Un famoso storico della filosofia, fortemente influenzato dall'esistenzialismo nella formazione del suo impianto teoretico, N. Abbagnano, ricorda: «L'esistenzialismo è la sola, tra le correnti filosofiche contemporanee, che si presenti come espressione di un clima culturale o abbia contribuito a formarlo: clima che può essere negativamente descritto come la crisi dell'ottimismo romantico. Questo ottimismo era fondato sul riconoscimento di un principio infinito (Ragione, Assoluto, Spirito, Idea, Umanità, ecc.) che costituisce la sostanza del mondo e perciò lo regge e lo domina come regge e domina l'uomo, garantendogli i suoi valori fondamentali e determinandone il progresso infallibile. L'esistenzialismo è portato a considerare l'uomo come un ente finito, cioè limitato nelle sue capacità e nei suoi poteri, «gettato nel mondo», cioè abbandonato al determinismo di esso che può rendere nulle le sue possibilità, e in una lotta incessante con situazioni che possono condurlo allo scacco».
Ed uno dei maggiori studiosi dei «filosofi dell'esistenza», P. Chiodi, cosí riassume gli «elementi comuni» degli esistenzialisti:
«1) Rifiuto della identificazione della realtà con un principio unico; 2) Rifiuto della identificazione di realtà e razionalità- 3) La centralità dell'esistenza come modo di essere di quell'essere finito che è l'uomo; 4) La trascendenza dell'essere a cui l'esistenza si rapporta; 5) La categoria del possibile come modo di essere ed orizzonte di intelligibilità dell'esistenza umana in quanto finita».
Come si vede, sono temi ripresi dalla filosofia di Kierkegaard anche se rielaborati autonomamente, ed anche se gli esistenzialisti contemporanei, fatta eccezione per Marcel, respingono la «soluzione religiosa» al problema dell'esistenza nei termini proposti dal filosofo danese.
Infatti, il movimento esistenzialista, che si estende temporalmente dalla fine della Prima Guerra Mondiale alla fine della Seconda, o, se si vuole, anche fino ad oggi, visto che ci sono ancora eredi dell'esistenzialismo ormai «classico», si configurò, specie inizialmente, come Kierkegaard-Renaissance. Ma la radice kierkegaardiana è solo un punto di riferimento, perché si deve affiancare ad essa almeno quella fenomenologica husserliana, che ispirò, sul plano del metodo, i maggiori filosofi del movimento, e perché gli esiti della riflessione sull'esistenza umana non furono omogenei nei vari pensatori.
Iniziatore della «rinascita kierkegaardiana» fu Karl Barth (1886-1968). E fin dal 1919.
Teologo protestante, si riporta in termini espliciti alla filosofia kierkegaardiana. Nel suo Commentario alla Epistola ai Romani afferma:
Egli fa oggetto della sua riflessione la nozione di esistenza umana, nelle implicanze connesse alla sua contrapposizione a Dio C'è un confine insuperabile, anche dalla stessa religione, tra l'uomo e Dio, per cui all'uomo non resta che riconoscere che l'esistenza Individuale è «nulla» di fronte al tutto. Né valgono i tentativi della ragione, sia quella filosofica che quella teologica, di stabilire un nesso di continuità tra realtà divina ed esistenza umana: l'esistenza si qualifica per la sua condizione permanente di «crisi» rispetto a Dio, perché il rapporto con Lui è impossibile. Dio è sempre al di là, sempre «trascendente», e l'esistenza umana è inevitabilmente segnata, per il suo vincolo ineliminabile alla «carne», dal peccato, dalla colpa. La religione e la filosofia devono quindi condurre l'uomo a questa consapevolezza di sé, alla consapevolezza della sua strutturale nullità, della sostanziale vacuità delle sue possibilità, della sua condizione di solitudine. Solo cosí egli potrà aprirsi all'intervento della Grazia, con cui l'eterno s'innesta nel tempo senza intervento attivo e positivo dell'uomo; al quale, invece, nella dimensione temporale non resta altro che operare un «salto» nell'oscuro, nell'incerto, nel vuoto.
Questi temi di filosofia religiosa esprimono, in qualche modo, ma in forma piú sistematica, motivi circolanti, sia pure sotterraneamente (per esempio anche nelle produzioni letterarie) nell'Europa a cavallo tra Ottocento e Novecento, e specialmente nell'Europa Orientale.
Senza fare riferimento dettagliato alle manifestazioni non esplicitamente filosofiche, ricorderemo qui che in Russia Nicolaj Berdjaev (1874-1948) si dispose alla riflessione sull'esistenza nella prospettiva religiosa, riprendendo spunti di V. Soloviev (1853-1900), che accusava il razionalismo di avere dissolto la fede nell'uomo occidentale, e di L. Chestov (1866-1938), che svolse una critica alla «filosofia speculativa», che oscurava la meditazione filosofica sull'esistenza.
In ogni caso il discorso di Barth rappresenta solo il primo passo verso la vera e propria «filosofia esistenzialista», che ha le sue piú significative espressioni nelle elaborazioni di Heidegger, Jaspers, Sartre.