Karl Jaspers (1883-1969), nato a Oldenburg, ha come punto di riferimento il tema, che fu proprio di Kierkegaard, dell'esistenza come apertura alla trascendenza. Medico, ma studioso sempre di filosofia, ottenne l'insegnamento per questa disciplina nel 1921, all'Università di Heidelberg. Durante il regime nazista, mentre Heidegger «si appartava», egli manifestò la sua opposizione, che gli costò la cattedra universitaria.
Dopo alcune pubblicazioni giovanili di psicologia e psicopatologia, nelle quali è già possibile intravedere i motivi principali del suo discorso sull'esistenza, diede alle stampe, nel 1932, la sua opera maggiore, Filosofia, che si articola in tre sezioni: «Orientamento filosofico nel mondo», «Chiarificazione dell'esistenza», e «Metafisica». Ma moltissimi furono gli scritti che pubblicò successivamente, di cui ricorderemo solo: Ragione ed esistenza, Filosofia dell'esistenza, Intorno alla verità, La fede filosofica, Ragione e libertà, La fede filosofica di fronte alla rivelazione.
Anche Jaspers concepisce la filosofia come «ricerca dell'essere»; ricerca che muove dalle domande di sempre:
È inevitabile, nota il filosofo, che ponendosi queste domande l'uomo si ponga in atteggiamento radicalmente problematico di fronte alla realtà, a quella del mondo e a quella di se stesso; realtà che pure, nel vivere quotidiano, egli accetta immediatamente, cosí come si presenta.
Che cos'è l'essere, dunque? Certo, tutto ciò che è «oggetto del mio pensiero». Ossia, «ciò che è empiricamente reale nello spazio e nel tempo», «le cose e le persone»; ma anche «i pensieri stessi intorno al reale», «le costruzioni di oggetti ideali del tipo delle matematiche», «le fantasticherie»; anche queste cose, in quanto contenuti del mio pensiero, «sono», sono «essere». Ma già un concetto di «essere» di tal tipo mostra il suo limite. Anch'io che penso, «sono»; anch'io sono «essere»; ma non lo sono nel senso ora indicato; per quanto mi renda «oggetto» del mio pensiero, «io» sono pur sempre colui che pensa se stesso come oggetto; non posso, dunque, ridurmi totalmente ad «oggetto», perché sono pur sempre un «soggetto» di pensiero.
Allora, bisogna ammettere due modi «radicalmente diversi» di essere: l'essere come «essere oggetto» e l'essere come «essere io».
A cui tuttavia va aggiunto un terzo modo: l'essere come «essere-in-sé».
A questo esame, peraltro già noto nella storia della filosofia, Jaspers fa seguire la considerazione che questi tre «modi» di essere sono «tre poli» inseparabili dell'unico essere; e che è un errore considerare «uno dei tre poli come l'essere vero e proprio».
Pertanto l'essere di cui il filosofo va alla ricerca non si risolve in uno dei tre poli; tuttavia non è la somma degli esseri dei tre diversi tipi; né è la loro «origine»; e neppure è «la specie comune in cui rientrino le tre "maniere" dell'essere». Esso è invece il «tutto onnicomprensivo», che «non può venire incontrato» conoscitivamente, ma che costituisce il fondamento di ogni forma di essere; fondamento che è «al di là» di ogni sua possibile manifestazione e di ogni possibile determinazione di pensiero; è, insomma, inindagabile.
Se all'«essere» in quanto «comprensività infinita» non si approda conoscitivamente, com'è possibile parlarne? In che modo vi si accede? Per quali vie esso si rivela a me che lo cerco? Jaspers risponde: attraverso la «chiarificazione della mia esistenza». Sicché per dare soluzione al quesito: «che cos'è l'essere?», devo partire dalla domanda: «che cosa sono "io" che «esisto?». A questa domanda posso rispondere, a tutta prima, che io sono un «essere empirico», cioè un individuo, per cosí dire, individuato da questo corpo e da questa autocoscienza; un individuo che vive «immediatamente», che si «orienta» nel mondo dando alle cose ed a se stesso un irriflesso significato di «essere». Tuttavia «io» non sono solo questo. Ad un'analisi un po' piú profonda, io appaio a me stesso come «coscienza», anzi come «coscienza in genere» che cerca di «conoscere gli oggetti del mondo nel modo offerto dalle scienze»; mi oriento, cioè, scientificamente nel mondo, determinando concettualmente le cose e assumendo queste determinazioni concettuali come l'«essere» delle cose. Ma ancora io non sono solo questo; peraltro, in quanto «coscienza in genere», il mio «io» è identico a quello degli altri individui, «sostituibile» con quello degli altri. C'è bisogno dunque di andare oltre nell'esame chiarificatore ma non può essere piú di aiuto l'intelletto, che ormai ha detto tutto sull'«io» reso «oggetto» della sua attenzione.
La chiarificazione della mia esistenza deve dunque progredire nel segno di un «salto» al di là della mia razionalità, oltrepassando le aspirazioni «conoscitive» e i contenuti «oggettivi» di conoscenza. E se la suddetta chiarificazione è filosofia, perché tesa alla «ricerca dell'essere», allora la stessa filosofia deve fondarsi non piú sulla ragione, ma sulla riflessione interiore, sull'esperienza del mio proprio, concreto, «esistere». A questo livello io mi colgo come soggettività totalmente individuale, irriproducibile, il cui «esistere».consiste nella continua «possibilità» di essere. Io non sono già qualcosa, non possiedo un'«essenza» prefissata, ma sono «esistenza possibile»; io «attuo» continuamente me stesso con la mia libera scelta e con la mia incondizionata decisione; io «sono» ciò che via via «mi costruisco» anzi «sono» un continuo oltrepassamento, un perenne trascendimento verso sempre ulteriori possibilità di essere, una permanente «ricerca» del mio «essere», che sta sempre «al di là», di me stesso. Ecco dunque: quando mi colgo come «possibile esistenza», mi si fa chiaro che l'essere, il mio e quello delle cose, è assolutamente trascendente, è inattingibile nella sua assolutezza, è inafferrabile in quanto totalità; ed ho la prova che solo nell'«esistere» esso mi si annuncia, non nel «conoscere», che mi può dare solo accesso agli «enti», alle «manifestazioni» oggettive dell'essere, alle sue determinazioni particolari.
Le scienze, allora, mi permettono di orientarmi conoscitivamente nel mondo; ma solo «esistendo» in modo autentico conseguo l'orientamento filosofico; il che significa che le scienze - prodotti della «coscienza in genere» - non sono in alcun modo ed in alcun senso filosofia; e non sono neppure «filosofiche» perché «in se stesse non costituiscono per nulla una ricerca dell'essere», possono però diventarlo «solo se sono poste al servizio della ricerca dell'essere»; ricerca che però, conviene ricordarlo, ha luogo solo attraverso la chiarificazione personale, privata, della propria esistenza da parte del pensatore.
Le scienze non sono «filosofiche» perché afferrano solo gli enti-oggetto senza cogliere la «comprensività infinita», in cui essi sussistono; esse pertanto non possono offrire alcun contributo diretto alla chiarificazione dell'esistenza, perché per esse l'esistente non può sussistere se non come un ente, un oggetto. La filosofia invece rifiuta l'oggettivazione dell'esistente, come quella di ogni altro ente, radicandosi dunque non nelle possibilità della conoscenza intellettuale, ma nell'esistere stesso dell'individuo; e in quanto riflessione sull'esperienza del mio proprio esistere essa mi svela l'essere al di là degli enti e mi svela la «comprensività infinita» come mio fine assoluto e mio radicale fondamento, come ciò ch'è sempre al di là, oltre la singola scelta, ma verso cui la scelta dirige la mia esistenza individuale.
La filosofia, intesa nel senso jaspersiano, «dà possibili chiarificazioni in luogo di riflessioni generali». Non ha né il metodo né il linguaggio delle scienze; non si articola, infatti, per ragionamenti dimostrativi, ma per riflessioni interiori; non «universalizza» le sue affermazioni, perché sorte dal seno dell'esistenza propria del pensatore; essa «comunica», sí, ma «soltanto ambiguamente ed equivocamente» perché, per la sua natura di esperienza «privata», «in essa non si riconoscono tutti, ma ogni singolo piú o meno». Ma soprattutto non può avere la forma di «sistema»; infatti, essendo una continua «ricerca» dell'essere, non può assumere i caratteri dell'universalità, della necessità, dell'oggettività propria dell'ordinamento sistematico delle scienze; e, in particolare, come «chiarificazione dell'esistenza», il suo «argomento», l'«io esistente» non le si pone dinanzi mai come un «oggetto» fisso, immutabile, sempre identico a sé. Anzi:
Di piú: essa
Il «sapere intellettivo e oggettivo», dunque, resta solo alle soglie dell'esistenza; le sue dimostrazioni non introducono all'essere dell'esistente. Bisogna «saltare fuori» (ex-sistere) dalla sfera della ragione, attuare l'«oltrepassamento dei confini dello scibile oggettivo», nel che consiste, insieme, il vero «esistere» ed il vero «filosofare». Infatti il filosofare «incomincia e si conclude allo stesso punto», cioè nell'esistenza; l'esistenza infatti è, da una parte, l'origine (il salto originario) del filosofare, e dall'altra il punto di approdo, il punto in cui essa viene in possesso di sé, in cui l'esistente «ritorna a se stesso dopo il naufragio del sapere oggettivo». E, d'altra parte, il filosofare è l'atto proprio dell'autentico esistere, è esistenza; ed è insieme svelamento dell'essere dell'esistente; svelamento dell'«essere come libertà».
Insomma: esistere in modo autentico significa «trascendere verso l'essere come libertà»; ma questo trascendimento è possibile solo «se ritorno filosofando a me stesso».