CAPITOLO UNDICESIMO

FENOMENOLOGIA ED ESISTENZIALISMO

9. La scelta, la situazione e la fede


Come si attua questo trascendimento? Mediante la «scelta».

«Scelta» è l'espressione che indica la coscienza che io ho che, decidendomi, non mi limito ad agire nel mondo, ma forgio la mia propria essenza nella sua continuità storica. Io non so soltanto che sono qui e sono cosí e quindi agisco in questo modo, ma so che nell'agire e nel decidere sono nel contempo l'origine del mio agire e della mia essenza. Decidendomi sperimento la libertà come decisione non solo su qualche cosa ma su me stesso, libertà in cui non è piú possibile una distinzione fra scelta ed io perché io stesso sono la libertà di questa scelta. Una mera scelta è quella fra determinazioni oggettive, ma la libertà è la scelta di me stesso. Non posso certamente creare una contrapposizione e quindi scegliere fra me stesso ed un non-essere-me-stesso, quasi che la libertà fosse uno strumento nelle mie mani. Invece: in quanto scelgo, sono; se non sono, non scelgo.
(Filosofia)

Ma le decisioni, con cui attuo me stesso come «libertà di scelta», non sono assolutamente incondizionate; esse hanno luogo sempre nell'ambito della «situazione» concreta in cui io, in ogni momento, mi trovo, cioè nell'ambito delle possibilità effettive che io ho qui ed ora. Per cui «io» e la «mia situazione» coincidiamo; e la libertà di scelta coincide con l'accettazione consapevole della situazione storica che mi circoscrive e che contrassegna la mia concreta esistenza.

Io «sono» nella situazione storica se mi identifico con una realtà e col suo inesauribile compito. Non posso stare in ogni luogo, ma debbo stare interamente in un solo luogo per poter stare in qualche luogo. Posso appartenere solo ad un popolo, posso avere solo questi genitori, posso amare una sola donna; tuttavia posso in ogni caso tradire, ma tradirei me stesso se tradissi gli altri, se non fossi deciso ad assumere incondizionatamente il mio popolo, i miei genitori, il mio amore: io debbo loro me stesso.
(Filosofia)

Se dunque la mia «situazione storica» definisce il mio «esserci», esistere significa appropriarsi del proprio esserci.

Privo di coscienza storica l'uomo cade in quello stato in cui tutto è perduto. I legami fra esserci ed esistenza... cessano di essere catene solo se io consapevolmente li afferro. Ciò che le scioglie è la libera appropriazione dell'esserci. L'essenziale per me è che, nelle manifestazioni di me stesso, faccia tutt'uno con l'esserci.
(Filosofia)

Il che poi significa, insieme, che l'esserci determina la scelta concreta, e che in ogni caso questa, con cui io attuo il mio esistere, si risolve nella accettazione del mio proprio «destino». La scelta non modifica la «situazione» ma la assume consapevolmente con tutte le sue implicazioni.

Alla «mia» situazione appartiene anche quel tessuto di rapporti che mi legano agli altri uomini. Sono questi che stimolano quella «dialettica del divenire» per la quale io costruisco me stesso, per la quale io trascendo me stesso. E' nel confronto dialettico con gli altri, soprattutto attraverso la «comunicazione», che avviene la «ricerca di sé», il cammino verso la «trascendenza assoluta», verso l'essere onnicomprensivo. Tale confronto assume la forma di un'«amorevole lotta», lotta che per il singolo può sfociare pur sempre nel fallimento, nello scacco, quindi nella chiusura in se stesso, nel «silenzio». In ogni caso, sia la comunicazione che il silenzio, sia l'apertura agli altri che la chiusura in se stesso, sono il segno dell'insufficienza dell'uomo, e aprono l'esserci alla trascendenza. L'essere, ricercato nella comunicazione, svanito nel naufragio, si rivela sempre esser «oltre» le cose e gli esserci.

Per l'esistenza possibile si fa chiaro che il terreno per la mia ricerca dell'essere non è l'esserci, non è il molteplice delle determinazioni degli esseri particolari in quanto conosciuti, non è nel mio isolamento e neppure nella comunicazione. In nessun modo posseggo l'«essere». Ovunque urto contro limiti. Se invece mi pongo innanzi all'essere intendendolo come trascendenza, allora cerco l'estremo fondamento in un modo del tutto particolare. Sembra che mi si apra, ma tosto che pare visibile, dilegua. Se tento afferrarlo resto con nulla.
(Filosofia)

Tale essere, inattingibile, si rivela, nella sua assoluta trascendenza, come realtà divina e, insieme, come fondamento del tutto, compresa la mia stessa esistenza, come la condizione imprescindibile della mia stessa libertà. Ciò diventa evidente specialmente nel naufragio di ogni tentativo di impossessamento dell'essere. Allora infatti l'essere si rivela nei suoi caratteri autentici.

La trascendenza non è esistenza. L'esistenza infatti sussiste solo in quanto c'è comunicazione; la trascendenza invece è se stessa senza bisogno d'altro. Ciò che nell'esserci è male rispetto all'esistenza, e cioè il suo voler essere se stesso nell'isolamento individuale, è invece ciò che si addice ad un essere che sia ciò che è senza riferimento a nulla. Limitatezza e condizionatezza che ineriscono all'esistenza nel suo esserci, non possono esser proprie della trascendenza. L'identificazione di esistenza e trascendenza è impossibile; !'esistenza si afferra come contrapposta al divino e quindi non come identica a lui.
(Filosofia)

All'uomo che ha colto nell'essere divino il suo fondamento, non resta che la fede. L'uomo tenta col trascendimento di attingere l'essere, ma finisce comunque nel naufragio della non-pensabilità; l'esserci non può afferrarlo; è sempre in cammino verso di esso, ma quanto piú lo vede «vicino», tanto piú «si rende chiarissima la sua assoluta lontananza». Non gli resta quindi che coglierlo attraverso la sua «cifra», attraverso i suoi «segni», che, insieme, rivelano e nascondono la sua realtà.

In effetti, nota Jaspers, vi sono molteplici «cifre» dell'assoluto e non tutte allo stesso livello rivelativo. Particolarmente significative sono le «situazioni limite», quelle che, a differenza di tutte le altre, sono «immutabili», «definitive», quasi «un muro contro il quale urtiamo e naufraghiamo», e che «non possiamo far altro che guardare in faccia con coraggiosa chiarezza». Queste situazioni-limite non sono «straordinarie», ma «sussistono con l'esserci stesso», sicché esso non può «evaderne»; di fronte ad esse «non c'è che da arrendersi», perché «non è possibile reagire sensatamente» ad esse e soprattutto perché «sperimentarle ed esistere è la medesima cosa»

Queste situazioni-limite, in quanto «cifre» dell'assoluto; aprono l'esserci alla trascendenza dell'essere. Attraverso esse l'essere si fa linguaggio, la trascendenza si fa, per cosí dire, immanente, si rende presente per mediazione.

Ma se l'essere della trascendenza deve farsi presente in qualche modo all'esistenza e non può farlo in quanto tale - perché non esiste identità alcuna fra esistenza e trascendenza - lo farà in quanto cifra e quindi non mai come oggetto, ma in certo modo trasversalmente ad ogni oggettività. La trascendenza immanente è... trascendenza fattasi linguaggio come cifra.
(Filosofia)

Le situazioni-limite sono quelle che l'esserci percepisce come invalicabili. Quindi, ogni «dato di fatto» ineliminabile ed immodificabile, ogni scacco, ma soprattutto il «naufragio» del pensiero nel tentativo di afferramento dell'essere, e, infine, la morte, sono «cifre» dell'assoluto.

Quanto alla morte, essa «come fatto oggettivo dell'esserci non è ancora una situazione-limite». E non lo è finché essa genera nell'esistente solo «la preoccupazione di evitarla». Lo diventa quando io l'assumo come condizione della mia stessa esistenza, quando pervengo alla convinzione che «se non ci fosse questo dileguare sarei un essere dall'infinita durata e non esisterei» e quindi «afferro questo dileguare in un'intima appropriazione». Ciò non significa però «desiderare la morte», né promuoverne in qualche modo l'avvento.

La morte può aver profondità solo se nessuna fuga ci spinge verso di lei e non può quindi essere voluta nella sua immediatezza ed esteriormente. La profondità significa che il suo carattere di estraneità assoluta è caduto, e che io posso andarle incontro come al mio fondamento, come a ciò in cui troverò compimento se pur di genere incomprensibile. La morte era meno della vita ed esigeva coraggio. Essa è in realtà piú della vita e dona sicurezza e protezione.
(Filosofia)

Solo cosí, dunque, la morte è vissuta come situazione-limite, e diviene per l'esistente «rivelativa» dell'assoluto.

Riguardando l'iter speculativo di Jaspers non si può fare a meno di rilevare distonie nelle sue argomentazioni, e talvolta anche sottili incongruenze; come ad esempio quella che, mentre egli proclama il carattere radicalmente personale del filosofare, non rinuncia a proporre il suo «tipo» di filosofia come l'autentica filosofia, sia sul piano del metodo che del contenuto. A parte questi rilievi, non è da sottacere il fatto che con Jaspers il discorso sull'esistenza umana non si chiude, come per Heidegger, sulla prospettiva della morte; esso è un tentativo di dare uno sbocco «positivo» all'umano esistere, proponendo il messaggio del ritrovamento del suo fondamento in una realtà trascendente. Messaggio religioso, in sostanza, come lo stesso filosofo ha indicato in termini espliciti nello scritto La fede filosofica, in cui si parla della «fede» come la condizione dell'incontro con l'essere-fondamento dell'esistenza.


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