Giuseppe Tortora
Filosofia, arte dell'avventura

Il Mattino, 20/11/2006 - p. 13

Si fa presto a dire: avventura. Ma che cosa la distingue da una semplice storia? Questa la domanda al centro di Filosofia dell'avventura (Ananke, pagg. 111, Euro 13), un volume recentemente pubblicato che raccoglie le ricerche svolte dal compianto Ferruccio Masini, germanista per professione ma intellettuale versatile, con interessi che vanno dalla poesia alla narrativa, dal teatro alla filosofia. Masini - che Marco Vozza nella postfazione designa erede di Georg Simmel e Vladimir Jankélévitch -, pur incorrendo talvolta in qualche contorsionismo logico-linguistico, individua e indica dunque le condizioni caratteristiche e imprescidibili dell'avventura.
«Chi fa rotta verso le regioni ancestrali e favolose dell'avventura sa già, fin da principio, che egli ormai vive per l'avventura». La quale è evento aperto all'imprevisto e allo stesso momento chiuso in una sua dimensione «altra». Essa avviene, ad-venit, ci viene incontro. Impossibile cercarla, volerla. E tantomeno disegnarla, progettarla, prepararla: non sarebbe più avventura. E non è possibile neppure disporsi a viverla. Viene quando viene. È lei la vera protagonista di se stessa. Ha una sua trascendenza che la separa e la pone al di sopra delle dinamiche degli eventi del nostro mondo comune. Ed è dominata da una logica di radicale e irresolubile ambiguità, vivendo quasi sospesa in un tempo diverso da quello ordinario.
Il suo «come» è ben più importante del suo «che cosa». Il suo modo è la sua «determinazione ontologica originaria». E la sua caratteristica è «il possibilizzarsi di un non-possibile». Essa pertanto - qualunque sia la sua connotazione specifica: eroica, estetica, intellettuale, erotica, ecc., - si configura per l'uomo come un gettarsi oltre ma nel segno della nostalgia dell'antico, di esperienze e vite già vissute. Non è altro che il permanente aprirsi ad un che d'inatteso ma in qualche modo già noto, e, simultaneamente, attesa di una rivelazione che già si presagisce impossibile. L'avventura è totalità chiusa in se stessa. Al suo interno, il succedersi dei fatti è un perenne inizio, il costante ripresentarsi di un cominciamento; il quale non si sviluppa mai nella successione temporale tipica della storia: ogni nuovo fatto, ogni nuova fase è un inizio che già è una fine, la sua fine. Essa non ha un suo svolgimento - con un suo principio e un suo termine - su un asse lineare. Quando ci ha afferrati ha già dato tutto quello che essa può offrire.
Vi domina sovrana la coincidenza degli opposti. Il possibile è l'impossibile e viceversa. Essa implica una particolare condizione interiore: quella dell'ek-stasis. Quell'estasi tipica delle fiabe, in cui ciò che comunemente è possibile non ha senso, e solo l'impossibile appare veramente possibile. In definitiva l'avventura è il permanente «c'era una volta». E poiché l'impossibile per l'eccellenza è il passato, allora nell'avventura il presente è il venirci incontro del già-trascorso. Il ritorno del passato - che in quanto tra-passato, morto, non può tornare - diventa l'atteso arrivo del nuovo in cui si possa ri-trovare se stessi. Il passato pertanto si identifica con il futuro e il futuro con il passato: e così non esistono più né l'uno né l'altro in quanto tali, ma solo «la durata estatica dell'avventura». Nell'avventura insomma il movimento dell'ad-venire è un andare a ritroso, un regredire in un passato che però non è quello irrevocabile della memoria, ma l'approdo ad una spiaggia lontana, anelata e sognata.
Non si vive l'avventura se non come perdersi ritrovandosi e ritrovarsi perdendosi: secondo un vincolo tanto ferreo da non consentire altri esiti. E senza vie di fuga. L'azione si ibrida con la contemplazione. L'entusiasmo gioioso si coniuga con la malinconia della fine. Il vivere si compie nel morire a se stessi, e tale morire dà compimento ad un vivere diverso. L'uno rende possibile l'altro e viceversa.
La febbre che caratterizza questa condizione estatica fa vedere cose che comunemente non si vedono, consente di cogliere inaspettate trame del reale. L'occhio acquista «una strana lungimiranza». E la percezione del vuoto d'essere, della voragine, costituisce la condizione di una nuova pienezza. Un'esperienza di piacere. Un piacere che s'identifica con la pena: sta tutto nel puro godimento dell'avventura come tale.
L'avventura è per l'individuo sempre decisiva. Un gioco ultimo, definitivo, dal cui circolo non si può evadere. In alcun modo. «Un'esperienza limite oltre la quale non è possibile posteriorità», perché «non tollera alcuna mummificazione in documento». Del resto, «i documenti dell'avventura bruciano con l'avventura medesima».
L'avventura insomma è «apertura infinita al vasto dominio dell'esperibile, al regno delle metamorfosi di cui l'uomo questo Proteo multiforme può vantarsi signore». Non è vita, ma qualcosa di più. O di diverso. È un experimentum vitae. È «l'eterno dialogo con la vita»: un dialogo «tempestoso e sereno» con lampi improvvisi e lunghi silenzi. Un dialogo - dice Masini forse echeggiando Goethe - in cui la vita, misteriosa interlocutrice, esercita «tutta l'arte della sua seduzione sottile ed ironica, inquietante e sfuggente, attraendo e insieme respingendo».

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