In Italia la tradizione «socialista», che per molto tempo fu influenzata dallanarchismo di Bakunin, pervenne allidea della necessità di un«attività sindacale» e della presenza nella lotta elettorale. Nacque cosí, nel 1892, il «partito» socialista. In esso poi si andarono sempre piú diffondendo le tesi di Marx ed Engels, tesi che trovarono ladesione di FILIPPO TURATI (1857-1932) e di LEONIDA BISSOLATI (1857-1920). E con laffermarsi di tali tesi, il partito, divenuto dal 1895 «Partito Socialista Italiano», assunse una base teorica fondamentalmente marxista.
Alla diffusione in Italia della dottrina di Marx diede un notevole contributo Antonio Labriola (1843-1904), professore universitario, maestro di Croce, autore di In memoria del Manifesto dei comunisti, La concezione materialistica della storia, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Scritti vari di filosofia e di politica.
Il marxismo in lui si congiunge alla critica contro il metodo dialettico hegeliano, che sommerge gli eventi particolari nel mare dello sviluppo dello Spirito universale. Il metodo dialettico marxiano invece, dice Labriola, consente dindividuare «geneticamente» i fatti storici. Il rapporto tra struttura e sovrastrutture rivela infatti la natura dei fatti ideologici. Ma, egli specifica, tale rapporto è da considerarsi «diretto» nel caso delle sovrastrutture sociali giuridiche e istituzionali; «indiretto» negli altri casi, e cioè relativamente ai fatti artistici religiosi e scientifici. La produzione infatti di «oggetti della fantasia e del pensiero» è processo articolato in cui concorrono non solo fattori «sociali» ma anche fattori «naturali». Bisogna liberare dunque questo rapporto dalla sua impronta «positivistica», che consente agli sciocchi e ai pigri di dare interpretazioni banalizzanti dei fenomeni culturali. È vero, «le idee non cascano dal cielo»; esse «si formano in date circostanze in tale precisa maturità di tempi, per lazione di determinati bisogni, e pei reiterati tentativi di dare a questi soddisfazione»; insomma «anche le idee suppongono un terreno di condizioni sociali»; anzi anche la teoria di Marx ed Engels è nata in relazione a precise circostanze di carattere economico-sociale. Sicché in generale «non cè fatto della storia che non ripeta la sua origine dalle condizioni della sottostante struttura economica» e che non sia preceduto accompagnato e seguito da determinate forme di coscienza. Ma bisogna fare una precisazione, affinché non si cada nellingenuità di credere, in base a questi enunciati, che, ad esempio, la morale individua di ciascun uomo sia rigorosamente proporzionale alla sua individua situazione economica, che è cosa non solo «empiricamente falsa», ma anche «intrinsecamente irrazionale»: «data la elasticità del meccanismo psichico, non è mai possibile di ridurre lo sviluppo dei singoli individui al tipo della classe o dello Stato sociale». «Qui si tratta di fenomeni di massa». Si dica allora:
Tutto il discorso di Labriola si muove nel senso della polemica contro il «materialismo volgare», contro la «metafisica materialistica» che si ripresenta con nuove vesti nel positivismo. Il materialismo marxista, egli ricorda, si pone problemi che riguardano luomo e le sue manifestazioni. Dellessere delluomo storicamente determinato e delle sue concrete espressioni vuole scoprire la «genesi», recuperando linsegnamento piú fecondo dellempirismo e rifiutando ogni astratto schema evolutivo. Pertanto per lui il marxismo è, in fondo, un «umanismo». È una «filosofia della storia» del tutto aliena da ogni forma di «determinismo». Anche e soprattutto da quello del «darwinismo politico e sociale», che vede la storia delluomo come «parte e prolungamento della natura».
Tra i socialisti italiani poi emersero due tendenze, quella dei «riformisti» e quella dei «massimalisti», che entrarono in contrasto quando si doveva decidere, dopo laffermazione della Rivoluzione dOttobre in Russia, se aderire alla Terza Internazionale. Nel Congresso di Livorno ci fu la scissione. E nel gennaio 1921 nacque il «Partito Comunista dItalia», come sezione della Terza Internazionale.
Sul piano del dibattito teorico bisognava misurarsi con linterpretazione leninista del materialismo storico, e far fronte allopposizione antimarxista svolta a livello culturale da Croce e Gentile. Il teorico piú noto del marxismo in Italia divenne presto Antonio Gramsci (1891-1937), partecipe fin dalla giovinezza alle lotte operaie a Torino, creatore, insieme a Palmiro Togliatti, della rivista settimanale «Ordine Nuovo» (poi divenuta quotidiano), e fondatore, insieme ad Amadeo Bordiga, del Partito Comunista. Nella vita del nuovo partito inizialmente si trovò in minoranza rispetto alle posizioni bordighiste, posizioni di rigore e dintransigenza teorica e politica. Ma quando poi al Congresso di Lione, nel 1926, Gramsci riuscí ad imporre le sue tesi, Bordiga fu allontanato dalla direzione e successivamente estromesso dal partito.
Arrestato dalla polizia fascista nel 1926, Gramsci passò il resto della sua vita in carcere. Ne uscí solo per le precarie condizioni di salute quasi alle soglie della sua morte, avvenuta nel 1937.
Tra i molti suoi scritti sono da ricordare: Scritti giovanili, Sotto la mole, LOrdine nuovo 1919-1920, LOrdine nuovo 1921-1922, Socialismo e fascismo, La costruzione del partito comunista, Alcuni temi della questione meridionale, Lettere dal carcere. Nel periodo trascorso agli arresti poi stese delle riflessioni nei suoi «Quaderni» che, prima dessere pubblicate nella stesura autentica, furono ordinate nel dopoguerra per argomento e pubblicate nei volumi seguenti Il materialismo storico e la filosofia di B. Croce, Gli intellettuali e lorganizzazione della cultura, Il Risorgimento, Note su Machiavelli, la politica e lo stato moderno, Letteratura e vita nazionale, Passato e presente.
Il marxismo, egli dice, non è una «dottrina», ma è «prassi», è «coscienza rivoluzionaria». Esso fa i conti con la realtà, e non si stratifica in dogmi assunti a criteri interpretativi assoluti della realtà storica. Se il suo significato si riducesse a quello di «dottrina», allora si dovrebbe dire che la Rivoluzione dOttobre lha smentita, perché non era prevedibile il suo successo in un paese senza forte proletariato; o quanto meno si dovrebbe dire che quella rivoluzione non fu «marxista».
Alla luce di questo concetto di marxismo bisogna interpretare la «questione meridionale». Essa è questione nazionale- è questione italiana. Essa sussiste perché «la borghesia settentrionale ha soggiogato lItalia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento» alleandosi agli agrari locali fin dalla costituzione dello stato unitario, e perché è mancata la saldatura, sia politica che culturale, tra gli operai del nord e le masse contadine del sud. Il proletariato settentrionale deve quindi sottrarre i contadini meridionali allorbita della borghesia, e dar loro una guida rivoluzionaria. «La rigenerazione economica e politica dei contadini deve essere ricercata nella solidarietà del proletariato industriale», perché «spezzando lapparato oppressivo dello Stato capitalista, instaurando lo Stato operaio, gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione».
La lotta per il socialismo sarà però efficace se il partito politico della classe operaia si configurerà come il «moderno principe», secondo la terminologia di Machiavelli. La rivoluzione non può attuarsi di colpo in Italia, dove la società è strutturata in modo complesso, dove cioè la borghesia ha i suoi limiti e la Chiesa Cattolica svolge una funzione reale nella vita della nazione. Bisogna allora che le forze della rivoluzione proletaria «dirigano» questa società, la «dominino»; non con la forza, ma «egemonizzandola» culturalmente e politicamente. A tal fine bisogna che le «energie della rivoluzione» aggreghino sui loro obiettivi glintellettuali. Bisogna che il partito proletario che le esprime abbia un proprio ceto intellettuale che permetta insieme di dare fondazione teorica e guida politica alla lotta e promuova una «riforma intellettuale e sociale» di tutta la nazione. Questi intellettuali, «specialisti» della cultura e contemporaneamente «politici», dovranno essere «organici» alla classe operaia; e lo stesso partito dovrà configurarsi, oltre che come forza politica, anche come forza culturale, facendosi carico pure di un compito pedagogico. Nellopera di rinnovamento culturale bisognerà mirare alla liberazione dellItalia dallinfluenza della «filosofia speculativa» di Croce, che ripropone una moderna metafisica, e a diffondere la «filosofia della prassi» che rivendica la «mondanizzazione del pensiero».
Il marxismo come «filosofia della prassi» è un «umanesimo assoluto della storia», di una storia intesa in termini «dialettici». Questo è stato lerrore di Bucharin: Iaver dimenticato la dialettica. Egli ha separato nel marxismo la «teoria scientifica della storia e della politica», da trattarsi secondo il metodo positivistico, e un «materialismo filosofico», che poi altro non è che un «materialismo volgare». Con ciò ha svisato il senso stesso del discorso di Marx. «Scissa dalla teoria della storia e della politica, la filosofia non può essere che metafisica»; e la dialettica non può ridursi se non ad astratta logica.
Sul problema del rapporto teoria-prassi, Gramsci dice in questa pagina che riportiamo a conclusione del discorso sul suo pensiero: