CAPITOLO TREDICESIMO

STORICISMO, PSICOANALISI E MARXISMO

1. Il ritorno a Kant


Già nella seconda metà dell'Ottocento si andò sviluppando negli ambienti culturali tedeschi un ritorno a Kant in funzione antipositivistica. Alla fine dell'Ottocento e agli inizi del Novecento questo «ritorno» si configurò in un vero movimento filosofico, definito «neocriticismo» o «neokantismo», che ebbe i suoi centri di elaborazione nella «Scuola di Marburgo» e nella «Scuola di Baden». Alla prima appartennero Cohen, Natorp, e Cassirer. Alla seconda Windelband e Rickert.


Hermann Cohen (1842-1918), autore di Sistema di filosofia, si propose di rielaborare quei temi della filosofia kantiana che lasciavano aperta la porta alla metafisica. Soprattutto quello della «cosa in sé», che produceva la separazione tra «ciò che è» in se stesso e «ciò che si conosce»; poi anche la distinzione tra «estetica» e «analitica», che introduceva una separazione tra ciò che si conosce intuitivamente e ciò che si conosce intellettualmente, riducendo poi l'oggetto intuito a materia della conoscenza intellettuale. Pensiero ed essere, sostiene Cohen, coincidono. Ma non nel senso idealistico, per cui essi si trovano unificati nell'Io, che è concetto metafisico; ma nel senso che essi sono l'«oggettività pensabile».

A questa «logica della conoscenza pura» Cohen affianca un'«etica del volere puro» e un'«estetica del sentimento puro», in analogia col sistema kantiano. A livello di discorso etico Cohen riprende il concetto kantiano di «dover essere». E aggiunge che senza «dover essere» c'è solo desiderio, non c'è un autentico volere. Della teoria etica kantiana egli sottolinea poi il principio di considerare l'umanità, in sé e negli altri, come fine e non come mezzo. Tale principio egli vede a fondamento della concezione socialista. Per il socialismo, egli dice, l'uomo è fine in sé, e pertanto bisogna rispettarne la libertà e la dignità. Cose che vengono calpestate quando il valore del lavoro, al pari di quello di qualsiasi merce, viene determinato dalle leggi di mercato. Ma Cohen non accetta il socialismo materialistico di Marx, in quanto non coincidente con la sua convinzione che il cammino storico dell'uomo è diretto verso il kantiano «regno dei fini», cioè verso un valore etico a cui bisogna che si pieghino anche le ragioni della società e dello stato. Tale interpretazione etica del socialismo fu poi ripresa e sviluppata anche da Paul Natorp (1854-1924), tra l'altro famoso studioso del pensiero platonico.


Ernst Cassirer (1874-1945), storico della filosofia, espresse la sua concezione teoretica in Concetto di sostanza e concetto di funzione e in Filosofia delle forme simboliche. La scienza, egli dice, non propone l'immagine di sostanze oggettive naturali. Le strutture che rendono validi i contenuti di conoscenza sono «funzioni». Ma soprattutto egli sottolinea che il linguaggio ha una particolare «funzione costitutiva» degli oggetti di conoscenza. Il linguaggio non è soltanto o prevalentemente o preminentemente uno strumento di comunicazione, ma è esso stesso attività organizzativa dell'esperienza sul piano della conoscenza. È il linguaggio che porta le impressioni immediate al livello dell'oggettività razionale. In questa operazione il simbolo svolge un suo ruolo specifico. Esso non è un semplice rivestimento accessorio e accidentale del pensiero, ma un suo mezzo necessario e imprescindibile. Non è una forma che consente di comunicare un contenuto di pensiero già formato concettualmente, ma è lo strumento che consente di determinare sul piano concettuale lo stesso contenuto di pensiero. Anzi, egli dice, «l'atto della determinazione concettuale di un contenuto procede di pari passo con l'atto del suo fissarsi in qualche simbolo caratteristico». Sicché, costituendo i concetti, il simbolo costituisce anche l'«oggetto» come realtà spirituale.

Quando si dice, egli afferma, che l'uomo è «animale razionale», si dice certo una cosa esatta. Ma «ragione» è un termine inadeguato. L'uomo si esprime in molteplici modi nella sua vita culturale. In essa egli non costruisce solo un «mondo della scienza», ma una «civiltà»; produce cioè arte religione istituzioni ecc. Allora, al pari della conoscenza umana, anche tutte le altre forme della sua produzione spirituale sono «forme simboliche». Pertanto si può meglio definirlo come «animale simbolico». Da ciò deriva che la comprensione della storia umana non può essere se non interpretazione dei simboli in cui la vita spirituale dell'uomo si è oggettivata e concretata.


I membri della «Scuola di Baden» si dedicarono invece a delineare delle «filosofie dei valori» partendo dalla contrapposizione kantiana tra «fatto» e «valore». Wilhelm Windelband (1848-1915), autore di Preludi, La libertà del volere, Principi di logica, Introduzione alla filosofia, storico della filosofia, studioso di Platone, contesta la concezione, propria dei positivisti classici, che la filosofia debba coordinare, rielaborare e condurre ad unità sistematica i risultati delle scienze. Non c'è dubbio che la filosofia deve collegarsi con i risultati scientifici, ma per individuare in essi la «struttura intima» del lavoro intellettuale e le sue «premesse obiettive». Deve individuare cioè il loro «valore di verità». Ogni concezione scientifica è una sistemazione delle esperienze, anzi delle rappresentazioni, secondo una «regola» di «ordine logico». Ed è questa regola che costituisce il «valore di verità» di una teoria scientifica. Tale regola anzi è la norma a cui l'attività conoscitiva deve conformarsi nel suo procedere.

Dunque la filosofia dev'essere in generale «scienza critica dei valori universali», cioè scienza del vero, del bene e del bello. Essa deve indagare quando e a quali condizioni le attività teoretica pratica ed estetica sono contrassegnate dai loro valori e li attuano nei loro prodotti. In tal senso la filosofia non ha ad oggetto il contenuto empirico del conoscere del volere e del sentire, ma le «norme» in virtù delle quali il conoscere il volere e il sentire raggiungono i loro valori. Essa pertanto non tratta «giudizi di fatto», ma «giudizi di valore». I primi sono propri della scienza; i secondi invece non possono esser determinati scientificamente, ma solo filosoficamente.

Ma quali caratteri deve avere un autentico giudizio di valore? Esso, dice Windelband, dev'esser tale da aspirare ad avere una validità assoluta. Pertanto gli autentici giudizi di valore sono in sostanza «ideali» e «necessari»; anzi sono «idealmente necessari»; essi cioè possono anche non esser riconosciuti validi dalla singola coscienza giudicante, ma «devono» esser tali da poter essere riconosciuti validi universalmente.

Sicché l'uomo, nel suo conoscere, agire e sentire, dev'esser sempre «idealmente giudicante»; deve esprimere le regole della sua «coscienza normativa»; cioè deve adeguare la sua «coscienza empirica» alla «coscienza normativa» ch'è il carattere universale e comune a tutti gli uomini.


Heinrich Rickert (1863-1936), autore di L'oggetto della conoscenza, I limiti della formazione dei concetti scientifici, Scienze della cultura e scienze della natura, La filosofia della vita, Sistema di filosofia , Problemi fondamentali della filosofia , Immediatezza e significato, riprese e rielaborò i temi del discorso di Windelband. Egli pure sottolinea che un contenuto conoscitivo deve incarnare un valore riconosciuto e riconoscibile come tale in modo necessario e universalmente. Analogamente anche sul piano etico ed estetico. Anzi egli specifica il numero e le caratteristiche dei «domini di valore». Essi sono sei: logico, estetico, mistico, etico, erotico, filosofico-religioso. I loro rispettivi «valori» sono: verità, bellezza, santità impersonale, moralità, felicità, santità personale. In ognuno di questi domini l'uomo raggiunge un «bene»: scienza, arte, uno-tutto, comunità libera, comunità d'amore, mondo divino. Ognuno d'essi poi comporta una specifica «relazione»: giudizio, intuizione, adorazione, azione autonoma, unificazione, devozione. E infine ciascuno implica una particolare «intuizione del mondo»: intellettualismo, estetismo, misticismo, moralismo, eudemonismo, teismo o politeismo.

Ma ciò ch'è piú valido nell'elaborazione di Rickert è invece lo sviluppo di un'idea già esposta da Windelband: quella della necessaria distinzione tra scienze della natura e scienze storiche. Windelband aveva caratterizzato le seconde come «idiografiche», cioè descrittive della specificità del singolo fatto, in relazione alla particolarità e alla determinatezza della situazione storica in cui esso sussiste; le prime invece come «nomotetiche», cioè tendenti a «porre leggi» dei fatti. Rickert, riprendendo il discorso, ripropone la distinzione, e specifica che essa non dipende dall'oggetto ma dal metodo. La stessa realtà empirica può esser giudicata sia come natura sia come storia. Nel primo caso essa viene valutata in relazione alla sua universalità, nel secondo in relazione alla sua particolarità. Nel primo caso la si tratta con il metodo delle scienze naturali, nel secondo con quello delle scienze storiche. È evidente, egli sottolinea, che l'«individuale» assunto ad oggetto delle scienze storiche dev'esser solo quello «significativo». Pertanto l'individuale da trattare è sempre «scelto» dallo studioso. Ma la scelta è effettuata in base al «valore» ch'esso esprime.

Ciò non significa però che lo storico pronunci giudizi di valore sui valori che quel fatto esprime; lo storico si limita solo a «riconoscerli» là dove sussistono. I valori tuttavia non vengono «prodotti» né «si trasformano» nella e con la storia. Essi sussistono in sé, intangibili, e pertanto sono pre-posti agli eventi. Sono cioè «assoluti» e non «storicizzati». Anzi la storia stessa acquista senso nel suo farsi in quanto è guidata e orientata dai valori. Errano quindi quegli «storicisti» che ritengono che essi siano da considerarsi totalmente storicizzati; con tale convinzione essi rivelano solo una concezione relativistica e quindi riduttiva dei valori stessi; concezione peraltro che toglie validità alla conoscenza storica.


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