Contemporaneo di Lenin fu Lev Trotskij (1879-1940), il creatore dell'«armata rossa», e il teorizzatore della «rivoluzione permanente». Già dopo la fallita «rivoluzione del 1905», nel saggio La nostra rivoluzione, sosteneva che in Russia c'era sì una condizione economica arretrata rispetto ai paesi occidentali, ma lo sviluppo delle forze produttive è solo una condizione per l'affermazione della rivoluzione; altre condizioni oggettive, come la situazione economico-politica internazionale, sono già favorevoli. Quindi non è detto che la rivoluzione proletaria non possa affermarsi in Russia anche prima che in qualche paese a capitalismo avanzato. Tuttavia - aggiungeva nel 1919, dopo che la rivoluzione trionfò in Russia, per arrivare al socialismo bisognerà ch'essa si affermi anche negli altri paesi europei: «Il proletariato al potere non può limitarsi a realizzare il programma democratico borghese; esso potrà portare a termine la rivoluzione solo se la rivoluzione russa confluirà nella rivoluzione del proletariato europeo». È ovvio che «se l'Europa resterà ferma» le forze borghesi controrivoluzionarie tenteranno di spezzare la «dittatura del proletariato» e di abbattere «la repubblica democratica degli operai e dei contadini». Perciò è inevitabile che, preso il potere, il proletariato attui «la rivoluzione permanente» per uscire dal «quadro della democrazia borghese» esso cioè deve «realizzare riforme sociali sempre piú profonde e cercare un sostegno diretto e immediato nella rivoluzione europea occidentale».
Queste tesi non furono gradite a Stalin, per cui Trotskij fu costretto ad emigrare in Messico, dove poi fu fatto assassinare per gli attacchi che dall'esilio mosse alla burocratizzazione e alla involuzione del partito durante la gestione staliniana.
In questo periodo si fecero presenti nella cultura rivoluzionaria anche le tesi di Nicolaj Bucharin (1888-1938). Egli concordava sostanzialmente con tutte le tesi politiche di Lenin. Ma nella Teoria del materialismo storico dà anche un proprio contributo teoretico; considera infatti il «materialismo storico» come «sezione sociologica» del marxismo. La «teoria della società», egli sostiene, deve servirsi dei metodi delle scienze sociologiche. Per cui egli dà al materialismo storico un'impronta decisamente «meccanicistica», come mostra l'introduzione del concetto di «legge causale oggettiva dei fenomeni». Egli distingue poi la società socialista da quella capitalistica, definendo la prima come società razionalmente organizzata, e individua nello sviluppo di tutte le società l'alternarsi di fasi di «equilibrio» con fasi di «turbamento», determinate, queste seconde, non tanto dalle contraddizioni interne, quanto dallo squilibrio nel rapporto tra sistema e ambiente.
Queste tesi non furono condivise da Lenin, che pur riconoscendo a Bucharin un ruolo nell'elaborazione teorica del partito, disse di lui che «non ha mai appreso e, penso, mai compreso pienamente la dialettica».
Contro queste tesi di Bucharin svilupparono i loro discorsi i cosiddetti «materialisti dialettici»; come ABRAM DEBORIN (18811963) che distingueva una «dialettica materialistica», ossia la metodologia scientifica generale, una «dialettica della natura», cioè la metodologia delle scienze naturali, e una «dialettica della storia», cioè la metodologia della storiografia.
Contro il meccanicismo di Bucharin e contro l'idealismo di Deborin (infatti il suo discorso apparve molto affine a quello di Hegel), Josif Stalin (1879-1953) propose una versione «ortodossa» del materialismo storico dialettico; versione integrata poi da A. Zdanov (1869-1948) che, sottolineata la partiticità della cultura, indicava nel «realismo socialista» il canone da seguire nella produzione e nella critica d'arte. Il «materialismo dialettico» è per Stalin teoria generale della realtà; il «materialismo storico» ne è una particolarizzazione. La scienza in ogni campo deve assumere una logica dialettica in quanto è la sola che possa afferrare le contraddizioni interne al movimento della realtà, che è realtà materiale, contrariamente a quanto sosteneva Hegel.
Un significativo apporto al dibattito teorico sul marxismo ha dato Gyorgy Lukács (1885-1971), militante comunista ungherese, uomo di governo, studioso di estetica e di storia letteraria, autore, tra l'altro, di Storia e coscienza di classe (1923), Il romanzo storico (1938), Goethe e il suo tempo (1947), Il giovane Hegel (1948), La distruzione della ragione (1954), Contributi alla storia dell'estetica (1954), Estetica (1963).
Lukács si riferisce a quello ch'egli chiama il Marx autentico, quello liberato dalle interpretazioni maturate nell'ambito della Seconda Internazionale e dalle mistificazioni del «revisionismo» socialdemocratico. In «quel» Marx è centrale, egli sostiene, il tema della «dialettica». Non della dialettica come l'intendeva Engels, che «seguendo l'esempio erroneo di Hegel, ha esteso il metodo dialettico anche alla conoscenza della natura», attribuendo alla «conoscenza naturale» quelle «determinazioni decisive della dialettica», che sono «l'azione reciproca tra soggetto e oggetto, l'unità tra teoria e prassi, la modificazione storica del substrato delle categorie come fondamento della loro modificazione nel pensiero». Queste determinazioni sono proprie della conoscenza della realtà storico-sociale. Il metodo dialettico era inteso da Marx con questa limitazione. Infatti le contraddizioni ineriscono inseparabilmente all'«essenza della società capitalistica».
Il significato della dialettica in Marx bisogna dunque scovarlo nel suo rapporto con Hegel. Questo fu certo un filosofo «borghese», ma il suo pensiero rappresentò l'apice della produzione speculativa borghese; egli ha cercato di comprendere la contraddizione in quanto tale; sicché cosí ha offerto al proletariato strumenti di conoscenza della realtà sociale e storica. La dialettica, che in Hegel era la legge dello Spirito universale assoluto, subisce in Marx una riconduzione al concreto, e diviene legge del processo storico effettivo.
Con la società borghese si ha la contrapposizione tra capitalista e proletariato. E questo, vivendo le contraddizioni, porta a compimento proprio la «coscienza di sé». Sicché mentre l'ideologia borghese non si radica alla sua base economica, il proletariato individua in quella base la fonte della propria alienazione. Perciò il proletariato ha coscienza effettiva della realtà storico-sociale, e per questa coscienza è in grado di stabilire il suo fine e la sua funzione nel processo storico.
Pertanto il materialismo storico è la trasposizione a livello di teoria della coscienza di classe del proletariato. E la dialettica è il metodo che consente l'analisi rigorosa della realtà storico-sociale. Col materialismo storico il proletariato conosce se stesso e la sua realtà nell'ambito della totalità del processo reale della storia. Con esso le contraddizioni della società borghese «vengono comprese come contraddizioni necessarie», come «contraddizioni proprie dell'ordinamento produttivo di quella società». Per cui la «teoria marxista», in quanto «conoscenza della totalità», punta alla «risoluzione delle contraddizioni»; ma tale risoluzione non avviene sul piano della teoria, come nei pensatori borghesi; la «teoria marxista» infatti mostra quelle «tendenze reali del processo di sviluppo sociale» capaci di risolvere le contraddizioni «sul piano reale, nella realtà sociale, nel corso dello sviluppo sociale».
Dunque «non già il predominio dei motivi economici nella spiegazione della storia, bensí il punto di vista della totalità distingue in maniera decisiva il marxismo dalla scienza borghese». E in ciò Marx è debitore ad Hegel: «La categoria della totalità, la prevalenza completa e determinante del tutto sulle parti è l'essenza del metodo che Marx ha tratto da Hegel», sia pure «trasformando quel metodo». «Il dominio della categoria della totalità è il portatore del principio rivoluzionario della scienza» che Marx ha posto «a fondamento di una scienza nuova», essa stessa rivoluzionaria; di una scienza che intende la storia come «processo dialettico», e tale processo «come unità». La scienza borghese separa distingue analizza astrae; il marxismo elimina queste distinzioni in quanto le eleva e le riduce a momenti dialettici del processo reale. Pertanto «per il marxismo non esistono in ultima analisi una scienza giuridica, un'economia politica, una scienza storica autonome, ma c'è soltanto una scienza unica e unitaria - storico-dialettica - dello sviluppo della società come totalità».
Anche Karl Korsch (1886-1961) compí, nel volume Marxismo e filosofia, un riesame del rapporto Marx-Hegel analogo a quello effettuato da Lukács.
Egli inoltre, nello scritto intitolato Karl Marx, sostenne la tesi che l'opera di Marx fosse in sostanza «scienza sociale». Ma, aggiunse, essa non è da considerare una «sociologia»; infatti Marx non solo non ha analizzato le forme politico-sociali in astratto, per via di categorie, bensí nella loro specifica concretezza e in base all'osservazione dei fatti; ma soprattutto non ha offerto una «acritica» descrizione dei fenomeni studiati, in quanto li ha considerati nella prospettiva delle classi oppresse, di quelle classi cioè portatrici di esigenze rivoluzionarie.