CAPITOLO TREDICESIMO
STORICISMO, PSICOANALISI E MARXISMO
9. Lenin
VLADIMIR ILIJC ULIANOV, che dopo il 1901 assunse lo pseudonimo Lenin
(1870-1924), scrisse molte opere. Ci soffermeremo solo su alcune di esse.
In Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1896-1899) sostenne che le
forze capitalistiche stavano compiendo rapidi sviluppi in Russia, disintegrando
le strutture agrarie e feudali- bisognava allora coordinare il proletariato
industriale e i contadini poveri, affinché facessero saltare i rapporti
di produzione capitalistici e realizzassero la società socialista.
In Che fare? (1902) sostenne che la rivoluzione non sarebbe nata
spontaneamente; anzi la classe operaia, non guidata su obiettivi rivoluzionari,
si sarebbe abbandonata alla semplice rivendicazione economica. Bisogna condurla
dunque a formarsi e ad esprimere una coscienza di classe che la metta sulla
strada della rivoluzione socialista; a tal fine bisogna costituire un partito
che, formato da militanti a tempo pieno, rappresenti l'avanguardia della classe
rivoluzionaria; tale partito politico, strutturato con rigore al suo interno,
dovrà elaborare teoria, perché «senza teoria, niente
azione rivoluzionaria», e dovrà indicare obiettivi strategici e
tattici della lotta rivoluzionaria.
Questa concezione del partito ebbe poi ulteriore integrazione con lo scritto
Un passo avanti e due indietro (1904), in cui Lenin teorizzò il
«centralismo democratico». Ci deve essere vita democratica
interna al partito; ma essa non significa contrapposizione tra fazioni e
correnti, esprimenti interessi particolari; il dibattito delle idee, e quindi
la diversità di posizioni, dev'essere funzionale alla definizione delle
decisioni, ma non deve essere paralizzante il partito stesso distruggendone
l'unità e compromettendone la disciplina in sede operativa.
Contro questa concezione del partito prese posizione, com'è noto, Rosa
Luxemburg, che vedeva in essa la teorizzazione dell'autoritarismo e del
centralismo esasperato.
In L'imperialismo stadio supremo del capitalismo (1916) Lenin
aprí il suo sguardo alla situazione del capitalismo nel mondo. Dal 1907
alla Prima Guerra Mondiale si stava verificando «il trionfo
dell'economia mondiale». Il capitalismo, disse Lenin, è entrato
in una nuova fase di sviluppo, quella «imperialistica»; fase di
estremo sviluppo, in quanto esso ha raggiunto lo «stadio
monopolistico». Tale fase di sviluppo non rappresenta il superamento
delle contraddizioni connesse al capitalismo stesso, né una
modificazione del suo scopo, cioè la valorizzazione del capitale. Anzi
tale scopo rimane ben saldo, e vien perseguito con nuovi mezzi, come il ruolo
assegnato alle banche e al capitale finanziario sulla scena economica mondiale,
e la spartizione del mondo tra i gruppi capitalistici, e quindi tra le grandi
potenze. Tale situazione tuttavia comporta anche un accrescimento della
concorrenza tra i gruppi monopolistici. Per cui si arriverà alla
connessione stretta tra le economie e gli stati nazionali, e all'aggravamento
del rapporto di conflittualità mondiale.
Nel 1917 Lenin scrisse Stato e rivoluzione. Egli rifiutava la tesi che
lottando all'interno dello stato borghese si potesse conseguire il risultato di
modificare l'assetto economico-politico della società. Perciò
egli si propose d'indagare sulla «natura» dello
«stato». Nell'articolare il suo discorso Lenin parte dall'analisi
della «democrazia capitalistica», che è «dittatura
della borghesia».
La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo
piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia
piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel
ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo,
una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli
ricchi La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre,
approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la
libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in
forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e
dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia»,
«che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico
degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori
dalla vita politica e sociale.
Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la
democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da
vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia
nei «minuti», nei pretesi minuti particolari della legislazione
elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel
funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di
fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per
i «poveri»!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica
della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al
democratismo. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i
poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il
bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle
masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove
centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate,
queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione
attiva alla democrazia.
Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della
democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della
Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni
qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li
rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!
(Stato e rivoluzione)
Una tale democrazia non può portare in alcun modo all'attuazione del
comunismo. Per tale fine bisognerà «spezzare la resistenza dei
capitalisti sfruttatori».
E ciò è possibile solo con la «dittatura del
proletariato».
Orbene, la dittatura del proletariato, vale a dire l'organizzazione
dell'avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli
oppressori, non può limitarsi a un puro e semplice allargamento della
democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della
democrazia, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per
il popolo, e non un democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato
apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli
sfruttatori, dei capitalisti. Costoro, noi li dobbiamo reprimere, per liberare
l'umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare con la
forza la loro resistenza, ed è chiaro che dove c'è repressione,
dove c'è violenza, non c'è libertà, non c'è
democrazia.
Democrazia per l'immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza,
vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori
del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella
transizione dal capitalismo al comunismo.
(Stato e rivoluzione)
Certo, il «passaggio dal capitalismo al comunismo, naturalmente, non
può non produrre un'enorme abbondanza e varietà di forme
politiche»; ma «la sostanza sarà inevitabilmente una sola:
la dittatura del proletariato». E quando «la resistenza dei
capitalisti» sarà completamente spezzata, solo allora si
avrà la «democrazia perfetta». E solo allora
scomparirà lo stato. Infatti lo stato è per Marx «la
dittatura di una sola classe» ed è «necessario solo per
una società di classe».
Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti
è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non
esistono piú classi (non v'è cioè piú distinzione
fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di
produzione), soltanto allora «lo Stato cessa di esistere e
diventa possibile parlare di libertà». Soltanto allora
diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza
alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi,
per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica,
dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello
sfruttamento capitalistico, di uomini si abituano a poco a poco a
osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da
secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza
violenza, senza costrizione, senza quello speciale apparato di
costrizione che si chiama Stato.
L'espressione: «lo Stato si estingue» è molto felice in
quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua
spontaneità. Soltanto l'abitudine può esercitare, ed
eserciterà certamente, una tale azione, poiché noi osserviamo
attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano
a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando
non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la
protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.
La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca,
miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola
minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il
comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo,
per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli
sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia
realmente completa: e quanto piú sarà completa, tanto piú
presto diventerà superflua e si estinguerà da sé.
(Stato e rivoluzione)
Lenin inoltre si cimentò anche sul piano dell'elaborazione strettamente
filosofica, con due scritti, Materialismo ed empiriocriticismo e
Quaderni f ilosofici. Nei Quaderni sviluppa una rimeditazione
della logica e della dialettica di Hegel.
In Materialismo ed
empiriocriticismo invece attacca i capisaldi del pensiero di Mach e
Avenarius (cfr. cap. XII), soprattutto nella loro riedizione nella forma del
«machismo russo», il cui esponente principale fu BOGDANOV
(1873-1928), ossia ALEXEI ALEXANDROVIC MALINOVSKIJ.
Egli riconosce un aspetto positivo all'empiriocriticismo, in quanto permette di
liberarsi dalla concezione meccanicistica; ma sottolinea l'aspetto negativo,
che consiste nel riproporre il soggettivismo. Esso in fondo è un
«idealismo» e come tale non è conciliabile con i principi
del materialismo marxista. La realtà materiale delle cose esiste al di
là e indipendentemente dalle nostre sensazioni; perciò il
conoscere non è «fenomeno» soggettivo, ma rispecchiamento
della realtà; rispecchiamento sempre piú preciso a mano a mano
che si procede nella scienza.