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Politica e metafisica: questi i due motivi ispiratori di tutta l'opera
di Campanella. Già nel corso dei primi processi, quasi a voler
mostrare l'ortodossia della sua fede e l'amore e l'attaccamento alla chiesa,
compone una serie di opere in cui auspica l'unificazione religiosa e politica
di tutto il mondo sotto la guida del Papa. Questo ideale ierocratico è
presente già nel De monarchia christiana, andato perduto: la riforma
luterana dall'interno e la minaccia turca dall'esterno indeboliscono sempre
piú l'Europa cristiana; se si vuole evitare la sconfitta bisogna
realizzare l'unificazione politica e religiosa dell'Europa sotto un solo
capo, e poiché nessun sovrano ha l'autorità ed il prestigio
sufficienti per far tacere le rivalità, bisogna mettere a capo
di questo organismo politico il Papa. Il pericolo della caduta dell'Europa
in mano agli infedeli, infatti non può essere sventato
se li principi e le repubbliche non si accordano a far decreto universale,
che il Papa sia signore loro 'in temporalibus et spiritualibus' che li
possa collegare 'propria auctoritate' e mandare contro gli eretici e infedeli,
o che possa deporre quelli che si oppongono alla luce universale e alla
unità conservatrice di tutto il Cristianesimo.
(Discorsi universali del governo ecclesiastico per fare una greggia e
un pastore, in Scritti scelti di G. Bruno e di T. Campanella, a cura di
L. FIRPO, Torino 1949, p. 479)
Il braccio armato per la realizzazione di questo programma politico,
Campanella lo individua nella cattolicissima Spagna ed invita a tal fine
i principi italiani ad accettare la pax hispanica (Monarchia di Spagna).
Solo quando, riparato a Parigi, diffida della Spagna, indicherà
nella Francia la nazione capace di realizzare il suo disegno politico
(Monarchia di Francia).
Negli anni del carcere Campanella lavora alla stesura di una sorta di
Summa del sapere umano distinta in due parti, la philosophia realis e
la philosophia rationalis. In quest'ultima opera tratta della grammatica,
della dialettica, della retorica, della politica e della storiografia.
Mentre nella prima affronta argomenti di fisica, di etica, di economia
e di politica. Nell'ambito di questa Summa una forte rilevanza viene data
proprio alla politica. Questo aspetto della filosofia pratica (realis)
è improntato ad un considerevole senso di realismo. Campanella
si sforza di fotografare la realtà politica qual è indipendentemente
da qualsiasi sogno profetico e millenaristico. Ma non pago di questo realismo,
trasfonde la tensione ideale ed il desiderio di rinnovamento politico
nella Città del sole (1602). Campanella in quest'opera immagina
che un nocchiero di Cristoforo Colombo descriva ad un cavaliere dell'ordine
degli Ospitalieri l'organizzazione sociale, politica ed economica della
città di Taprobana posta sotto l'equatore, fornendo notizie anche
sulla religione, sui modelli educativi e sulla morale dei suoi abitanti.
La città si estende su un colle ed è organizzata in sette
gironi. Alla sommità del colle c'è un tempio rotondo,
sopra l'altare non vi è altro ch`un mappamondo assai grande, dove
tutto il cielo è dipinto, e un altro dove è la terra. Poi
sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo. (La
città del sole)
Il naturalismo campanelliano eleva in tal modo il cielo, la terra e le
stelle a simboli divini. Nella delineazione della struttura politica,della
città solare è facilmente rilevabile la presenza dell'ideale
ierocratico del filosofo. Il capo della città, infatti, è
Principe, sacerdotale... che s'appella Sole, ed in nostra lingua si
dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale
Ha
tre principali collaterali: Pan, Sin, Mor, che vuol dire: Potestà,
Sapienza e Amore. Il Potestà ha cura delle guerre, delle paci e
dell'arte militare
il Sapienza ha cura di tutte le scienze e degli
dottori e magistrati dell'arti liberali e meccaniche
il Amore ha
cura della generazione, con unire i maschi e le femmine in modo che faccin
buona razza
(ivi)
Il potere metafisico è platonicamente fondato sul sapere, perché
Campanella ritiene che non sarà mai crudele, né tiranno,
un uomo sapiente. Il Metafisico, infatti,
sa tutte l'istorie delle genti, e riti e sacrifizi e repubbliche e inventori
di leggi e arti. Poi bisogna che sappia, tutte, l'arti meccaniche e tutte
le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche, astrologiche... non si
trova chi sappia, più di lui e sia piú atto al governo.
Per prevenire l'egoismo che nasce dal possesso dei beni privati e della
famiglia, i solari
si risolsero di vivere alla filosofica, in commune; si ben la communità
delle donne non si usa tra le genti della provinzia loro, essi l'usano
Tutte cose son communi; scienze e onori e spassi son communi.
(ivi)
Ad ognuno è dato quanto bisogna e, lavorando tutti per quattro
ore al giorno, e alternandosi nei diversi mestieri, non hanno bisogno
di schiavi. I fanciulli sono educati in comunità e l'educazione
è, si direbbe con termine moderno, integrale. Mira, infatti, alla
realizzazione dell'uomo completo, allenato alla speculazione filosofica,
ma anche alla esecuzione di lavori manuali. I ragazzi apprendono in maniera
attiva guardando le immagini del sapere dipinte sulle mura che circondano
i gironi della città. La religione dei solari è fondata
sulla ragione e non sulla rivelazione, essi credono in un solo dio e lo
onorano naturalmente sotto la forma del sole. Credono nell'immortalità
dell'anima e ritengono che Dio sia Somma Potenza, Somma Sapienza e Sommo
Amore.
La Città del Sole è l'opera chiave di tutta la speculazione
campanelliana. Essa esprime l'ideale fondamentale del filosofo, e cioè
un cristianesimo rinnovato e snellito nella dottrina e nell'organizzazione,
più vicino all'ideale egualitario proposto dal Vangelo e dotato
di sufficiente autorità morale e culturale per procedere nell'opera
di rinnovamento dell'Europa del tempo.
Un rilievo particolare spetta all' Apologia pro Galileo, scritta negli
anni della prigionia (1616) in difesa dello scienziato pisano. Il discorso
non verte sulla validità dell'ipotesi copernicana che la chiesa
condannava, ma sulla legittimità dell'intervento dei teologi nelle
questioni scientifiche. Con forza Campanella sostiene
che non si possa impedire la ricerca di Galilei, né togliere dalla
circolazione i suoi scritti senza rischio di irrisione per la Scrittura.
(Apologia di Galileo, a cura di S. FEMIANO, Milano 1971, pag. 149)
Campanella è convinto che la natura sia il libro di Dio e che
chi riesce a penetrare nei segreti naturali comprende Dio stesso:
Io imparo più dall'anatomia d'una formica o d'un'erba
.che
non da tutti li libri che sono scritti da principio dei secoli a mò,
dopo che imparai a filosofare e a leggere il libro di Dio. Al cui esemplare
correggo i libri umani malamente copiati e a capriccio, e non secondo
sta nell'universo libro originale.
(Lettere, a cura di V. SPAMPANATO, Bari 1927, p.134)
Per Campanella, come per Galileo, non può esserci reale opposizione
tra fede e scienza. Verità scientifica e verità rivelata
sono espressioni diverse dell'unica verità divina; ma in caso di
contrasto tra di esse è la verità scientifica che va tenuta
ferma e ad essa va adeguata la lettura del testo sacro.
Nell'ultimo importante scritto di Campanella, la Metafisica, è
compendiata la speculazione filosofica più matura del filosofo.
L'influsso telesiano, anche se non completamente annullato, è ormai
molto debole e marginale. La natura non può essere spiegata, come
voleva il filosofo cosentino, facendo ricorso soltanto ai principi naturali
della materia, del caldo e del freddo. La realtà possiede una struttura
metafisica più complessa ed articolata e si dispiega nell'universo
secondo un ordine naturale i cui principi fondamentali sono le tre primalità,
ossia le tre caratteristiche essenziali degli enti.
Ma prima di affrontare il problema della struttura della realtà
Campanella sente il bisogno di trovare, al di là di ogni dubbio,
un punto di partenza fermo e sicuro su cui costruire la scienza della
realtà. Contro lo scetticismo che investe con il proprio dubbio
ogni verità, Campanella fa proprio il punto di vista di S. Agostino
quando polemizza contro gli accademici:
Quelli che proclamano di non sapere se sappiano o non sappiano qualche
cosa, non dicono giusto. Difatti sanno necessariamente che non sanno
parimenti
sanno cosa sia la verità e cosa sia il sapere, altrimenti non potrebbero
dire di ignorare la verità
conseguentemente, quando dicono
di non sapere, negano la perfezione della scienza, ma non negano che ci
sia sapere e arte e esperienza.
(Metafisica, I, 30-31)
La confutazione dello scetticismo è implicita nella stessa tesi
con cui lo scettico afferma la sua ignoranza: egli infatti sa di non sapere,
e intanto possiede questa certezza, in quanto presuppone l'esistenza di
una verità non revocabile in dubbio. La prima intuizione di questa
certezza è la conoscenza che l'anima ha di se stessa:
L'anima conosce sé con una conoscenza di presenzialità
e non con una conoscenza obiettiva, eccetto che sul piano riflesso. E'
certissimo principio primo che noi siamo e possiamo, sappiamo e vogliamo;
poi in secondo luogo è certo che noi siamo qualche cosa e non tutto,
e che possiamo conoscere qualche cosa e non tutto, e non totalmente.
(Metafisica, I, 32)
La prima consapevolezza per la quale siamo, possiamo, sappiamo e vogliamo
è intrinseca alla natura stessa dell'anima, mentre la seconda,
che ci fornisce il limite del nostro essere, delle nostre possibilità,
del nostro sapere e del nostro volere, ci viene dall'esterno e precisamente
dalla conoscenza delle cose particolari:
Quando poi dalla conoscenza di presenzialità si procede ai particolari
per una conoscenza obiettiva comincia l'incertezza, per il fatto che l'anima
viene alienata, a causa degli oggetti, dalla conoscenza di sé,
e gli oggetti
non rivelano totalmente e distintamente, ma parzialmente e confusamente.
E in vero noi possiamo, sappiamo e vogliamo l'altro perché possiamo,
sap-
piamo e vogliamo noi stessi.
(Metafisica, I, 32)
La condizione fondamentale per la conoscenza della realtà esterna
è, come si vede, la consapevolezza che l'anima possiede di se stessa.
Ma una tale consapevolezza non è prerogativa esclusiva dell'uomo,
ma è di tutti gli enti naturali, in quanto tutti dotati di sensibilità;
ed inoltre tale consapevolezza non deriva affatto da un pensiero ma da
un senso, non è un'autocoscienza nel significato spiritualistico
del termine, ma, come afferma Campanella, un sensus sui, senso di sé.
Il principio ispiratore della metafisica campanelliana è dunque
un principio naturalistico. Il processo conoscitivo dell'animo umano è
infatti lo stesso per tutti gli altri enti naturali:
L'anima e gli enti conoscono in primo luogo ed essenzialmente se
stessi, mentre conoscono le altre cose secondariamente e accidentalmente,
in quanto conoscono se stessi modificati e trasformati in qualche modo
nelle cose dalle quali vengono modificati. Quindi lo spirito senziente
non
sente il calore, ma in primo luogo e di per sé sente se stesso
modificato dal
calore.
(Metafisica, VI, 8)
Sul sensus sui, sulla consapevolezza che ogni ente possiede di se stesso,
si fondano le condizioni prime della realtà e della sua conoscibilità:
Nessun ente sembra essere se non in quanto può essere. Infatti
ciò
che non può essere non è, in quanto non può essere.
Il fondamento
dell'essere è la potenza.
(Metafisica, VI, 5)
Ma accanto alla potenza (posse), come condizione essenziale dell'essere,
va annoverata anche la sapienza (nosse) e la volontà (velle):
L'ente è perché sa di essere e non si trova alcun ente che
non conosca
se stesso. (Metafisica, VI, 7)
La sapienza è il principio che consente all'essere di conoscersi
e di conservarsi. In virtù di esso, infatti, ogni ente vuole conoscere
e fuggire gli enti contrari ad esso, mentre vuole conoscere e cercare
quelli che favoriscono la sua conservazione.
Gli enti non sono soltanto perché possono essere e conoscono l'essere,
ma anche perché amano l'essere; se infatti non l'amassero non proteggerebbero
tanto ciascuno il proprio essere, ma si lascerebbero subito distruggere
dal proprio contrario e non seguirebbero gli enti amici conservativi del
loro essere, né avverserebbero quelli nemici, né genererebbero
un simile nel quale conservarsi, e si ridurrebbero tutti al caos o sarebbero
distrutti.
(Metafisica, VI, 11)
L'ordine e l'armonia del cosmo, la sua continuazione nel tempo è
assicurata dalle tre primalità, operanti in tutti gli enti indipendentemente
dal gradino della scala dell'essere occupato da ognuno di essi. Ma gli
enti, anche se possono sanno e vogliono, non possono non sanno e non vogliono
in misura infinita. Essi sono limitati e finiti e perciò rimandano
ad un ente che può, sa ed ama infinitamente. Questo essere, da
cui dipendono tutti gli altri, è Dio. Oltre al ragionamento testimonia
l'esistenza di Dio anche la stessa coscienza che ogni ente ha di se stesso.
In virtù di essa gli enti
conoscono ed amano se stessi e il loro creatore. Campanella segna un netto
distacco tra Dio (creatore) e mondo (creato): Dio ha creato il mondo nel
tempo e dal nulla ed è proprio il nulla che entra nella costituzione
degli enti per renderli finiti e mortali. Dio oltre ad essere la causa,
è anche il fine ultimo cui tendono tutte le cose. Negli enti infatti
vi è come una tensione innata verso Dio, una religione naturale
più perfetta della religione positiva "determinata dalla legge
". Quest'ultima però, benché sia nata dalla religione
naturale, con i suoi dogmi finisce per offuscarla.
Il recupero della religione naturale intesa come cristianesimo riformato
era un elemento, e tra i più importanti del programma di rinnovamento
che Campanella propugnò e difese per tutta la vita.
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