Chissà per quanto tempo ancora il problema del terrorismo internazionale resterà all'ordine del giorno. Finché se ne parla usando dizioni come «terrorismo islamico» e «conflitto di civiltà», non si andrà molto avanti neppure nella comprensione del fenomeno. Si discute di cristanesimo e Islamismo come di due religioni inevitabilmente in contrasto. E di oriente e occidente come di due realtà monolitiche ed incompatibili. Ma quand'anche fosse così, contrasto e incompatibilità non implicano necessariamente disprezzo e odio. Tanto meno il conflitto violento. E allora, che cos'è che non funziona?
Per capirci di più, val la pena ricordare due libri.
Nel 1978 , Edward W. Said, intellettuale d'origine palestinese, docente alla Columbia University di New York, pubblicò un libro a dir poco insolito: Orientalismo. L'autore affrontava di petto il problema dell' «abisso invalicabile» tra oriente e occidente, partendo proprio dall'idea di oriente che si erano fatta gli occidentali. Un'idea intrisa di ostilità. Said, non dissimulava le differenze di civiltà, ma era convinto che esse non comportano necessariamente ostilità. Per metter fine ad ogni situazione conflittuale occorreva quindi adottare un nuovo modo di interpretare le differenze.
E allora, esiste l'oriente? Almeno dall'Ottocento ai giorni nostri - rifletteva Said - gli occidentali si son fatta la «loro» idea dell'oriente. Un'idea di comodo, ma inattendibile, perché condensava una lunga storia di pregiudizi. Come testimonia la letteratura occidentale, l'oriente è stato sempre rappresentato come il regno del mistero, dell'ambiguità, della doppiezza. L'oriente fascinoso e sospetto insomma è un'invenzione occidentale. Un'invenzione per opposizione. Per cui - aggiungeva Said - l'«orientalismo» è figlio dell'imperialismo; è la forma intellettuale con cui si è cercato di interpretare ma anche di dominare una realtà percepita come «altra».
Sono passati più di venticinque anni dall'uscita del libro di Said. L'estraneità tra Oriente e Occidente non si è ridotta. E neppure la conflittualità. Anzi! In occidente si teme addirittura l'orientalizzazione della propria civiltà. Proprio come prima in oriente si temeva l'occidentalizzazione.
Che cos'è successo? Due studiosi, Ian Buruma, olandese, professore al Bard College, negli USA, e Avishai Margalit, filosofo israeliano, hanno compiuto un'indagine dichiaratamente speculare rispetto a quella di Said. I risultati sono stati pubblicati in un volume dal titolo: Occidentalismo (Einaudi). Anch'esso un volume insolito. Di gran successo ma anche molto criticato.
Si tratta di una riflessione maturata a seguito degli attentati dell'11 settembre. Una riflessione lucida e insieme preoccupata sullo stato presente e sul futuro del mondo. «Se non comprendiamo l'origine dell'odio verso l'occidente non possiamo sperare di fermare la distruzione dell'umanità». Un odio che nasce da una convinzione: che l'occidente sia il ricettacolo di tutti i mali. Certo, ogni popolo «orientale» avrà una sua propria ragione per odiare l'occidente. Ma li lega l'«occidentalismo». Il quale dunque non è che «l'idea dell'Occidente tratteggiata dai suoi nemici». Anche in questo caso, un'invenzione di comodo, originata da pregiudizi che hanno precise radici storiche.
È l'occidente stesso che, col suo modo di pensare e di fare, favorisce il formarsi e l'affermarsi di ideologie che addebitano la responsabilità dei mali del mondo alle nostre società liberali, democratiche e capitalistiche. Di qui l'ostilità «orientale» alla metropoli, al cosmopolitismo - interpretato come rinuncia alle proprie radici -, ma anche al benessere; alla libertà sessuale; alla politica senza veri valori.
Che fare per porre limite alla violenza? Praticare la tolleranza e promuovere il dialogo. Altrimenti ognuna delle due parti continuerà a vedere nell'altra l'impero del male. Un doppio manicheismo. E ognuna accrediterà a se stessa il sostegno di Dio. Gott mit uns: ieri e oggi, in occidente come in oriente. E si arriverà a identificare, con procedura sommaria, da una parte l'occidente con gli Stati Uniti, e dall'altra l'oriente col terrorismo islamico. Ma è sufficiente - come dice Margalit - adottare in Europa una più intensa politica d'integrazione degli immigrati? E per sconfiggere il radicalismo islamico basta davvero promuovere la democrazia, la libertà e gli investimenti economici nei paesi musulmani? Siamo sicuri che che quei paesi vogliono la nostra democrazia, le nostre libertà, i nostri capitali?
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