Martin Heidegger (1889-1976) nacque a Messkirch. Nel 1927 (dopo aver dato alle stampe già tre studi di una certa rilevanza) pubblicò la sua opera maggiore Essere e tempo, che dedicò significativamente ad E. Husserl. L'opera, in verità, nel disegno filosofico heideggeriano, avrebbe dovuto avere un completamento con l'aggiunta della sezione dedicata al tempo, «Tempo ed essere», e di una parte storica. In realtà il disegno rimase incompiuto, anche se certe integrazioni furono pubblicate a parte, con gli scritti Kant e il problema della metafisica, L'essenza del fondamento, e Che cos'è la metafisica, tutti del 1929.
La sua produzione, fino al 1930, segue la linea dell'«analisi esistenziale» ai fini dello «svelamento» del «senso dell'essere» in generale.
Dopo il 1930, Heidegger inverte la rotta, cambiando prospettiva e svolgendo il tema dell'iniziativa dell'essere nello svelamento di sé all'esistente. Questo tema circola per le molteplici opere pubblicate fino al 1962, di cui ricordiamo solo Hölderlin e l'essenza della poesia, La dottrina platonica della verità, L'essenza della verità, Lettera sull'umanesimo, Holzwege, Introduzione alla metafisica, Che cosa significa pensare, Sulla questione dell'essere, Identità e differenza, Il principio del fondamento.
Heidegger dichiara di voler ricondurre la filosofia alla sua natura originaria, cioè a quella di ricerca sull'essere. La filosofia è per lui, dunque, metafisica, o meglio ontologia.
Ma che cosa deve intendersi quando si parla di «essere»? Heidegger dà la piú ampia definizione possibile, che poi risponde a quella implicita nel pensiero dell'uomo comune.
La ricerca filosofica consisterà dunque nello svelamento del «senso» dell'essere dei vari enti. Se l'essere è «l'oggetto dell'interrogazione filosofica», lo scoprimento del senso dell'essere è «ciò a cui mira» quell'interrogazione. Ma, riconosciuto il «cercato» e lo «scopo» della ricerca, bisogna individuare un «interrogato», cioè ciò che può dare una risposta adeguata alla domanda dell'«interrogante», cioè dell'uomo che filosofa.
Chi o che cosa potrà mai essere l'interrogato? Certamente un «ente», solo un ente può svelare il senso del suo essere.
Si delinea pertanto una prima specificità della ricerca metafisica: il «cercato», cioè l'essere, si identifica con l'«interrogato».
Tuttavia:
Cioè: c'è e qual è l'«ente esemplare» che può costituirsi, oltre che come oggetto di ricerca, anche come l'interlocutore adatto a rispondere, cioè ciò che può svelare il suo segreto?
Tra i vari enti, nota Heidegger, ce n'è uno che vanta il primato su tutti gli altri, cioè l'uomo; l'uomo è infatti un «essere», e, per di piú, può dire in che cosa consista il suo essere.
Ma poiché l'uomo è anche l'interrogante, cioè colui che si pone la domanda sull'essere, ecco allora una seconda caratteristica delle ricerca metafisica: interrogante, interrogato e oggetto dell'interrogazione sono una stessa unica cosa.
Il primato dell'ente-uomo sta nel fatto a) che esso è un «essere» che «esiste» «qui ed ora», cioè - secondo la terminologia heideggeriana - è un «esserci», b) che ha la possibilità di interrogare se stesso e di scoprire da sé e in sé il senso del proprio «esserci», della propria esistenza, c) che scoprendo il senso del proprio essere, apre la porta alla scoperta del senso dell'essere in generale, d) e che nell'interrogarsi, nello sforzo di penetrazione dell'essere, di comprensione e di concettualizzazione del suo senso, realizza i modi piú qualificanti del suo stesso esistere, del suo «esserci».
Dunque il chiarimento del problema dell'essere passa per l'autochiarimento dell'uomo in merito al suo esistere.
Date queste premesse la filosofia, che abbiamo visto risolversi in metafisica, coincide con l'«analisi dell'Esserci», o pure, come Heidegger dice, con l'«analitica esistenziale», cioè con l'esame dei modi di esistenza dell'uomo.
Con quale metodo dovrà esser condotto questo esame? Heidegger, discepolo di Husserl, sostiene: col metodo fenomenologico. Questo, che si può compendiare nel principio «la parola ai fatti», coglierà l'esistenza umana cosí com'essa si manifesta.
L'esame fenomenologico dell'Esserci deve partire da un dato: l'uomo è un «essere nel mondo»; esso pertanto non può essere studiato come «separato» dal mondo. Ma il suo «essere nel mondo» non è da considerarsi come, ad esempio, quello di una pietra, ossia come semplice «presenza»; l'uomo infatti «è nel mondo» nel senso che «si relaziona ad esso», come ha indicato Husserl. Dunque, poiché il mondo è anch'esso «essere», allora l'«analitica dell'Esserci», ossia l'esame fenomenologico dell'esistenza umana, si costituisce come lo studio analitico dei modi con cui l'Esserci - cioè l'uomo - si relaziona all'Essere, cioè a se stesso e al mondo.
Poiché il relazionarsi al mondo caratterizza e specifica l'esistenza umana, allora lo studio dei vari modi con cui l'uomo si relaziona al mondo indica pure i modi con cui esso si relaziona con se stesso; e viceversa, proprio nel rapportarsi a se stesso nei vari modi possibili, proprio nel relazionarsi al proprio essere, l'uomo produce in se stesso lo «scoprimento del mondo» e degli enti che lo costituiscono.
Detto in altro modo: l'autocomprensione dell'Esserci è comprensione dei rapporti che l'uomo ha con gli enti e col mondo, che pertanto si rivelano dotati di un senso che l'uomo stesso gli attribuisce; anzi dotati di sensi diversi in relazione ai diversi modi di rapportarsi dell'uomo ad essi. E, reciprocamente, con la comprensione dell'essere del mondo ha luogo, insieme all'autodeterminazione dell'Esserci, anche la sua autocomprensione.
L'essere, quello del mondo e quello dell'uomo stesso, non è dunque definito nel suo senso una volta per tutte. Ogni senso è un'attribuzione ad opera dell'uomo esistente; esso dipende dal modo dell'uomo di porsi in relazione rispetto a sé e rispetto al mondo, dipende cioè dal modo di «aprirsi all'essere» da parte dell'Esserci. L'Esserci allora «esiste» nel senso che «ex-siste», cioè «esce fuori di sé» per «aprirsi» all'essere, per conferire all'essere, a quello degli enti come al suo proprio, un senso in relazione al suo modo di rapportarsi. L'uomo dunque non ha una propria «essenza» per natura; esso è «possibilità», e anzitutto «possibilità di essere o non se stesso». La sua «essenza» dipende dalla sua «scelta», dalla sua «decisione», dal suo tipo di «impegno», dal suo modo di «essere nel mondo».
Quando si dice «essere nel mondo», avverte Heidegger, bisogna tener chiaro che «mondo» non significa né l'insieme degli enti, né l'ordine con cui questi sono sistemati. Infatti, come l'Esserci non ha un'essenza, cosí non la ha il mondo. Come l'uomo, cosí anche il mondo acquista un'«essenza» in virtù della scelta da parte dell'Esserci. Il mondo dunque è il campo, l'orizzonte in cui si attua il «progetto» dell'uomo concretamente esistente; esso avrà un senso che sarà quello che l'uomo esistente gli avrà conferito col suo modo di relazionarsi ad esso.
Dunque, per comprendere il senso dell'essere dell'uomo e del mondo, bisogna analizzare i modi con cui l'uomo esiste, i modi con cui esso si relaziona alle cose; o, come dice Heidegger, bisogna analizzare l'«in-essere» dell'Esserci nel mondo. I vari modi di «in-essere» si riducono poi sostanzialmente a due. Il primo, che è il modo «inautentico», consiste nel «prendersi cura» degli oggetti e delle persone, nel «sentir bisogno di essi», nel dipendere da essi, nella prospettiva di una loro «utilizzazione», sia questa pratica o anche, ad esempio, estetica. In tal caso l'Esserci si manifesta come «insufficiente», come «bisognoso», come «gettato nel mondo»; e il mondo si manifesta a lui come l'insieme degli enti «utilizzabili». L'Esserci vive come «caduto» tra gli enti, preoccupato per essi in vista del proprio bisogno, stordito dai loro richiami; e valuta se stesso sul metro del possesso degli enti del mondo.
Il secondo modo di «in-essere» è, invece, quello «autentico»; ed ha caratteri, come vedremo meglio, opposti a quelli or ora delineati.
Heidegger si sofferma molto nel descrivere le specifiche particolarità del «modo inautentico» di esistenza. Seguiamone il discorso attraverso le sue stesse parole.
Il «prendersi cura» però, come s'è detto, non si esaurisce nel rapporto con gli enti. Esso caratterizza anche il rapporto dell'Esserci con gli altri Esserci. Questo «prendersi cura» allora fa sí che l'Esserci è sempre un «con-Esserci», un esistere con gli altri. E lo è diremmo, per natura. Pertanto «il mondo è già sempre quello che io con-divido con gli altri», cioè è un «con-mondo».
L'Esserci che «con-è» con gli altri, vive quotidianamente in modo banale, anonimo. Egli adegua la sua vita al modello «astratto» del vivere comune. Dice quel che «si dice», è quel che «si è», fa quel che «si fa». Vive, insomma, nella dimensione del «Si» impersonale.
Il Si non è contrapposto al me, perché nella dimensione banale, quotidiana, io sono dissolto nel Si, anzi sono il Si.
La caratteristica dell'esistenza banale, inautentica, dell'uomo, è quindi la sua mancanza di identità personale.