Capita a tutti. Arrivi in un posto dove non sei mai stato. Eppure sei certo: quel luogo ti è noto. Vi incontri una persona che sai bene di non aver mai conosciuto. Eppure la «riconosci». Tutto corrisponde: espressioni del volto, atteggiamenti, gesti, e persino inflessioni e toni della voce. E magari hai la sensazione di poter anticipare ciò che quella persona sta per fare. È il déjà vu. Un fenomeno destabilizzante, che suscita un senso d'irrequietezza.
Il presente è il passato. E questa identità genera sorpresa, incredulità. La sospensione della successione temporale, l'arresto del fluire dell'esperienza, non solo producono stupore, disagio, ma scompaginano l'unità dell'io. Siamo noi e ci sentiamo estranei a noi stessi. Un'ambigua duplicità in cui si vivono talvolta simultaneamente paura e gioia, nostalgia e trepidazione, rimpianto e sgomento. Si avvertono impulsi di accettazione e rifiuto.
È l'eterno ritorno di cui hanno parlato i filosofi? Oppure si tratta di un fenomeno connesso alla fisiologia della percezione? Remo Bodei in Piramidi di tempo (Il Mulino, pagg. 152, euro 12,00) evidenzia l'inadeguatezza di entrambe le risposte. Certo, il confronto con quanto avviene nel sogno o nell'estasi artistica aiuta a cogliere somiglianze. Ma anche differenze. Nel sogno ad esempio l'allucinazione è percepita come realtà; nel déjà vu invece è la realtà che vien percepita in forma di allucinazione. Nell'arte la coscienza confonde le sue fantasie con la realtà; nel «già visto» è la realtà che nella percezione acquista caratteri fantastici.
Il fenomeno del "secondo presente" era già noto nell'antichità. Ad esso risalirebbero la teoria orfico-pitagorica della metempsicosi e quella platonica della conoscenza come reminiscenza. Aristotele lo interpreta come un'anomalia psichica. Per Agostino si tratta di «false reminiscenze»: tentazioni di spiriti maligni e ingannatori.
Ma è dalla metà dell'Ottocento che il fenomeno diventa oggetto di studio. Anzitutto in campo medico. Forse che dipenda, ad esempio, dalla mancata sincronizzazione delle attività dei due emisferi cerebrali? Lo sostiene A.L. Wigan. Poi J. Jensen integra con la teoria dell'arrivo differito di due percezioni dello stesso evento. Insomma un emisfero percepisce inconsapevolmente la scena che qualche istante dopo l'altro emisfero percepisce consapevolmente in termini di ricordo. Per L. Dugas sarebbe addirittura espressione di una patologica scissione della personalità. Una tesi, questa, «corretta» da Bergson. Per lui invece percezione e ricordo vengono avvertiti, al presente, come separati e paralleli: come se sgorgassero con piccolo scarto di tempo da due io distinti. Due io bloccati: staccati dalla realtà e senza proiezione sul futuro. Il vivere il presente come già vissuto serve a difendere l'individuo da una minaccia grave all'equilibrio psichico. È come la febbre.
O forse, come per Freud, si tratta non di pura illusione, ma di reali fantasie radicate nell'inconscio? Elementi rimossi disturberebbero il principio di realtà delegittimando la percezione del reale attuale e sovrapponendole immagini e ricordi ancorati ad inconsapevoli desideri e sotterranee ansie. O forse - proprio come per Nietzsche - il fenomeno è l'esito dell'«eterno ritorno dell'antico»? L'infrenabile interesse alla vita, ad ogni aspetto della vita, non sopporta che si perda ciò che si è vissuto, o ciò che è stato vissuto da altre vite. L'eterna ripetizione appare l'unica garanzia di stabilità del senso del vivere. E la cristallizzazione del divenire costituisce il sigillo del momento più alto della volontà di potenza. In fondo, è il trionfo della logica del desiderio.
Per Bodei il déjà vu sembra l'esito della collisione involontaria di due istinti opposti; di cui allo stesso momento ciascuno vorrebbe annientare l'altro ma non può fare a meno dell'altro. Sarebbe il frutto del conflitto tra il cupio dissolvi e la vivendi cupiditas. Un conflitto che emerge proprio nei momenti di calo della forza vitale, di decadimento dell'interesse alla vita.
Bodei prende in esame anche fonti poetiche: Shakespeare, Rossetti, Ungaretti, Verlaine, Bodelaire. E segnala poi che l'attenzione al fenomeno e ai problemi connessi s'è sviluppata soprattutto tra la metà dell'Ottocento e la prima guerra mondiale. In un periodo di impoverimento del pathos del progresso, di calo del desiderio del jamais vu, del «mai visto», il déjà vu - come suggerisce Walter Benjamin - è come un recupero. Immagini di qualcosa ch'è attualmente assente ma ci appartiene in modo indiretto. Parti di noi che alludono ad un «nostro» tutto che ci sfugge.
Dopo la Grande guerra l'interesse per il fenomeno decresce. Ne parla ancora P. Janet: come di una reduplicazione. Ma è solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che l'interesse ritorna. Al déjà vu si cerca di dare risposta scientifica. Così la parola passa agli studiosi di neuroscienze. Ci si sofferma su anatomia e fisiologia della percezione. Il problema è ora la localizzazione cerebrale e le cause cliniche. Una forma di epilessia? Una sfasatura tra le due modalità di visione, entrambe attive, ma di diversa velocità? Il problema, per Bodei, non può risolversi sul piano scientifico. Il fenomeno - che sembra apparire quando minore è l'interesse dell'individuo per il futuro; che coinvolge il rapporto tra memoria e identità personale, che comporta un forte coinvolgimento emotivo dell'intera personalità - non può essere ricondotto a mero fatto organico. Sarebbe come voler spiegare gli aspetti affettivi e sociali del riso col funzionamento dei muscoli facciali.
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