CAPITOLO UNDICESIMO
FENOMENOLOGIA ED ESISTENZIALISMO
14. L'esistenzialismo «positivo» e
«relazionistico» in Italia
L'esistenzialismo esercito il suo fascino anche sugli intellettuali italiani, e
non certo in epoca tarda. Esso trovo facile terreno nell'opposizione,
già largamente serpeggiante, all'idealismo, specie nella forma
«assoluta» dell'hegelismo, riportato in auge da Croce e Gentile,
sia pure «riformato». Ma non assunse nessuna forma nichilistica,
alla Heidegger, e nessun tono cripto-metafisico o «intimistico».
Anzi, si apri anche alle molteplici istanze delle nuove filosofie del
Novecento, e ai contributi che le scienze offrivano per una comprensione
piú piena dell'esistenza umana. Lo si definisce pertanto
«esistenzialismo positivo», e gli elementi caratterizzanti sono
stati enunciati proprio da un filosofo - N. Abbagnano - che fu uno dei
protagonisti di quel fenomeno: «Dalla mia Struttura dell'esistenza
(1939) e dai primi, quasi contemporanei scritti di E. Paci, sino ad oggi,
le caratteristiche dell'esistenzialismo italiano sono rimaste le seguenti: 1)
il chiarimento dell'orizzonte logico della filosofia esistenziale, riconosciuto
nella categoria del possibile; 2) il riconoscimento della validità delle
scienze, negli stessi limiti che esse prescrivono a se stesse, e il
riconoscimento della vanità del tentativo di sottrarsi alla "alienazione
tecnologica" mediante una fuga di fronte alla tecnica; 3) l'accentuazione
naturalistica dell'analisi esistenziale e il rifiuto di rifugiarsi
nell'"interiorità spirituale" e di presupporre come valida l'antitesi
spirito-corpo».
Autore di Struttura dell'esistenza (1939), Introduzione
all'esistenzialismo (1942), Filosofia, religione, scienza
(1947), Esistenzialismo positivo (1948), Possibilità e
libertà (1950), e di una notevole Storia della Filosofa
(1949-50), Nicola Abbagnano (1901), muove dalla premessa, comune a
tutti gli esistenzialisti, che l'esistenza è rapporto con l'essere. Di
qui però la sua convinzione che una filosofia esistenziale deve mostrare
la possibilità di questo rapporto. Non basta che mostri
«l'impossibilità che essa non sia il nulla» (Heidegger),
né che è «impossibile che essa sia l'essere»
(Jaspers). In entrambi i casi si prescinde proprio dal fatto che l'esistenza
è «rapporto». Ma se «si considera come tratto
saliente dell'esistenza lo stesso rapporto con l'essere in cui essa
consiste», allora «è definita dalla possibilità che
essa sia il rapporto con l'essere».
La superiorità dell'impostazione che io presento consiste nel fatto che
solo in essa il problema dell'essere trova il suo fondamento come problema.
Nelle altre due posizioni del problema è l'annullamento del problema.
L'esistenza si costituirebbe come rapporto con l'essere solo per realizzare
l'impossibilità del rapporto. Di fatti nel primo caso, essa metterebbe
capo all'impossibilità di distaccarsi dal nulla, nel secondo caso
metterebbe capo all'impossibilità di riattaccarsi all'essere. in
entrambi i casi si realizzerebbe con la distruzione di se medesima. Ricollocata
nella sua vera base di possibilità del rapporto con l'essere,
l'esistenza trova in se stessa il suo significato positivo ed autosufficiente.
Essa non si nega realizzandosi ma si afferma proprio in quello che è,
cioè nella sua essenza o natura di rapporto.
(Introduzione all'esistenzialismo)
Né costituisce soluzione valida l'esistenzialismo teologico; esso mostra
l'esistenza come un rapporto con Dio, un rapporto che sussiste in ogni caso, e
quindi come «possibilità di portare a compimento tutte le
possibilità umane piú alte». Ma in tal caso
le possibilità umane sono già, da questo punto di vista,
possibilità realizzate in quanto date o concesse all'uomo dall'essere
stesso che tutte le contiene nella loro compiuta realizzazione. Il tempo allora
cessa di essere una minaccia di distruzione per diventare una condizione di
realizzazione. La riuscita delle intraprese umane è garantita in
partenza... Se esso punto di vista significa che tutte le
possibilità umane, indistintamente, sono destinate a realizzarsi, oltre
che urtare contro l'esperienza dolorosa dell'insuccesso, dello scacco,
dell'infelicità, del dolore, della morte ecc., non offre alcun criterio
all'uomo per distinguere possibilità da possibilità,
giacché tutte, in questo caso, sarebbero ugualmente solide, buone,
felici. Ma se esso significa che solo alcune delle possibilità umane
sono garantite in quanto fondate sull'essere e sul valore, esso urta daccapo e
piú rudemente contro l'esigenza di un criterio di scelta..., come
riconoscere, nei casi particolari, quella che è fondata sull'essere e
sul valore e che perciò «è destinata a realizzarsi»
e quella che non lo è?
(Possibilità e libertà)
Allora bisogna ammettere che «solo il possibile può
realizzarsi»; e può realizzarsi solo come possibile.
Qualche esempio renderà piú chiaro questo punto d'importanza
decisiva. Se un'ipotesi scientifica prospetta un'osservazione x da cui
l'ipotesi stessa risulterebbe verificata, tutto ciò che essa prospetta
è un complesso di accertamenti, di controlli, di misure, che nel loro
insieme costituiscono l'osservazione x. Se l'ipotesi si verifica, tutto
ciò che accade è che quelle possibilità di misura, di
controllo, di accertamento, costitutive del fenomeno x, si rivelano come
autentiche possibilità, che si riprospetteranno in futuro nelle stesse
circostanze. Il realizzarsi della possibilità prospettata non è
qui che il consolidarsi ed il manifestarsi autentico della possibilità
stessa e il suo ripresentarsi come possibilità.
(Possibilità e libertà)
Pertanto
l'esistenza, caratterizzata essenzialmente da un sapere problematico, è
essa stessa una condizione o un modo d'essere problematico. L'uomo non ha una
natura determinata e determinante: è il problema stesso della sua
natura. Non è ragione né istinto... Può essere
l'una o l'altra delle determinazioni che gli si presentano come
possibilità inerenti alla sua condizione problematica, e gli si offrono
quindi nella forma dell'alternativa e della scelta.
(Filosofia, religione, scienza)
E cosí l'esistenza è sempre «movimento». In questo
movimento l'uomo «può» costituirsi come
«io».
L'io si realizza nell'atto di riconoscere la problematica originaria della sua
natura e in quest'atto stesso si erige a ragione giudicante di se stesso e del
mondo.
(Introduzione all'esistenzialismo)
Ma la ragione giudicante non possiede né domina l'essere, e non realizza
in sé l'essere dell'uomo. Il quale, per natura, non
«è», non possiede l'essere, non è lui l'essere,
perciò lo cerca e cerca anzitutto il suo essere.
E quando assume consapevolezza di ciò, la sua vita si configura come un
«impegno»; «impegno» che non è se non di
ricerca dell'essere, che deve esprimersi sempre nella molteplicità dei
suoi «progetti».
Enzo Paci (1911-1976) definisce cosi la sua posizione:
Per cominciare potrei dire che la mia prospettiva filosofica può, entro
certi limiti, dirsi esistenzialistica. L'esistenzialismo al quale mi riferisco
è però molto diverso da quello che di solito passa sotto questo
nome. Esso si incontra in me con suggestioni derivate da Dewey e Whitehead,
nonché con quelle implicite nelle mie riflessioni sul pensiero
scientifico e sulla metodologia del linguaggio. Oggi come ieri penso sempre che
l'esistenza sia finita, delimitata dalla nascita e dalla morte, e penso
soprattutto che sia un momento della temporalità, non solo
inarrestabile, ma anche irreversibile. L'esistenza si presenta in tal modo come
un momento del tempo, una «occasione attuale», per dirla con
Whitehead, una «goccia di esperienza", in una parola un
«evento». Credo che si possa comprendere la natura
esistenziale dell'evento se si nota che l'evento non ha nulla di sostanziale.
La sostanza è «quod in se est et per se concipitur et nihil aliud
indiget ad existendum». L'evento, invece, in tanto avviene come
attualità di un processo in quanto è sempre in comunicazione, o
meglio «in relazione», con gli altri eventi, e solo può
avvenire in questa relazione. Nessun evento è autosufficiente, nessun
evento è sostanzializzabile. La non sostanzialità dell'evento
implica quindi un principio di relazione tra gli eventi, il principio
cioè, dell'interrelazione universale.
(La mia prospettiva estetica)
Il passo fa capire perché quello di Paci è definito
«esistenzialismo relazionistico». L'esistenza è dunque
«evento», non è «sostanza»; e se non
è sostanza è «nulla» d'essere; il che spiega il
trascendimento dell'uomo verso qualcuno e qualcosa, un trascendimento come
«possibilità di essere».
Inoltre, nulla nell'universo è «essere»; pertanto la
domanda «filosofica» sull'essere non può avere come
risposta se non il silenzio, perché non esiste realtà
«assoluta». Ogni essere è costituito dalle relazioni
reciproche con gli altri esseri; tali relazioni formano il tessuto della
realtà, e quello del mondo umano. E poiché questo tessuto
è dinamico, la caratteristica del reale è la temporalità.
La categoria della relazione è strettamente connessa alla concezione
dell'esperienza come temporalità e storia e quindi alla categoria della
possibilità. Là dove ci sono soltanto sostanze non c'è
esperienza storica, proprio perché non c'è che l'isolamento,
l'identità della sostanza con se stessa. Nella sua forma piú
semplice la relazione afferma che non c'è esperienza là dove
c'è identità e dove non ci sono diverse situazioni
spazio-temporali, distinte proprio dalla forma dinamica della loro posizione
relazionale nello spazio e nel tempo. Le relazioni non sono informi
perché sono irreversibili e temporali: le cose si risolvono dunque in
situazioni del processo, condizionate dal processo passato di cui permangono
gli effetti e dalle possibilità di sviluppo aperte dall'emergenza del
loro campo. La risoluzione delle cose in centri di relazionalità
dà luogo alle forme, e si tenga presente che se le forme sono
determinate dal processo che le ha costituite esse sono tuttavia aperte e
cioè sempre in formazione. In ultima analisi la determinazione, la forma
di un campo di relazione, è sempre mutevole e può variare a
seconda delle vie scelte nel campo della possibilità e quindi, per
l'uomo, è in funzione del suo comportamento, dei suoi progetti, dei suoi risultati e delle applicazioni delle sue ricerche.
(Tempo e relazione)