Sartre ebbe il potere di aggregare intorno a sé molti intellettuali francesi che condividevano con lui la scelta esistenzialista, e che costituirono quella ch'è stata definita la «Scuola di Parigi», i cui rappresentanti piú significativi furono Simone de Beauvoir, Albert Camus e Maurice Merleau-Ponty.
Maurice Merleau-Ponty (1908-1961), professore al Collegio di Francia, autore di La struttura del comportamento (1942), La fenomenologia della percezione (1945), Umanesimo e terrore (1947), Senso e non senso (1948), Le avventure della dialettica (1955), Segni (1960), si dedicò all'utilizzazione di fenomenologia ed esistenzialismo nel campo dell'analisi antropologica del comportamento.
Il centro intorno a cui ruotano le sue elaborazioni è il rapporto uomo-mondo come «comportamento». L'esistenza, come «essere-nel-mondo», esclude, a suo avviso, sia ogni separazione tra anima e corpo, sia quella tra uomo e realtà. Ciò è quanto è confermato dalle piú recenti ricerche biologiche, fisiologiche e psicologiche.
Anima-corpo, dunque, costituiscono la struttura integrata che caratterizza l'uomo; e uomo-mondo quella struttura dinamica che si rivela come «comportamento». I comportamenti quindi sono «irreducibili alla dialettica dello stimolo fisico e della contrazione muscolare»; sono qualcosa di piú:
Infatti la struttura di un comportamento è percepibile sia dall'interno che dall'esterno; essa ha un senso che, decifrato nel comportamento degli altri, mi permette di relazionarmi agli altri, e, decifrato nel mio stesso comportamento, mi consente l'armonia con me stesso, il non inganno su di me.
L'essere-nel-mondo come comportamento implica che il mondo non sussiste se non come il campo che dev'essere «sconvolto» dai comportamenti; non esiste un «mondo» come «realtà in sé», e neppure un «mondo vero». Esiste invece un «mondo per chi agisce», che acquista per lui un significato connesso al suo agire. E ciò vale in generale anche per il mondo animale.
Tra uomo e mondo c'è interazione, una relazione all'interno della quale acquista senso l'essere dell'uomo e, insieme, quello del mondo. Certo, il rapporto uomo-mondo è «ambiguo», è aperto come si vede anche a livello dell'analisi di quella relazione fondamentale costituita dalla percezione. L'uomo non riceve passivamente informazioni dal reale, né le crea autonomamente. Nel rapporto coesistono la «rivelazione» di forme e strutture del reale come ha mostrato Husserl, e insieme il progetto del soggetto sui reale, come ha mostrato Sartre. Sicché l'uomo è attivo, entra a costituire anche la sua percezione del mondo, degli oggetti, come ha rivelato la «psicologia della forma». «L'esperienza percettiva ha un valore costitutivo nei riguardi di questo mondo»; e la funzione costitutiva ha luogo attraverso il corpo, che relaziona la coscienza al reale.
Tale strumento è il linguaggio, che da una parte, cioè da quella lessicale, grammaticale e sintattico, è in senso proprio uno «strumento», ma dall'altra è una vera e propria rivelazione del nostro rapporto con l'essere. In ogni caso il mondo è una formazione del soggetto, formazione sempre aperta e legata al punto d'osservazione e alle intenzioni dell'individuo esistente. Il quale è, si, «già situato e impegnato nel mondo fisico e sociale», ma senza esserne vittima; egli infatti lo rivela a se stesso e lo trascende liberamente. Certo, la sua libertà è condizionata, non assoluta: come la situazione non distrugge la libertà dell'individuo, cosi questa non distrugge quella, «ma s'ingrana in essa»; e in questa dialettica tra libertà e situazione relativa all'individuo, e nella dialettica tra le libertà «relative» degli uomini, si costruiscono le istituzioni, la civiltà e la storia.