semplicemente: la vera risorsa per tener lontano lo spettro della morte è l'uscire dai propri incubi rendendosi utili al prossimo. E infatti, a guardarli, sono tutti accomunati dalla voglia di esserci e di darsi agli altri. E questa voglia trova supporto anche nella natura che, come ricordava il favolista Jacob Grimm, non abbandona nessuno fino al punto di sottrargli tutti i mezzi per l'autodifesa. Niente a che vedere con la ridicola quanto penosa pretesa di alcuni vecchi di voler emulare i giovani nelle gesta e nei gesti. Per loro la cura dell'apparenza è un'ossessione costante e indecorosa. Sono convinti che la vecchiezza sta alla giovinezza come la bruttezza alla bellezza. Ma dietro al mito della giovinezza nascondono una mente vecchia. Gente «ordinaria», li bollava Anatole France: ai loro occhi la vecchiaia è una disfatta mentre per gli uomini di genio è un'apoteosi.
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