CAPITOLO TREDICESIMO

STORICISMO, PSICOANALISI E MARXISMO

3. Spengler, Troeltsch e Meinecke


Altro pensatore «storicista» fu Oswald Spengler (1880-1936), autore di Il tramonto dell'Occidente.

Il mondo è una totalità, egli dice. È «la totalità di tutto ciò che è oggetto di coscienza». Quando distinguiamo in esso «natura» e «storia» indichiamo soltanto i due «modi possibili di comprendere la totalità». Nel primo caso si tratta del «mondo come meccanismo», come «morto», come «divenuto», come «esteso» nello spazio; nel secondo si tratta del «mondo come organismo», come «vivente», come «diveniente», come «direzione nel tempo». «Natura» e «storia» pertanto «si contrappongono tra loro», ma nel senso che «una realtà è natura in quanto subordina ogni divenire al divenuto, è storia in quanto subordina ogni divenuto al divenire». Il mondo come natura può esser conosciuto, come storia può essere intuito. Nel primo caso esso si presenta come «ciò che è meccanicamente determinato e limitato», ossia come «il complesso di ciò che è necessario in virtù di leggi». Nel secondo invece si ha «esperienza immediata» del mondo come storia, e tale stesso intuire, in quanto si compie, è esso medesimo storia.

Questi concetti, dice Spengler, sono già presenti in Goethe.

Le scienze della natura pertanto mirano a «determinare il sistema ben ordinato di tutte le leggi del mondo», del mondo che appare «intemporale». La storia invece mira al «singolare», a quel singolare che è «irreversibile» nel corso del tempo. Perciò «pretendere di trattare scientificamente la storia è, in ultima analisi, qualcosa di contraddittorio»; infatti significa trattare gli eventi come fatti intemporali e soggetti a leggi di tipo causale. Lo sguardo autenticamente storico invece non è «conoscenza» dei fatti della vita, ma «esperienza della vita». La storia, «esperita» in tal modo, è lo spettacolo del succedersi delle civiltà, cioè di «unità organiche» ognuna distinta dall'altra, ma ognuna ben strutturata in sé.

Io vedo lo spettacolo di una pluralità di possenti civiltà che fioriscono con forza primigenia dal grembo di una terra materna, a cui ognuna di esse rimane strettamente legata nell'intero corso della sua esistenza - e ognuna delle quali imprime la propria forma alla materia, cioè all'umanità, e ha quindi la sua propria idea, le sue proprie passioni, la sua propria vita con una particolare volontà e un particolare sentire, e infine la sua propria morte... Ogni civiltà ha le sue nuove possibilità di espressione, che appaiono, maturano, appassiscono e non ritornano mai piú. Vi sono molti tipi - tra loro del tutto differenti nella loro essenza piú profonda - di scultura, di pittura, di matematica, di fisica, ognuno di durata limitata, ognuno chiuso in se stesso, nello stesso modo in cui ogni specie di pianta ha i propri fiori e frutti, il proprio tipo di crescita e di morte. Queste culture - esseri viventi al piú alto grado - crescono maestosamente prive di scopo, come i fiori nel campo. Esse appartengono, al pari delle piante e degli animali, alla natura vivente di Goethe, non già alla natura morta di Newton. Nella storia universale vedo il quadro di un'eterna formazione e trasformazione, di un meraviglioso divenire e trapassare di forme organiche.
(Il tramonto dell'Occidente)

Ogni civiltà, dunque, come ogni organismo biologico, nasce cresce e muore. Il principio della sua unità è la sua cultura.

Una civiltà nasce nel momento in cui una grande anima si distacca dallo stato originario dell'umanità eternamente fanciulla, in cui una forma emerge dall'informe, in cui qualcosa di limitato e di perituro scaturisce dall'illimitato e dal permanente. Essa fiorisce sulla base di un territorio ben delimitato, al quale rimane vincolata come una pianta. Una civiltà perisce quando quest'anima ha realizzato l'intera somma delle sue possibilità sotto forma di popoli, di lingue, di dottrine religiose, di arti, di stati e di scienze, e quindi ritorna nel grembo della spiritualità originaria...
(Il tramonto dell'Occidente)

Per la sua determinatezza storica, ogni civiltà porta a compimento valori «relativi», esprime forme culturali che sono ancorate ai tempi e ai luoghi. Nell'ambito della storia non c'è nulla di permanente e di universale. «Vi sono tante morali quante sono le civiltà», perciò «non c'è nessuna morale umana universale». E ci sono tante verità quante sono le civiltà; pertanto esistono storicamente molteplici filosofie, e nessuna può arrogarsi il diritto di esprimere una verità eterna ed assoluta.

Anche la moderna «civiltà occidentale», dice Spengler, tramonterà. Il suo tramonto anzi è già in atto; già si colgono i segni del suo declino sul piano morale religioso e politico. E interpretando come segni di degenerazione l'affermarsi di ideali democratici e socialisti dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Spengler sintonizzo il suo discorso piú specificamente politico con le prospettive totalitarie e imperialistiche del regime nazista.


La concezione di Spengler fu contestata da Arnold J. Toynbee (1889), autore di Uno studio sulla storia, e di Il mondo e l'Occidente. Egli, confutando l'ipotesi del carattere «biologico» delle civiltà, rifiuta l'idea della prevedibilità del loro tramonto.


A contestare invece il concetto di «relatività dei valori» furono altri storicisti tedeschi.

Ernst Troeltsch (1865-1923), storico del cristianesimo, autore di Psicologia e teoria della conoscenza nella scienza della religione, Lo storicismo e i suoi problemi, ammette che ogni fenomeno religioso ha «la condizionatezza di un fenomeno storico individuato». Ma sostiene che in tutte le religioni, molteplici e varie, c'è «la religione», c'è «una verità comune» che raccoglie gli uomini intorno a sé. Quindi se relative sono le forme storiche, non relativi sono i valori religiosi che esse incarnano. Bisogna superare lo storicismo di tipo spengleriano, perché esso «mette capo a quella scepsi relativistica che rappresenta una scepsi intorno ai valori». Si può certo anche parlare di «relatività dei valori», ma solo a certe condizioni.

La relatività dei valori ha senso soltanto se in questo relativo c'è qualcosa di assoluto che vive e che crea, altrimenti essa sarebbe soltanto relatività, non già relatività dei valori. Essa presuppone un processo vitale dell'assoluto, nel quale questo può essere colto e formato in ogni punto nella maniera corrispondente a tale punto. L'assoluto dev'essere colto ovunque e soprattutto dev'essere anche formato. Infatti esso è una volontà di creazione e di forme, la quale negli spiriti finiti diventa auto-formazione che scaturisce dal fondamento e dall'impulso divino. E questi diversi punti devono connettersi e succedersi secondo una determinata regola, che costituisce l'essenza del divenire dello spirito divino e che si afferma, nonostante tutto, nelle vicende accidentali e negli erramenti o nei cedimenti della volontà.
(Lo storicismo e i suoi problemi)


Contro il relativismo storicistico si schiero anche Friedrich Meinecke (1862-1954), storico, autore di L'idea della ragione di stato nella storia moderna e La nascita dello storicismo.

«Lo storicismo, egli dice, ha suscitato un relativismo che viene a considerare ogni singola formazione storica, ogni istituzione, ogni idea e ogni ideologia soltanto come un momento transitorio nell'infinito corso del divenire; tutte le cose hanno quindi solo un valore relativo». Non sono mancati, egli nota, tentativi di superamento del relativismo, anche nel passato. Questi tentativi si riducono a due tipi: il primo, che è quello di porre i valori in un passato idealizzato, il secondo, che è quello che pone i valori supremi nel futuro alla fine della storia. Questi due tipi allineano la «tendenza ai valore» al corso «orizzontale» del divenire. Tale tendenza invece ha una direzione «verticale».

Verticalmente, non già orizzontalmente, la vita storica tende a quell'altezza di cui è capace. In ogni epoca, in ogni formazione individuale della storia si affermano forze spirituali che aspirano a elevarsi al di sopra dell'ottusa natura e del mero egoismo, verso un mondo superiore. Il loro volo si compie piú in alto o piú in basso, ma ciò che esse realizzano è ogni volta qualcosa di interamente individuale, distinto da tutte le realizzazioni precedenti e successive della storia; ed esse raggiungono tale scopo anche quando esteriormente falliscono... Questa prospettiva ci spinge a cercare e a creare l'eterno nell'attimo, nella costellazione individuale della vita...
La coscienza è il potente mezzo di unione della società umana, e al tempo stesso l'autentica sorgente metafisica nell'uomo. Nella coscienza l'individualità si congiunge con l'assoluto, e l'elemento storico con il presente. E cosí mediante la coscienza è dato all'attimo quel contenuto di eternità di cui abbiamo parlato. Tutti i valori di eternità della storia provengono, in ultima analisi, dalle decisioni della coscienza degli uomini che agiscono.
(Storia e presente)

Dunque esiste nell'uomo un'«oscura sorgente di forza che deriva dalla fede in valori assoluti ultimi e in un'ultima fonte originaria d'ogni vita»; ce lo ha detto Goethe; e perciò bisogna «concepire il compito individuale e relativo della vita come voluto da Dio, e perciò assoluto».


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