Giuseppe Tortora
Il pensiero come dinamite

Il Mattino, 28/12/2007 - p. 42

Giametta toglie la maschera a Nietzsche

Quali le ragioni che tengono legato uno studioso al "suo" autore? Difficile dirlo. Comunque il rapporto di Sossio Giametta col suo Nietzsche va assumendo sempre più aspetti di turbolenza. Questo è quanto emerge anche dal suo ultimo volume: Nietzsche. Il pensiero come dinamite (Bur, pagg. 265, euro 9,60), e dall'introduzione a Friedrich W. Nietzsche, Scritti su Wagner (Bur, pagg. 142, euro 9,80).
Mentre con critica attenzione segue il percorso del filosofo, ne spia i movimenti, i gesti, ne sorveglia le parole per cogliere il detto e il non-detto, egli lascia affiorare in se stesso sentimenti opposti: che a volte si alternano e a volte convivono. E proprio quando cerca di sorprendere anche nei suoi aspetti minori i segni della grandezza di Nietzsche, finisce poi con l'ingaggiare con lui una lotta petto a petto per smascherarlo, metterlo alle corde. In fondo, per sottrarsi al suo potere seduttivo, per liberarsi dalla subalternità che sempre consegue all'ammirazione amorosa.
Quel che ora più che mai colpisce Giametta è la potenza esplosiva del pensiero di Nietzsche. Come dinamite quel pensiero deflagra lasciando non rovine ma macerie del vecchio ordine morale e dell'immagine che l'uomo ha scolpito di sé e del mondo. Il pensatore ne era orgogliosamente consapevole: solo una deflagrazione poteva far piazza pulita nei due ordini della vita cosiddetta superiore dell'uomo, quello conoscitivo e quello morale. E per Nietzsche bisogna distruggere anzitutto il sistema delle conoscenze, su cui è fondato quello dei valori. Meglio: occorre distruggere il pensiero raziocinante per distruggere la morale in quanto tale. Solo così si libereranno le forze dionisiache dell'uomo.
Ma - rileva Giametta - questa è operazione autodistruttiva. Quelle forze sono talvolta disumane. Vivere non è semplicemente cedere al loro flusso. Il pensiero razionale non è un'inutile eccedenza. E se in nome della vita si negano le condizioni della vita, si cade in irresolubile contraddizione. Impossibile seguire Nietzsche su questo terreno. «Dopo essere rimasti incantati, rapiti, affascinati dal suo volo d'aquila, dalla sua predicazione sovrumana, dall'audacia del suo genio della verità, inciampiamo contro ostacoli difficili da formalizzare, ma che fanno sentire tutto il loro peso». La contestuale negazione della conoscenza e della morale, in nome dell'immediatezza dell'istinto, non è che togliere a se stessi l'aria che, respirata, consente di vivere. E poi: la radicalizzazione della negazione è un precipitare diritti nell'aborrito pozzo dell'assolutezza; eppure lo stesso Nietzsche aveva detto che «ogni verità è curva» e che alla meta non s'arriva per linea retta. L'errore sta nel negare il tutto per negare una parte o un modo. Non ha senso rifiutare la morale in quanto tale per negare senso a quella cristiana. Né disconoscere il valore della conoscenza perché il vigente sistema conoscitivo del mondo è una maschera falsificante. L'esito non può essere che l'abbandono dell'uomo a flussi e fibrillazioni.
L'idea che in Nietzsche il pensiero cessa di essere una ratio e pensa contro la ragione, per Giametta, è inattendibile interpretazione che sulla scia di Pierre Klossowski trova ancora cultori (Marco Vozza, Nietzsche e il mondo degli affetti, Ananke, 2006). Certo, per la demistificazione delle pretese totalitarie della filosofia il pensiero di Nietzsche è uno strumento straordinario; ma, in quanto pensiero che distrugge il pensiero, è un serpente che si morde la coda. Per andare "oltre", si delegittima. Le sue enunciazioni straordinariamente feconde sul piano morale - come lotta alla falsità e all'ipocrisia - sono autocontraddittorie e in fondo erronee su quello teroretico. Ed anche fuorvianti, prestandosi al gioco di forze «umane, troppo umane»: finanche conservatrici e reazionarie.
La potenza distruttiva di quel pensiero cattura; ma - dice Giametta - crea pure cortocircuiti: non solo nel lettore ma nello stesso pensatore. Come negli scritti su Wagner. Affascina e turba. Promette una radicale redenzione dalla miserevole grandezza dell'umano. Ma può tentare l'uomo ad assolutizzare ed estremizzare quella volontà di negazione raccontata da Thomas Mann in Doktor Faustus.

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