CULTURA ED ISTITUZIONI NEI SECOLI XV-XVI

Scetticismo filosofico e fideismo conservatore

Nell'opera di molti corifei della cultura rinascimentale serpeggia, più o meno palesemente, una sottile vena di scetticismo nei confronti della ragione umana. Essa è riscontrabile, ad esempio, nel De libero arbitrio di Valla, con una accentuazione maggiore nell'Elogio della follia di Erasmo, e nelle tante opere mistiche, o semplicemente esaltatrici della potenza di Dio, scritte nel periodo che va dalla seconda metà del '400 alla prima metà del '500. Più esposta al "sorriso scettico" era ovviamente la considerazione dell'uomo microcosmo, libero artefice del proprio destino e della propria storia, nonché conoscitore e dominatore della natura.
Sulla scia di questo velato ed ironico antidogmatismo e sulla più aspra e corposa svalutazione dei poteri dell'uomo operata dai teorici della Riforma, si sviluppa, elegantemente modellata sui temi scettici presenti nell'opera del filosofo greco Sesto Empirico (II sec. d.C.), Una corrente filosofica fortemente critica nel confronti della tradizione culturale e delle capacità della ragione di attingere la verità.
Le linee essenziali di questa corrente emergono con grande nitore dall'opera di Michel de Montaigne. Nato nella Francia meridionale nel 1533, ancora giovane si ritirò dalla vita pubblica nella biblioteca del suo castello, dove attese, salvo una parentesi temporale non troppo lunga, alla stesura dei suoi Saggi fino alla morte. Nell'opera di Montaigne, scetticismo filosofico e fideismo religioso procedono in un rapporto direttamente proporzionale: quanto più viene svalutata la ragione e le sue possibilità di attingere il vero, tanto più viene esaltata la fiducia nella rivelazione e nella grazia:


La parte che abbiamo nella conoscenza della verità, qualunque essa sia, non è con le nostre forze che l'abbiamo acquistata... Non è per ragionamento o per mezzo del nostro intelletto che abbiamo ricevuto la nostra religione, è per autorità e per comandamento estraneo. La debolezza del nostro giudizio ci aiuta in questo più della forza, e la nostra cecità più della nostra chiaroveggenza.E' per mezzo della nostra ignoranza più che della nostra scienza che siamo sapienti di questo divino sapere.

(Saggi, 11, 12)


Alla rinunzia al vero da parte della ragione e alla acritica e quasi mistica accettazione della religione si affianca il conservatorismo politico e sociale. Come di fronte alla varietà delle diverse teorie e dei differenti costumi l'atteggiamento più saggio è la tolleranza nei confronti di quanti praticano costumi diversi dai nostri, così tra le innumerevoli costituzioni politiche e la gran varietà di leggi esistenti nei diversi paesi, ciò che

la nostra ragione ci consiglia a tal proposito di più verosimile è che in genere ciascuno obbedisca alle leggi del proprio paese.

(Saggi, 11, 12)


Scetticismo, fideismo e conservatorismo sono, perciò, tre atteggiamenti convergenti ed utilizzabili come strumenti per il conseguimento dello stesso obiettivo. Gli eventi culturali e politici degli ultimi cento anni avevano messo in crisi tutti i valori che fino a quel momento erano riusciti a conservare una parvenza di universalità. Di fronte alla caduta delle certezze filosofiche e scientifiche, alla destituzione del fondamento assoluto della morale e della stessa politica viene meno ogni fiducia nell'impegno dell'uomo per la realizzazione di valori comunitari e affiora sempre più prepotentemente l'individualismo. Il fine cui è indirizzato tutto il discorso di Montaigne va individuato, infatti, proprio nella conquista e nella conservazione di uno stato di serenità e di libertà personale al quale ogni uomo deve aderire:


tutta la mia piccola prudenza in queste guerre civili in mezzo alle quali oggi ci troviamo, s'industria a far sì che esse non mi impediscano la libertà di andare e venire. (Saggi, III, 12)


All'uomo celebrato come un dio, tutto proteso a realizzare in collaborazione con gli altri i valori più belli dello spirito, lo scetticismo di Montaigne sostituisce l'individuo, il singolo, chiuso nel suo "retrobottega privato", impegnato a realizzare una vita priva di preoccupazioni e di affanni, una vita serena e tranquilla, depurata da tutti gli inconvenienti derivanti dall'ambizione e dall'impegno politico:


Invero, o la ragione si fa beffe di noi, o non deve mirare che alla nostra soddisfazione, e tutto il suo sforzo deve tendere in conclusione a farci vivere bene e a nostro agio. (Saggi, I, 20)


All'indagine metafisica sull'uomo in generale si sostituisce l'esame psicologico, l'introspezione, l'autoesame, anche se non manca la consapevolezza delle difficoltà che si incontrano quando si vuole scandagliare la psiche umana:

E' un'impresa spinosa, e più di quanto sembri, seguire un andamento così vagabondo come quello del nostro spirito; penetrare le profondità opache delle sue pieghe interne; scegliere e fissare tanti minimi aspetti dei suoi modi.
(Saggi, II, 6)


Individualismo e analisi introspettiva sono i valori nuovi che emergono dalla critica al sapere assoluto, alle certezze della ragione.
Lo stesso ideale di saggezza pratica fondato sulla corrosione scettica delle impennate orgogliose dell'ottimismo, rinascimentale è rinvenibile nell'opera Della Saggezza di Pietro Charron (1541-1603) amico e seguace di Montaigne. Lo scetticismo di Charron si carica, però, di una valenza politica conservatrice più pronunciata e si lega maggiormente a quel movimento politico-culturale, il libertinismo, che invitava il saggio ad essere esternamente ligio ed ossequiente agli ordinamenti civili e religiosi esistenti, ed internamente libero di pensare con la più ampia spregiudicatezza.
Pure in Charron lo sbocco della critica scettica è l'individualismo. L'unica esperienza valida è quella che l'uomo fa di se stesso: "la vera scienza e il vero studio dell'uomo, è l'uomo".
Uno scetticismo che non rinuncia all'indagine e alla ricerca continua caratterizza l'opera di Francesco Sanchez (1552-1632), Quod nihil scitur. Sanchez inizialmente utilizza lo scetticismo come strumento per la ricerca di un metodo capace di condurre l'uomo al vero sapere. Dopo una serrata critica alla sillogistica scolastica, conclude con la convinzione che l'uomo nulla sa e nulla può sapere. Ma l'amarezza della conclusione non gli suggerisce un atteggiamento di rinuncia alla ricerca, ma lo sollecita ad un'indagine continua capace di far costatare in maniera concreta la debolezza dell'umana ragione e l'impossibilità di giungere a un sapere universale.