Giusto quarant'anni fa, il 6 agosto 1969, moriva in Svizzera, a sessantasei anni, Theodor L.W. Adorno. Filosofo e sociologo tedesco fu uno degli esponenti di rilievo della cosiddetta «Scuola di Francoforte», un movimento d'ispirazione neo-marxista nato nel 1923 che subito visse tempi molto duri quando s'affermò il nazismo. Molti di loro erano ebrei, così il gruppo dovette trasferirsi all'estero: prima a Ginevra, poi a Parigi e infine a New York. Solo alcuni poi ritornarono in Europa al termine della Seconda Guerra Mondiale. Tra questi Adorno.
La scuola raccolse studiosi di diverse competenze disciplinari che però condividevano uno stesso obiettivo: una ricerca sulla società presente sulla base della critica anticapitalistica di un marxismo ripensato con originalità, ossia senza alcuna presunzione di rigorosa fedeltà "filologica". Punti di riferimento: György Lukács, Karl Korsch ed Ernst Bloch. Inevitabile il contrasto con le correnti del marxismo allora politicamente affermato: sia quello ortodosso di tipo sovietico, sia quello revisionista. Segnati da un economicismo esclusivizzante, quei marxismi per i francofortesi erano inadeguati ad interpretare gli eventi del tempo. Lo dimostravano gli esiti socio-politici. Occorreva individuare e smascherare, col supporto anche di psicologia, psicanalisi, sociologia , le contraddizioni tipiche delle società occidentali, afflitte da evidenti disagi specialmente nelle forme della vita collettiva.
In questo gruppo Adorno maturò la sua «teoria critica della società». Lo fece in un fecondo scambio intellettuale con gli amici e colleghi Max Horkheimer, Walter Benjamin e Sigfrid Krancauer, e sull'onda delle suggestioni raccolte dal sociologo Max Weber. Contro Ludwig Wittgenstein, egli asserisce che compito specifico della filosofia è gettare lo sguardo critico proprio sulle cose su cui appare impossibile parlare. Altro che tacere. Occorre però che nell'indagine si utilizzi la dialettica: l'unico strumento in grado di svelare le contraddizioni di una realtà sociale organizzata - come quella odierna - in rigida totalità sistematica. Ma non proprio la dialettica di Hegel, che soffre di un limite radicale. Tale limite, dicedorno, sta nel suo carattere "affermativo": gli opposti - superati, risolti e conciliati nella sintesi - vengono sempre "giustificati"; e il diverso risulta alla fine ben integrato nella totalità. Una dialettica totalizzante, insomma. Ad Hegel, Adorno oppone una dialettica "negativa", capace di far esplodere a livello speculativo l'identità posta da Hegel tra ideale e reale, tra pensiero e cose; e di smascherare tutte le pretese massificanti e omogeneizzanti del «sistema» sociale. Dunque una dialettica che consenta, sul piano teorico come su quello pratico, di sventare ogni tentativo di eliminazione del diverso "integrandolo" nella totalità. Solo questo è lo strumento adeguato per una penetrante critica sociale e capace di neutralizzare processo di liquidazione - sociale e culturale - di ogni specie di "diversità" che la società moderna mette in atto.
Ma già prima, in uno dei suoi scritti più significativi, Dialettica dell'illuminismo (del 1947), scritto in collaborazione con Horkheimer, Adorno aveva preso in esame il ruolo della razionalità nella società e nella Storia. Storicamente la razionalità, consentendo all'uomo il dominio sulla natura attraverso un sapere organico e sistematico, ha svolto una naturale funzione di liberazione dalla natura stessa e dalla paura. Ma la ragione non può sottrarsi all'incontro col potere. Sicché con l'Illuminismo del Settecento la borghesia s'impossessa della ragione, rendendola strumento di dominio "politico" sulle esistenze individuali. La funzione liberatoria risulta sempre indigesta ai totalitarismi, anche a quelli che allignano nelle società borghesi contemporanee: sia a quelli che si manifestano in modo diretto, come i fascismi, sia a quelli che agiscono in modo indiretto, attraverso le mediazioni che mirano all'integrazione e all'omologazione. Storicamente dunque la ragione descrive una parabola: dalla barbarie originaria alla civiltà fino alla ricaduta nella nuova barbarie borghese. Questo tema peraltro si ripresenta anche in altra opera di Adorno, Personalità autoritaria (del 1950), scritta nel periodo americano: l'obiettivo era di cogliere e illustrare le tendenze al razzismo, all'autoritarismo e al fascismo, che circolano in modo più o meno latente nella società statunitense.
Oltre alla critica ad Hegel, sul piano filosofico Adorno contesta con vigore due filosofie che hanno dominato la scena culturale del Novecento: neopositivismo e heideggerismo. Ma è soprattutto contro Heidegger ch'egli lancia i suoi strali. L'analisi e la critica vengono condotte sempre tenendo a punti di riferimento i concetti di contraddizione e totalità, gli stessi che hanno guidato la riflessione sulla filosofia di Hegel. Ma mentre riconosce dei meriti al filosofo idealista, a Heidegger invece non fa alcuna concessione e non riserva alcun riguardo. Neopositivismo e heideggerismo poco intendono della civiltà occidentale contemporanea. Non colgono la rottura tra soggetto e mondo, tra privato e pubblico. Sotto questo aspetto gli unici pensatori che colgono nel segno sono Karl Marx e Friedrich Nietzsche.
Per alcuni l'opera capolavoro di Adorno è Minima moralia (del 1951). Si tratta di una raccolta di aforismi in cui sono messi sotto lente d'ingrandimento il comportamento quotidiano dell'individuo che vive nelle contraddizioni della società borghese. Gesti, azioni, moventi vengono indicati e interpretati con l'aiuto della psicoanalisi e del marxismo. Però contraddizioni e ambiguità non vengono esplicitamente additate come tali, ma fatte emergere dalla descrizione stessa dei fatti. Adorno qui rifugge sia dall'indebito moralismo che dal facile sociologismo. I contenuti, in fondo, dicono già tutto di sé.
Si sbaglierebbe a intendere Adorno semplicemente come filosofo-sociologo. Per tutta la vita si dedicò anche a studi di estetica. In particolare, di estetica musicale. A motivarlo fu anzitutto la sua competenza specifica: musicista egli stesso, partecipò alla vita dell'avanguardia musicale viennese, e, allievo di Alban Berg - a sua volta discepolo di Arnold Schönberg - si produsse anche come autore di alcune composizioni. Nei suoi scritti estetici circola l'idea che analizzando le forme musicali di un artista è possibile individuare le categorie sociologiche che stanno alla base della sua produzione. In Filosofia della musica moderna (del 1949) contrappone Schönberg e Strawinsky mostrando, con l'analisi squisitamente formale, perché la musica del primo esprima quelle che sul piano sociale sono le forze "progressiste" e invece quelle del secondo le forze "restauratrici".
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