L'uomo «disperso», privo d'identità, impersonale, vive il rapporto con gli enti e con gli altri Esserci nella condizione o della paura o dell'angoscia. La prima caratterizza tipicamente l'Esserci inautentico, la seconda, invece, il passaggio all'esistenza autentica.
Si ha paura per qualcosa di determinato che «ci viene incontro» minaccioso e al cui cospetto ci accorgiamo di «essere assaliti» o di «rischiare».
Quando poi l'uomo acquista consapevolezza di sé, sottraendosi al dominio del Si, allora diviene libero dalla paura, ma si apre inevitabilmente all'esperienza dell'angoscia, perché ora è lo stesso «ignoto» che gli si prospetta.
Dunque, l'angoscia sorge davanti al mondo come tale, al mondo che ha perso ogni senso di utilizzabilità, che anzi è divenuto completamente insignificante. Esso appare all'Esserci come il Nulla: esiste, certo, ma non esercita alcun influsso sull'Esserci.
Ma con l'angoscia l'Esserci, pur cogliendosi come «isolato», si singolarizza, si personalizza; si pone apertamente e senza filtri davanti al proprio essere, libero ormai dalla dittatura del Si e dal fascino dell'utilizzabile. Ha insomma conquistato se stesso.
Certo, «conquistare se stesso» è un eufemismo. L'uomo, isolato, angosciato, infatti, acquista solo consapevolezza del fatto che egli non è una realtà fissa, ma soltanto una «possibilità d'essere»; e che - per essere - deve continuamente «scegliere» se stesso; e che la scelta, per essere autentica, deve essere effettuata nell'ambito della certezza della finitezza dell'esistenza: finitezza che significa che la vita avrà una fine inevitabile, si concluderà con la morte.
Della morte i viventi niente sanno e niente possono sapere. Neppure possono trarre notizia dalla morte degli altri. Il morire è esperienza totalmente propria di chi muore, e non può mai essere, in alcun modo, esperienza del vivente.
«Noi - dice Heidegger - non sperimentiamo mai genuinamente il morire degli altri» Quand'anche, infatti, abbiamo esperienza della morte altrui, essa è pur sempre esperienza da «spettatori» dell'evento; infatti «nessuno può assumere il morire di un altro»; la perdita della vita dell'altro è - per l'altro - ben altra cosa che per noi.
Della nostra morte, tuttavia, noi - viventi - parliamo. Essa rappresenta, per noi, comunque la «fine» della nostra vita. Ma bisogna intendere bene sul piano filosofico il senso in cui è legittimo dire che «la vita finisce, cessa». Non bisogna infatti assumere tale affermazione semplicemente, come quando diciamo che «la pioggia è cessata», cioè «non c'è piú», o come quando affermiamo che «la strada è finita», cioè che la sua fine coincide col suo compimento.
Se l'Esserci, infatti, fosse semplice «presenza», o fosse un utilizzabile, esso sarebbe caratterizzato da una sua «essenza» definita e prefissata. L'Esserci invece è sempre «ciò che non è ancora». Il suo essere consiste nell'«esser possibilità». In ogni momento dell'esistenza il singolo è definito non da ciò ch'esso ha compiuto e non da ciò ch'esso è divenuto, ma dal fatto che è ancora e pur sempre «possibilità» di essere qualcosa d'altro. Sicché «i possibili» orientano gli atti e le scelte esistenziali; essi sono gli obiettivi in base a cui progettiamo la nostra vita.
Orbene, l'Esserci, da quando inizia ad essere, comincia a morire. In tal senso la vita non «finisce» con la morte, perché essa stessa è un continuo «finire». È pur vero però che, finché vive, l'Esserci «non è ancora morto»; dunque la morte rappresenta il suo «non ancora» per tutto l'arco e per ogni momento della sua esistenza, un «non ancora» radicale.
Pertanto, la vita come «morire» è un fatto proprio del singolo, a cui egli non può in alcun modo sottrarsi; e la «morte», come epilogo, rappresenta la sua possibilità veramente propria; essa è ciò che assolutamente appartiene al singolo Esserci come sua fondamentale, esclusivamente privata, possibilità esistenziale.
Bisogna dunque che il singolo Esserci non sfugga di fronte a questa «possibilità», ma la assuma totalmente, la costituisca come l'orizzonte entro cui iscrivere le scelte e gli atti esistenziali, entro cui formulare ed eseguire i suoi progetti. In tal caso la morte diventerà a livello consapevole ciò che essa è a quello inconsapevole: «ciò per cui l'uomo esiste».
Appropriarsi della certezza che l'esistenza è «essere per la morte», fame un criterio di scelta delle varie possibilità particolari, e degli atti correlativi, significa allora uscir fuori totalmente dall'esistenza banale e disporsi sul piano dell'esistenza autentica.
E poiché la morte rappresenta ciò che è radicalmente ignoto, vivere con la consapevolezza di esser per la morte significa vivere nell'angoscia. L'angoscia, pertanto, diviene una manifestazione di coraggio, che si contrappone a quella di viltà con cui colui che vive un'esistenza banale riduce la morte a semplice oggetto di paura.
Nella vita autentica l'esser-per-la-morte non significa mettere in atto il suicidio. Esso è un modo di vivere, non un annullamento della vita. È comprensione autentica della propria esistenza, non autosottrazione all'esistenza. È vivere «anticipando la morte» in ogni progetto e in ogni atto, laddove questo anticipare dà senso ad ogni momento esistenziale. È vivere con la consapevolezza che l'esistenza è «finita», è rischio, bisogno, instabilità, problematicità di fronte al «futuro». La dimensione del futuro è dunque connessa all'esistere, anzi è il carattere proprio dell'esistere. Ma proiettarsi nel futuro è riprendere se stessi, cioè ciò che io «sono stato» e ciò che io «sono»; è riproporre se stessi davanti a sé; dunque allora la «temporalità» è l'elemento caratterizzante l'Esserci, il quale, nel presente, attua l'unità estatica di passato e futuro. L'Esserci, cioè, si temporalizza; nel presente si «ex-tende» dal passato al futuro; e ciò è, in senso proprio, «ex-sistere», esistenza. Esso si proietta nel futuro assumendo il proprio «destino».
Detto in altro modo: nel momento in cui l'Esserci si riconosce esser-per-la-morte, prende coscienza della sua finitudine- con ciò esclude, come non valide, le possibilità che la vita offre «immediatamente», perché ha riconosciuto come sua unica vera possibilità la morte. Esso è divenuto «libero», ma libero-per-la-morte; la sua libertà sta nello scegliere il suo destino, quel destino che tuttavia egli ha ereditato, e che si concreta nella perenne ripetizione di se stesso, nella riprogettazione di sé nell'orizzonte mentale della morte. Con ciò l'Esserci si è storicizzato completamente, e, insieme, ha acquistato consapevolezza della sua storicità.
L'analitica esistenziale di Heidegger doveva essere, nei progetti del filosofo, l'introduzione a una ricerca piú generale sull'essere al fine di scoprirne il senso, di capire che cosa significa che un ente «è». Egli ha infatti limitato l'indagine all'analisi di quel determinato ente che è l'Esserci, l'uomo singolo, perché, come si ricorda, tra i vari enti esso è il solo che può dire che cosa è il suo essere. Dell'Esserci Heidegger ha indicato il senso nel suo fondamento, nella temporalità. Rimaneva da completare il disegno filosofico rispondendo, a partire dai risultati della ricerca sull'esistenza dell'uomo, alle domande sul senso dell'Essere in generale. A queste domande Heidegger non ha risposto. Egli ha detto semplicemente che:
Espressioni che restano sibilline, cioè senza una chiarificazione; chiarificazione che doveva aver luogo nel seguito della I parte di Essere e tempo, l'unica che ha visto la luce. Ma a questa chiarificazione dovrà rinunciarsi per sempre, perché lo stesso Heidegger ha dichiarato che la sua opera sarebbe rimasta incompiuta. Egli tuttavia ha dedicato alcuni scritti alla teoria generale dell'essere, ma non come continuazione del discorso iniziato con l'analitica esistenziale. Che significa allora questo fatto? Forse significa che, in generale, ogni discorso ad impostazione esistenzialistica non potrà mai pervenire ad un discorso sull'«essere in quanto tale»?