Altro pensatore «storicista» fu Oswald Spengler (1880-1936), autore di Il tramonto dell'Occidente.
Il mondo è una totalità, egli dice. È «la totalità di tutto ciò che è oggetto di coscienza». Quando distinguiamo in esso «natura» e «storia» indichiamo soltanto i due «modi possibili di comprendere la totalità». Nel primo caso si tratta del «mondo come meccanismo», come «morto», come «divenuto», come «esteso» nello spazio; nel secondo si tratta del «mondo come organismo», come «vivente», come «diveniente», come «direzione nel tempo». «Natura» e «storia» pertanto «si contrappongono tra loro», ma nel senso che «una realtà è natura in quanto subordina ogni divenire al divenuto, è storia in quanto subordina ogni divenuto al divenire». Il mondo come natura può esser conosciuto, come storia può essere intuito. Nel primo caso esso si presenta come «ciò che è meccanicamente determinato e limitato», ossia come «il complesso di ciò che è necessario in virtù di leggi». Nel secondo invece si ha «esperienza immediata» del mondo come storia, e tale stesso intuire, in quanto si compie, è esso medesimo storia.
Questi concetti, dice Spengler, sono già presenti in Goethe.
Le scienze della natura pertanto mirano a «determinare il sistema ben ordinato di tutte le leggi del mondo», del mondo che appare «intemporale». La storia invece mira al «singolare», a quel singolare che è «irreversibile» nel corso del tempo. Perciò «pretendere di trattare scientificamente la storia è, in ultima analisi, qualcosa di contraddittorio»; infatti significa trattare gli eventi come fatti intemporali e soggetti a leggi di tipo causale. Lo sguardo autenticamente storico invece non è «conoscenza» dei fatti della vita, ma «esperienza della vita». La storia, «esperita» in tal modo, è lo spettacolo del succedersi delle civiltà, cioè di «unità organiche» ognuna distinta dall'altra, ma ognuna ben strutturata in sé.
Ogni civiltà, dunque, come ogni organismo biologico, nasce cresce e muore. Il principio della sua unità è la sua cultura.
Per la sua determinatezza storica, ogni civiltà porta a compimento valori «relativi», esprime forme culturali che sono ancorate ai tempi e ai luoghi. Nell'ambito della storia non c'è nulla di permanente e di universale. «Vi sono tante morali quante sono le civiltà», perciò «non c'è nessuna morale umana universale». E ci sono tante verità quante sono le civiltà; pertanto esistono storicamente molteplici filosofie, e nessuna può arrogarsi il diritto di esprimere una verità eterna ed assoluta.
Anche la moderna «civiltà occidentale», dice Spengler, tramonterà. Il suo tramonto anzi è già in atto; già si colgono i segni del suo declino sul piano morale religioso e politico. E interpretando come segni di degenerazione l'affermarsi di ideali democratici e socialisti dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Spengler sintonizzo il suo discorso piú specificamente politico con le prospettive totalitarie e imperialistiche del regime nazista.
La concezione di Spengler fu contestata da Arnold J. Toynbee (1889), autore di Uno studio sulla storia, e di Il mondo e l'Occidente. Egli, confutando l'ipotesi del carattere «biologico» delle civiltà, rifiuta l'idea della prevedibilità del loro tramonto.
A contestare invece il concetto di «relatività dei valori» furono altri storicisti tedeschi.
Ernst Troeltsch (1865-1923), storico del cristianesimo, autore di Psicologia e teoria della conoscenza nella scienza della religione, Lo storicismo e i suoi problemi, ammette che ogni fenomeno religioso ha «la condizionatezza di un fenomeno storico individuato». Ma sostiene che in tutte le religioni, molteplici e varie, c'è «la religione», c'è «una verità comune» che raccoglie gli uomini intorno a sé. Quindi se relative sono le forme storiche, non relativi sono i valori religiosi che esse incarnano. Bisogna superare lo storicismo di tipo spengleriano, perché esso «mette capo a quella scepsi relativistica che rappresenta una scepsi intorno ai valori». Si può certo anche parlare di «relatività dei valori», ma solo a certe condizioni.
Contro il relativismo storicistico si schiero anche Friedrich Meinecke (1862-1954), storico, autore di L'idea della ragione di stato nella storia moderna e La nascita dello storicismo.
«Lo storicismo, egli dice, ha suscitato un relativismo che viene a considerare ogni singola formazione storica, ogni istituzione, ogni idea e ogni ideologia soltanto come un momento transitorio nell'infinito corso del divenire; tutte le cose hanno quindi solo un valore relativo». Non sono mancati, egli nota, tentativi di superamento del relativismo, anche nel passato. Questi tentativi si riducono a due tipi: il primo, che è quello di porre i valori in un passato idealizzato, il secondo, che è quello che pone i valori supremi nel futuro alla fine della storia. Questi due tipi allineano la «tendenza ai valore» al corso «orizzontale» del divenire. Tale tendenza invece ha una direzione «verticale».
Dunque esiste nell'uomo un'«oscura sorgente di forza che deriva dalla fede in valori assoluti ultimi e in un'ultima fonte originaria d'ogni vita»; ce lo ha detto Goethe; e perciò bisogna «concepire il compito individuale e relativo della vita come voluto da Dio, e perciò assoluto».